Salute
L’EMICRANIA NEI GIOVANI: DALLA PREDISPOSIZIONE AL BENESSERE QUOTIDIANO. INTERVISTA ALLA DOTT.SSA ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA
Redazione- L’emicrania giovanile spesso considerata un sintomo passeggero legato allo stress, affonda, in realtà, le sue radici in una fitta rete di cause in cui s’incontrano fattori genetici, fattori ambientali e caratteristiche psicologiche specifiche. Oggi, infatti, i giovani sono sottoposti a una maggiore pressione prestazionale e sociale che scatena gli attacchi emicranici.
La scuola, le aspettative sul futuro, ma anche l’iperstimolazione da dispositivi digitali e l’alterazione del ritmo sonno-veglia, possiamo riconoscere che sono senz’altro, i trigger “emotivi” e “sociali” più comuni, pertanto, avere un corretto stile di vita: dormire bene, evitare alcolici, tutte le sostanze stupefacenti, il fumo di sigaretta curare l’alimentazione e praticare sport regolarmente è fondamentale. Ne parliamo al riguardo, in questa intervista con Adelia, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, Esperta di bambini e adolescenti.
Lucattini: “L’emicrania nei giovani non può essere curata guardando solo al sintomo fisico. Esiste una base biologica innegabile, una sorta di ‘iper-reattività’ del sistema nervoso centrale. Tuttavia, nei ragazzi il corpo parla un linguaggio speciale: il dolore fisico diventa spesso il teatro di un disagio emotivo o di una tensione psicologica che non trova le parole per essere espressa. L’attacco emicranico è, a tutti gli effetti, un cortocircuito tra mente e corpo.”
Dott.ssa Lucattini, in che modo è possibile distinguere un mal di testa legato allo stress psicologico o alla stanchezza da un sintomo che richiede invece, un approfondimento neurologico e psicologico specialistico?
La cefalea negli adolescenti non va mai banalizzata o sminuita. L’emicrania è una malattia neurologica cronica e recidivante, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle cefalee, ICHD-3, e può interferire in modo importante con la vita scolastica, sociale, familiare e affettiva del ragazzo. In adolescenza il dolore non è soltanto un sintomo fisico: può diventare anche un modo attraverso cui il corpo esprime tensioni, sovraccarico emotivo, ansia, difficoltà nel processo di separazione dai genitori, conflitti non verbalizzati o una fatica a mentalizzare emozioni intense.
La prima cosa che i genitori devono fare è ascoltare l’adolescente e prendere sul serio il suo dolore, senza ridurlo a “stress”, “fissazione”, “esagerazione” o “una scusa per non andare a scuola”.
Allo stesso tempo, è importante non allarmarsi eccessivamente, perché molti mal di testa sono benigni, ma vanno compresi e inquadrati. Se gli episodi sono ricorrenti, intensi, associati a nausea, vomito, fotofobia, fonofobia, vertigini, disturbi visivi, assenze da scuola o uso frequente di analgesici, è necessario rivolgersi a uno specialista.
Dal punto di vista neurologico, è fondamentale distinguere tra cefalea tensiva, emicrania con o senza aura, cefalee secondarie e forme particolari che possono comparire in età evolutiva. La diagnosi resta prevalentemente clinica e deve considerare frequenza, durata, localizzazione del dolore, sintomi associati, familiarità, sonno, alimentazione, ciclo mestruale, uso di schermi, attività fisica, farmaci e carico scolastico. Una revisione sistematica del 2026 sulle linee guida per la gestione dell’emicrania negli adolescenti conferma il ruolo dell’ICHD-3 come riferimento diagnostico e sottolinea l’importanza di un approccio integrato, che includa terapia dell’attacco, prevenzione, educazione del paziente e correzione degli stili di vita (Cephalalgia, 2026)
Secondo la Sua esperienza, qual è l’età critica in cui l’emicrania tende a manifestarsi per la prima volta durante l’adolescenza e quali sono le principali ricadute psicologiche ed emotive sulla vita quotidiana dei ragazzi?
Nell’adolescenza, l’emicrania può manifestarsi o accentuarsi a partire dalla pubertà, con una maggiore evidenza tra i 12 e i 18 anni. In questa fase della vita diventa più frequente nelle ragazze, anche per l’influenza delle modificazioni ormonali e del ciclo mestruale, ma riguarda anche molti ragazzi. L’adolescenza è un periodo particolarmente delicato perché il cervello è ancora in maturazione, il corpo cambia rapidamente e il ragazzo deve affrontare nuove richieste scolastiche, relazionali, affettive e identitarie.
Dal punto di vista clinico, l’emicrania adolescenziale è una cefalea primaria caratterizzata da attacchi ricorrenti, spesso associati a nausea, fastidio per la luce e i rumori, bisogno di isolamento, stanchezza e riduzione del rendimento scolastico. Gli attacchi possono interferire con la frequenza a scuola, lo studio, lo sport, le uscite con i coetanei e la qualità del sonno. Quando il dolore diventa frequente, l’adolescente può iniziare ad anticipare con ansia la comparsa dell’attacco, limitando progressivamente le proprie attività.
Il mal di testa cronico può trasformarsi in un vero e proprio fattore di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione nei ragazzi? E, in chiave psicoanalitica, esiste in particolare, un legame bidirezionale tra il dolore fisico e la sofferenza emotiva?
Le ricadute psicologiche possono essere importanti. L’emicrania può favorire ansia, irritabilità, umore depresso, ritiro sociale, senso di “diversità” rispetto ai coetanei, paura di non essere creduti e difficoltà nel rapporto con il proprio corpo. La letteratura scientifica sottolinea che nei giovani con emicrania o cefalea ad alta frequenza le comorbidità psichiatriche hanno effetti negativi sulla gravità del dolore, sulla cronicizzazione, sulla qualità della vita, sul rendimento cognitivo e scolastico e sul benessere generale; gli autori raccomandano di valutare regolarmente sintomi psicologici, resilienza, funzioni esecutive e funzionamento scolastico.
Anche un solo episodio l’anno è traumatizzante, poiché improvviso e qualcosa che aggradisce dall’interno senza potersi difendere. Se però l’adolescente ha uno o più attacchi alla settimana o un’emicrania cronica, le reazioni ansioso-depressive sono inevitabili. Il dolore fisico è traumatizzante di per sé, diminuisce le difese mentali, rende più fragili e vulnerabili. L’ansia e la depressione aumentano il dolore una volta che sia iniziato l’attacco emicranico e possono anche scatenarlo. L’emicrania in adolescenza può essere compresa anche come un segnale del rapporto complesso tra corpo, emozioni e identità. Il corpo adolescente diventa il luogo di trasformazioni intense, non sempre mentalizzabili. Il dolore può allora assumere il valore di una “parola del corpo”: non è un sintomo immaginario, ma una sofferenza reale che può esprimere anche tensioni emotive, difficoltà di separazione, conflitti familiari, paura di crescere, perfezionismo, pressioni scolastiche o sentimenti depressivi non ancora verbalizzati (Neurological Sciences, 2025).
Quali abitudini o fattori ambientali possono scatenare gli attacchi di mal di testa nei ragazzi e a quali segnali d’accompagnamento bisogna prestare attenzione?
Nell’adolescente, l’emicrania non si manifesta solo con il dolore alla testa, ma spesso con un insieme di sintomi neurologici, fisici ed emotivi. L’attacco può essere preceduto o accompagnato da fotofobia, cioè fastidio per la luce, e fonofobia, cioè intolleranza ai rumori. Luci al neon, schermi, palestre, cinema, feste, aule rumorose o ambienti molto affollati possono favorire o aggravare l’attacco.
Durante la crisi possono comparire nausea, vomito, pallore, vertigini, stanchezza intensa, bisogno di isolamento e difficoltà di concentrazione. In alcuni adolescenti sono presenti anche sintomi dell’aura, soprattutto visivi, come scintille, macchie luminose, linee a zig-zag o oscuramenti parziali del campo visivo. I principali fattori scatenanti a cui prestare attenzione sono: sonno irregolare, poche ore di riposo, abuso di schermi, stress scolastico, verifiche, conflitti familiari o con i coetanei, digiuno prolungato, disidratazione, sedentarietà, alcuni alimenti, cambiamenti ormonali e ciclo mestruale nelle ragazze. Anche l’uso troppo frequente di analgesici può peggiorare il problema e favorire una cefalea da abuso di farmaci.
Sul piano psicologico, l’emicrania può associarsi ad ansia, umore depresso, irritabilità, ritiro sociale e paura anticipatoria dell’attacco. L’adolescente può iniziare a evitare scuola, sport, uscite o situazioni rumorose per timore che il dolore ritorni. Da un punto di vista psicoanalitico, il corpo può diventare il luogo in cui si esprimono tensioni emotive non ancora elaborate: pressioni scolastiche, perfezionismo, difficoltà di separazione dai genitori, conflitti relazionali o vissuti depressivi.
Una ricerca sul Journal of Clinical Medicine (2025) conferma che nell’emicrania in età evolutiva i sintomi associati più frequenti includono nausea, vomito, fotofobia e fonofobia, e sottolinea il ruolo di sonno, stress, dieta, attività fisica, ambiente e comorbidità emotive nella gestione clinica del disturbo.
Secondo le Linee Guida internazionali, qual è l’iter più indicato per affrontare il problema?
Secondo le linee guida internazionali, negli adolescenti l’iter corretto parte da una diagnosi accurata: anamnesi dettagliata, descrizione degli attacchi, frequenza, durata, intensità, sintomi associati, familiarità, fattori scatenanti e impatto su scuola, sonno, sport e relazioni.
È poi necessario un esame neurologico completo per escludere segnali d’allarme, i cosiddetti red flags: esordio improvviso e violento, peggioramento rapido, cefalea notturna o al risveglio con vomito, deficit neurologici, febbre, trauma cranico, cambiamento recente del tipo di dolore. Gli esami strumentali, come la risonanza magnetica encefalo, non sono sempre necessari: vanno richiesti dallo specialista solo quando il quadro clinico è atipico o compaiono segnali sospetti.
Le linee guida raccomandano anche l’uso del diario della cefalea, da compilare per alcune settimane, annotando frequenza, durata, intensità, farmaci assunti, possibili fattori scatenanti, sonno, ciclo mestruale e impatto sulle attività quotidiane. Le linee guida NICE per le cefalee nei soggetti dai 12 anni in su indicano, quando si usa il diario, una registrazione di almeno 8 settimane.
Il trattamento deve essere personalizzato e multidimensionale: educazione dell’adolescente e della famiglia, regolarità del sonno, idratazione, pasti regolari, attività fisica, riduzione dell’abuso di schermi e gestione dello stress. Nelle crisi acute si usano farmaci sintomatici appropriati; nelle forme frequenti o disabilitanti può essere necessaria una terapia preventiva. Le linee guida AAN/AHS sulla prevenzione dell’emicrania negli adolescenti, riaffermate nel 2025, includono anche il ruolo dei fattori comportamentali e anche della psicoterapia dinamica nel percorso di cura.
Quanto è importante la psicoterapia nella gestione degli attacchi di emicrania?
La psicoterapia psicoanalitica è molto importante quando l’emicrania dell’adolescente non è solo episodica, ma interferisce con scuola, sonno, relazioni, sport e vita familiare. Non sostituisce la valutazione neurologica né la terapia farmacologica quando necessaria, ma le integra, aiutando il ragazzo a riconoscere i fattori emotivi che possono favorire o amplificare gli attacchi.
Dal punto di vista psicologico, l’emicrania non va considerata un dolore “psicologico” o immaginario: è un disturbo corporeo reale, ma in adolescenza il corpo è anche il luogo in cui possono esprimersi ansia, tensioni familiari, perfezionismo, paura del fallimento, conflitti di autonomia-dipendenza e vissuti depressivi. Il lavoro psicoterapeutico aiuta l’adolescente a dare parole al dolore, a comprendere i segnali del proprio corpo e a recuperare fiducia in sé.
La psicoterapia psicodinamica è necessaria quando l’emicrania si accompagna ad ansia, depressione, ritiro sociale, somatizzazioni, difficoltà scolastiche o conflitti familiari. Con gli adolescenti è spesso utile prevedere anche colloqui periodici con i genitori, non per colpevolizzarli, ma per aiutarli a comprendere il sintomo, ridurre l’allarme, sostenere l’autonomia del figlio e costruire strategie condivise di gestione delle crisi (Journal of Child Psychotherapy, 2024).
Quali consigli è possibile dare ai genitori?
-Ascoltare il dolore. Il mal di testa dell’adolescente non va banalizzato;
-Fare una diagnosi corretta. Se gli attacchi sono ricorrenti o intensi, serve una valutazione medica e neurologica;
-Tenere un diario del mal di testa. Annotare frequenza, durata, intensità, sonno, stress, ciclo mestruale, farmaci e possibili fattori scatenanti;
-Riconoscere i trigger. Attenzione al sonno irregolare, digiuno, disidratazione, schermi, rumore, luci intense e stress scolastico;
-Evitare l’automedicazione e il fai da te. Gli antidolorifici e farmaci specifici, vanno usati con criterio medico, per evitare abuso di farmaci;
-Avere un corretto stile di vita è fondamentale. Dormire bene, evitare alcolici, tutte le sostanze stupefacenti, il fumo di sigaretta: inoltre, curare l’alimentazione e praticare sport regolarmente.
-Curare anche l’aspetto emotivo. Ansia, depressione, perfezionismo e conflitti possono aumentare la frequenza degli attacchi;
-Valutare la psicoterapia dinamica. Aiuta l’adolescente a comprendere il rapporto tra corpo, dolore ed emozioni, e sostiene anche i genitori nella gestione delle crisi.
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Schiavi delle notifiche e logorati dallo stress: lo Psicologo Claudio Belardo ci insegna come guarire dalla pericolosa “Iperconnessione Digitale”
“Mal di testa, insonnia e collo bloccato? È colpa dell’Iperconnessione! Il tuo corpo ti sta urlando di staccare gli occhi da quello Smartphone!”. Gli utilissimi consigli dello Psicologo Claudio Belardo! 📱 🧠 Vi siete mai fermati a contare quante ore passate ogni giorno con gli occhi fissi sullo schermo luminoso del vostro cellulare? Tra notifiche continue, messaggi di WhatsApp, e-mail di lavoro a mezzanotte e lo “scorrimento” compulsivo sui social network prima di andare a dormire… ci stiamo letteralmente esaurendo! La mente va in “sovraccarico cognitivo” e genera stress, ansia fortissima e insonnia cronica. E sapete chi paga il prezzo di questa “tossicodipendenza digitale”? Il nostro corpo! A lanciare questo importante allarme sociale è il Dottor Claudio Belardo, brillante Psicologo clinico iscritto all’Albo della Regione Campania: “Quando la mente subisce passivamente gli effetti dell’iper-stimolazione virtuale, l’organismo risponde irrigidendosi per la tensione!”. Non a caso, al giorno d’oggi, siamo tutti pieni di dolori cervicali, respiro corto e muscoli contratti! Ma come si guarisce da questo “Logorio della Rete”? Lo Psicologo Belardo ci regala 3 semplici e preziosi Consigli pratici basati sulla scienza. Il primo fra tutti è il coraggio di fare il “Digital Detox”: bisogna imparare a spegnere tutto (telefonini e tablet) almeno un’ora prima di andare a dormire nel letto, o mentre si sta a tavola per mangiare con la famiglia! Leggi tutti gli altri fondamentali consigli terapeutici del Dottor Belardo nel nostro approfondimento completo! 👇 👁️ E voi riuscite mai a staccare la spina da internet e dalle chat? Oppure siete tra quelli che tengono il cellulare sul comodino tutta la notte e lo guardano appena aprono gli occhi la mattina? Diteci le vostre abitudini nei commenti e condividete questo post per “svegliare” i vostri amici!
Napoli – Ammettiamolo con feroce onestà: qual è l’ultimissima cosa che i nostri occhi guardano ogni sera prima di chiudersi per la stanchezza, e qual è la primissima cosa che cerchiamo disperatamente sul comodino appena ci svegliamo? Esatto, lo schermo illuminato del nostro smartphone. Viviamo in un’epoca in cui siamo perennemente “connessi” al mondo intero, ma ci stiamo tragicamente sconnettendo da noi stessi.
L’iperconnessione quotidiana, l’uso massiccio e compulsivo di cellulari, tablet e computer stanno letteralmente ridisegnando (e spesso distruggendo) i delicatissimi confini del nostro benessere mentale. Il flusso costante e bombardante di e-mail, messaggi WhatsApp, video sui social e notifiche a cui siamo sottoposti 24 ore su 24 non distrugge solo i nostri livelli di attenzione, ma genera nuove e logoranti forme di stress cronico. Un male silenzioso che colpisce violentemente e contemporaneamente sia la nostra sfera emotiva che quella biologica.
Il sovraccarico da schermo: quando la mente si “brucia”
A fare chiarezza su questa spaventosa deriva sociale, attraverso una preziosa opera di divulgazione scientifica, è lo Psicologo Dott. Claudio Belardo (brillante professionista clinico iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Campania, Sezione A, n. 10728), da anni impegnato in prima linea nello studio delle dinamiche relazionali e dell’impatto distruttivo della tecnologia sulla nostra psiche.
I dati della letteratura scientifica internazionale parlano chiaro, e fanno paura: il “sovraccarico cognitivo da schermo” è oggi direttamente e matematicamente correlato all’aumento vertiginoso di attacchi d’ansia, depressione, alterazioni pesanti del ritmo sonno-veglia (l’insonnia dilagante) e dolorose somatizzazioni corporee.
L’allarme di Belardo: “Evitiamo la disconnessione corporea”
Il Dottor Belardo fotografa la situazione con una lucidità disarmante: «Mente e corpo sono strettamente e indissolubilmente interconnessi: quando la mente umana subisce passivamente gli effetti devastanti dell’iper-stimolazione virtuale, il nostro organismo risponde irrigidendosi per la tensione». L’ansia da schermo si trasforma in muscoli contratti e respiro affannato.
«Saper riconoscere tempestivamente i primissimi segnali di questo disagio psicofisico» – avverte lo specialista campano – «è il primo e fondamentale passo essenziale per evitare la cosiddetta disconnessione corporea e ritrovare un corretto e sano equilibrio biologico ed emotivo».
I Tre Consigli d’Oro per salvarsi dal logorio della rete
Per preservare la nostra salute dal veleno della rete, lo psicologo Claudio Belardo suggerisce a tutti noi tre strategie preventive e pratiche, basate su rigorose evidenze scientifiche:
1. Pianifica il tuo “Digital Detox”: Bisogna avere il coraggio di staccare la spina. Stabilisci finestre temporali precise, rigorose e “sacre” (ad esempio un’ora prima di andare a dormire, o durante i pasti in famiglia) che siano totalmente prive di dispositivi digitali. Il tuo sistema nervoso ringrazierà riducendo il carico di stress.
2. Ascolta il grido del tuo corpo: Presta un’attenzione maniacale a sintomi apparentemente banali come il respiro corto, il mal di testa, la rigidità cervicale o la tensione muscolare mentre usi gli schermi. Il corpo ti sta parlando. E se questo disagio diventa invalidante, metti da parte l’orgoglio ed è importante rivolgersi a un professionista della salute psicologica per iniziare un percorso clinico in studio.
3. Scegli il Movimento Consapevole: L’essere umano non è fatto per stare piegato tutto il giorno con il collo su uno schermo luminoso. Integra nella tua routine quotidiana un’attività fisica vera e strutturata. Il sano movimento del corpo umano (sempre guidato dalle figure professionali competenti del settore motorio) rappresenta un gigantesco alleato biologico per scaricare la rabbia, allentare le tensioni accumulate e sconfiggere la mortale sedentarietà digitale.
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Vaccini e paura dopo la tragedia della difterite in Sicilia. Gli Assistenti Sanitari: “Le multe non bastano, serve ascolto umano”
Morire di Difterite a soli 4 anni nel 2026 è una tragedia inaccettabile! Ma punire i genitori spaventati con multe salatissime è davvero la soluzione giusta? Il monito degli Assistenti Sanitari: “Serve rassicurazione e umanità, non solo fredda coercizione!” 💉 💔 La recentissima e drammatica morte di una bimba per difterite in Sicilia, e il preoccupante calo dei vaccini sull’Isola, hanno spinto la Regione a varare un rigido “pugno di ferro”: convocazioni coatte e multe salate per le famiglie inadempienti! Ma l’ASNAS (Associazione Nazionale Assistenti Sanitari) invita tutti a una profondissima e delicata riflessione: le multe burocratiche non bastano per sconfiggere la paura! “Nelle famiglie già sfiduciate”, spiegano gli esperti dell’Asnas, “un intervento percepito come puramente punitivo e coercitivo rischia di irrigidire le posizioni invece che convincere. Le sanzioni non intercettano i genitori che hanno davvero paura o che sono finiti vittime della disinformazione online! Per loro serve ascolto umano, pazienza e assenza totale di pregiudizio!”. La maggior parte dei bambini non vaccinati, infatti, non appartiene a famiglie “ideologicamente No-Vax”, ma a genitori disorientati o a fasce deboli che non hanno accesso ai servizi (come nel caso del quartiere ZEN di Palermo, il cui ambulatorio vaccinale era incomprensibilmente chiuso dal 2019 ed è stato finalmente riaperto!). Il grido dell’Associazione alle Istituzioni è chiaro: “Basta spaccare la società in tifoserie! Investite negli Assistenti Sanitari per ricostruire un rapporto di fiducia umana e portare la prevenzione lì dove le multe e i controlli non arriveranno mai!”. Leggi la lucida e profonda analisi nel nostro articolo! 👇 👩⚕️ Siete d’accordo con gli Assistenti Sanitari? Per convincere un genitore spaventato dai vaccini è più utile mandargli una multa a casa, oppure offrirgli un incontro privato con un professionista in grado di rassicurarlo e ascoltare le sue enormi paure senza giudicarlo? Qual è la vostra opinione? Scrivetela nei commenti e condividete questo interessantissimo dibattito!
Redazione – Morire di difterite a soli quattro anni, nel cuore dell’Italia e dell’Europa del ventunesimo secolo, è una tragedia inaccettabile che lacera le coscienze e impone una profondissima riflessione su come il nostro sistema sanitario dialoga con i cittadini. Il recente e drammatico lutto avvenuto in Sicilia, accompagnato dall’allarmante calo delle coperture vaccinali sull’Isola, ha spinto le Istituzioni regionali a correre immediatamente ai ripari, varando un rigido pacchetto di misure basato su convocazioni obbligatorie, appuntamenti fissati d’ufficio e pesantissime sanzioni per le famiglie inadempienti.
Ma la paura di un genitore può davvero essere cancellata con la minaccia di una multa pecuniaria? A rispondere a questo delicato interrogativo è intervenuta con grandissima lucidità ed empatia l’Asnas (l’Associazione Nazionale Assistenti Sanitari), che lancia un messaggio cruciale ai vertici della sanità: le sanzioni non bastano, la vera prevenzione si costruisce unicamente insieme a chi è in grado di ricostruire, giorno dopo giorno, un rapporto di fiducia umana e professionale sul territorio.
La voce dell’Asnas: “La coercizione irrigidisce i genitori”
Sul fronte delle multe e delle convocazioni coatte, l’Asnas non nega certo la validità legale dei provvedimenti. «Sono strumenti del tutto legittimi, che rispondono a un preciso obbligo di legge», ricordano i vertici dell’Associazione. Tuttavia, c’è un enorme “ma” psicologico e sociologico da affrontare, avvalorato dalle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla fresca e dolorosa esperienza della recente pandemia.
«L’evidenza mostra in maniera inequivocabile che, nelle famiglie già profondamente sfiduciate, un intervento statale percepito come puramente coercitivo e punitivo rischia fortemente di irrigidire ulteriormente le posizioni, invece di convincere e rassicurare», spiegano gli esperti. Le multe, insomma, possono certamente spingere ad adempiere i genitori che erano semplicemente disorganizzati o sbadati, ma «non intercettano, da sole, chi ha davvero paura, chi ha subito una feroce disinformazione online o chi non si fida più delle istituzioni. Per tutte queste famiglie serve un lavoro relazionale e umano che i freddi controlli burocratici non potranno mai sostituire».
Non ideologia, ma esitazione: il caso emblematico dello ZEN
Il dibattito pubblico tende troppo spesso a dividere la società in tifoserie opposte, etichettando tutti i non vaccinati come fanatici ideologici. La realtà, però, è ben diversa. La stragrande maggioranza dei genitori che oggi non protegge i propri figli lo fa semplicemente per esitazione, per la mancanza di un’informazione chiara e accessibile. Una copertura vaccinale contro la difterite ferma all’85% in Sicilia significa che il 15% dei bambini resta quotidianamente esposto a una forma gravissima e potenzialmente letale della malattia. «La priorità assoluta non è dividere il campo tra tifoserie», ribadisce Asnas, «ma spiegare con infinita pazienza il vitale rapporto tra i rischi e i benefici».
A volte, il problema è semplicemente l’assenza dello Stato sul territorio. L’Asnas valuta infatti in modo estremamente positivo la riapertura, decisa in queste ore dalla task force regionale, del centro vaccinale dello ZEN di Palermo (incomprensibilmente chiuso dal lontano 2019). «È la conferma sul campo di quanto i servizi vicini alle persone facciano un’enorme differenza», ha sottolineato Elena Nichetti, presidente nazionale Asnas.
Dalla burocrazia al calore umano: il ruolo dell’Assistente
In un tessuto sociale così frammentato, il contributo specifico dell’Assistente sanitario diventa la vera chiave di volta per salvare vite umane. Lo spiega magnificamente Luigi Vitale, Presidente Asnas Sicilia: «Counselling motivazionale, chiamata attiva, ascolto empatico e totale assenza di giudizio, capacità di trasformare un freddo dato anagrafico in un contatto reale e rassicurante con una famiglia».
Incrociare i dati dei Pronto Soccorso per scovare i non vaccinati è utilissimo, ma «un dato serve a qualcosa solo se c’è un operatore umano che può trasformarlo in un percorso di recupero». Per questo motivo, l’accorato appello dell’Asnas alle Istituzioni chiede che il rafforzamento sanitario in corso in Sicilia non si limiti agli strumenti di polizia e di controllo, ma si traduca in un investimento stabile e massiccio negli Assistenti sanitari.
Perché, come chiosa saggiamente la presidente Nichetti: «Le regole scritte tutelano la collettività. Ma è solo la relazione umana, costruita faticosamente ogni giorno da chi lavora sul territorio, a portare la prevenzione vitale lì dove i controlli, da soli, non arriveranno mai».
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Rientro a scuola: tra desiderio di autonomia e ansie di separazione intervento di Adelia Lucattini sulle sfide emotive, la crescita e il benessere degli studenti
Lucattini: “L’ascolto attivo e il dialogo empatico dei genitori aiutano i figli a superare l’ansia da rientro, una reazione iniziale del tutto normale, transitoria e destinata a risolversi con il naturale adattamento”. Intervista di Marialuisa Roscino
Redazione- Il ritorno in classe rappresenta per bambini e adolescenti molto più di una semplice ripresa della routine quotidiana, è una fase di profonda trasformazione emotiva in cui si mescolano il desiderio di crescita, le aspettative per il futuro e la nostalgia del tempo trascorso con la famiglia durante le vacanze. Accompagnare i più piccoli in questo delicato passaggio significa sapere ascoltare i loro bisogni, accogliere le paure senza drammatizzarle ed essere punti di riferimento stabili.
La psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA), al riguardo, in questa intervista. ci guida alla scoperta delle dinamiche psicologiche legate al rientro a scuola, offrendo ai genitori chiavi di lettura preziose e consigli pratici per vivere questa transizione con serenità, fiducia e vicinanza affettiva.
Dott.ssa Lucattini, con la fine dell’estate e la ripresa delle lezioni, per molti bambini e ragazzi si riaprono le porte della Scuola. Quali sono le emozioni prevalenti che caratterizzano questo momento e come si manifestano?
Il rientro a scuola è quasi sempre accompagnato da emozioni contrastanti, accanto alla curiosità, al piacere di ritrovare i compagni e al desiderio di tornare alle proprie attività, possono comparire nostalgia per il tempo delle vacanze, paura dei voti e una vera e propria ansia da separazione. È un’ambivalenza fisiologica, poiché ogni ripresa comporta sia un ritorno a qualcosa di conosciuto, che l’inizio di un “nuovo” anno scolastico.
Nei bambini più piccoli, che iniziano o frequentano la Scuola Primaria (materna) queste emozioni si esprimono spesso nel corpo e con il comportamento, hanno ad esempio, difficoltà ad addormentarsi, mal di pancia, mal di testa, maggiore bisogno di vicinanza ai genitori, pianto al momento del distacco, sia a casa, che all’ingresso a scuola. Nei bambini più grandi l’ansia può essere meno evidente e assumere la forma di insofferenza, stanchezza, preoccupazione, a volte del tutto immotivata, per il rapporto con i compagni di classe. Nell’età evolutiva molto spesso, l’ansia viene somatizzata o diviene iperattività fisica, soltanto nella preadolescenza è riconosciuta e verbalizzata con chiarezza (British Journal of Psychiatry Open, 2025).
Per molti genitori, l’ansia o il pianto dei figli all’idea di tornare in classe possono tuttavia essere fonte di grande preoccupazione. Quando il pianto o l’ansia legati al ritorno in classe rientrano nella norma e quando invece, diventano campanelli d’allarme?
Il pianto, da solo, non è un indicatore di un qualche disturbo, in generale è una manifestazione naturale. Un bambino può piangere perché in quel momento la separazione è emotivamente faticosa e, pochi minuti dopo, entra in classe, si interessa a ciò che succede trascorrendo serenamente la giornata scolastica. In questi casi, il pianto è un modo per scaricare la tensione ed esprimere il conflitto tra desiderio di restare con i genitori e curiosità per la scuola, che il bambino non riesce a comprendere. È generalmente rassicurante quando l’ansia diminuisce progressivamente, quando il bambino riesce comunque a entrare a scuola, mantiene interesse per i compagni e per le attività e, una volta avvenuta la separazione, ritrova un proprio equilibrio.
È importante soprattutto non entrare in una spirale nella quale l’ansia del bambino allarma i genitori e li rende ansiosi, naturalmente, se il disagio persiste per oltre tre mesi, interferisce con la frequenza scolastica e turba la vita familiare, in questi casi, è utile confrontarsi con la scuola ed eventualmente valutare anche un consulto con uno specialista dell’età evolutiva (Frontiers in Psychology, 2025).
Come si riflette, in particolare, nel comportamento quotidiano il conflitto tra il desiderio di crescita e il timore del distacco e quali accorgimenti i genitori possono adottare al riguardo, senza forzature e ansie?
La crescita non procede mai come una linea retta, è piuttosto un movimento a spirale con ritorni e progressioni in avanti. I bambini possono avere bisogno di rendersi autonomi e allo stesso tempo di sapere che mamma e papà sono sempre lì per loro. Questa oscillazione tra autonomia e dipendenza non è una contraddizione patologica, ma una caratteristica propria dello sviluppo.
Nei periodi di cambiamento, come l’inizio della scuola, possono comparire anche piccole regressioni, con maggiore richiesta di attenzione, bisogno di rituali che sembravano superati, difficoltà a separarsi o atteggiamenti oppositivi. Talvolta, l’oppositività stessa è un modo per mettere alla prova la solidità del legame e verificare inconsciamente se sia possibile desiderare di andare a scuola senza perdere l’amore dei genitori.
Il ruolo dei genitori non è accelerare la separazione, ma renderla possibile, cioè offrire piccole autonomie proporzionate all’età, senza sostituirsi al bambino, ma neppure ritirando bruscamente la propria presenza amorevole. Sollecitare un bambino a comportarsi da grande o negare la sua paura rischia di trasformare una difficoltà momentanea in un sentimento di inadeguatezza. È molto più utile riconoscere l’emozione e contemporaneamente trasmettere fiducia, comprendendo la paura senza confermare l’idea che la situazione sia pericolosa (Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2025).
In questo delicato percorso di accompagnamento, quanto è determinante il ruolo della comunicazione tra genitori e figli e quali atteggiamenti pratici possono realmente fare la differenza?
È fondamentale, a condizione di non confondere la comunicazione con l’interrogatorio. I bambini hanno bisogno di sentire che i genitori sono interessati a ciò che vivono, ma anche di poter avere uno spazio psichico proprio, non continuamente indagato o controllato.
Fare domande molto insistenti appena il figlio esce da scuola porta a una chiusura o a risposte banali. È più efficace cominciare a parlare di se stessi e della propria giornata perché il racconto del bambino emerga spontaneamente, magari durante il tragitto verso casa, a tavola o mentre si fanno i compiti.
La funzione più importante del genitore è quella di aiutare il figlio a trasformare un’emozione in qualcosa che può essere pensato e raccontato, questo significa ascoltare senza minimizzare, ma anche senza amplificare, riconoscere che la giornata è stata difficile e lasciare che il bambino trovi, con il proprio tempo, le parole per spiegarne il perché.
Una ricerca pubblicata su Developmental Psychology (2025) ha mostrato quanto parlare con i figli di come si sentano, ascoltarli con pazienza, spiegare senza interrompere, è associato ad un miglioramento delle reazioni ansiose.
Come può la ritualità quotidiana dell’accompagnamento e del ritorno giovare al bambino nella stabilità del suo mondo affettivo e familiare?
I rituali hanno una funzione psicologica molto importante perché rendono prevedibile ciò che emotivamente può essere difficile. Il saluto del mattino, il percorso verso scuola, lo stesso modo di salutarsi, così come il momento in cui ci si rincontra nel pomeriggio, costruiscono una cornice affettiva e danno un ritmo al tempo riconoscibile, stabile. Il bambino fa così l’esperienza che ci si può lasciare, ma che poi, ci si ritrova e si sta insieme.
Dal punto di vista psicoanalitico, questa prevedibilità sostiene progressivamente la capacità del bambino di conservare dentro di sé la sicurezza del legame anche quando il genitore non è fisicamente presente. Il rito diventa così una sorta di ponte tra presenza e assenza, tra casa e scuola.
Per questo, è prezioso anche un piccolo rituale del ritorno, come una merenda insieme, qualche minuto tranquillo o il tempo di riappropriarsi della casa e della cameretta, prima di iniziare compiti e attività (Journal of Family Psychology, 2026).
Nei casi in cui il rientro a scuola coincida con un passaggio scolastico particolarmente impegnativo, come il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria o dalle elementari alle medie, in che modo cambiano le dinamiche legate all’ansia da separazione e come può evolvere il rito dell’accompagnamento?
Ogni passaggio scolastico comporta un piccolo trauma, nel passaggio dalla Scuola dell’Infanzia alla Primaria è ancora molto presente la separazione concreta dalle figure familiari, insieme al timore per un ambiente più richiedente, nuove regole e nuovi compagni. I genitori continuano quindi a rappresentare un punto di riferimento molto forte.
Anche il rito dell’accompagnamento deve evolvere, con un bambino piccolo può significare arrivare insieme fino all’ingresso della scuola. Crescendo può diventare accompagnarlo da lontano, lasciando che si incontri con gli amici prima dell’ingresso. È importante che questa trasformazione avvenga gradualmente, non si può sparire improvvisamente.
L’obiettivo è che la presenza concreta del genitore possa lentamente diventare una presenza interiorizzata. Il bambino e poi l’adolescente, possono progressivamente sentire di avere dentro se stessi una base affettiva sufficientemente sicura da permettere loro di affrontare nuove esperienze anche senza la presenza fisica dei genitori. Le ricerche più recenti sui passaggi di ciclo scolastico confermano quanto la qualità dei legami con i compagni e con l’ambiente scolastico siano fattori importanti per il benessere psicologico (School Mental Health, 2025).
Quali consigli si sente di dare per affrontare al meglio questo nuovo anno scolastico?
-Ricordare che un po’ di ansia all’inizio della scuola è normale e, nella maggior parte dei casi, passeggera, che non è una malattia e tende ad attenuarsi con il tempo e con l’adattamento;
-Avere pazienza e cercare di comprendere ciò che il bambino sta vivendo, senza minimizzare la sua paura ma senza amplificarla;
-Mantenere costanti le abitudini quotidiane, soprattutto l’accompagnamento a scuola e il momento del ritorno a casa. La prevedibilità aiuta il bambino a sentirsi sicuro e capace di farcela;
-Evitare di tartassare il bambino di domande appena esce da scuola. È più utile creare dei momenti tranquilli, senza tecnologia, in cui possa raccontare spontaneamente quello che ha vissuto o è successo a scuola, e sentirsi ascoltato;
-Mantenere un rapporto fiducioso e collaborativo con la Scuola. La continuità tra famiglia e insegnanti offre al bambino una base di sicurezza e serenità molto solido;
-Se l’ansia non si attenua e persiste per oltre tre mesi e interferisce con la frequenza scolastica, il sonno, le relazioni o la vita quotidiana, è opportuno consultare uno psicoanalista dell’età evolutiva.
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