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Salute

Clima e psiche: sopravvivenza biologica e sopravvivenza mentale la nuova sfida della psicoanalisi per vincere il disorientamento esistenziale intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

Lucattini: “Particolarmente esposti a questo “cortocircuito” sono i giovani e gli adolescenti, chiamati a proiettare la propria esistenza nei prossimi cinquant’anni mentre l’incertezza climatica rende più difficile immaginare il proprio futuro. Quando l’orizzonte appare instabile e minaccioso, può venir meno quella fiducia di base che consente di desiderare, progettare e rappresentarsi nel tempo. È urgente chiedersi, allora, come sostenere la tenuta psichica di fronte a questo smarrimento e come favorire una nuova capacità di resistenza interiore e continuare a preservare con serenità la speranza”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Lucattini

Redazione-  Il cambiamento climatico ha smesso di essere una proiezione statistica a lungo termine per trasformarsi in una realtà accelerata e che desta preoccupazioni in moltissime persone. A dimostrarlo sono i recenti dati della letteratura scientifica unitamente al bollettino di casi sempre più frequenti di persone che stanno male evidenziato dagli esperti.

Una realtà percepita negli ultimi anni con una progressione non più lineare, ma esponenziale. Questo ritmo incalzante sta generando un fenomeno profondo e pervasivo: una crisi che non minaccia soltanto la sopravvivenza fisica del pianeta e dei suoi abitanti, ma che mette a rischio l’integrità stessa della mente di moltissime persone.

​Spiega Lucattini: “Il dibattito pubblico e istituzionale continua a concentrarsi soprattutto sugli aspetti tecnici, economici e ingegneristici della crisi climatica, come se il problema riguardasse soltanto la sopravvivenza biologica della Terra. Si parla ancora troppo poco di ciò che accade dal punto di vista esistenziale, intimo, e dei cambiamenti profondi che questa minaccia produce nel modo di percepire sé stessi e il proprio futuro. La psicoanalisi può offrire una chiave di lettura importante. La crisi climatica non incide soltanto sull’umore, ma può toccare la sensazione stessa di essere vivi, di avere un posto nel mondo e di poter continuare a credere con fiducia alla propria vita. Un disagio che diventa ancora più intenso quando si accompagna a difficoltà economiche concrete e alla fatica quotidiana di affrontare il domani”.

 

In questa intervista, Adelia Lucattini approfondisce le radici del nuovo disorientamento esistenziale, toccando diversi aspetti della vita e non solo degli adulti, ma anche dei giovani.

 

Dott.ssa Lucattini, partiamo da una constatazione: negli ultimi tre anni il cambiamento climatico non viene più vissuto come una tendenza progressiva, ma come un’accelerazione esponenziale. Dal punto di vista della salute mentale, cosa cambia nel modo in cui la psiche elabora questa rapidità?

 

Nei giovani questo sentimento è particolarmente intenso perché il 2050 o il 2075 non sono date lontane o astratte. Coincidono con la loro vita adulta, con il tempo in cui immaginano il lavoro, gli affetti, i viaggi e la possibilità di costruire una famiglia.

Uno studio pubblicato Proceedings of the National Academy of Sciences (2025), condotto su 2.834 giovani statunitensi tra i 16 e i 24 anni, ha mostrato che il disagio legato al clima è già presente in una parte consistente di questa generazione e può influenzarne le scelte future. Chi aveva vissuto direttamente eventi climatici estremi riportava livelli ancora più elevati di eco-ansia.

Anche una ricerca pubblicata su Nature Mental Health (2025) ha evidenziato come l’inazione politica e il senso di ingiustizia tra generazioni possano alimentare impotenza, rabbia e la sensazione di essere stati lasciati soli di fronte al futuro.

Bisogna però evitare di considerare automaticamente questa preoccupazione come una patologia. In molti casi, è una risposta comprensibile a un pericolo concreto. I giovani non hanno bisogno soltanto di essere rassicurati, ma di incontrare adulti e istituzioni capaci di riconoscere il problema, parlarne con chiarezza e offrire possibilità reali di partecipazione e di azione.

 

In che modo, l’incertezza sul futuro del clima altera, in particolare, i processi psichici profondi, soprattutto nelle nuove generazioni?

 

L’incertezza climatica modifica soprattutto il modo in cui si guarda al futuro, quando questo appare minacciato, tutto questo può essere accompagnato da paura, impotenza e da una sorta di lutto anticipatorio per un mondo che si teme di perdere prima ancora di averlo pienamente conosciuto.

Può incrinarsi anche la fiducia negli adulti e nelle istituzioni, vissuti come incapaci di proteggere il domani. Da qui, possono nascere rabbia, senso di tradimento, colpa per il proprio impatto sull’ambiente oppure una visione fatalistica, nella quale sembra che nulla possa davvero cambiare.

Il disagio climatico tende ad aumentare durante l’adolescenza, anche perché in questa fase cresce la capacità di immaginare scenari futuri complessi. Può quindi entrare nelle scelte concrete, influenzando lo studio, i viaggi, il luogo in cui vivere e persino la possibilità di avere figli, come rilevato da una ricerca pubblicata su (Nature Mental Health, 2025).

Il clima, però, non è soltanto qualcosa che accade fuori di noi. Ha a che fare con la vita stessa, con la sensorialità e con le dimensioni più profonde dell’inconscio. Il nostro immaginario si forma attraverso i suoni, i colori, le temperature, la luce e il ritmo delle stagioni, così come li abbiamo conosciuti fin dall’infanzia e come ci sono stati trasmessi dalle generazioni precedenti.

Quando questo ordine cambia rapidamente, viene meno una parte della familiarità del mondo. Si interrompe quella continuità degli eventi che contribuisce a farci sentire stabili e al sicuro. Da qui, possono nascere ansia, preoccupazione e un senso di precarietà esistenziale.

 

Il disorientamento esistenziale legato al clima non è solo un problema individuale, ma collettivo. Da un punto di vista psicoanalitico, come è possibile lavorare anche sul senso di isolamento che spesso accompagna chi sperimenta questo tipo di ansia e di angoscia?

 

Da un punto di vista soggettivo, è importante trasformare un’angoscia vissuta in solitudine in un’esperienza condivisa. La crisi climatica tocca anche l’inconscio collettivo, perché mette in discussione immagini profonde e comuni, la Terra come casa, il ritmo delle stagioni, la continuità tra le generazioni.

La solidarietà permette di dare parole alla paura, riconoscersi nell’esperienza degli altri e recuperare un senso di appartenenza e di possibilità d’azione. Uno studio pubblicato su BMJ Mental Health (2025) ha individuato proprio nel sostegno sociale, nella speranza e nel contatto con altri giovani preoccupati per il clima, importanti fattori protettivi. L’obiettivo, quindi, non è cancellare l’ansia, ma trasformarla da esperienza che paralizza in pensiero, in relazione e azione condivisa.

 

Secondo Lei, come si può restituire valore e vitalità alla psiche in questo scenario?

 

Per restituire vitalità alla psiche non basta cercare di ridurre l’ansia, bisogna aiutare le persone a ritrovare un rapporto armonioso con il mondo. Gregory Bateson, in Verso un’ecologia della mente, ci ricorda che la mente non è qualcosa di chiuso dentro l’individuo, ma nasce continuamente nelle relazioni, nel linguaggio, nella cultura e nel rapporto con la natura. Per questo, la crisi climatica riguarda anche il modo in cui sentiamo il nostro posto nel mondo e nel vivente.

L’introspezione è importante perché permette di riconoscere la paura, la rabbia e il senso di perdita. Ma queste emozioni non possono essere lasciate soltanto alla dimensione privata. La solidarietà serve proprio a evitare che il disagio venga vissuto come debolezza personale. La scuola e la famiglia possono avere un ruolo decisivo, offrendo spiegazioni chiare, adeguate all’età, senza negare il problema, ma anche senza trasformarlo in un cul-de-sac. Conoscere aiuta a dare un nome a ciò che altrimenti resta una sensazione di allarme confusa, mentre una verità condivisa con adulti affidabili è più facile da elaborare.

Servono poi azioni concrete, anche piccole. Agire permette di uscire dalla passività, recuperare un senso di efficacia e tornare a pensare il futuro non soltanto come qualcosa da temere, ma come uno spazio ancora possibile. Gli interventi più utili sembrano essere proprio quelli che uniscono educazione, espressione emotiva, contatto con la natura, legami di gruppo e partecipazione collettiva. In questo senso, conoscere, comprendere e agire possono avere una funzione terapeutica, perché aiutano a ricucire i legami che l’angoscia climatica tende a spezzare: con gli altri, con il mondo e con il proprio futuro (Journal of Adolescence, 2026).

 

Guardando ai prossimi decenni, quale ritiene debba essere la principale evoluzione dell’ascolto psicoanalitico per rispondere efficacemente a questa nuova frontiera del disagio umano?

 

la psicoanalisi può continuare ad aiutare le persone affinché superino questo senso di angoscia climatica, trasformando una paura indistinta in qualcosa che può essere riconosciuto, nominato e pensato. Non si tratta di rassicurare o di negare la gravità della situazione, ma di evitare che la minaccia occupi tutto lo spazio mentale e renda impossibile immaginarsi negli anni futuri.

Winnicott ha mostrato quanto il sentirsi vivi dipenda anche dall’esistenza di un ambiente sufficientemente affidabile. Quando il mondo esterno appare instabile e imprevedibile, può incrinarsi quella continuità interiore che consente di progettare, desiderare e sentire che la propria vita abbia una direzione. La relazione analitica può allora offrire un’esperienza di tenuta, nella quale la paura non deve essere nascosta e può essere attraversata senza diventare paralizzante.

Secondo lo psicoanalista statunitense contemporaneo Thomas Ogden, alcune esperienze sono inizialmente troppo vaste per essere elaborate e rimangono come sensazioni confuse, immagini catastrofiche o stati di allarme. È proprio nel lavoro psicoanalitico che possono trovare una forma e diventare pensabili.

Un articolo pubblicato sull’International Journal of Psychoanalysis (2025) ricorda che la crisi climatica riguarda sia il paziente sia l’analista, poiché vivono nel mondo, condividono i cambiamenti climatici e di vita, certamente ognuno in modo diverso. La psicoanalisi può essere davvero utile, poiché aiuta a guardare alla realtà senza esserne sopraffatti, a sopportare le fatiche dei cambiamenti, e riapre la possibilità di investire nella propria vita, negli affetti, nelle amicizie, nello studio, nel lavoro, nella famiglia. Di credere fortemente in un futuro personale e collettivo, da portare avanti e in parte ancora da costruire, riguardo i cambiamenti climatici che portano con sé cambianti, economici, sociali e culturali.

 

Quali consigli si sente di dare?

 

-Informarsi sempre e da più fonti attendibili;

 

-Non confondere la paura climatica con una patologia, va ascoltata e superata;

 

-Restare in contatto con ciò che dà un senso autentico alla propria vita, le emozioni profonde e le persone care;

 

-Parlarne con i genitori ed altre persone adulte in modo sincero, in modo da capire e affrontare i problemi;

 

-Trasformare la preoccupazione in partecipazione attiva per l’ambiente e per il clima.

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Salute

Schiavi delle notifiche e logorati dallo stress: lo Psicologo Claudio Belardo ci insegna come guarire dalla pericolosa “Iperconnessione Digitale”

“Mal di testa, insonnia e collo bloccato? È colpa dell’Iperconnessione! Il tuo corpo ti sta urlando di staccare gli occhi da quello Smartphone!”. Gli utilissimi consigli dello Psicologo Claudio Belardo! 📱 🧠 Vi siete mai fermati a contare quante ore passate ogni giorno con gli occhi fissi sullo schermo luminoso del vostro cellulare? Tra notifiche continue, messaggi di WhatsApp, e-mail di lavoro a mezzanotte e lo “scorrimento” compulsivo sui social network prima di andare a dormire… ci stiamo letteralmente esaurendo! La mente va in “sovraccarico cognitivo” e genera stress, ansia fortissima e insonnia cronica. E sapete chi paga il prezzo di questa “tossicodipendenza digitale”? Il nostro corpo! A lanciare questo importante allarme sociale è il Dottor Claudio Belardo, brillante Psicologo clinico iscritto all’Albo della Regione Campania: “Quando la mente subisce passivamente gli effetti dell’iper-stimolazione virtuale, l’organismo risponde irrigidendosi per la tensione!”. Non a caso, al giorno d’oggi, siamo tutti pieni di dolori cervicali, respiro corto e muscoli contratti! Ma come si guarisce da questo “Logorio della Rete”? Lo Psicologo Belardo ci regala 3 semplici e preziosi Consigli pratici basati sulla scienza. Il primo fra tutti è il coraggio di fare il “Digital Detox”: bisogna imparare a spegnere tutto (telefonini e tablet) almeno un’ora prima di andare a dormire nel letto, o mentre si sta a tavola per mangiare con la famiglia! Leggi tutti gli altri fondamentali consigli terapeutici del Dottor Belardo nel nostro approfondimento completo! 👇 👁️ E voi riuscite mai a staccare la spina da internet e dalle chat? Oppure siete tra quelli che tengono il cellulare sul comodino tutta la notte e lo guardano appena aprono gli occhi la mattina? Diteci le vostre abitudini nei commenti e condividete questo post per “svegliare” i vostri amici!

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Claudio Belardo

Napoli – Ammettiamolo con feroce onestà: qual è l’ultimissima cosa che i nostri occhi guardano ogni sera prima di chiudersi per la stanchezza, e qual è la primissima cosa che cerchiamo disperatamente sul comodino appena ci svegliamo? Esatto, lo schermo illuminato del nostro smartphone. Viviamo in un’epoca in cui siamo perennemente “connessi” al mondo intero, ma ci stiamo tragicamente sconnettendo da noi stessi.
L’iperconnessione quotidiana, l’uso massiccio e compulsivo di cellulari, tablet e computer stanno letteralmente ridisegnando (e spesso distruggendo) i delicatissimi confini del nostro benessere mentale. Il flusso costante e bombardante di e-mail, messaggi WhatsApp, video sui social e notifiche a cui siamo sottoposti 24 ore su 24 non distrugge solo i nostri livelli di attenzione, ma genera nuove e logoranti forme di stress cronico. Un male silenzioso che colpisce violentemente e contemporaneamente sia la nostra sfera emotiva che quella biologica.

Il sovraccarico da schermo: quando la mente si “brucia”

A fare chiarezza su questa spaventosa deriva sociale, attraverso una preziosa opera di divulgazione scientifica, è lo Psicologo Dott. Claudio Belardo (brillante professionista clinico iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Campania, Sezione A, n. 10728), da anni impegnato in prima linea nello studio delle dinamiche relazionali e dell’impatto distruttivo della tecnologia sulla nostra psiche.
I dati della letteratura scientifica internazionale parlano chiaro, e fanno paura: il “sovraccarico cognitivo da schermo” è oggi direttamente e matematicamente correlato all’aumento vertiginoso di attacchi d’ansia, depressione, alterazioni pesanti del ritmo sonno-veglia (l’insonnia dilagante) e dolorose somatizzazioni corporee.

L’allarme di Belardo: “Evitiamo la disconnessione corporea”

Il Dottor Belardo fotografa la situazione con una lucidità disarmante: «Mente e corpo sono strettamente e indissolubilmente interconnessi: quando la mente umana subisce passivamente gli effetti devastanti dell’iper-stimolazione virtuale, il nostro organismo risponde irrigidendosi per la tensione». L’ansia da schermo si trasforma in muscoli contratti e respiro affannato.
«Saper riconoscere tempestivamente i primissimi segnali di questo disagio psicofisico» – avverte lo specialista campano – «è il primo e fondamentale passo essenziale per evitare la cosiddetta disconnessione corporea e ritrovare un corretto e sano equilibrio biologico ed emotivo».

I Tre Consigli d’Oro per salvarsi dal logorio della rete

Per preservare la nostra salute dal veleno della rete, lo psicologo Claudio Belardo suggerisce a tutti noi tre strategie preventive e pratiche, basate su rigorose evidenze scientifiche:

1. Pianifica il tuo “Digital Detox”: Bisogna avere il coraggio di staccare la spina. Stabilisci finestre temporali precise, rigorose e “sacre” (ad esempio un’ora prima di andare a dormire, o durante i pasti in famiglia) che siano totalmente prive di dispositivi digitali. Il tuo sistema nervoso ringrazierà riducendo il carico di stress.

2. Ascolta il grido del tuo corpo: Presta un’attenzione maniacale a sintomi apparentemente banali come il respiro corto, il mal di testa, la rigidità cervicale o la tensione muscolare mentre usi gli schermi. Il corpo ti sta parlando. E se questo disagio diventa invalidante, metti da parte l’orgoglio ed è importante rivolgersi a un professionista della salute psicologica per iniziare un percorso clinico in studio.

3. Scegli il Movimento Consapevole: L’essere umano non è fatto per stare piegato tutto il giorno con il collo su uno schermo luminoso. Integra nella tua routine quotidiana un’attività fisica vera e strutturata. Il sano movimento del corpo umano (sempre guidato dalle figure professionali competenti del settore motorio) rappresenta un gigantesco alleato biologico per scaricare la rabbia, allentare le tensioni accumulate e sconfiggere la mortale sedentarietà digitale.

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Salute

Vaccini e paura dopo la tragedia della difterite in Sicilia. Gli Assistenti Sanitari: “Le multe non bastano, serve ascolto umano”

Morire di Difterite a soli 4 anni nel 2026 è una tragedia inaccettabile! Ma punire i genitori spaventati con multe salatissime è davvero la soluzione giusta? Il monito degli Assistenti Sanitari: “Serve rassicurazione e umanità, non solo fredda coercizione!” 💉 💔 La recentissima e drammatica morte di una bimba per difterite in Sicilia, e il preoccupante calo dei vaccini sull’Isola, hanno spinto la Regione a varare un rigido “pugno di ferro”: convocazioni coatte e multe salate per le famiglie inadempienti! Ma l’ASNAS (Associazione Nazionale Assistenti Sanitari) invita tutti a una profondissima e delicata riflessione: le multe burocratiche non bastano per sconfiggere la paura! “Nelle famiglie già sfiduciate”, spiegano gli esperti dell’Asnas, “un intervento percepito come puramente punitivo e coercitivo rischia di irrigidire le posizioni invece che convincere. Le sanzioni non intercettano i genitori che hanno davvero paura o che sono finiti vittime della disinformazione online! Per loro serve ascolto umano, pazienza e assenza totale di pregiudizio!”. La maggior parte dei bambini non vaccinati, infatti, non appartiene a famiglie “ideologicamente No-Vax”, ma a genitori disorientati o a fasce deboli che non hanno accesso ai servizi (come nel caso del quartiere ZEN di Palermo, il cui ambulatorio vaccinale era incomprensibilmente chiuso dal 2019 ed è stato finalmente riaperto!). Il grido dell’Associazione alle Istituzioni è chiaro: “Basta spaccare la società in tifoserie! Investite negli Assistenti Sanitari per ricostruire un rapporto di fiducia umana e portare la prevenzione lì dove le multe e i controlli non arriveranno mai!”. Leggi la lucida e profonda analisi nel nostro articolo! 👇 👩‍⚕️ Siete d’accordo con gli Assistenti Sanitari? Per convincere un genitore spaventato dai vaccini è più utile mandargli una multa a casa, oppure offrirgli un incontro privato con un professionista in grado di rassicurarlo e ascoltare le sue enormi paure senza giudicarlo? Qual è la vostra opinione? Scrivetela nei commenti e condividete questo interessantissimo dibattito!

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Vaccino difterite

Redazione  – Morire di difterite a soli quattro anni, nel cuore dell’Italia e dell’Europa del ventunesimo secolo, è una tragedia inaccettabile che lacera le coscienze e impone una profondissima riflessione su come il nostro sistema sanitario dialoga con i cittadini. Il recente e drammatico lutto avvenuto in Sicilia, accompagnato dall’allarmante calo delle coperture vaccinali sull’Isola, ha spinto le Istituzioni regionali a correre immediatamente ai ripari, varando un rigido pacchetto di misure basato su convocazioni obbligatorie, appuntamenti fissati d’ufficio e pesantissime sanzioni per le famiglie inadempienti.
Ma la paura di un genitore può davvero essere cancellata con la minaccia di una multa pecuniaria? A rispondere a questo delicato interrogativo è intervenuta con grandissima lucidità ed empatia l’Asnas (l’Associazione Nazionale Assistenti Sanitari), che lancia un messaggio cruciale ai vertici della sanità: le sanzioni non bastano, la vera prevenzione si costruisce unicamente insieme a chi è in grado di ricostruire, giorno dopo giorno, un rapporto di fiducia umana e professionale sul territorio.

La voce dell’Asnas: “La coercizione irrigidisce i genitori”

Sul fronte delle multe e delle convocazioni coatte, l’Asnas non nega certo la validità legale dei provvedimenti. «Sono strumenti del tutto legittimi, che rispondono a un preciso obbligo di legge», ricordano i vertici dell’Associazione. Tuttavia, c’è un enorme “ma” psicologico e sociologico da affrontare, avvalorato dalle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla fresca e dolorosa esperienza della recente pandemia.
«L’evidenza mostra in maniera inequivocabile che, nelle famiglie già profondamente sfiduciate, un intervento statale percepito come puramente coercitivo e punitivo rischia fortemente di irrigidire ulteriormente le posizioni, invece di convincere e rassicurare», spiegano gli esperti. Le multe, insomma, possono certamente spingere ad adempiere i genitori che erano semplicemente disorganizzati o sbadati, ma «non intercettano, da sole, chi ha davvero paura, chi ha subito una feroce disinformazione online o chi non si fida più delle istituzioni. Per tutte queste famiglie serve un lavoro relazionale e umano che i freddi controlli burocratici non potranno mai sostituire».

Non ideologia, ma esitazione: il caso emblematico dello ZEN

Il dibattito pubblico tende troppo spesso a dividere la società in tifoserie opposte, etichettando tutti i non vaccinati come fanatici ideologici. La realtà, però, è ben diversa. La stragrande maggioranza dei genitori che oggi non protegge i propri figli lo fa semplicemente per esitazione, per la mancanza di un’informazione chiara e accessibile. Una copertura vaccinale contro la difterite ferma all’85% in Sicilia significa che il 15% dei bambini resta quotidianamente esposto a una forma gravissima e potenzialmente letale della malattia. «La priorità assoluta non è dividere il campo tra tifoserie», ribadisce Asnas, «ma spiegare con infinita pazienza il vitale rapporto tra i rischi e i benefici».
A volte, il problema è semplicemente l’assenza dello Stato sul territorio. L’Asnas valuta infatti in modo estremamente positivo la riapertura, decisa in queste ore dalla task force regionale, del centro vaccinale dello ZEN di Palermo (incomprensibilmente chiuso dal lontano 2019). «È la conferma sul campo di quanto i servizi vicini alle persone facciano un’enorme differenza», ha sottolineato Elena Nichetti, presidente nazionale Asnas.

Dalla burocrazia al calore umano: il ruolo dell’Assistente

In un tessuto sociale così frammentato, il contributo specifico dell’Assistente sanitario diventa la vera chiave di volta per salvare vite umane. Lo spiega magnificamente Luigi Vitale, Presidente Asnas Sicilia: «Counselling motivazionale, chiamata attiva, ascolto empatico e totale assenza di giudizio, capacità di trasformare un freddo dato anagrafico in un contatto reale e rassicurante con una famiglia».
Incrociare i dati dei Pronto Soccorso per scovare i non vaccinati è utilissimo, ma «un dato serve a qualcosa solo se c’è un operatore umano che può trasformarlo in un percorso di recupero». Per questo motivo, l’accorato appello dell’Asnas alle Istituzioni chiede che il rafforzamento sanitario in corso in Sicilia non si limiti agli strumenti di polizia e di controllo, ma si traduca in un investimento stabile e massiccio negli Assistenti sanitari.
Perché, come chiosa saggiamente la presidente Nichetti: «Le regole scritte tutelano la collettività. Ma è solo la relazione umana, costruita faticosamente ogni giorno da chi lavora sul territorio, a portare la prevenzione vitale lì dove i controlli, da soli, non arriveranno mai».

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Salute

Rientro a scuola: tra desiderio di autonomia e ansie di separazione intervento di Adelia Lucattini sulle sfide emotive, la crescita e il benessere degli studenti

Lucattini: “L’ascolto attivo e il dialogo empatico dei genitori aiutano i figli a superare l’ansia da rientro, una reazione iniziale del tutto normale, transitoria e destinata a risolversi con il naturale adattamento”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Ritorno a scuola

Redazione-  Il ritorno in classe rappresenta per bambini e adolescenti molto più di una semplice ripresa della routine quotidiana, è una fase di profonda trasformazione emotiva in cui si mescolano il desiderio di crescita, le aspettative per il futuro e la nostalgia del tempo trascorso con la famiglia durante le vacanze. Accompagnare i più piccoli in questo delicato passaggio significa sapere ascoltare i loro bisogni, accogliere le paure senza drammatizzarle ed essere punti di riferimento stabili.

La psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA), al riguardo, in questa intervista. ci guida alla scoperta delle dinamiche psicologiche legate al rientro a scuola, offrendo ai genitori chiavi di lettura preziose e consigli pratici per vivere questa transizione con serenità, fiducia e vicinanza affettiva.

Dott.ssa Lucattini, con la fine dell’estate e la ripresa delle lezioni, per molti bambini e ragazzi si riaprono le porte della Scuola. Quali sono le emozioni prevalenti che caratterizzano questo momento e come si manifestano?

 

Il rientro a scuola è quasi sempre accompagnato da emozioni contrastanti, accanto alla curiosità, al piacere di ritrovare i compagni e al desiderio di tornare alle proprie attività, possono comparire nostalgia per il tempo delle vacanze, paura dei voti e una vera e propria ansia da separazione. È un’ambivalenza fisiologica, poiché ogni ripresa comporta sia un ritorno a qualcosa di conosciuto, che l’inizio di un “nuovo” anno scolastico.

Nei bambini più piccoli, che iniziano o frequentano la Scuola Primaria (materna) queste emozioni si esprimono spesso nel corpo e con il comportamento, hanno ad esempio, difficoltà ad addormentarsi, mal di pancia, mal di testa, maggiore bisogno di vicinanza ai genitori, pianto al momento del distacco, sia a casa, che all’ingresso a scuola. Nei bambini più grandi l’ansia può essere meno evidente e assumere la forma di insofferenza, stanchezza, preoccupazione, a volte del tutto immotivata, per il rapporto con i compagni di classe. Nell’età evolutiva molto spesso, l’ansia viene somatizzata o diviene iperattività fisica, soltanto nella preadolescenza è riconosciuta e verbalizzata con chiarezza (British Journal of Psychiatry Open, 2025).

 

Per molti genitori, l’ansia o il pianto dei figli all’idea di tornare in classe possono tuttavia essere fonte di grande preoccupazione. Quando il pianto o l’ansia legati al ritorno in classe rientrano nella norma e quando invece, diventano campanelli d’allarme?

 

Il pianto, da solo, non è un indicatore di un qualche disturbo, in generale è una manifestazione naturale. Un bambino può piangere perché in quel momento la separazione è emotivamente faticosa e, pochi minuti dopo, entra in classe, si interessa a ciò che succede trascorrendo serenamente la giornata scolastica. In questi casi, il pianto è un modo per scaricare la tensione ed esprimere il conflitto  tra desiderio di restare con i genitori e curiosità per la scuola, che il bambino non riesce a comprendere. È generalmente rassicurante quando l’ansia diminuisce progressivamente, quando il bambino riesce comunque a entrare a scuola, mantiene interesse per i compagni e per le attività e, una volta avvenuta la separazione, ritrova un proprio equilibrio.

È importante soprattutto non entrare in una spirale nella quale l’ansia del bambino allarma i genitori e li rende ansiosi, naturalmente, se il disagio persiste per oltre tre mesi, interferisce con la frequenza scolastica e turba la vita familiare, in questi casi, è utile confrontarsi con la scuola ed eventualmente valutare anche un consulto con uno specialista dell’età evolutiva (Frontiers in Psychology, 2025).

 

Come si riflette, in particolare, nel comportamento quotidiano il conflitto tra il desiderio di crescita e il timore del distacco e quali accorgimenti i genitori possono adottare al riguardo, senza forzature e ansie?

 

La crescita non procede mai come una linea retta, è piuttosto un movimento a spirale con ritorni e progressioni in avanti. I bambini possono avere bisogno di rendersi autonomi e allo stesso tempo di sapere che mamma e papà sono sempre lì per loro. Questa oscillazione tra autonomia e dipendenza non è una contraddizione patologica, ma una caratteristica propria dello sviluppo.

Nei periodi di cambiamento, come l’inizio della scuola, possono comparire anche piccole regressioni, con maggiore richiesta di attenzione, bisogno di rituali che sembravano superati, difficoltà a separarsi o atteggiamenti oppositivi. Talvolta, l’oppositività stessa è un modo per mettere alla prova la solidità del legame e verificare inconsciamente se sia possibile desiderare di andare a scuola senza perdere l’amore dei genitori.

Il ruolo dei genitori non è accelerare la separazione, ma renderla possibile, cioè offrire piccole autonomie proporzionate all’età, senza sostituirsi al bambino, ma neppure ritirando bruscamente la propria presenza amorevole. Sollecitare un bambino a comportarsi da grande o negare la sua paura rischia di trasformare una difficoltà momentanea in un sentimento di inadeguatezza. È molto più utile riconoscere l’emozione e contemporaneamente trasmettere fiducia, comprendendo la paura senza confermare l’idea che la situazione sia pericolosa (Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2025).

In questo delicato percorso di accompagnamento, quanto è determinante il ruolo della comunicazione tra genitori e figli e quali atteggiamenti pratici possono realmente fare la differenza?

 

È fondamentale, a condizione di non confondere la comunicazione con l’interrogatorio. I bambini hanno bisogno di sentire che i genitori sono interessati a ciò che vivono, ma anche di poter avere uno spazio psichico proprio, non continuamente indagato o controllato.

Fare domande molto insistenti appena il figlio esce da scuola porta a una chiusura o a risposte banali. È più efficace cominciare a parlare di se stessi e della propria giornata perché il racconto del bambino emerga spontaneamente, magari durante il tragitto verso casa, a tavola o mentre si fanno i compiti.

La funzione più importante del genitore è quella di aiutare il figlio a trasformare un’emozione in qualcosa che può essere pensato e raccontato, questo significa ascoltare senza minimizzare, ma anche senza amplificare, riconoscere che la giornata è stata difficile e lasciare che il bambino trovi, con il proprio tempo, le parole per spiegarne il perché.

Una ricerca pubblicata su Developmental Psychology (2025) ha mostrato quanto parlare con i figli di come si sentano, ascoltarli con pazienza, spiegare senza interrompere, è associato ad un miglioramento delle reazioni ansiose.

 

Come può la ritualità quotidiana dell’accompagnamento e del ritorno giovare al bambino nella stabilità del suo mondo affettivo e familiare?

 

I rituali hanno una funzione psicologica molto importante perché rendono prevedibile ciò che emotivamente può essere difficile. Il saluto del mattino, il percorso verso scuola, lo stesso modo di salutarsi, così come il momento in cui ci si rincontra nel pomeriggio, costruiscono una cornice affettiva e danno un ritmo al tempo riconoscibile, stabile. Il bambino fa così l’esperienza che ci si può lasciare,  ma che poi, ci si ritrova e si sta insieme.

Dal punto di vista psicoanalitico, questa prevedibilità sostiene progressivamente la capacità del bambino di conservare dentro di sé la sicurezza del legame anche quando il genitore non è fisicamente presente. Il rito diventa così una sorta di ponte tra presenza e assenza, tra casa e scuola.

Per questo, è prezioso anche un piccolo rituale del ritorno, come una merenda insieme, qualche minuto tranquillo o il tempo di riappropriarsi della casa e della cameretta, prima di iniziare compiti e attività (Journal of Family Psychology, 2026).

 

Nei casi in cui il rientro a scuola coincida con un passaggio scolastico particolarmente impegnativo, come il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria o dalle elementari alle medie, in che modo cambiano le dinamiche legate all’ansia da separazione e come può evolvere il rito dell’accompagnamento?

Ogni passaggio scolastico comporta un piccolo trauma, nel passaggio dalla Scuola dell’Infanzia alla Primaria è ancora molto presente la separazione concreta dalle figure familiari, insieme al timore per un ambiente più richiedente, nuove regole e nuovi compagni. I genitori continuano quindi a rappresentare un punto di riferimento molto forte.

Anche il rito dell’accompagnamento deve evolvere, con un bambino piccolo può significare arrivare insieme fino all’ingresso della scuola. Crescendo può diventare accompagnarlo da lontano, lasciando che si incontri con gli amici prima dell’ingresso. È importante che questa trasformazione avvenga gradualmente, non si può sparire improvvisamente.

L’obiettivo è che la presenza concreta del genitore possa lentamente diventare una presenza interiorizzata. Il bambino e poi l’adolescente, possono progressivamente sentire di avere dentro se stessi una base affettiva sufficientemente sicura da permettere loro di affrontare nuove esperienze anche senza la presenza fisica dei genitori. Le ricerche più recenti sui passaggi di ciclo scolastico confermano quanto la qualità dei legami con i compagni e con l’ambiente scolastico siano fattori importanti per il benessere psicologico (School Mental Health, 2025).

Quali consigli si sente di dare per affrontare al meglio questo nuovo anno scolastico?

-Ricordare che un po’ di ansia all’inizio della scuola è normale e, nella maggior parte dei casi, passeggera, che non è una malattia e tende ad attenuarsi con il tempo e con l’adattamento;

-Avere pazienza e cercare di comprendere ciò che il bambino sta vivendo, senza minimizzare la sua paura ma senza amplificarla;

-Mantenere costanti le abitudini quotidiane, soprattutto l’accompagnamento a scuola e il momento del ritorno a casa. La prevedibilità aiuta il bambino a sentirsi sicuro e capace di farcela;

-Evitare di tartassare il bambino di domande appena esce da scuola. È più utile creare dei momenti tranquilli, senza tecnologia, in cui possa raccontare spontaneamente quello che ha vissuto o è successo a scuola,  e sentirsi ascoltato;

-Mantenere un rapporto fiducioso e collaborativo con la Scuola. La continuità tra famiglia e insegnanti offre al bambino una base di sicurezza e serenità molto solido;

-Se l’ansia non si attenua e persiste per oltre tre mesi e interferisce con la frequenza scolastica, il sonno, le relazioni o la vita quotidiana, è opportuno consultare uno psicoanalista dell’età evolutiva.

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