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Salute

IL CICLO MESTRUALE; IL TABÙ CHE CONTINUA A SPAVENTARE LE RAGAZZE AFGHANE

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Redazione-  In Afghanistan, il ciclo mestruale è ancora considerato da molti una vergogna, non un fenomeno naturale del corpo femminile. Per tante ragazze, la prima mestruazione non arriva con consapevolezza e serenità, ma con paura, vergogna e senso di colpa. Crescono in una società dove parlare del corpo della donna è quasi proibito e dove persino pronunciare la parola “mestruazioni” viene visto come qualcosa di indecente.

Molte ragazze ricordano il loro primo ciclo come uno dei momenti più traumatici della vita. Non perché il dolore fisico sia insopportabile, ma perché nessuno aveva spiegato loro cosa stesse accadendo. Alcune pensano di essere malate, altre credono di aver fatto qualcosa di sbagliato. Tante madri, cresciute a loro volta nel silenzio e nella paura, trasmettono inconsciamente la stessa vergogna alle figlie.

In Afghanistan basta che una donna pubblichi un post sui social parlando del ciclo mestruale perché sotto compaiano insulti, derisioni e accuse di immoralità. Molti uomini considerano ancora il semplice parlare delle mestruazioni una mancanza di pudore. Vogliono che il corpo femminile resti invisibile, silenzioso, nascosto — anche quando soffre.

La parte più triste è che molte ragazze finiscono per sentirsi “sporche” o “impure” durante il ciclo. Imparano sin da piccole a nascondere gli assorbenti, a non parlare del dolore, a vergognarsi del proprio corpo. Alcune non hanno nemmeno il coraggio di chiedere aiuto quando soffrono di dolori forti o problemi ormonali, perché tutto ciò che riguarda il ciclo viene trattato come un segreto.

Le mestruazioni non sono solo un processo biologico. In Afghanistan raccontano anche la storia di migliaia di ragazze cresciute nella paura e nel silenzio. Ragazze che hanno imparato più a vergognarsi del proprio corpo che a comprenderlo.

Una società che non riesce nemmeno a parlare di una funzione naturale del corpo femminile, difficilmente può definirsi davvero consapevole o umana. Finché il ciclo mestruale resterà un tabù, milioni di ragazze afghane continueranno a conoscere il proprio corpo attraverso la vergogna, invece che attraverso la conoscenza.

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Salute

L’EMICRANIA NEI GIOVANI: DALLA PREDISPOSIZIONE AL BENESSERE QUOTIDIANO. INTERVISTA ALLA DOTT.SSA ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA

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Redazione-  L’emicrania giovanile spesso considerata un sintomo passeggero legato allo stress, affonda, in realtà, le sue radici in una fitta rete di cause in cui s’incontrano fattori genetici, fattori ambientali e caratteristiche psicologiche specifiche. Oggi, infatti, i giovani sono sottoposti a una maggiore pressione prestazionale e sociale che scatena gli attacchi emicranici.

La scuola, le aspettative sul futuro, ma anche l’iperstimolazione da dispositivi digitali e l’alterazione del ritmo sonno-veglia, possiamo riconoscere che sono senz’altro, i trigger “emotivi” e “sociali” più comuni,  pertanto, avere un corretto stile di vita: dormire bene, evitare alcolici, tutte le sostanze stupefacenti, il fumo di sigaretta curare l’alimentazione e praticare sport regolarmente è fondamentale. Ne parliamo al riguardo,  in questa intervista con Adelia, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, Esperta di bambini e adolescenti.

Lucattini: “L’emicrania nei giovani non può essere curata guardando solo al sintomo fisico. Esiste una base biologica innegabile, una sorta di ‘iper-reattività’ del sistema nervoso centrale. Tuttavia, nei ragazzi il corpo parla un linguaggio speciale: il dolore fisico diventa spesso il teatro di un disagio emotivo o di una tensione psicologica che non trova le parole per essere espressa. L’attacco emicranico è, a tutti gli effetti, un cortocircuito tra mente e corpo.”

 

Dott.ssa Lucattini, in che modo è possibile distinguere un mal di testa legato allo stress psicologico o alla stanchezza da un sintomo che richiede invece, un approfondimento neurologico e psicologico specialistico?

 

La cefalea negli adolescenti non va mai banalizzata o sminuita. L’emicrania è una malattia neurologica cronica e recidivante, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle cefalee, ICHD-3, e può interferire in modo importante con la vita scolastica, sociale, familiare e affettiva del ragazzo. In adolescenza il dolore non è soltanto un sintomo fisico: può diventare anche un modo attraverso cui il corpo esprime tensioni, sovraccarico emotivo, ansia, difficoltà nel processo di separazione dai genitori, conflitti non verbalizzati o una fatica a mentalizzare emozioni intense.

La prima cosa che i genitori devono fare è ascoltare l’adolescente e prendere sul serio il suo dolore, senza ridurlo a “stress”, “fissazione”, “esagerazione” o “una scusa per non andare a scuola”.

Allo stesso tempo, è importante non allarmarsi eccessivamente, perché molti mal di testa sono benigni, ma vanno compresi e inquadrati. Se gli episodi sono ricorrenti, intensi, associati a nausea, vomito, fotofobia, fonofobia, vertigini, disturbi visivi, assenze da scuola o uso frequente di analgesici, è necessario rivolgersi a uno specialista.

Dal punto di vista neurologico, è fondamentale distinguere tra cefalea tensiva, emicrania con o senza aura, cefalee secondarie e forme particolari che possono comparire in età evolutiva. La diagnosi resta prevalentemente clinica e deve considerare frequenza, durata, localizzazione del dolore, sintomi associati, familiarità, sonno, alimentazione, ciclo mestruale, uso di schermi, attività fisica, farmaci e carico scolastico. Una revisione sistematica del 2026 sulle linee guida per la gestione dell’emicrania negli adolescenti conferma il ruolo dell’ICHD-3 come riferimento diagnostico e sottolinea l’importanza di un approccio integrato, che includa terapia dell’attacco, prevenzione, educazione del paziente e correzione degli stili di vita (Cephalalgia, 2026)

 

Secondo la Sua esperienza, qual è l’età critica in cui l’emicrania tende a manifestarsi per la prima volta durante l’adolescenza e quali sono le principali ricadute psicologiche ed emotive sulla vita quotidiana dei ragazzi?

 

Nell’adolescenza, l’emicrania può manifestarsi o accentuarsi a partire dalla pubertà, con una maggiore evidenza tra i 12 e i 18 anni. In questa fase della vita diventa più frequente nelle ragazze, anche per l’influenza delle modificazioni ormonali e del ciclo mestruale, ma riguarda anche molti ragazzi. L’adolescenza è un periodo particolarmente delicato perché il cervello è ancora in maturazione, il corpo cambia rapidamente e il ragazzo deve affrontare nuove richieste scolastiche, relazionali, affettive e identitarie.

Dal punto di vista clinico, l’emicrania adolescenziale è una cefalea primaria caratterizzata da attacchi ricorrenti, spesso associati a nausea, fastidio per la luce e i rumori, bisogno di isolamento, stanchezza e riduzione del rendimento scolastico. Gli attacchi possono interferire con la frequenza a scuola, lo studio, lo sport, le uscite con i coetanei e la qualità del sonno. Quando il dolore diventa frequente, l’adolescente può iniziare ad anticipare con ansia la comparsa dell’attacco, limitando progressivamente le proprie attività.

Il mal di testa cronico può trasformarsi in un vero e proprio fattore di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione nei ragazzi? E, in chiave psicoanalitica, esiste in particolare,  un legame bidirezionale tra il dolore fisico e la sofferenza emotiva?

 

Le ricadute psicologiche possono essere importanti. L’emicrania può favorire ansia, irritabilità, umore depresso, ritiro sociale, senso di “diversità” rispetto ai coetanei, paura di non essere creduti e difficoltà nel rapporto con il proprio corpo. La letteratura scientifica sottolinea che nei giovani con emicrania o cefalea ad alta frequenza le comorbidità psichiatriche hanno effetti negativi sulla gravità del dolore, sulla cronicizzazione, sulla qualità della vita, sul rendimento cognitivo e scolastico e sul benessere generale; gli autori raccomandano di valutare regolarmente sintomi psicologici, resilienza, funzioni esecutive e funzionamento scolastico.

Anche un solo episodio l’anno è traumatizzante, poiché improvviso e qualcosa che aggradisce dall’interno senza potersi difendere. Se però l’adolescente  ha uno o più attacchi alla settimana o un’emicrania cronica, le reazioni ansioso-depressive sono inevitabili. Il dolore fisico è traumatizzante di per sé, diminuisce le difese mentali, rende più fragili e vulnerabili. L’ansia e la depressione aumentano il dolore una volta che sia iniziato l’attacco emicranico e possono anche scatenarlo. L’emicrania in adolescenza può essere compresa anche come un segnale del rapporto complesso tra corpo, emozioni e identità. Il corpo adolescente diventa il luogo di trasformazioni intense, non sempre mentalizzabili. Il dolore può allora assumere il valore di una “parola del corpo”: non è un sintomo immaginario, ma una sofferenza reale che può esprimere anche tensioni emotive, difficoltà di separazione, conflitti familiari, paura di crescere, perfezionismo, pressioni scolastiche o sentimenti depressivi non ancora verbalizzati (Neurological Sciences, 2025).

Quali abitudini o fattori ambientali possono scatenare gli attacchi di mal di testa nei ragazzi e a quali segnali d’accompagnamento bisogna prestare attenzione?

Nell’adolescente, l’emicrania non si manifesta solo con il dolore alla testa, ma spesso con un insieme di sintomi neurologici, fisici ed emotivi. L’attacco può essere preceduto o accompagnato da fotofobia, cioè fastidio per la luce, e fonofobia, cioè intolleranza ai rumori. Luci al neon, schermi, palestre, cinema, feste, aule rumorose o ambienti molto affollati possono favorire o aggravare l’attacco.

Durante la crisi possono comparire nausea, vomito, pallore, vertigini, stanchezza intensa, bisogno di isolamento e difficoltà di concentrazione. In alcuni adolescenti sono presenti anche sintomi dell’aura, soprattutto visivi, come scintille, macchie luminose, linee a zig-zag o oscuramenti parziali del campo visivo. I principali fattori scatenanti a cui prestare attenzione sono: sonno irregolare, poche ore di riposo, abuso di schermi, stress scolastico, verifiche, conflitti familiari o con i coetanei, digiuno prolungato, disidratazione, sedentarietà, alcuni alimenti, cambiamenti ormonali e ciclo mestruale nelle ragazze. Anche l’uso troppo frequente di analgesici può peggiorare il problema e favorire una cefalea da abuso di farmaci.

Sul piano psicologico, l’emicrania può associarsi ad ansia, umore depresso, irritabilità, ritiro sociale e paura anticipatoria dell’attacco. L’adolescente può iniziare a evitare scuola, sport, uscite o situazioni rumorose per timore che il dolore ritorni. Da un punto di vista psicoanalitico, il corpo può diventare il luogo in cui si esprimono tensioni emotive non ancora elaborate: pressioni scolastiche, perfezionismo, difficoltà di separazione dai genitori, conflitti relazionali o vissuti depressivi.

Una ricerca sul Journal of Clinical Medicine (2025) conferma che nell’emicrania in età evolutiva i sintomi associati più frequenti includono nausea, vomito, fotofobia e fonofobia, e sottolinea il ruolo di sonno, stress, dieta, attività fisica, ambiente e comorbidità emotive nella gestione clinica del disturbo.

Secondo le Linee Guida internazionali, qual è l’iter più indicato per affrontare il problema?

 

Secondo le linee guida internazionali, negli adolescenti l’iter corretto parte da una diagnosi accurata: anamnesi dettagliata, descrizione degli attacchi, frequenza, durata, intensità, sintomi associati, familiarità, fattori scatenanti e impatto su scuola, sonno, sport e relazioni.

È poi necessario un esame neurologico completo per escludere segnali d’allarme, i cosiddetti red flags: esordio improvviso e violento, peggioramento rapido, cefalea notturna o al risveglio con vomito, deficit neurologici, febbre, trauma cranico, cambiamento recente del tipo di dolore. Gli esami strumentali, come la risonanza magnetica encefalo, non sono sempre necessari: vanno richiesti dallo specialista solo quando il quadro clinico è atipico o compaiono segnali sospetti.

Le linee guida raccomandano anche l’uso del diario della cefalea, da compilare per alcune settimane, annotando frequenza, durata, intensità, farmaci assunti, possibili fattori scatenanti, sonno, ciclo mestruale e impatto sulle attività quotidiane. Le linee guida NICE per le cefalee nei soggetti dai 12 anni in su indicano, quando si usa il diario, una registrazione di almeno 8 settimane.

Il trattamento deve essere personalizzato e multidimensionale: educazione dell’adolescente e della famiglia, regolarità del sonno, idratazione, pasti regolari, attività fisica, riduzione dell’abuso di schermi e gestione dello stress. Nelle crisi acute si usano farmaci sintomatici appropriati; nelle forme frequenti o disabilitanti può essere necessaria una terapia preventiva. Le linee guida AAN/AHS sulla prevenzione dell’emicrania negli adolescenti, riaffermate nel 2025, includono anche il ruolo dei fattori comportamentali e anche della psicoterapia dinamica nel percorso di cura.

Quanto è importante la psicoterapia nella gestione degli attacchi di emicrania?

 

La psicoterapia psicoanalitica è molto importante quando l’emicrania dell’adolescente non è solo episodica, ma interferisce con scuola, sonno, relazioni, sport e vita familiare. Non sostituisce la valutazione neurologica né la terapia farmacologica quando necessaria, ma le integra, aiutando il ragazzo a riconoscere i fattori emotivi che possono favorire o amplificare gli attacchi.

Dal punto di vista psicologico, l’emicrania non va considerata un dolore “psicologico” o immaginario: è un disturbo corporeo reale, ma in adolescenza il corpo è anche il luogo in cui possono esprimersi ansia, tensioni familiari, perfezionismo, paura del fallimento, conflitti di autonomia-dipendenza e vissuti depressivi. Il lavoro psicoterapeutico aiuta l’adolescente a dare parole al dolore, a comprendere i segnali del proprio corpo e a recuperare fiducia in sé.

La psicoterapia psicodinamica è necessaria quando l’emicrania si accompagna ad ansia, depressione, ritiro sociale, somatizzazioni, difficoltà scolastiche o conflitti familiari. Con gli adolescenti è spesso utile prevedere anche colloqui periodici con i genitori, non per colpevolizzarli, ma per aiutarli a comprendere il sintomo, ridurre l’allarme, sostenere l’autonomia del figlio e costruire strategie condivise di gestione delle crisi (Journal of Child Psychotherapy, 2024).

Quali consigli è possibile dare ai genitori?

 

-Ascoltare il dolore. Il mal di testa dell’adolescente non va banalizzato;

-Fare una diagnosi corretta. Se gli attacchi sono ricorrenti o intensi, serve una valutazione medica e neurologica;

-Tenere un diario del mal di testa. Annotare frequenza, durata, intensità, sonno, stress, ciclo mestruale, farmaci e possibili fattori scatenanti;

-Riconoscere i trigger. Attenzione al sonno irregolare, digiuno, disidratazione, schermi, rumore, luci intense e stress scolastico;

-Evitare l’automedicazione e il fai da te. Gli antidolorifici e farmaci specifici, vanno usati con criterio medico, per evitare abuso di farmaci;

-Avere un corretto stile di vita è fondamentale. Dormire bene, evitare alcolici, tutte le sostanze stupefacenti, il fumo di sigaretta: inoltre, curare l’alimentazione e praticare sport regolarmente.

-Curare anche l’aspetto emotivo. Ansia, depressione, perfezionismo e conflitti possono aumentare la frequenza degli attacchi;

-Valutare la psicoterapia dinamica. Aiuta l’adolescente a comprendere il rapporto tra corpo, dolore ed emozioni, e sostiene anche i genitori nella gestione delle crisi.

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Salute

OCCHI STANCHI E BRUCIORE? MILANO SCENDE IN CAMPO CON “POP UP YOUR VISION” PER SCONFIGGERE LA SECCHEZZA OCULARE

Occhi che bruciano e stanchezza visiva non sono solo “colpa del computer”. Scopri come prenderti cura della tua vista con gli screening gratuiti di “Pop Up Your Vision” a CityLife fino al 5 giugno.
#SaluteVisiva #OcchioSecco #Prevenzione #PopUpYourVision

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Redazione-  Bruciore, irritazione, sensazione di sabbia negli occhi e stanchezza visiva: sono disturbi con cui, ormai, molti di noi convivono quotidianamente. Eppure, dietro a quello che spesso cataloghiamo come un semplice “fastidio passeggero” dovuto allo stress da ufficio o all’aria condizionata, potrebbe celarsi una patologia cronica: la Malattia dell’Occhio Secco. In Italia, si stima che ne soffra circa una persona su sei, per un totale di 10 milioni di cittadini che, troppo spesso, scelgono di non consultare uno specialista, sottovalutando i segnali di allarme.

Per invertire questa rotta e riportare la salute oculare al centro dell’attenzione, arriva a Milano “Pop Up Your Vision”, l’iniziativa promossa da Alcon che trasforma il cuore pulsante di CityLife in un presidio di prevenzione. Fino al 5 giugno, i cittadini avranno l’opportunità unica di sottoporsi a screening oculistici gratuiti, un passo fondamentale per passare dall’autodiagnosi (spesso errata) a una valutazione clinica professionale.

Perché sottovalutiamo i nostri occhi?

La Malattia dell’Occhio Secco non è un semplice disturbo occasionale, ma una patologia multifattoriale della superficie oculare che comporta un’alterazione del film lacrimale e processi infiammatori. Il Dott. Stefano Barabino, Responsabile del Centro Superficie Oculare e Occhio Secco dell’Ospedale Sacco di Milano, mette in guardia: “Esiste ancora una scarsa percezione dell’occhio secco come vera e propria patologia. Molti pazienti pensano dipenda solo dagli schermi, ignorando che si tratta di una condizione che può evolvere verso forme croniche più gravi se non gestita correttamente”.

Oggi la scienza ha fatto passi da gigante. Sappiamo che la secchezza non riguarda solamente una ridotta produzione lacrimale, ma un complesso ecosistema oculare che richiede una gestione continuativa. Intercettare il problema in tempo è cruciale: il rischio, altrimenti, è quello di vedere la propria qualità di vita compromessa da sintomi che, se ignorati, possono diventare invalidanti.

L’impegno per la prevenzione

L’iniziativa “Pop Up Your Vision” mira proprio a far emergere il cosiddetto “sommerso”, ovvero tutte quelle persone che convivono con sintomi evidenti – come occhi rossi, fotofobia o affaticamento – senza però rivolgersi al medico. “Fare screening sul territorio significa favorire diagnosi precoci”, spiega il Dott. Barabino, sottolineando come la sensibilizzazione sia l’arma più potente a disposizione del cittadino.

Non si tratta solo di una visita: l’evento è un’occasione per ricevere consigli pratici e modificare piccole abitudini quotidiane che salvaguardano il benessere visivo a lungo termine. Filippo Pau, Franchise Head Vision Care di Alcon Italia, ribadisce l’importanza di questo legame: “Il valore dell’innovazione si esprime quando rafforziamo la relazione tra medico e paziente. Supportare lo specialista significa garantire ai pazienti percorsi di cura più consapevoli e accessibili”.

Milano si conferma, ancora una volta, città all’avanguardia non solo nell’innovazione tecnologica, ma anche nella promozione del benessere dei suoi cittadini. Se avvertite spesso quegli occhi pesanti o arrossati, la tappa a CityLife entro il 5 giugno potrebbe essere la decisione migliore per la vostra salute futura. Non ignorate i segnali che i vostri occhi vi stanno inviando: la prevenzione è una visione chiara sul domani.

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ALZHEIMER- INDAGINE PSICOLOGICA CON SCREENING COGNITIVO GLOBALE PER L’ANZIANO

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Redazione-  Uno psicologo (spesso specializzato in neuropsicologia) individua i primi segnali di Alzheimer attraverso un percorso integrato. Non si affida a un singolo indizio, ma combina il colloquio clinico (con il paziente e i familiari) e la somministrazione di test neuropsicologici.

Le 4 fasi dell’indagine psicologica
1. Il colloquio clinico e l’anamnesi
Lo psicologo raccoglie la storia clinica del paziente. Attraverso un’intervista, spesso condotta insieme a un familiare o caregiver, indaga se ci sono stati cambiamenti nella vita quotidiana: 
    • Difficoltà a ricordare eventi recenti o conversazioni.
    • Ripetizione delle stesse domande.
    • Difficoltà nella gestione del denaro o dei farmaci.
    • Cambiamenti dell’umore o del comportamento. 

2. I test di screening cognitivo globale
Vengono somministrati dei questionari standardizzati per valutare lo stato di salute mentale generale. I più utilizzati sono: [1]
    • MMSE (Mini-Mental State Examination): Un test da 30 domande che esplora memoria, orientamento, linguaggio e calcolo.
    • MoCA (Montreal Cognitive Assessment): Molto sensibile per le fasi precoci (Mild Cognitive Impairment), poiché indaga le funzioni esecutive e l’attenzione complessa. 

3. I test specifici di approfondimento
Se i test di screening mostrano delle fragilità, lo psicologo procede con batterie di test più mirate per valutare le singole funzioni cognitive:
    • Memoria a lungo termine: Come la capacità di ricordare una lista di parole dopo alcuni minuti.
    • Funzioni esecutive: La capacità di pianificare, risolvere problemi o cambiare strategia mentale.
    • Abilità visuospaziali: Esempi tipici sono il disegno spontaneo o su copia (es. il famoso Test dell’Orologio). 

4. L’interpretazione dei risultati
Lo psicologo confronta i punteggi ottenuti dal paziente con dei valori standard considerati “normali”, che tengono conto dell’età e del grado di istruzione della persona. Se i deficit riscontrati sono significativi, lo psicologo redige una relazione che verrà integrata con visite mediche e strumentali (es. Risonanza Magnetica) per confermare la diagnosi.
L’Alzheimer si manifesta inizialmente con vuoti di memoria (soprattutto per eventi recenti), difficoltà a svolgere compiti complessi e disorientamento temporale o spaziale. Con il progredire della malattia, si aggiungono problemi di linguaggio, cambiamenti di umore e la progressiva incapacità di riconoscere luoghi e persone familiari.
I segnali di allarme più comuni, identificati dalla Federazione Alzheimer Italia, includono:
  • Perdita di memoria che compromette la vita quotidiana: Dimenticare informazioni appena apprese, date o eventi importanti, chiedendo ripetutamente le stesse cose.
  • Difficoltà a pianificare o risolvere problemi: Difficoltà nel seguire una ricetta o nel gestire le proprie finanze e bollette.
  • Difficoltà a completare le azioni familiari: Dimenticare le regole di un gioco preferito o avere problemi a guidare verso un luogo conosciuto.
  • Disorientamento nel tempo e nello spazio: Perdere il senso delle date, delle stagioni o confondere i luoghi.
  • Problemi di linguaggio: Dimenticare le parole giuste o interrompere i discorsi senza riuscire a continuare.
  • Cambiamenti di umore e personalità: Diventare confusi, sospettosi, depressi o insolitamente ansiosi e agitati.

DOTT.SSA PSICOLOGA MARTINA ROBERTI

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