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Cultura

L’arte di trasformare la mancanza in una luce che cura l’anima: a San Nicandro Garganico il debutto lirico di Vincenzo Pio Argentino

La poesia del riscatto che guarisce il cuore dalle ferite della perdita! 📖❤️ Esce per Aletti Editore “Il Respiro dell’Assenza”, la straordinaria opera d’esordio del giovane poeta pugliese Vincenzo Pio Argentino di San Nicandro Garganico. Trenta componimenti densi di pathos, preceduti da una “bussola emotiva” in prosa, per trasformare il dolore in una luce di condivisione contro l’isolamento moderno. 🌌✨ Un capolavoro di resistenza contemplativa benedetto dalla prefazione del regista Cosimo Damiano Damato. Leggi qui per scoprire i dettagli della trama, la poetica dell’autore e come farsi rapire da questi versi universali! 👇

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Cover libro

San Nicandro Garganico (FG) – Ci sono momenti in cui le ferite della vita, i distacchi più dolorosi e il senso di vuoto che bussa alla porta della nostra quotidianità smettono di essere una condanna alla solitudine per farsi materia poetica, canto di riscatto e ponte spirituale verso la comprensione di se stessi. Il panorama letterario nazionale si arricchisce di una voce giovane, profonda e intensamente matura, nata tra i silenzi e le bellezze selvagge del Gargano. Ha fatto il suo esordio ufficiale in tutte le librerie e le piattaforme digitali “Il Respiro dell’Assenza”, la prima silloge poetica firmata dal talento di Vincenzo Pio Argentino. L’opera, pubblicata con orgoglio dalla prestigiosa casa editrice Aletti Editore all’interno della collana di punta “Gli Emersi della Poesia”, raccoglie trenta componimenti nati da un rigoroso e trasparente percorso di ricerca interiore, offrendo ai lettori contemporanei un balsamo efficace per curare le fragilità e le ansie del nostro tempo.

“Verso dopo verso, pagina dopo pagina, la scrittura acustica e visiva mi ha accompagnato in una continua e instancabile ricerca di verità, identità e luce, anche nei momenti in cui il cammino attraversava l’ombra più fitta della perdita”, confessa l’autore foggiano Vincenzo Pio Argentino, svelando l’anima di un testo che non vuole essere una fredda esercitazione accademica. “L’assenza, dunque, non è soltanto il tema centrale che dà il titolo al volume, ma rappresenta una vera e propria condizione esistenziale da cui prende forma l’intera opera. Sentivo l’esigenza autentica di trasformare il dolore in espressione artistica, dando un significato alto e condiviso alle esperienze vissute, salvandole dall’oblio del tempo che tutto consuma”.

La cura del verso contro il tumulto: la scintilla che si fa luce per la comunità

L’andamento stilistico prediletto dal giovane poeta pugliese si sviluppa attraverso un verso libero e fluido, capace di assecondare l’intuizione visiva immediata e il ritmo naturale del pensiero umano. Il linguaggio scelto è essenziale, misurato, privo di barocchismi o di retorica sentimentale: ogni singola parola è calibrata al millimetro per dare forma, peso e dignità al silenzio da cui si origina. “L’equilibrio tra la spontaneità emotiva e la cura tecnica del testo nasce proprio da questo dialogo interiore”, spiega l’autore. “Da una parte c’è l’urgenza emotiva viscerale che accende la scintilla originaria; dall’altra subentra la grande responsabilità civile della parola poetica, che richiede attenzione, ascolto profondo e rispetto per chi legge. È la cura del verso che permette a quella scintilla di farsi luce condivisibile”.

Lontana dall’essere intesa come un semplice vuoto o una privazione geometrica, la condizione dell’assenza si trasfigura in una forma paradossale e potentissima di presenza. La penna si configura così come uno strumento d’indagine archeologica della memoria, capace di dimostrare come ciò che sembra lontano o perduto continui in realtà a vivere e a pulsare dentro di noi, lasciando un’impronta che nessuna crisi o frenesia digitale può cancellare dal cuore. Ad arricchire la struttura del libro interviene una scelta editoriale di indubbio fascino: la presenza di brevi introduzioni in prosa prima di ciascun componimento. Concepite come una discreta “bussola emotiva”, queste note invitano il lettore a rallentare, a fermarsi e a entrare con piena consapevolezza nell’atmosfera sacra della lirica prima di lasciarsi cullare dalle proprie emozioni.

Un atto di resistenza contemplativa benedetto dal regista Damato

In un’epoca dominata dall’iperattività, dal multitasking e dal consumo rapido delle relazioni sui social network, la poesia di Vincenzo Pio Argentino si erge come un vero e proprio atto di resistenza contemplativa, un invito politico e umano a riappropriarsi del proprio tempo. Come scrive magistralmente nella Prefazione al volume Cosimo Damiano Damato, stimato regista, drammaturgo e sceneggiatore italiano, da sempre attivo nel mondo del grande teatro d’autore: «Lo spazio di una poesia è ricerca spirituale: voce contraria in un tumulto di silenzio, richiamo all’istante, al vento, alla sorgente, al dolore, a qualcosa di perduto». La scrittura lenta restituisce all’individuo contemporaneo la capacità di abitare il tempo, aprendo varchi inaspettati verso nuove consapevolezze civiche.

La silloge travalica così la dimensione individuale del diario privato per farsi voce universale di prossimità, offrendo alle famiglie e ai lettori uno spazio condiviso di vicinanza emotiva contro l’isolamento dei nostri giorni. “Vorrei che chiunque stringa tra le mani questo libro possa trovare in queste pagine uno spazio di riflessione e di silenziosa compagnia”, conclude con umiltà e orgoglio il poeta garganico. “Se anche una sola poesia riuscirà a far sentire qualcuno meno solo nell’oscurità della sua stanza, o riporterà alla memoria il volto amato di chi non c’è più, allora l’opera avrà raggiunto il suo scopo più nobile”. San Nicandro Garganico e l’intera Puglia celebrano la nascita di un piccolo tesoro letterario, un invito a non arrendersi al buio ma a cercare la bellezza ovunque, partendo proprio dal respiro profondo dei nostri ricordi più cari.

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Cultura

Il mistero immortale della Sibilla: Americo Marconi incanta Ripatransone con la rassegna “Indipendenti, Ribelli e Mistici”

Il mistero immortale della “Sibilla” e la forza invincibile di un “Archetipo Femminile” ribelle e visionario! ⛰️ 📖 Sabato 12 SETTEMBRE (ore 19:00, presso lo Studio d’Arte a Ripatransone) torna il grandissimo appuntamento con l’Arte, la Filosofia e l’Esoterismo! Stiamo parlando della meravigliosa rassegna culturale nazionale “Indipendenti Ribelli e Mistici”, nata ben 10 anni fa dalla geniale intuizione di Mara e Mario Vespasiani! In un mondo sempre più frenetico, dominato da internet e da informazioni banali e semplificate, questo ciclo di incontri rappresenta una vera e propria “oasi di salvezza” per chi ama pensare e farsi domande profonde! Protagonista assoluto del prossimo incontro sarà il Medico Umanista AMERICO MARCONI, che ci prenderà per mano e ci condurrà nei segreti millenari della “SIBILLA”! Chi era davvero questa figura? Non una semplice chiaroveggente dell’Antichità, ma la vera incarnazione dell’indipendenza femminile! Una donna capace di vedere “Oltre il Tempo”, sfidando le regole della società e del potere! Il racconto partirà dagli antichi oracoli della Grecia, passerà per l’Impero Romano e il Cristianesimo, per poi tuffarsi letteralmente nelle nostre montagne, nei meandri oscuri e leggendari della grotta dei “Monti Sibillini”! È proprio qui che la “Sibilla Appenninica” diventa simbolo eterno di trasgressione, magia e conoscenza suprema! Nessuno in Italia è riuscito a creare un laboratorio di pensiero, dialogo e scoperta intellettuale prezioso e libero come quello curato da Mario Vespasiani. Leggi i dettagli e i retroscena di questo meraviglioso evento esoterico nel nostro articolo completo! 👇 👁️ Secondo voi, abbiamo ancora bisogno del “Mito” e dell’Esoterismo per comprendere la nostra vita moderna? Cosa vi affascina di più della figura misteriosa e indomabile della “Sibilla”? Diteci la vostra opinione nei commenti e condividete questo tuffo meraviglioso nella Cultura!

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Locandina evento Ripatransone

Ripatransone (AP) – Viviamo in un’epoca frenetica e anestetizzata, costantemente dominata dalla velocità delle informazioni digitali, dalla brutale semplificazione del pensiero e dalla ricerca spasmodica di risposte preconfezionate. Proprio per questo motivo, esistono luoghi fisici e percorsi intellettuali che assumono le sembianze di vere e proprie “oasi di salvataggio” per l’anima umana.
Tra queste oasi brilla con luce fortissima la celebre rassegna nazionale “Indipendenti Ribelli e Mistici”, un progetto culturale nato ben dieci anni fa dalla geniale e coraggiosa intuizione di Mara e Mario Vespasiani. L’obiettivo? Riportare al centro del dibattito quelle persone, quei simboli e quelle idee fuori dal coro, capaci di sfuggire alle noiose letture convenzionali della modernità. E il prossimo, imperdibile appuntamento in calendario promette di essere un vero e proprio tuffo nel mistero più profondo dell’animo umano.

Alla scoperta della Sibilla: un archetipo femminile millenario

Sabato 12 settembre alle ore 19:00, presso il meraviglioso Studio d’Arte Mario Vespasiani a Ripatransone, si accenderanno i riflettori su uno dei temi più esoterici, affascinanti e longevi di tutta la cultura occidentale. Il protagonista assoluto dell’incontro sarà il medico umanista Americo Marconi, che prenderà per mano il pubblico accompagnandolo in un viaggio mozzafiato intitolato “Storia di un archetipo femminile: la Sibilla”.
Ma chi è davvero la Sibilla? Non è una semplice figura mitologica. Per oltre tremila anni ha attraversato indenne epoche storiche, civiltà scomparse e rigidi sistemi religiosi, conservando totalmente intatta la sua potentissima aura di mistero, chiaroveggenza e assoluta libertà. Lei è la Profetessa per eccellenza, la donna mistica che vede oltre le barriere del tempo presente, colei alla quale l’uomo (da sempre angosciato dall’ignoto) si rivolge per strappare una risposta al proprio destino.

Da Delfi alla leggenda ribelle dei Monti Sibillini

Il viaggio narrativo di Marconi partirà da lontano. Condurrà gli spettatori idealmente nell’antica Grecia, a Delfi, dove il contatto intimo con il Divino passava esclusivamente attraverso la parola oracolare. Si sposterà poi verso l’antica Cuma, dove la celebre “Sibilla Cumana” ha plasmato in modo irreversibile l’immaginario dell’Impero Romano e l’intera tradizione letteraria occidentale (entrando con forza perfino nell’immaginario sacro del Cristianesimo).
Ma il passaggio emotivamente più dirompente sarà quello dedicato alla nostra terra. È proprio nel cuore vibrante del nostro territorio, sulle vette e nelle viscere dei Monti Sibillini, che questo archetipo assume una forma straordinariamente ribelle. La tradizione della “Sibilla Appenninica”, ritirata nella penombra misteriosa della sua grotta montana insieme alle sue ancelle, dà vita a una figura femminile ferocemente indipendente, slegata da ogni regola maschile o sociale del mondo esterno. Una donna simbolo di autonomia, seduzione, conoscenza sotterranea e sublime trasgressione.

La Cultura come atto di resistenza intellettuale

Attraverso la voce sapiente di Americo Marconi, il pubblico non ascolterà soltanto il noioso riassunto di un vecchio mito pagano. Si tratterà di una profonda indagine sull’uomo contemporaneo. La Sibilla ci insegna infatti che esistono forme di conoscenza nascoste, che non possono essere ridotte a risposte semplici o a “click” su internet.
L’enorme importanza a livello nazionale che la rassegna “Indipendenti Ribelli e Mistici” si è conquistata nel tempo, risiede esattamente in questa volontà ferrea di promuovere una cultura fatta di domande scomode, di dubbi e di sano confronto. Il lavoro titanico di Mario Vespasiani rappresenta oggi un unicum nel panorama artistico italiano: nessuno come lui è riuscito a creare un “laboratorio del pensiero” così vivo e pulsante, in cui il passato non viene solo raccontato per nostalgia, ma viene usato come spada luminosa per squarciare l’ignoranza del nostro presente.

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Cultura

“Il filo delle parole” di Sabina Darova: il commovente racconto di Qefsere e il potere di un foglio di carta che restituisce la dignità agli invisibili

Il commovente racconto della scrittrice Sabina Darova che ci insegna a guardare “gli Invisibili” con gli occhi del Cuore! 🧶 📖 Come ci si sente quando si è costretti a scappare dal proprio Paese e ci si ritrova in una terra straniera, dove nessuno parla la tua lingua e dove ti senti un fantasma “invisibile”? La solitudine, il vuoto psicologico e la disperazione degli emigranti sono il tema centrale di questo meraviglioso e delicatissimo racconto letterario intitolato “Il filo delle parole”. La bravissima autrice Sabina Darova ci porta dentro l’anima di Qefsere, una donna curda la cui vita in un nuovo Paese ha perso ogni “colore”. Costretta a cucinare nel suo piccolo “angolo assegnato” e tormentata di notte dai ricordi del suo passato, Qefsere vive una tristezza silenziosa insieme al marito. Ma un giorno, in questo deserto emotivo, accade un miracolo piccolissimo eppure devastante. Qefsere si ritrova tra le mani un semplice foglio A4: è un piccolo dizionario di cucito… scritto non solo in italiano, ma anche IN CURDO! Qualcuno, nel freddo Paese ospitante, si è preso la briga di pensare a lei, alla sua terra natia, alla sua storia e alla sua dignità! La gioia di Qefsere nell’accorgersi di “Essere Stata Vista” e di non essere più un fantasma, fa venire letteralmente i brividi! Leggere la parola “Kemer” e tradurla in “Cintura”, smette di essere un semplice esercizio di lingua e diventa un atto di salvezza per l’anima. Un racconto stupendo che ci fa capire come l’Integrazione non passi dalle fredde leggi di Stato, ma dall’Empatia e dalla Gentilezza! Alla fine, il “Cucito” diventerà la stupenda metafora per unire due mondi diversi e lontani. Leggi la nostra emozionante analisi letteraria nell’articolo completo! 👇 ❤️ Quale emozione avete provato leggendo la storia di Qefsere? Anche voi pensate che basterebbe un piccolissimo gesto di “attenzione” in più verso lo straniero per creare ponti di fratellanza invece di muri e divisioni? Diteci la vostra opinione nei commenti e condividete questo splendido post culturale!

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Sabina Darova

Roma – Esiste un dolore silenzioso, sordo e lacerante di cui i telegiornali non parlano mai. Non fa rumore, non provoca esplosioni, ma consuma lentamente l’anima dall’interno. È il dolore dell’invisibilità, la disperazione silenziosa di chi è costretto a sradicare la propria vita dalla terra d’origine per fuggire altrove, finendo per diventare un fantasma senza nome e senza lingua in un Paese straniero.
La scrittrice Sabina Darova, nel suo brevissimo ma folgorante e meraviglioso racconto intitolato “Il filo delle parole”, riesce a catturare l’essenza esatta di questo tormento psicologico, per poi trasformarlo in un potentissimo messaggio di rinascita e speranza universale attraverso la storia della dolce e smarrita Qefsere.

Il vuoto dell’esilio: le valli senza colore e i silenzi notturni

La narrazione ci immerge fin dalle prime righe nella dolorosa “non-vita” di un emigrante. La protagonista del racconto, Qefsere, è una donna curda il cui corpo alto e snello si muove meccanicamente in una gabbia di alienazione. Quando scappi dalla tua terra e arrivi in un posto sconosciuto, le giornate perdono colore. Come scrive poeticamente l’autrice, diventano “una valle uguale all’altra”.
La sua vita si è ridotta a una catena di montaggio domestica priva di significato: cucinare in quell’“angolo che le è stato assegnato”, prendersi cura dei figli, scambiare due chiacchiere fugaci e senza radici con le nuove amiche, per poi addormentarsi. E perfino la notte, momento di riposo per l’essere umano, si trasforma per Qefsere in un campo di battaglia. I ricordi della terra natia la assalgono, facendola svegliare di soprassalto e sudata. Accanto a lei, nel buio della stanza, il marito fuma in silenzio: due sradicati che si parlano e si comprendono soltanto con uno sguardo di dolce disperazione.

Il miracolo dell’Empatia in un semplice foglio A4

Eppure, in questo deserto emotivo fatto di solitudine e invisibilità, accade un miracolo tanto piccolo quanto dirompente. Nessuna legge di Stato o decreto politico avrebbe potuto fare ciò che è riuscito a fare un semplice, banale foglio di carta formato A4.
Qefsere si ritrova tra le mani tremanti un piccolo “dizionario di cucito”. E qui avviene la magia descritta da Sabina Darova: le parole su quel foglio non sono scritte solo in italiano, ma anche nella lingua madre di Qefsere, il curdo. Qualcuno ha pensato a lei. Qualcuno, in quel freddo Paese straniero, ha deciso di spendere del tempo per onorare la sua storia, la sua cultura e le sue radici.

“Kemer” e “Cintura”: il linguaggio che cura le ferite

La reazione della donna è un capolavoro di emotività. Leggere la parola “Kemer” (che in curdo significa cintura) e provare a pronunciarla affannosamente in italiano (“Cintura”), le regala una vertigine di felicità assoluta. “Si sente vista. Non è invisibile” scrive la Darova. In quell’esatto istante, il graffio nel petto di Qefsere smette di fare sanguinare l’anima e diventa un brivido di pura gioia. Esistere per qualcuno significa, in fondo, essere riconosciuti come esseri umani portatori di una cultura dignitosa.

Il cammino dell’emigrante e il ponte verso il futuro

Il finale del racconto è una magistrale lezione di vita. Ritrovata la propria identità, la donna non trema più. Prende in mano ago e filo (lo strumento del suo lavoro domestico) e lo trasforma in uno strumento filosofico. I punti di cucitura diventano metaforicamente le parole di una nuova lingua.
Qefsere capisce una verità monumentale: imparare l’italiano e integrarsi non significa assolutamente cancellare il proprio passato o dimenticare il curdo. Significa percorrere due strade parallele, cucirle insieme senza paura e costruire, con coraggio e dignità, “un ponte” tra chi si era ieri e chi si diventerà domani. Sabina Darova ci ricorda, con questa perla letteraria, che la vera integrazione non nasce dall’assimilazione forzata, ma dalla gentilezza suprema di far sentire “visto” e accolto l’altro.

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Cultura

Quando il soffio invisibile della Natura prende forma: “La materia della vita” di Antonio Barbieri strega il Palazzo Pretorio di Certaldo

Algoritmi, Scanner 3D e il respiro della Natura che prende forma sotto le mani del Genio Umano! A Certaldo arriva l’incredibile mostra scultorea di Antonio Barbieri: quando la Fredda Tecnologia si trasforma in Pura Poesia! 🌳 🤖 Siete terrorizzati dall’idea che in futuro la Tecnologia e i Computer ruberanno l’Anima e il Lavoro agli esseri umani? C’è un geniale scultore italiano che vi dimostrerà esattamente l’opposto! Dal 26 SETTEMBRE all’8 FEBBRAIO, i meravigliosi e antichi spazi affrescati del Palazzo Pretorio di CERTALDO (FI) si trasformeranno in un laboratorio del futuro per ospitare “La materia della vita”, l’incredibile Mostra Personale dello scultore ANTONIO BARBIERI! Questo artista sta incantando l’Italia con una tecnica mozzafiato: tramite scanner, algoritmi complessi e modelli 3D riesce a “catturare” i dati invisibili della Natura (come il respiro di una foglia o la crescita dei rami di un albero) per darne una forma fisica. Ma la cosa più bella è che la Tecnologia si inchina all’Uomo: una volta catturati i dati, Barbieri modella, taglia, assembla e DIPINGE A MANO le sue opere, trasformando i freddi numeri dei computer in sculture spettacolari e coloratissime! 🎨 Vi ritroverete a camminare tra sculture futuristiche che sembrano coralli, fossili di animali sconosciuti, piante psichedeliche e “Chimere” misteriose, creando un contrasto pazzesco con le antiche mura medievali del palazzo storico toscano! L’inaugurazione è prevista per Sabato 26 Settembre (ore 17:00). Leggi tutti gli orari e la splendida filosofia che si nasconde dietro queste opere nel nostro articolo completo! 👇 👁️ Qual è il rapporto che avete con la Tecnologia Moderna? Credete che l’Arte stia perdendo la sua “Anima” umana a causa dei computer, oppure (come dimostra genialmente questa mostra) pensate che la tecnologia sia solo un “pennello più moderno” che ha solo bisogno di mani abili per creare capolavori inimitabili? Scrivete la vostra opinione e condividete il post con i vostri amici appassionati d’Arte per andare a visitarla insieme!

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Antonio Barbieri_Lichene_2020_Ferro acciaio vernice poliuretanica_Ph. Dimitri Angelini

Certaldo (FI) – Vi siete mai chiesti cosa succederebbe se, per un miracolo inspiegabile, i nostri occhi umani diventassero improvvisamente capaci di vedere l’invisibile? Se potessimo osservare fisicamente il respiro di una foglia, se potessimo toccare con mano l’algoritmo segreto che fa crescere i rami di un albero secolare, o se potessimo accarezzare le misteriose relazioni biologiche che governano l’evoluzione di tutte le specie viventi? Questa domanda affascinante, che sembra uscita da un sogno filosofico, è in realtà il cuore pulsante e viscerale della nuovissima ed emozionante esposizione artistica che sta per travolgere la Toscana.
A partire dal 26 settembre 2026 (e fino all’8 febbraio), le maestose e antiche sale del Palazzo Pretorio di Certaldo si trasformeranno in un laboratorio alchemico del terzo millennio per ospitare “La materia della vita”, la sensazionale Mostra Personale del geniale scultore italiano Antonio Barbieri, magistralmente curata da Davide Sarchioni.

Algoritmi, Scanner e Poesia: la tecnologia al servizio dell’anima

L’opera di Barbieri rappresenta una delle ricerche più originali, potenti e coraggiose dell’intero panorama artistico nazionale. In un’epoca in cui siamo terrorizzati dall’idea che le Macchine e l’Intelligenza Artificiale possano rubare il mestiere agli esseri umani, lo scultore italiano ribalta completamente questa prospettiva angosciante.
Barbieri utilizza scanner di ultimissima generazione, complessi sistemi di acquisizione dati, fotogrammetrie, algoritmi e fredde stampanti 3D non per farsi sostituire, ma per “potenziare” il proprio sguardo umano. È l’artista che domina la macchina, sottomettendo la tecnologia al suo personalissimo ed emotivo gesto creativo. Una volta estratti i “dati invisibili” della biologia naturale, Barbieri torna a essere un artigiano puro: modella, assembla, lima e dipinge rigorosamente a mano le proprie sculture. Il freddo codice informatico diventa carne, legno, resina e poesia. La Macchina si inchina al Cuore.

Fossili del futuro e creature sconosciute: le opere in mostra

Il risultato visivo di questo incredibile e irripetibile processo creativo è letteralmente mozzafiato. I visitatori che varcheranno la soglia del Palazzo si troveranno di fronte a sculture e installazioni site-specific (pensate appositamente per gli spazi della mostra) che sembrano provenire da un’altra galassia o dalle profondità oceaniche inesplorate.
Nascono presenze visive complesse, a metà strada tra il mondo naturale e quello artificiale: sculture che ricordano maestose ramificazioni vegetali, coralli marini psichedelici, microrganismi giganti, fossili primordiali o vere e proprie “Chimere” nate dalla fusione di organismi differenti. Opere che non copiano banalmente la Natura, ma ne estraggono le regole matematiche segrete per creare un universo scultoreo in continuo, magico e inarrestabile divenire.

Il contrasto vertiginoso: la scultura futuristica nel Medioevo

L’altro grande colpo di genio di questa esposizione è la location. Organizzata dalla Exponent S.r.l. in collaborazione con la rinomata galleria NM Contemporary di Monaco (e con il fondamentale supporto e patrocinio del Comune di Certaldo e della Regione Toscana), la mostra crea un cortocircuito visivo ed emotivo pazzesco.
Le futuristiche sculture biologiche e algoritmiche di Barbieri non sono infatti esposte in un asettico padiglione di vetro contemporaneo, ma andranno ad abitare le sacre e ruvide architetture medievali e i meravigliosi affreschi storici dell’ex sede del Vicariato fiorentino. Questo dialogo tra l’antica Storia dell’uomo e il nostro indecifrabile Futuro tecnologico è un’esperienza sensoriale che nessun vero amante dell’Arte dovrebbe farsi scappare.
(L’inaugurazione si terrà sabato 26 settembre alle ore 17:00. Per informazioni e dettagli sugli orari di apertura dei mesi successivi è possibile contattare il numero 0571 661219).

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