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LA PECORA NERA NELLE ORGANIZZAZIONI: QUANDO L’EMARGINAZIONE È UN FENOMENO SISTEMICO, NON UNA COLPA INDIVIDUALE

#LIBRI
Categoria: Psicologia
Autore: Diana Daneluz
Data: 4 giugno 2026

“La PECORA NERA nelle organizzazioni. Quando sentirsi fuori posto non è un problema. È una posizione.” Tatiana Coviello, 2026

Il fenomeno psicologico alla base dell’etichetta

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LA PECORA NERA NELLE ORGANIZZAZIONI: QUANDO L’EMARGINAZIONE È UN FENOMENO SISTEMICO, NON UNA COLPA INDIVIDUALE

Redazione- Chi si occupa di psicologia dei gruppi e delle organizzazioni conosce bene la dinamica: un individuo competente, integro, portatore di pensiero critico entra in un sistema – aziendale, familiare o istituzionale – e, nel tempo, o si integra e trova il suo “posto” adempiendo al ruolo che gli è stato assegnato e tenendosi al ”suo posto” oppure il sistema lo rigetta come un organo trapiantato che un organismo non sopporta. Non per demerito. Non per incompetenza. Ma perché ogni sistema ha bisogno di persone che ricoprano certi posti ed il ruolo è un posto, inserito all’interno di una dinamica sistemica.

È da questa osservazione clinica e organizzativa che prende forma “LA PECORA NERA” (2026), il nuovo libro di Tatiana Coviello, HR Advisor, psicologa e coach certificata ICF, autrice già nota per il suo lavoro pionieristico sul rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale con “Nemmeno gli struzzi lo fanno più. Vivere bene con l’Intelligenza Artificiale” (2019).

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Il nuovo libro si inserisce in un campo di ricerca consolidato, ma ancora poco divulgato al grande pubblico: quello della psicologia sistemica applicata ai contesti organizzativi e familiari, con uno sguardo che integra la prospettiva della psicologia sociale, del coaching e della teoria dei sistemi.

L’effetto pecora nera: dal costrutto teorico alla vita quotidiana


La psicologia sociale ha formalizzato da decenni il cosiddetto “black sheep effect”, descritto da Marques e Yzerbyt negli anni Ottanta¹: i membri di un gruppo tendono a giudicare più severamente coloro che, pur appartenendo al proprio gruppo, ne violano le norme condivise e spesso non scritte, rispetto a individui esterni che compiono le stesse azioni. Il motivo è di natura identitaria: il membro deviante minaccia la coesione e l’immagine collettiva del gruppo, e per questo viene giudicato — e spesso escluso — con maggiore severità rispetto a chi commette le stesse azioni provenendo dall’esterno.

Coviello riprende questa dinamica fondamentale e la traspone nei sistemi organizzativi e familiari con rigore analitico. Il suo contributo non si limita alla descrizione del fenomeno: propone uno spostamento epistemologico fondamentale. La domanda che tipicamente si pone chi occupa quel ruolo – “Che problema ho? Sono io il problema?” – viene smontata e sostituita da una più proattiva: “Quale funzione sto assolvendo all’interno di questo sistema?”. Questo passaggio dalla psicologia individuale alla lettura sistemica è forse il cuore teorico del libro. Non si tratta di consolazione o di attribuzione di colpe esterne, ma di un’operazione epistemica: ampliare il frame interpretativo per includere le dinamiche del sistema nel quale l’individuo è immerso.

 

Identità e ruolo: una distinzione clinicamente rilevante

Uno degli snodi più significativi del testo riguarda la distinzione tra ruolo e identità. Nella tradizione psicodinamica e sistemica, il ruolo è una funzione che il gruppo assegna a un membro per mantenere il proprio equilibrio omeostatico. Non è un dato della persona, ma una costruzione relazionale. Eppure, quando questo ruolo viene prolungato nel tempo, può internalizzarsi e diventare parte dell’identità soggettiva: la persona smette di fare la pecora nera e comincia a essere (o credere di essere) la pecora nera.

[Nota dell’autrice: Nel libro esploro diverse tipologie di pecora nera — non solo quella che disturba o si distingue, ma anche quella silenziosa, quella che regge tutto, quella eccellente e quella grigia. In un modo o nell’altro, siamo tutti una pecora nera in qualche sistema: in azienda, in famiglia, in ogni contesto relazionale.]

Coviello lavora precisamente su questa frontiera, accompagnando chi legge nel riconoscere quando l’etichetta ricevuta dal sistema è diventata una auto-percepita caratteristica stabile del sé, lavorando su una distinzione clinicamente rilevante, che permette di uscire dall’identificazione con il ruolo senza negare l’esperienza vissuta.

Questa prospettiva si collega direttamente a concetti centrali nella psicologia dello sviluppo e clinica: il sé narrativo (Bruner², McAdams³), i meccanismi di proiezione e identificazione proiettiva descritti dalla tradizione kleiniana, e la nozione di ruolo familiare patologizzante già esplorata da Bowen⁴ e Minuchin⁵ nell’ambito della terapia sistemica familiare.

Il sistema che emargina: dinamiche di potere e regolazione del gruppo


Ma perché i sistemi producono pecore nere? La risposta di Coviello è in linea con la teoria dei sistemi complessi: ogni sistema tende all’autoconservazione e alla riduzione dell’ansia interna. Chi rende visibili le tensioni implicite, chi nomina ciò che il gruppo non vuole nominare, chi porta chiarezza là dove vige l’ambiguità funzionale è una persona che assolve una funzione critica, ma scomoda. Diventa il portatore designato del disagio collettivo.

In termini più tecnici, si tratta di quello che Wilfred Bion⁶ avrebbe descritto come la “basic assumption” del gruppo: la tendenza, cioè, del gruppo a organizzarsi intorno a dinamiche difensive primitive (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) quando la coesione è minacciata. La pecora nera, in questa lettura, è spesso colui o colei che resiste alla basic assumption e cerca di operare nel work group, cioè in modalità orientata alla realtà e al compito. Il sistema percepisce questa resistenza come una minaccia e risponde con l’esclusione. Il libro non cita mai esplicitamente Bion, ma il percorso che propone è coerente con questa tradizione: riconoscere la dinamica, non personalizzarla, scegliere consapevolmente come rispondervi.

“La Voce”: un esperimento di co-intelligenza


Un elemento editoriale che merita attenzione specifica da parte dei lettori di Anankenews riguarda l’innovazione metodologica introdotta da Tatiana Coviello. In alcuni snodi chiave del testo, l’autrice ha integrato dei QR code che danno accesso a uno strumento di intelligenza artificiale denominato “La Voce”, che non è un chatbot generico, ma un interlocutore addestrato specificamente sulla struttura del libro, progettato per fare domande anziché fornire risposte. L’intento dichiarato dall’autrice con “La Voce” è quello di trasformare la lettura in un processo attivo di elaborazione, il cui il lettore è portato di fronte alla propria situazione concreta, stimolando un pensiero riflessivo che non si esaurisce nella lettura passiva. Coviello chiama questo approccio “Co-Intelligenza”, un uso consapevole dell’IA non come sostituto del pensiero critico, ma come amplificatore di esso. Cosa che l’Autrice mette in pratica da anni. Da una prospettiva psicologica, questo strumento si avvicina a ciò che la ricerca sul “questioning cognitivo” e sull’apprendimento trasformativo (Mezirow⁷) ha identificato come fattore chiave nel cambiamento dei frame interpretativi: la domanda giusta, posta nel momento giusto, ha un potere destabilizzante e rigenerativo che la risposta preconfezionata non può avere.

Un libro che si inscrive in un percorso

“La Pecora Nera” è il primo libro di una serie di libri. Il prossimo volume, annunciato per luglio 2026 con il titolo “Non sei rotto. Sei smontato”, suggerisce una traiettoria terapeutica precisa: dal riconoscimento della dinamica sistemica (questo libro) alla ricostruzione intenzionale del sé (il prossimo libro). Una progressione che richiama il classico percorso della psicoterapia breve e del coaching trasformativo: prima si nomina il pattern, poi lo si rielabora. Per i lettori di Anankenews – tra loro professionisti della salute mentale, ricercatori, educatori, clinici – questo libro offre uno strumento di riflessione che ha valore sia sul piano personale che professionale. Comprendere come funziona l’etichettamento sistemico, come si costruisce il ruolo del deviante all’interno di un gruppo e come si può distinguere ruolo da identità è una competenza trasversale che attraversa la clinica, la pedagogia e le scienze organizzative.

Tatiana Coviello

LA PECORA NERA. Sentirsi fuori posto non è un problema. È una posizione (2026).
Per conoscere l’Autrice: [www.tatianacoviello.it](http://www.tatianacoviello.it)
Per acquistare il libro: [Amazon](https://amzn.eu/d/09vBi2LZ)

Note

¹ José Marques e Vincent Yzerbyt. Marques è professore di psicologia sociale all’Università di Porto; Yzerbyt è professore all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio). Sono tra i principali ricercatori europei sulla psicologia dei gruppi e hanno formalizzato l’effetto pecora nera dimostrando sperimentalmente come i gruppi tendano a sanzionare i propri membri devianti con maggiore severità rispetto agli esterni, per proteggere la coerenza dell’identità collettiva.

² Jerome Bruner (1915–2016). Psicologo e pedagogista statunitense tra i più influenti del Novecento. Fondatore della psicologia cognitiva e culturale, ha elaborato la teoria del sé narrativo sostenendo che gli esseri umani costruiscono la propria identità attraverso le storie che raccontano di sé: non siamo ciò che siamo, ma il racconto che facciamo di noi.

³ Dan P. McAdams. Psicologo della personalità alla Northwestern University (Chicago), ha sviluppato la teoria dell’identità narrativa, secondo cui l’identità adulta si forma come una storia personale interiorizzata (con protagonisti, scene nucleari, temi e conclusioni) che ogni individuo costruisce nel corso della vita.

⁴ Murray Bowen (1913–1990). Psichiatra e terapeuta familiare statunitense, fondatore della terapia sistemica familiare. Ha introdotto concetti fondamentali come la differenziazione del sé, la trasmissione multigenerazionale dei pattern relazionali e il triangolo relazionale, strumenti ancora centrali nella clinica familiare contemporanea.

⁵ Salvador Minuchin (1921–2017). Psichiatra argentino-statunitense, padre della terapia strutturale della famiglia. Ha elaborato il concetto di struttura familiare come sistema di regole implicite che organizzano i ruoli e le interazioni tra i membri, mostrando come certi ruoli patologizzanti vengano assegnati e mantenuti dal sistema familiare per preservarne l’equilibrio.

⁶ Wilfred Bion (1897–1979). Psicoanalista britannico di origine indiana, allievo di Melanie Klein e figura centrale nella psicoanalisi dei gruppi. Nella sua opera “Experiences in Groups” (1961) ha descritto come i gruppi oscillino tra il “work group” (orientato al compito reale) e le “basic assumptions” (stati mentali difensivi collettivi (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) che il gruppo adotta inconsciamente per evitare l’ansia.

⁷ Jack Mezirow (1923–2014). Sociologo e teorico dell’educazione statunitense, professore alla Columbia University. Ha sviluppato la teoria dell’apprendimento trasformativo, secondo cui il cambiamento profondo negli adulti avviene attraverso la messa in discussione dei “frame of reference”, le strutture di assunzioni e aspettative che filtrano l’esperienza solitamente innescata da un “disorienting dilemma”, cioè un’esperienza destabilizzante che costringe a rivedere le proprie certezze.

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“Ho 106 Anni, bevo Sambuca, guardo la Tv fino alle 2 di notte e vi dico: Mai fermarsi al primo marito!”. La formidabile Nonna Licia fa impazzire l’Italia

“IL MIO SEGRETO PER CAMPARE BENE? GUARDO LA TV FINO ALLE 2:00 DI NOTTE, BEVO UN BEL GOCCIO DI SAMBUCA E… MAI FERMARSI AL PRIMO MARITO!!!”. 🤩🥂 👵 Tutti in Piedi, Giù il Cappello e Applausi a Scena aperta per la Formidabile Nonna “Ultracentenaria” Licia Maria Baroni!!! Altro che “Dieta del Minestrone scondito”, camomille leggere e andare a dormire con le galline per paura degli “Acciacchi”! La Meravigliosa ex Pianista (Nata nel lontano 1920) ha appena compiuto la favolosa Età di 106 Anni e si gode la Vita e i Piaceri in barba a tutti i rigidi Consigli dei Medici Geriatri! Intervistata in Diretta Televisiva da Caterina Balivo (Su Rai 1 nel programma “La Volta Buona”), Nonna Licia ha svelato a tutta l’Italia i Suoi particolarissimi ed Esilaranti “Segreti” per Mantenersi così in Forma, Lucida mentalmente e Piena di Energia Vitale! “Per prima cosa, io amo l’Attualità: voglio vedere tutto il programma Porta a Porta in tv, e quindi vado a Letto regolarmente alle 2:00 di NOTTE! La mattina? Mi sveglio Comodissima alle 10, non prima!”. Poi, raccontando i dettagli delle sue immense “Feste di Compleanno” organizzate in compagnia delle adorate Figlie, delle adorate Nipotine e di ben 30 Amiche Storiche, ha confessato sorniona: “Ai Rinfreschi ho festeggiato Alla Grande: mi sono Bevuta un buon bicchiere di Spumante, e mi sono fatta pure un bell’assaggio di Liquore alla SAMBUCA!”. Ma il consiglio più Bello, Ironico e Formidabile lo ha regalato sulle “Faccende di Cuore” e sull’Amore, raccomandandosi a tutti i giovani: “Cosa ho imparato dalla mia lunga Vita? MAI Fermarsi al primo Matrimonio!”. Una Donna Magnifica, dalla lucidità impressionante (È già prontissima per i 107), che ci insegna l’Arte di sorridere e Godersi le “Piccole Cose” che la Vita ci regala ogni Giorno! Leggi tutti gli aneddoti Simpaticissimi dell’intervista nel nostro Bellissimo Articolo “Cuore e Anima”! 👇 🗣️ A cosa credete? Siete d’accordo sul fatto che il VERO segreto per arrivare a superare felicemente i 100 anni (come fanno in modo favoloso la stragrande maggioranza dei nostri Nonni Italiani) NON consista nell’assumere Pillole o Medicine costose, ma semplicemente nel “Godersi i Piaceri della Genuinità”, mangiando con moderazione, bevendo un Goccio di Vino (o di Sambuca), ridendo tanto in mezzo ai propri Parenti e fregandosene delle Diete moderne e dello Stress? Cosa ne pensate del Suo Formidabile consiglio sui Matrimoni? Diteci la Vostra sviscerando i Vostri Complimenti nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo Meraviglioso Articolo Sulle vostre bacheche per Fare un TANTISSIMI E SINCERI AUGURI DI CUORE a Nonna Licia per i Suoi Favolosi 106 Anni!

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Licia Maria Baroni

Roma – Preparatevi a prendere appunti e a gettare via dalla finestra, in un colpo solo, tutti i noiosissimi e deprimenti manuali di medicina, i rigidi dettami geriatrici e i “buoni consigli” sulle famigerate diete salutiste! Se pensate che per raggiungere la veneranda e magica soglia del secolo di vita sia assolutamente necessario cenare con il minestrone sciapo alle sei del pomeriggio, andare a letto con le galline e rinunciare ai piaceri terreni, vi sbagliate di grosso. A scardinare clamorosamente ogni regola, facendo letteralmente innamorare di sé l’Italia intera, ci ha pensato una meravigliosa, sprintosa e formidabile “Super Nonna”: Licia Maria Baroni, una straordinaria ex pianista e concertista nata nel lontano 1920, che ha da poco festeggiato il favoloso traguardo dei 106 anni di età. Ospite d’eccezione nel salotto televisivo del programma “La Volta Buona” (condotto brillantemente da Caterina Balivo su Rai 1), Nonna Licia ha delineato e snocciolato in diretta un quadro esilarante delle sue abitudini e “regole di vita”, lasciando il pubblico a bocca aperta per la sua incredibile, contagiosa e vulcanica vitalità.

Le ore piccole per Bruno Vespa e la Sveglia “Comoda”

Il segreto della sua formidabile longevità? Fare esattamente ciò che le dice il cuore e infischiarsene delle convenzioni! Mentre i medici consigliano agli anziani di riposare moltissimo e di andare a dormire presto per non affaticare l’organismo, l’inossidabile signora Licia ha svelato la sua particolarissima e personalissima tabella di marcia serale: «Io per riuscire a vedere tutta la puntata di Porta a Porta vado a dormire tranquillamente alle 2:00 di notte!» ha raccontato divertita, confermando la sua passione immutata per l’attualità, la politica e i dibattiti del salotto di Bruno Vespa. E al mattino seguente? Nessuna levataccia, per carità: «Mi sveglio comodamente alle 10:00. Prima di quell’ora non se ne parla proprio!».

I Brindisi con Spumante, Sambuca e lo Sguardo ai 107 anni

Ma una vitalità così dirompente non poteva certo limitarsi solo all’orario in cui si va a letto. L’ultracentenaria ha festeggiato in grande stile il suo 106esimo compleanno (caduto nel mese di agosto), organizzando non una, ma ben due immense feste consecutive. Il primo trionfale evento l’ha vista circondata dall’affetto incalcolabile delle amate figlie e di ben trenta amiche. Il secondo appuntamento, più intimo ma altrettanto gioioso, si è tenuto lo scorso 6 settembre.
Di fronte alla domanda, un po’ curiosa e maliziosa della conduttrice Caterina Balivo, circa la presenza o meno di bevande alcoliche durante questi rinfreschi “geriatrici”, Nonna Licia ha sorriso amabilmente svelando il suo lato più gaudente e festaiolo: «Certo che sì! Ho bevuto felicemente un bicchierino di Spumante per brindare… e non mi sono fatta mancare nemmeno un bel assaggio di Sambuca!». E il suo sguardo è già proiettato al futuro: «Adesso aspetto con ansia i 107 anni. L’importante è esserci arrivata con la testa a posto: riesco a ragionare e a capire tutto, e questo per me è la cosa fondamentale».

Le Regole d’Amore: “Mai fermarsi al Primo Matrimonio”

L’apice assoluto dell’intervista televisiva, però, si è raggiunto quando l’ex pianista classe 1920 ha deciso di regalare una vera e propria “Perla di Saggezza” sentimentale e un consiglio spassionato a tutte le giovani donne e agli uomini del mondo moderno. Dall’alto della sua sconfinata esperienza, lunga più di un secolo, Nonna Licia ha infatti dichiarato senza mezzi termini: «Il mio consiglio di vita? Mai, e sottolineo mai, fermarsi al primo matrimonio!».
Un monito ironico ma al tempo stesso profondo, che ci insegna a non rassegnarci mai davanti ai fallimenti o alle prime difficoltà sentimentali, perché la vita è meravigliosamente lunga, ricca di mille sfumature e merita di essere assaporata (magari con un goccio di Sambuca) fino all’ultima magica goccia.

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“Come se Dio esistesse davvero”: trenta giorni per mettersi in gioco, oltre ogni certezza

«Se non vedo, non credo». È una delle espressioni più ricorrenti quando ci si confronta con ciò che non è immediatamente dimostrabile. Ma cosa accadrebbe se, almeno per un periodo, si scegliesse di capovolgere la prospettiva? Non chiedersi prima se si crede, ma provare a vivere per trenta giorni come se Dio esistesse davvero, osservando con sincerità ciò che accade dentro e intorno a noi.

Nasce da questa domanda Come se Dio esistesse davvero. Una sfida di 30 giorni, il nuovo libretto scritto da Don Nicola Salsa, un percorso concepito come un vero e proprio esperimento di vita, preghiera e ricerca della verità.

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Don Nicola

Redazione-  «Se non vedo, non credo». È una delle espressioni più ricorrenti quando ci si confronta con ciò che non è immediatamente dimostrabile. Ma cosa accadrebbe se, almeno per un periodo, si scegliesse di capovolgere la prospettiva? Non chiedersi prima se si crede, ma provare a vivere per trenta giorni come se Dio esistesse davvero, osservando con sincerità ciò che accade dentro e intorno a noi.

Nasce da questa domanda Come se Dio esistesse davvero. Una sfida di 30 giorni, il nuovo libretto scritto da Don Nicola Salsa, un percorso concepito come un vero e proprio esperimento di vita, preghiera e ricerca della verità.

L’idea prende spunto dalla particolare esperienza di Brian Guan, giovane cresciuto in un ambiente cristiano che, durante gli anni universitari, si era progressivamente allontanato dalla fede fino a vivere per circa un decennio senza credere in Dio. Anziché continuare soltanto a interrogarsi sul fatto che il cristianesimo fosse vero o falso, Guan decise di verificare concretamente che cosa sarebbe accaduto se avesse iniziato a vivere secondo alcune pratiche cristiane, ancora prima di poter affermare di essere credente.

Pregare, leggere il Vangelo, frequentare una comunità cristiana, praticare la gratitudine e confrontarsi seriamente con le parole di Gesù divennero così gli elementi di un’esperienza che Guan ha definito Faithless Christianity: vivere la pratica cristiana senza avere ancora la certezza della fede.

È proprio questo approccio, più esperienziale che teorico, a rappresentare il punto di partenza del volume di Don Nicola Salsa. Il libro non vuole essere un catechismo da studiare, né pretende di dimostrare l’esistenza di Dio in trenta giorni. Al contrario, propone una possibilità: prendere sul serio un’ipotesi e verificarne gli effetti nella propria quotidianità.

Il lettore viene accompagnato giorno dopo giorno attraverso domande, momenti di silenzio, letture bibliche, preghiere ed esperienze concrete. In alcune giornate viene suggerito di entrare in una chiesa; in altre di parlare con una persona credente, praticare la gratitudine, osservare più attentamente la propria vita o semplicemente fermarsi e ascoltare ciò che emerge dentro di sé.

La parola chiave del percorso è però sincerità. Non bisogna rispondere come penserebbe di dover rispondere un cristiano, ma come si pensa realmente. Se una preghiera appare difficile, lo si può scrivere. Se una domanda suscita fastidio o incomprensione, anche questo diventa parte dell’esperienza. Se qualcosa sorprende, merita di essere osservato senza liquidarlo troppo rapidamente.

Ed è proprio qui che il volume assume una caratteristica particolarmente interessante: può essere utilizzato da tutti.

Non è necessario essere credenti per iniziare il percorso. Può avvicinarsi al libro una persona che ha una fede consolidata, ma anche chi si considera agnostico, chi è scettico, chi si è allontanato dalla religione, chi attraversa un periodo di ricerca interiore oppure chi, semplicemente, desidera porsi domande profonde sull’esistenza, sul significato delle proprie scelte e sulla possibilità che la dimensione spirituale abbia ancora un posto nella vita contemporanea.

Anche per chi crede, infatti, il percorso può rappresentare un’occasione per fermarsi, riscoprire la preghiera e interrogarsi nuovamente sul significato della propria fede. Per chi non crede, invece, può diventare uno spazio di confronto libero, senza la necessità di assumere immediatamente una posizione.

Una delle intuizioni più significative del libretto è proprio questa: non bisogna fingere di credere. Le formule di preghiera che iniziano con «Dio, se ci sei…» consentono al lettore di partire esattamente dal punto in cui si trova, senza maschere e senza dichiarazioni di fede precostituite.

Il percorso diventa così anche un invito alla conoscenza di sé. Perché interrogarsi sull’esistenza di Dio significa, inevitabilmente, confrontarsi con le proprie paure, le proprie speranze, le proprie fragilità, le relazioni, le scelte e il modo in cui si guarda al mondo.

Il libro suggerisce inoltre di non affrontare il percorso tutto d’un fiato. È stato pensato come un quaderno di esperienza: un giorno alla volta, dedicando il tempo necessario alla lettura, all’esperimento proposto e alla scrittura delle proprie impressioni. Non conta arrivare alla fine con molte pagine compilate, ma arrivarci con maggiore consapevolezza.

La domanda che accompagna l’intero cammino è semplice e, allo stesso tempo, radicale: «E se Dio esistesse davvero?»

Non come una formula destinata a costringere qualcuno a credere, ma come un’ipotesi sufficientemente importante da meritare trenta giorni della propria vita.

Come se Dio esistesse davvero. Una sfida di 30 giorni si presenta dunque come uno strumento accessibile, personale e trasversale. Un piccolo volume che parte dalla fede, ma che parla anche alla ricerca, al dubbio e al bisogno, profondamente umano, di comprendere ciò che dà significato alla nostra esistenza.

Un esperimento che non promette risposte facili e non offre formule magiche. Propone piuttosto di mettersi in cammino, con onestà, lasciando che siano l’esperienza e la propria coscienza a suggerire, giorno dopo giorno, ciò che realmente accade.

Il volume, realizzato in self publishing, è disponibile per l’acquisto su Amazon.

Don Nicola “Come se Dio esistesse davvero”

 

Don Nicola, partiamo dal titolo del Suo libro, Come se Dio esistesse davvero. Una sfida di 30 giorni. È un titolo che invita immediatamente il lettore a porsi una domanda. Da dove nasce questa proposta?

 

Nasce dal desiderio di proporre un modo diverso di avvicinarsi alla questione della fede. Tante volte sentiamo dire: «Se non vedo, non credo», dando priorità all’esperienza concreta rispetto alle idee. Mi sono chiesto: e se provassimo a fare lo stesso anche con la fede? Non chiedersi subito se siamo certi che Dio esista, ma provare per un periodo limitato a vivere come se Dio esistesse davvero e osservare cosa accade.

 

Quindi il Suo libro non chiede al lettore di credere prima di iniziare il percorso?

 

Assolutamente no. È proprio questo uno degli aspetti fondamentali del progetto. Il percorso non richiede una fede già consolidata e non pretende di dimostrare l’esistenza di Dio in trenta giorni. Chiede soltanto di prendere sul serio una possibilità. La domanda «E se Dio esistesse davvero?» diventa un’ipotesi da verificare attraverso la propria esperienza.

A chi si rivolge principalmente questo libretto?

È nato pensando soprattutto ai ragazzi, ma credo che possa essere utilizzato da tutti. Può essere interessante per chi crede, per chi si è allontanato dalla fede, per chi è scettico, per chi si definisce agnostico e anche per chi semplicemente sente il bisogno di interrogarsi. Non è necessario arrivare con delle risposte. È sufficiente avere la disponibilità a porsi delle domande con sincerità.

Nel libro viene raccontata anche l’esperienza di Brian Guan. Perché ha scelto di partire proprio dalla sua storia?

Perché la sua esperienza rappresenta bene il metodo che volevo proporre. Guan, dopo essersi allontanato dalla fede, ha deciso di pregare, leggere il Vangelo, frequentare una comunità cristiana e prendere sul serio le parole di Gesù, pur non avendo ancora la certezza di credere. La sua storia dimostra quanto possa essere interessante mettere alla prova una possibilità attraverso la vita concreta, senza ridurre tutto a una discussione teorica.

Il Suo volume viene definito un “esperimento di vita”. Che cosa significa concretamente?

Significa che il lettore non deve limitarsi a leggere. Ogni giornata propone qualcosa da vivere: una domanda, una riflessione, un momento di preghiera, un’esperienza concreta, una lettura o un momento di silenzio. L’obiettivo è arrivare al trentesimo giorno potendo guardare indietro e chiedersi: «Che cosa è successo dentro di me durante questo percorso?».

 

Perché ha scelto proprio la durata di trenta giorni?

Trenta giorni rappresentano un tempo sufficientemente lungo per entrare realmente in un’esperienza, ma allo stesso tempo abbastanza breve da renderla concretamente affrontabile. Non si tratta di assumere un impegno indefinito, ma di dedicare un mese della propria vita a una domanda importante.

 

Nel libro attribuisce grande importanza alla sincerità. Perché?

Perché senza sincerità l’esperimento perderebbe completamente il suo significato. Non voglio che il lettore scriva ciò che pensa che un cristiano dovrebbe dire. Deve scrivere ciò che pensa realmente. Se una preghiera gli sembra difficile, può dirlo. Se una domanda lo irrita, può annotarlo. Se qualcosa lo sorprende, può fermarsi a riflettere. Anche il dubbio può essere una forma di ricerca.

 

“Come se Dio esistesse davvero”

 

 

Nel percorso compaiono anche preghiere che iniziano con «Dio, se ci sei…». Qual è il loro significato?

Servono proprio a permettere a ciascuno di partire dal punto in cui si trova. Non avrebbe senso chiedere a una persona che non crede di pronunciare parole che non sente proprie. «Dio, se ci sei…» è una preghiera possibile anche per chi è nel dubbio. È un modo per aprire una porta senza fingere di essere già dall’altra parte.

Quali sono, concretamente, le attività che il lettore incontra durante i trenta giorni?

Ci sono momenti dedicati alla preghiera, al silenzio, alla lettura di un brano biblico, alla gratitudine. In alcune giornate viene proposto di entrare in una chiesa, in altre di parlare con una persona cristiana o di osservare con maggiore attenzione una parte della propria vita. Il ritmo cambia volutamente: alcune giornate sono più pratiche, altre lasciano maggiore spazio alle domande e alla riflessione.

Quindi non è un libro da leggere tutto in una sera?

Esatto. È più corretto considerarlo un quaderno di esperienza. Il consiglio è di viverlo un giorno alla volta, senza anticipare le giornate successive. La parte più importante non è quante pagine si riescono a leggere, ma quanta verità si riesce a mettere nelle proprie risposte.

 

 

C’è il rischio che un percorso del genere venga percepito come un tentativo di convincere qualcuno a credere?

Credo che la differenza stia proprio nell’approccio. Il libro non vuole forzare nessuno. Non chiede di fingere una fede che non si possiede e non presenta la storia di Brian Guan come una prova dell’esistenza di Dio. La sua vicenda serve soltanto a introdurre un metodo: provare concretamente una possibilità e vedere che cosa accade.

Che cosa può trovare, allora, una persona che non crede?

Può trovare uno spazio nel quale interrogarsi liberamente. Può confrontarsi con il Vangelo, con la preghiera, con il silenzio e con alcune domande fondamentali sull’esistenza senza dover necessariamente arrivare a una conclusione prestabilita. Anche scoprire che alcune risposte non arrivano può essere parte del percorso.

E una persona che invece crede già?

Può riscoprire ciò che magari ha dato per scontato. A volte anche chi crede ha bisogno di fermarsi e domandarsi nuovamente che cosa significhi pregare, affidarsi a Dio, ascoltare Gesù e vivere la propria fede nella quotidianità. Il percorso può quindi assumere significati diversi a seconda della persona che lo affronta.

Nel corso dei trenta giorni il linguaggio diventa progressivamente più esplicitamente cristiano. Per quale motivo?

Perché la domanda iniziale si approfondisce. Si parte dall’interrogativo sull’esistenza di Dio, ma poi inevitabilmente ci si chiede chi sia questo Dio e, soprattutto, chi sia Gesù. Il percorso non vuole fermarsi a un’idea astratta di spiritualità, ma accompagnare gradualmente il lettore verso il cuore della proposta cristiana.

Qual è, secondo Lei, la domanda più importante che il lettore dovrebbe portare con sé durante questo cammino?

Probabilmente proprio quella che attraversa tutto il libro: «E se Dio esistesse davvero?». Non come una domanda alla quale bisogna rispondere necessariamente sì, ma come una possibilità che merita di essere presa sul serio. A volte una domanda autentica può essere più importante di una risposta data troppo rapidamente.

Che cosa vorrebbe che accadesse al lettore arrivato al trentesimo giorno?

Vorrei semplicemente che potesse guardarsi indietro con onestà e dire: «Ho provato davvero». Non necessariamente «sono diventato credente», perché non sarebbe questo lo scopo di una formula di trenta giorni. Mi piacerebbe che potesse riconoscere di aver dedicato tempo a una domanda importante e di aver scoperto qualcosa, magari su Dio, magari sulla fede, magari su Gesù, oppure semplicemente su se stesso.

 

Don Nicola, se dovesse rivolgere un invito diretto a chi sta leggendo questa intervista, quale sarebbe?

Direi di non avere paura delle proprie domande. Se sente di essere lontano dalla fede, può partire da lì. Se crede, può partire dalla sua fede. Se è nel dubbio, può partire dal dubbio. L’importante è non indossare una maschera. Per trenta giorni, provi semplicemente a vivere questa domanda: «E se Dio esistesse davvero?». Poi guardi con sincerità ciò che accade.

La ringrazio, Don Nicola, per questa conversazione. Forse il valore più profondo del Suo libro sta proprio nell’aver trasformato una questione apparentemente teorica in un’esperienza personale.

 

La ringrazio. Credo che alcune domande non chiedano soltanto di essere pensate, ma di essere vissute. E forse la fede, prima ancora di essere una risposta, può essere proprio questo: il coraggio di mettersi in cammino.

 

“Come se Dio esistesse davvero”

Come se Dio esistesse davvero. Una sfida di 30 giorni non promette certezze immediate e non propone scorciatoie. Offre un percorso da vivere con libertà e autenticità, nel quale credere, dubitare, interrogarsi e persino non sapere diventano parte della stessa ricerca. Un libro rivolto ai ragazzi, ma potenzialmente accessibile a ogni lettore, perché la domanda sull’esistenza di Dio, sul significato della vita e sulla possibilità di incontrare qualcosa che ci trascenda appartiene, in forme diverse, alla storia interiore di ogni essere umano.

 

Per acquistare il libro, cliccate qui

 

Link al canale youtube di Don Nicola Salsa: https://www.youtube.com/@donnicolasalsa

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Lifestyle

Tutta la verità sul Kefir: Elisir di lunga vita o ennesima moda commerciale? La Scienza smonta la bufala del “Superfood”

LA GRANDE “BUFALA” DEL KEFIR! È davvero l’Elisir Miracoloso di Lunga Vita capace di Guarirci da tutti i Mali o è l’ennesima fregatura per farci spendere soldi? La verità (Che non vi piacerà) dell’infettivologo Matteo Bassetti! 🥛 🩺 Ormai andate al Supermercato e non si parla d’altro! Sembra che il Mondo Intero debba per forza bere il Kefir! Secondo i Social e il Marketing ci abbassa il Colesterolo, ci fa dimagrire, distrugge i picchi Glicemici e regolarizza il nostro Intestino donandoci una “Salute di Ferro” e trasformandosi nell’ennesimo e vendutissimo “Superfood” (Cibi spacciati per miracolosi)! Ma le cose stanno Davvero così? A smontare questa pericolosissima e assurda moda commerciale ci ha pensato il famosissimo Professor Matteo Bassetti, che ha passato in rassegna gli ultimissimi studi scientifici su questo alimento sbugiardando le clamorose Esagerazioni! Bassetti ammette che si tratti senza dubbio di “Un alimento interessante, perché è un semplice latte fermentato pieno di lieviti e batteri naturali” (infatti, è digeribile anche per i tantissimi intolleranti al Lattosio), ma chiarisce brutalmente: I MIRACOLI NON ESISTONO! È assolutamente Falso e “Non Dimostrato scientificamente” che abbatta il colesterolo o curi l’intestino! E non ha davvero Niente da invidiare al nostro vecchio e classico vasetto di Yogurt (molto più studiato clinicamente)! “Non illudetevi di ingozzarvi di Kefir per abbassare il colesterolo sperando di vivere di più! La nutrizione non si riduce a un singolo elemento miracoloso! Contano molto di più Frutta, Legumi, Mangiare sano e sudare Facendo Sport ogni Giorno!”. L’unica accortezza? Se vi piace compratelo puro (senza Tonnellate di Zuccheri aggiunti). Leggi tutti i crudi Verdetti scientifici del Dottore per scoprire la verità nel nostro Articolo! 👇 📖 Anche voi vi siete fatti trascinare dalla folle “Moda del Kefir” bevendolo tutte le mattine sperando di sconfiggere il colesterolo o di migliorare il vostro Intestino, oppure lo ritenete solo una mossa furba del marketing commerciale e preferite affidarvi al classico Yogurt Magro, a una Dieta rigorosa e a tanta palestra per tenervi in Forma? Diteci la vostra sviscerando a fondo tutti i vostri piccoli segreti di Benessere e di Dieta nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo utilissimo articolo Medico sulle vostre bacheche (e nei gruppi Whatsapp) per informare e aprire gli occhi a tutti i vostri amici che vanno a fare la spesa!

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Kefir

Roma – Negli ultimi anni, sfogliando i social network o passeggiando tra gli scaffali dei grandi e scintillanti supermercati, sembra che l’intera umanità abbia improvvisamente trovato la panacea universale per tutti i suoi mali. Microbiota perfetto, intestino regolarissimo, infiammazioni debellate, picchi di glicemia abbattuti e difese immunitarie d’acciaio: secondo i guru del benessere e le aggressive campagne di marketing alimentare, la risposta a tutti questi enormi problemi di salute si troverebbe chiusa all’interno di una semplice bottiglietta. Stiamo parlando del famigerato Kefir, diventato in pochissimo tempo un vero e proprio “oggetto di culto” per milioni di consumatori. Ma siamo davvero di fronte a un miracoloso “superfood” capace di allungarci la vita, o ci troviamo davanti alla solita, ciclica e furbesca moda alimentare pompata dai media? A fare definitiva e spietata chiarezza, basandosi unicamente sui crudi studi scientifici, ci ha pensato il Professor Matteo Bassetti, celebre direttore della clinica di Malattie Infettive dell’ospedale Policlinico San Martino di Genova.

L’ossessione del Superfood: cos’è realmente il Kefir?

In un lungo e dettagliatissimo post sui suoi canali social, Bassetti ha deciso di separare chirurgicamente i fatti reali e dimostrabili dalle solite, pericolosissime esagerazioni della rete. Innanzitutto, partiamo dalle basi: «Il kefir è semplicemente un banale latte fermentato, estremamente ricco di batteri e lieviti naturali», spiega con pragmatismo l’infettivologo. Bassetti lo definisce senza dubbio «un alimento interessante» dal punto di vista nutrizionale, ma frena immediatamente gli entusiasmi spropositati: «Di miracoli, però, non se ne parla affatto».
La cruda verità, secondo l’illustre medico, è che il nostro corpo non si salva certo bevendo un bicchierino miracoloso al mattino. «Alla fine dei conti, probabilmente conta infinitamente di più il quadro generale in cui viviamo: avere un’alimentazione varia, mangiare molte fibre, frutta e verdura fresche, tantissimi legumi, fare una sana attività fisica quotidiana e condurre uno stile di vita equilibrato».

Microbiota e Glicemia: cosa dice davvero la Scienza

Andiamo ad analizzare i due grandi “miti” che ruotano attorno a questa bevanda. Sul tanto chiacchierato fronte del microbiota intestinale, Bassetti ammette che «le prove scientifiche condotte sull’uomo suggeriscono effettivamente che il kefir possa modificarne e migliorarne in parte la composizione. Tuttavia, gli studi umani sono ancora numericamente troppo pochi e, soprattutto, molto eterogenei tra loro per poter gridare al miracolo».
Diverso e più cauto è il discorso sulla gestione degli zuccheri nel sangue (la Glicemia): «C’è un segnale clinico interessante», spiega Bassetti citando «una recentissima metanalisi del 2025 condotta su ben 24 studi interventistici, la quale ha effettivamente trovato una lieve riduzione della glicemia a digiuno. Tuttavia, parliamo di una ‘bassa evidenza’ statistica, assolutamente non sufficiente per sostituire le cure tradizionali».

Il falso mito sul Colesterolo e le conclusioni di Bassetti

Sui presunti, miracolosi effetti di abbassamento del famigerato colesterolo e sulla perdita miracolosa di peso corporeo, Bassetti è categorico: le altissime aspettative dei consumatori vanno «immediatamente e drasticamente ridimensionate». Stesso discorso per chi spera di guarire magicamente dai disturbi gastrointestinali cronici: «Oggi non abbiamo affatto prove scientifiche sufficienti per poter affermare in sicurezza che il kefir ‘riequilibri l’intestino’ in modo universale e generale».
L’unico vero grande vantaggio accertato riguarda l’intolleranza al lattosio: essendo un prodotto altamente fermentato, il kefir risulta essere molto meglio tollerato a livello gastrico rispetto alla normale tazza di latte vaccino della colazione. La conclusione di Bassetti è una pietra tombale sull’illusione dei superfood esotici. Consiglia pragmaticamente a tutti: «Se ti piace il sapore, se lo tolleri bene e scegli un kefir ‘naturale’ (evitando quelli industriali pieni di tonnellate di zuccheri aggiunti per dargli sapore), può essere un ottimo alimento da inserire nella dieta. Ma se invece non lo bevi mai, stai tranquillo: non ti stai assolutamente perdendo un magico Elisir di lunga vita!».
Insomma, guai a credere alle favole del marketing: il vecchio, classico e forse meno “glamour” vasetto di Yogurt ha una solidissima e testata tradizione clinica alle spalle, e «non c’è alcun motivo per dare per scontato che il kefir gli sia magicamente superiore». Il verdetto è chiaro: Kefir sì. Miracoli no.

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