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Salute

Clima e psiche: sopravvivenza biologica e sopravvivenza mentale la nuova sfida della psicoanalisi per vincere il disorientamento esistenziale intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

Lucattini: “Particolarmente esposti a questo “cortocircuito” sono i giovani e gli adolescenti, chiamati a proiettare la propria esistenza nei prossimi cinquant’anni mentre l’incertezza climatica rende più difficile immaginare il proprio futuro. Quando l’orizzonte appare instabile e minaccioso, può venir meno quella fiducia di base che consente di desiderare, progettare e rappresentarsi nel tempo. È urgente chiedersi, allora, come sostenere la tenuta psichica di fronte a questo smarrimento e come favorire una nuova capacità di resistenza interiore e continuare a preservare con serenità la speranza”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Lucattini

Redazione-  Il cambiamento climatico ha smesso di essere una proiezione statistica a lungo termine per trasformarsi in una realtà accelerata e che desta preoccupazioni in moltissime persone. A dimostrarlo sono i recenti dati della letteratura scientifica unitamente al bollettino di casi sempre più frequenti di persone che stanno male evidenziato dagli esperti.

Una realtà percepita negli ultimi anni con una progressione non più lineare, ma esponenziale. Questo ritmo incalzante sta generando un fenomeno profondo e pervasivo: una crisi che non minaccia soltanto la sopravvivenza fisica del pianeta e dei suoi abitanti, ma che mette a rischio l’integrità stessa della mente di moltissime persone.

​Spiega Lucattini: “Il dibattito pubblico e istituzionale continua a concentrarsi soprattutto sugli aspetti tecnici, economici e ingegneristici della crisi climatica, come se il problema riguardasse soltanto la sopravvivenza biologica della Terra. Si parla ancora troppo poco di ciò che accade dal punto di vista esistenziale, intimo, e dei cambiamenti profondi che questa minaccia produce nel modo di percepire sé stessi e il proprio futuro. La psicoanalisi può offrire una chiave di lettura importante. La crisi climatica non incide soltanto sull’umore, ma può toccare la sensazione stessa di essere vivi, di avere un posto nel mondo e di poter continuare a credere con fiducia alla propria vita. Un disagio che diventa ancora più intenso quando si accompagna a difficoltà economiche concrete e alla fatica quotidiana di affrontare il domani”.

 

In questa intervista, Adelia Lucattini approfondisce le radici del nuovo disorientamento esistenziale, toccando diversi aspetti della vita e non solo degli adulti, ma anche dei giovani.

 

Dott.ssa Lucattini, partiamo da una constatazione: negli ultimi tre anni il cambiamento climatico non viene più vissuto come una tendenza progressiva, ma come un’accelerazione esponenziale. Dal punto di vista della salute mentale, cosa cambia nel modo in cui la psiche elabora questa rapidità?

 

Nei giovani questo sentimento è particolarmente intenso perché il 2050 o il 2075 non sono date lontane o astratte. Coincidono con la loro vita adulta, con il tempo in cui immaginano il lavoro, gli affetti, i viaggi e la possibilità di costruire una famiglia.

Uno studio pubblicato Proceedings of the National Academy of Sciences (2025), condotto su 2.834 giovani statunitensi tra i 16 e i 24 anni, ha mostrato che il disagio legato al clima è già presente in una parte consistente di questa generazione e può influenzarne le scelte future. Chi aveva vissuto direttamente eventi climatici estremi riportava livelli ancora più elevati di eco-ansia.

Anche una ricerca pubblicata su Nature Mental Health (2025) ha evidenziato come l’inazione politica e il senso di ingiustizia tra generazioni possano alimentare impotenza, rabbia e la sensazione di essere stati lasciati soli di fronte al futuro.

Bisogna però evitare di considerare automaticamente questa preoccupazione come una patologia. In molti casi, è una risposta comprensibile a un pericolo concreto. I giovani non hanno bisogno soltanto di essere rassicurati, ma di incontrare adulti e istituzioni capaci di riconoscere il problema, parlarne con chiarezza e offrire possibilità reali di partecipazione e di azione.

 

In che modo, l’incertezza sul futuro del clima altera, in particolare, i processi psichici profondi, soprattutto nelle nuove generazioni?

 

L’incertezza climatica modifica soprattutto il modo in cui si guarda al futuro, quando questo appare minacciato, tutto questo può essere accompagnato da paura, impotenza e da una sorta di lutto anticipatorio per un mondo che si teme di perdere prima ancora di averlo pienamente conosciuto.

Può incrinarsi anche la fiducia negli adulti e nelle istituzioni, vissuti come incapaci di proteggere il domani. Da qui, possono nascere rabbia, senso di tradimento, colpa per il proprio impatto sull’ambiente oppure una visione fatalistica, nella quale sembra che nulla possa davvero cambiare.

Il disagio climatico tende ad aumentare durante l’adolescenza, anche perché in questa fase cresce la capacità di immaginare scenari futuri complessi. Può quindi entrare nelle scelte concrete, influenzando lo studio, i viaggi, il luogo in cui vivere e persino la possibilità di avere figli, come rilevato da una ricerca pubblicata su (Nature Mental Health, 2025).

Il clima, però, non è soltanto qualcosa che accade fuori di noi. Ha a che fare con la vita stessa, con la sensorialità e con le dimensioni più profonde dell’inconscio. Il nostro immaginario si forma attraverso i suoni, i colori, le temperature, la luce e il ritmo delle stagioni, così come li abbiamo conosciuti fin dall’infanzia e come ci sono stati trasmessi dalle generazioni precedenti.

Quando questo ordine cambia rapidamente, viene meno una parte della familiarità del mondo. Si interrompe quella continuità degli eventi che contribuisce a farci sentire stabili e al sicuro. Da qui, possono nascere ansia, preoccupazione e un senso di precarietà esistenziale.

 

Il disorientamento esistenziale legato al clima non è solo un problema individuale, ma collettivo. Da un punto di vista psicoanalitico, come è possibile lavorare anche sul senso di isolamento che spesso accompagna chi sperimenta questo tipo di ansia e di angoscia?

 

Da un punto di vista soggettivo, è importante trasformare un’angoscia vissuta in solitudine in un’esperienza condivisa. La crisi climatica tocca anche l’inconscio collettivo, perché mette in discussione immagini profonde e comuni, la Terra come casa, il ritmo delle stagioni, la continuità tra le generazioni.

La solidarietà permette di dare parole alla paura, riconoscersi nell’esperienza degli altri e recuperare un senso di appartenenza e di possibilità d’azione. Uno studio pubblicato su BMJ Mental Health (2025) ha individuato proprio nel sostegno sociale, nella speranza e nel contatto con altri giovani preoccupati per il clima, importanti fattori protettivi. L’obiettivo, quindi, non è cancellare l’ansia, ma trasformarla da esperienza che paralizza in pensiero, in relazione e azione condivisa.

 

Secondo Lei, come si può restituire valore e vitalità alla psiche in questo scenario?

 

Per restituire vitalità alla psiche non basta cercare di ridurre l’ansia, bisogna aiutare le persone a ritrovare un rapporto armonioso con il mondo. Gregory Bateson, in Verso un’ecologia della mente, ci ricorda che la mente non è qualcosa di chiuso dentro l’individuo, ma nasce continuamente nelle relazioni, nel linguaggio, nella cultura e nel rapporto con la natura. Per questo, la crisi climatica riguarda anche il modo in cui sentiamo il nostro posto nel mondo e nel vivente.

L’introspezione è importante perché permette di riconoscere la paura, la rabbia e il senso di perdita. Ma queste emozioni non possono essere lasciate soltanto alla dimensione privata. La solidarietà serve proprio a evitare che il disagio venga vissuto come debolezza personale. La scuola e la famiglia possono avere un ruolo decisivo, offrendo spiegazioni chiare, adeguate all’età, senza negare il problema, ma anche senza trasformarlo in un cul-de-sac. Conoscere aiuta a dare un nome a ciò che altrimenti resta una sensazione di allarme confusa, mentre una verità condivisa con adulti affidabili è più facile da elaborare.

Servono poi azioni concrete, anche piccole. Agire permette di uscire dalla passività, recuperare un senso di efficacia e tornare a pensare il futuro non soltanto come qualcosa da temere, ma come uno spazio ancora possibile. Gli interventi più utili sembrano essere proprio quelli che uniscono educazione, espressione emotiva, contatto con la natura, legami di gruppo e partecipazione collettiva. In questo senso, conoscere, comprendere e agire possono avere una funzione terapeutica, perché aiutano a ricucire i legami che l’angoscia climatica tende a spezzare: con gli altri, con il mondo e con il proprio futuro (Journal of Adolescence, 2026).

 

Guardando ai prossimi decenni, quale ritiene debba essere la principale evoluzione dell’ascolto psicoanalitico per rispondere efficacemente a questa nuova frontiera del disagio umano?

 

la psicoanalisi può continuare ad aiutare le persone affinché superino questo senso di angoscia climatica, trasformando una paura indistinta in qualcosa che può essere riconosciuto, nominato e pensato. Non si tratta di rassicurare o di negare la gravità della situazione, ma di evitare che la minaccia occupi tutto lo spazio mentale e renda impossibile immaginarsi negli anni futuri.

Winnicott ha mostrato quanto il sentirsi vivi dipenda anche dall’esistenza di un ambiente sufficientemente affidabile. Quando il mondo esterno appare instabile e imprevedibile, può incrinarsi quella continuità interiore che consente di progettare, desiderare e sentire che la propria vita abbia una direzione. La relazione analitica può allora offrire un’esperienza di tenuta, nella quale la paura non deve essere nascosta e può essere attraversata senza diventare paralizzante.

Secondo lo psicoanalista statunitense contemporaneo Thomas Ogden, alcune esperienze sono inizialmente troppo vaste per essere elaborate e rimangono come sensazioni confuse, immagini catastrofiche o stati di allarme. È proprio nel lavoro psicoanalitico che possono trovare una forma e diventare pensabili.

Un articolo pubblicato sull’International Journal of Psychoanalysis (2025) ricorda che la crisi climatica riguarda sia il paziente sia l’analista, poiché vivono nel mondo, condividono i cambiamenti climatici e di vita, certamente ognuno in modo diverso. La psicoanalisi può essere davvero utile, poiché aiuta a guardare alla realtà senza esserne sopraffatti, a sopportare le fatiche dei cambiamenti, e riapre la possibilità di investire nella propria vita, negli affetti, nelle amicizie, nello studio, nel lavoro, nella famiglia. Di credere fortemente in un futuro personale e collettivo, da portare avanti e in parte ancora da costruire, riguardo i cambiamenti climatici che portano con sé cambianti, economici, sociali e culturali.

 

Quali consigli si sente di dare?

 

-Informarsi sempre e da più fonti attendibili;

 

-Non confondere la paura climatica con una patologia, va ascoltata e superata;

 

-Restare in contatto con ciò che dà un senso autentico alla propria vita, le emozioni profonde e le persone care;

 

-Parlarne con i genitori ed altre persone adulte in modo sincero, in modo da capire e affrontare i problemi;

 

-Trasformare la preoccupazione in partecipazione attiva per l’ambiente e per il clima.

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Salute

Israele- Una cornea stampata in 3d restituisce la vista ad un paziente

La fantascienza è diventata finalmente e miracolosamente realtà nelle sale operatorie, regalando una speranza enorme a milioni di malati in lista d’attesa in tutto il mondo! Una persona dichiarata clinicamente e legalmente cieca ha riaperto l’occhio e ha ricominciato incredibilmente a vedere grazie al perfetto impianto chirurgico di una “cornea stampata in 3D”. L’intervento storico è stato eseguito dai ricercatori del Rambam Health Care Campus di Haifa, in Israele. Utilizzando un’avveniristica stampante biologica, i medici sono riusciti a ricreare in laboratorio un sottilissimo e vitale innesto endoteliale (quello che mantiene l’occhio trasparente e ne pompa via i liquidi in eccesso). La notizia più sconvolgente? Con questa innovativa tecnologia, prelevando le cellule sane da una singola cornea donata, sarà possibile stampare centinaia di innesti, azzerando di fatto per sempre il gravissimo problema della carenza mondiale di tessuti per i trapianti. Leggi i dettagli di questo commovente miracolo della scienza nel nostro articolo esclusivo 👇

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Cornea

Haifa (Israele) – Riaprire gli occhi dopo lunghissimi, strazianti anni trascorsi inghiottiti da una fitta, opprimente nebbia grigia o nell’oscurità più totale, e riuscire improvvisamente a distinguere di nuovo e con estrema chiarezza i volti dei propri cari e i colori meravigliosi del mondo circostante. Quello che per secoli è stato poeticamente e religiosamente considerato un autentico miracolo divino inarrivabile per le capacità umane, oggi è diventato una strabiliante e tangibile realtà clinica, grazie al genio indiscusso, al coraggio e ai progressi inarrestabili della medicina moderna.
La clamorosa notizia medica che sta rapidamente e prepotentemente rimbalzando in tutti i reparti di oftalmologia dei principali continenti, accendendo una luce di immensa speranza nei cuori di milioni di malati, ha del fantascientifico. Una rivoluzionaria e iper-tecnologica “cornea stampata in 3D” (o biostampata) ha incredibilmente e definitivamente restituito la piena capacità visiva a un paziente che, fino al giorno prima di varcare la soglia della sala operatoria, era clinicamente e legalmente classificato come cieco nell’occhio trattato. Questo intervento chirurgico di portata storica, le cui fasi sono state seguite con il fiato sospeso dalla comunità internazionale, è stato magistralmente e con successo eseguito presso le avanzatissime sale operatorie del Rambam Health Care Campus di Haifa, in Israele, come parte integrante e cruciale di un attesissimo e rigoroso studio clinico sperimentale di fase 1.

Il problema mondiale dei trapianti e il miracolo della biostampa

Il risultato clinico strabiliante ottenuto dai geniali medici israeliani non si limita al pur enorme e commovente successo restituito al singolo, fortunato paziente operato, ma spalanca letteralmente una porta gigantesca su una prospettiva medica e logistica di portata globale e straordinaria. Ad oggi, infatti, il dramma più grande della chirurgia oftalmica è rappresentato dalla tragica e cronica carenza mondiale di tessuti oculari sani disponibili per il trapianto e prelevati da donatori deceduti.
Grazie all’utilizzo sperimentale di questa avveniristica tecnica di bio-stampa tridimensionale, le ferree e limitanti regole matematiche delle donazioni di organi vengono completamente riscritte, stravolte e demolite a favore dei pazienti in lista. In futuro, infatti, sarà possibile e sufficiente prelevare, isolare e coltivare le preziosissime cellule biologiche provenienti da una singola e unica cornea sana donata, per poi “stamparne” e riprodurne in un asettico laboratorio specializzato letteralmente centinaia di cloni e di minuscoli innesti perfetti e pronti all’uso. In altre parole, una singola donazione post-mortem non salverà la vista a una sola persona, ma potrà teoricamente, eticamente e clinicamente curare l’handicap visivo a centinaia di individui disperatamente fermi da anni in coda nelle logoranti liste d’attesa dei vari ospedali mondiali, riducendo drasticamente (e quasi azzerando) il problema insormontabile della carenza di tessuti umani compatibili.

Non un occhio finto, ma un capolavoro di micromeccanica endoteliale

Dietro la definizione mediatica e indubbiamente molto suggestiva e affascinante di “cornea stampata in 3D”, però, gli stessi autori dello studio hanno avvertito la stringente e corrette necessità scientifica di fare una dovuta, precisa e scrupolosissima precisazione tecnica ai non addetti ai lavori.
Durante il delicatissimo intervento non è stato fisicamente “fabbricato” ex novo, stampato e poi impiantato e cucito l’intero rivestimento trasparente ed esterno del bulbo oculare del paziente. La stampante biologica non produce un occhio finto di plastica come spesso credono i lettori dei romanzi di fantascienza. I macchinari di altissima precisione sono stati in realtà utilizzati per generare e riprodurre un sottilissimo, fragilissimo ma assolutamente vitale e fondamentale innesto endoteliale. Si tratta di un lembo cellulare infinitamente sottile, destinato dai chirurghi a sostituire specificamente e unicamente quello strato interno e microscopico di cellule specializzate che, all’interno del nostro occhio, svolge ininterrottamente il titanico lavoro di mantenere la cornea del tutto trasparente, funzionando come una sorta di minuscola pompa idraulica naturale che mantiene l’occhio costantemente e fisiologicamente libero da ogni nocivo e sfuocante eccesso di liquidi interni.

Le prospettive dello studio: un raggio di luce per il futuro

Il successo di questo primissimo e rischioso innesto in un occhio ormai compromesso e cieco segna l’avvio trionfale della cosiddetta “fase 1” del lunghissimo trial clinico israeliano, una fase che ha come obiettivo primario quello di testare e certificare l’assoluta sicurezza biologica e l’insorgenza di eventuali e pericolosi rigetti del materiale biostampato nei pazienti umani.
Il fatto che l’organismo della persona ricevente abbia perfettamente accettato, tollerato e “abbracciato” le nuove cellule stampate in laboratorio, riattivando la miracolosa e complessa catena di trasmissione della luce fino al nervo ottico e al cervello, significa che la strada tracciata dai ricercatori del Rambam Campus è quella corretta. Se i successivi, rigorosi e inevitabili passaggi burocratici e scientifici (le fasi 2 e 3 della sperimentazione) confermeranno nel tempo questa strabiliante efficacia e sicurezza sui grandi numeri, entro pochissimi decenni la cecità corneale potrebbe essere definitivamente derubricata da gravissimo e irrimediabile handicap permanente a semplice e rapida problematica medica, facilmente e velocemente risolvibile con un banale intervento ambulatoriale di routine. Un traguardo fantascientifico per cui l’intera umanità non può che esultare e ringraziare la scienza.

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Salute

Scattano oggi i nuovi ticket sanitari: cosa cambia per visite ed esami dal 21 settembre

Brutte sorprese in arrivo per chi deve prenotare una visita medica? Da oggi, lunedì 21 settembre, entra in vigore il nuovo e discusso tariffario del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che aggiorna i costi di centinaia di visite specialistiche ed esami. La notizia ha scatenato il panico tra le famiglie, ma c’è bisogno di fare chiarezza! Se è vero che per alcune visite di base (come quelle ortopediche, neurologiche o ginecologiche) chi paga per intero subirà un leggero aumento (da 25 a 26 euro), è altrettanto vero che il tetto massimo del ticket per singola ricetta rimane bloccato a 36,15 euro in quasi tutte le Regioni italiane. La notizia più importante riguarda i malati cronici, gli anziani e le fasce deboli: chi ha un’esenzione sanitaria valida, continuerà a non pagare un solo centesimo in più rispetto a ieri. Leggi tutti i dettagli sui veri costi (e su come difendersi) nel nostro approfondimento 👇

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Ticket sanitari

Roma – La preoccupazione strisciante per l’aumento inesorabile del costo della vita torna oggi a bussare pesantemente alla porta delle famiglie italiane, e questa volta lo fa colpendo uno dei diritti più sacri, fondamentali e inviolabili sanciti dalla nostra Costituzione: il diritto alla salute. A partire dalla mattinata odierna, lunedì 21 settembre 2026, è entrato ufficialmente e irrevocabilmente in vigore in tutta Italia il tanto discusso e temuto nuovo tariffario nazionale per le innumerevoli prestazioni mediche erogate dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
La notizia dell’aggiornamento dei costi ha immediatamente scatenato un’ondata di comprensibile panico e disorientamento tra i cittadini, specialmente tra gli anziani e le fasce di reddito più deboli, terrorizzati dall’idea di dover sborsare cifre insostenibili per curarsi. La gigantesca manovra ministeriale va a toccare direttamente e pesantemente il “listino prezzi” di oltre 448 prestazioni di specialistica ambulatoriale e ben 222 delicatissimi codici legati all’assistenza protesica. Ma prima di lasciarsi travolgere dall’ansia per questi rincari, è di vitale importanza fare chiarezza per capire esattamente quanto e come questi aumenti burocratici andranno effettivamente a incidere sul portafoglio del singolo paziente che si presenta allo sportello per prenotare un esame.

Il nuovo tariffario LEA: perché lo Stato ha alzato i prezzi

Il mastodontico decreto che entra in vigore oggi nasce da una necessità burocratica e amministrativa ben precisa: aggiornare formalmente le tariffe massime che il Servizio Sanitario Nazionale utilizza quotidianamente per remunerare le strutture sanitarie (sia i grandi ospedali pubblici che le innumerevoli cliniche private accreditate).
Questo delicato e complesso adeguamento dei costi, che prevede un aumento medio stimato del 5,8% sulle prestazioni mediche coinvolte, è stato ritenuto un passo obbligato dal Ministero per poter chiudere vecchi e spinosi contenziosi legali relativi ai rimborsi alle strutture private, e soprattutto per poter finalmente attuare i nuovi e aggiornati Livelli Essenziali di Assistenza (i famosi LEA). In parole povere, i costi dei macchinari medici, dei materiali e del personale sono aumentati negli anni a causa dell’inflazione, e lo Stato ha dovuto necessariamente adeguare il rimborso che riconosce ai centri diagnostici per evitare il collasso del sistema e la fuga dei privati dalle convenzioni pubbliche.

Tariffe contro Ticket: la verità sul tetto massimo regionale

Il punto cruciale che sta generando enorme confusione in queste ore è la netta differenza giuridica e contabile tra la “tariffa” e il “ticket”. L’aumento della tariffa (ovvero i soldi che lo Stato versa alla clinica) non si traduce in modo automatico ed equivalente in un aumento salassante del ticket (ovvero la quota di partecipazione alla spesa che il cittadino versa di tasca propria allo sportello dell’Asl).
Il ticket che paghiamo, infatti, rimane rigorosamente calmierato e regolato da precise norme nazionali e regionali a tutela del malato. La notizia più importante e rassicurante da tenere a mente oggi è che, nella stragrande maggioranza delle Regioni italiane, il limite massimo invalicabile del ticket per singola ricetta medica rimane saldamente bloccato e fissato a 36,15 euro. Questo significa, all’atto pratico, che se anche la nuova tariffa nazionale di un esame iper-tecnologico dovesse schizzare a 100 euro, il cittadino non esente continuerà comunque a pagare al massimo l’importo “tetto” di 36,15 euro previsto dalla propria giunta regionale, proteggendo così i risparmi familiari dai rincari più selvaggi.

Le visite specialistiche e gli esami: gli esempi pratici dei rincari

Nonostante le tutele del tetto massimo, per le prestazioni meno costose un leggero rincaro sarà purtroppo inevitabile per chi paga per intero la prestazione. Secondo le prime stime ministeriali, circa 8 prestazioni sanitarie su 10 non subiranno alcuna variazione di prezzo percepibile per il paziente. Tuttavia, per il restante 20% degli esami, il cittadino noterà la differenza al momento di strisciare il bancomat.
Facciamo alcuni esempi pratici e concreti che toccano la vita di tutti i giorni. Per le prime visite specialistiche classiche di base (come ad esempio la visita neurologica, la visita ginecologica di controllo o quella ortopedica), si registrerà un micro-incremento di circa 1 euro, portando il costo standard del ticket da 25 a 26 euro. Altre prestazioni molto comuni e diffuse, come un banale prelievo venoso per le analisi del sangue o una normale spirometria per il controllo polmonare, subiranno dei ritocchi infinitesimali, spesso calcolabili nell’ordine di pochissimi centesimi di euro. L’impatto economico maggiore e più avvertibile (per chi non è tutelato dal massimale regionale) si verificherà su esami combinati più complessi, come la prima visita cardiologica associata all’elettrocardiogramma (ECG), la cui tariffa base è stata sensibilmente rivista al rialzo per compensare i costi strumentali.

Le fasce deboli e le esenzioni: chi non pagherà un centesimo in più

In questo mare magnum di nuove tabelle, rincari burocratici e timori generalizzati, emerge una rassicurazione fondamentale e doverosa per le fasce più fragili della nostra società, che spesso rinunciano a curarsi proprio per l’impossibilità di sostenere le spese mediche.
Il Ministero ha garantito in modo categorico che tutti i cittadini regolarmente in possesso di un’esenzione sanitaria in corso di validità (sia essa legata a precisi limiti di reddito, all’età anagrafica, all’invalidità civile o alla presenza di patologie croniche e invalidanti) continueranno a non pagare assolutamente nulla. Chi aveva diritto a effettuare gratuitamente le prestazioni comprese nella propria esenzione fino a ieri, continuerà a farle gratuitamente anche da oggi in poi. In sintesi, sebbene il nuovo e aggiornato “listino prezzi” statale delle strutture sanitarie sia stato rivisto al rialzo per far quadrare i bilanci, per tantissimi malati italiani l’impatto economico effettivo allo sportello sarà fortunatamente nullo o ampiamente ammortizzato dalle leggi regionali. Curarsi resta un diritto di tutti, e non un privilegio per pochi.

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Salute

Scandalo nella sanità inglese: venti donne subiscono mastectomie non necessarie per un tragico errore medico

La fiducia nei medici curanti si è trasformata in un autentico e macabro incubo a occhi aperti! Una clamorosa inchiesta giornalistica del Daily Mail ha appena scoperchiato uno degli scandali medici più gravi, vergognosi e imperdonabili nella storia recente del Servizio Sanitario Nazionale britannico (il celebre NHS). I vertici ospedalieri d’oltremanica sono stati costretti ad ammettere pubblicamente una colpa inaudita: ben 20 donne in cura per patologie oncologiche hanno subito un inutile e devastante intervento di mastectomia (l’asportazione chirurgica totale del seno), senza averne in realtà alcuna reale o comprovata necessità clinica! A causa di diagnosi grossolane e del totale e prolungato fallimento dei protocolli di controllo della struttura, queste donne sono state sottoposte a una mutilazione fisica irreversibile per curare tumori che avrebbero tranquillamente potuto essere trattati in maniera conservativa. E il disastro è ben più grande: le indagini rivelano che altre centinaia di pazienti avrebbero subito danni a causa di cure sbagliate e negligenze nello stesso ospedale! Un tradimento assoluto che lascia addosso a venti vittime cicatrici fisiche e psicologiche incancellabili, aprendo ora la strada a cause di risarcimento milionarie. Scopri i dettagli agghiaccianti del dossier inglese nel nostro articolo completo 👇

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Mastectomia

Londra – La fiducia cieca e incondizionata che un paziente ripone nelle mani, nell’esperienza e nel camice bianco del proprio medico curante rappresenta uno dei legami umani e professionali più intimi, delicati e sacri in assoluto. Quando una donna si trova a dover affrontare il calvario devastante e terrorizzante di una diagnosi di cancro al seno, affida letteralmente la propria vita, il proprio corpo e il proprio futuro all’istituzione ospedaliera. Ma cosa succede quando quel santuario della scienza e della cura si trasforma improvvisamente nel teatro di un incubo clinico senza precedenti?
La clamorosa e raccapricciante inchiesta giornalistica, rimbalzata con prepotenza sulle prime pagine del Daily Mail, sta facendo tremare dalle fondamenta l’intero Servizio Sanitario Nazionale britannico (il celebre NHS), scatenando un’ondata di rabbia, indignazione e puro terrore tra l’opinione pubblica d’oltremanica. I vertici sanitari inglesi sono stati infatti costretti a fare i conti con uno degli scandali medici più gravi, vergognosi e imperdonabili della storia recente del Paese: ben venti donne hanno subìto la mutilazione chirurgica del proprio seno, sottoponendosi a interventi di mastectomia totale, senza averne in realtà alcuna reale e comprovata necessità clinica.

Il dramma inenarrabile: asportazioni del seno totalmente ingiustificate

Leggere i dettagli crudi di questo catastrofico fallimento medico fa letteralmente raggelare il sangue nelle vene. La mastectomia, ovvero l’asportazione chirurgica e radicale della mammella, è un intervento estremamente invasivo, doloroso e dal fortissimo impatto demolitivo, non solo sul piano prettamente fisico e anatomico, ma soprattutto su quello psicologico, emotivo e identitario della donna.
Le venti pazienti finite al centro di questo agghiacciante dossier credevano fermamente (sulla base delle diagnosi e dei raggelanti consulti forniti dai luminari del reparto oncologico) che il sacrificio estremo del proprio seno fosse l’unica via di fuga percorribile per estirpare il tumore e salvare la propria vita dalla morte certa. Invece, la tragica, inaccettabile e spietata verità, emersa solo a posteriori grazie a revisioni cliniche incrociate, ha rivelato un quadro clinico diametralmente opposto. I protocolli chirurgici adottati in quelle specifiche circostanze erano totalmente sproporzionati e ingiustificati: il cancro, ammesso che fosse presente e aggressivo nella forma ipotizzata, avrebbe potuto benissimo essere curato e tenuto sotto stretto controllo attraverso terapie farmacologiche mirate, cicli di radioterapia o, al limite, interventi chirurgici conservativi e di portata infinitamente minore, risparmiando così alle vittime un inutile e permanente scempio fisico.

L’ammissione di colpa e il collasso totale dei protocolli sanitari

La gravità inaudita di questo enorme scandalo risiede anche e soprattutto nella clamorosa ammissione di colpa ufficiale giunta direttamente dai vertici del trust ospedaliero coinvolto. Non si è trattato di un singolo, isolato e sfortunatissimo errore di valutazione commesso da un chirurgo disattento in sala operatoria, ma di un vero e proprio, prolungato e sistemico collasso dell’intera catena di controllo e dei protocolli di garanzia medica previsti dal severissimo sistema sanitario britannico.
Per mesi, se non per anni, le cartelle cliniche sono state lette e interpretate in maniera superficiale o grossolana, i comitati medici (che dovrebbero vagliare e autorizzare collegialmente ogni singolo intervento chirurgico di tale portata demolitiva) hanno incredibilmente e colpevolmente chiuso un occhio, e la catena di comando ha avallato la mutilazione di venti donne innocenti senza che nessun campanello d’allarme suonasse nei corridoi della direzione sanitaria. L’ammissione di questa mostruosa malpractice istituzionale ha di fatto azzerato, con un colpo di spugna, la credibilità faticosamente costruita in decenni di onorato servizio dall’NHS britannico.

Centinaia di pazienti danneggiate: la valanga di cause legali in arrivo

Eppure, l’asportazione chirurgica immotivata del seno rappresenta purtroppo soltanto la punta dell’iceberg, l’aspetto più macabro ed estremo di un’emergenza clinica di proporzioni ben più vaste e preoccupanti. Il report interno, infatti, ha scoperchiato un calderone fatto di centinaia di altre pazienti (coinvolte in percorsi di cura per patologie mammarie presso le medesime strutture finite sotto inchiesta) che avrebbero subìto gravi “danni” (harm, come lo definisce freddamente la burocrazia inglese) a causa di cure sbagliate, negligenze terapeutiche, ritardi diagnostici e diagnosi rivelatesi successivamente del tutto inesatte.
Mentre le autorità governative cercano disperatamente di correre ai ripari annunciando a gran voce inchieste interne indipendenti e promettendo di rivedere da zero i protocolli, le vite di queste venti donne sono ormai inevitabilmente e irrimediabilmente segnate. Le cicatrici fisiche che portano sul petto sono il doloroso e costante promemoria di un tradimento medico assoluto, mentre le ferite psicologiche richiederanno anni, forse decenni, di supporto psichiatrico per essere in qualche modo elaborate. Inevitabilmente, i migliori studi legali di Londra stanno già affilando le armi per imbastire cause di risarcimento danni multimilionarie, ma la triste verità è che non esisterà mai al mondo una cifra in denaro sufficientemente grande per restituire a queste donne la serenità, l’integrità del proprio corpo e la fiducia rubata per sempre dalle fredde corsie di un ospedale.

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