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Salute

SALUTE – PERCHE’ LA MUSICA FA BENE AI GIOVANI. I BENEFICI DELLA MUSICOTERAPIA SPIEGATI DA ADELIA LUCATTINI,ORDINARIO DELLA SOCIETA’ PSICOANALITICA ITALIANA

La musica tocca corde profonde, soprattutto durante l’adolescenza e la giovinezza, un periodo della vita, caratterizzato da profonde trasformazioni fisiche, psicologiche e sociali. Per i giovani, la musica, non è solo intrattenimento, ma un vero e proprio strumento di regolazione emotiva, una bussola identitaria e, in molti casi, una terapia quotidiana.

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Redazione-  La musica tocca corde profonde, soprattutto durante l’adolescenza e la giovinezza, un periodo della vita, caratterizzato da profonde trasformazioni fisiche, psicologiche e sociali. Per i giovani, la musica, non è solo intrattenimento, ma un vero e proprio strumento di regolazione emotiva, una bussola identitaria e, in molti casi, una terapia quotidiana.

“I motivi principali per cui la musica ha questo straordinario valore terapeutico – spiega la psicoanalista e psichiatra Adelia Lucattini,  Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana – si sviluppano, su tutti i livelli di sviluppo (bio-psico-sociale) integrati e interagenti tra loro”.

“Dove le parole non arrivano, si inceppano o diventano un ostacolo alla comunicazione – avverte Lucattini – nel silenzio comunicativo o nel caos emozionale, la musica rappresenta un canale privilegiato, il fil rouge che unisce giovani di ogni generazione. Attraverso le cuffie costantemente collegate agli smartphone, non c’è solo intrattenimento, ma la ricerca di un baricentro. La musica si rivela così un potentissimo “regolatore emotivo” spontaneo, capace di dare forma alla rabbia, espressone alla tristezza e voce ai conflitti interiori che i ragazzi non sanno o non possono verbalizzare”. Ma come può una melodia trasformarsi in uno strumento di cura e in che modo, la musicoterapia, oggi, si inserisce nei percorsi clinici e multidisciplinari di supporto psicologico per i più giovani? Vediamolo insieme ad Adelia Lucattini in questa intervista.

 

Dott.ssa Lucattini, per gli adolescenti l’ascolto della musica è quasi una costante quotidiana. Prima ancora di diventare un percorso clinico guidato, in che modo l’uso spontaneo che i ragazzi fanno della musica rappresenta una forma di autoregolazione emotiva profonda e di auto-cura?

 

Nell’adolescenza la musica ha un valore particolare, perché accompagna una delle trasformazioni profonde della vita: il passaggio dall’identità infantile a un’identità più autonoma, personale e sociale. Se nel bambino piccolo la musica è soprattutto ritmo, voce, corpo, ninna nanna, presenza materna e “involucro sonoro”, nell’adolescente diventa anche scelta, appartenenza, linguaggio emotivo e ricerca di sé.

Il riferimento ad Anzieu è molto importante: l’“involucro sonoro” nasce precocemente nella relazione madre-bambino, ma in adolescenza viene in qualche modo rielaborato. L’adolescente ha bisogno di separarsi dai genitori, ma anche di costruire nuovi contenitori psichici. La musica può diventare proprio questo: un nuovo involucro, non più soltanto familiare, ma personale e gruppale. La playlist, il concerto, la band, il genere musicale preferito, la canzone ascoltata in cuffia, diventano luoghi simbolici in cui il ragazzo può riconoscersi, consolarsi, differenziarsi, pensare.

Gli studi sulla musica e lo sviluppo mostrano che il coinvolgimento musicale attivo – suonare, cantare, comporre, improvvisare – favorisce funzioni intellettive ed emotive importanti. Alcuni studi statunitensi condotti nelle high school hanno evidenziato che due anni di lezioni musicali di gruppo migliorano la codifica neurale del linguaggio e la maturazione dei processi uditivi, con effetti collegati anche all’attenzione, alla lettura e all’apprendimento. Non è quindi solo “ascoltare musica”: è fare esperienza attiva del suono, del ritmo, della coordinazione, dell’attesa, dell’ascolto dell’altro.

Nelle scuole superiori anglosassoni, la partecipazione a cori, orchestre e gruppi musicali è considerata come esperienza di crescita socio-emotiva che favorisce l’apprendimento delle materie curriculari. La musica di gruppo sostiene competenze come cooperazione, perseveranza, autoregolazione, senso di appartenenza, fiducia in sé e capacità di stare dentro una relazione senza perdere la propria voce. Anche studi su studenti universitari mostrano che la partecipazione agli ensemble musicali, basta pensare alle fanfare delle università francesi, può favorire bisogni psicologici fondamentali come relazione, competenza e autonomia (Contributions to Music Education, 2023),

Negli ultimi anni, anche all’interno di contesti terapeutici, si utilizza molto la scrittura di testi o la creazione di playlist condivise. Qual è il valore psicologico, in termini di identità e autostima, nel vedere la propria sofferenza o la propria rabbia “oggettivata” e trasformata in una canzone, prendendo in qualche modo le distanze dal proprio dolore?

La correlazione tra musica e cervello in adolescenza è oggi molto studiata, perché proprio durante questa fase della vita è estremamente plastico, emotivamente sensibile e ancora in piena maturazione. La musica non coinvolge una sola area cerebrale, ma attiva contemporaneamente funzioni mentali, la psiche, “circuiti” emotivi, cognitivi, motori e relazionali: memoria, attenzione, linguaggio, immaginazione, vitalità e valorizzazione dell’esperienza.

Lo psicoanalista Theodor Reik aveva intuito molto precocemente che la dimensione uditiva è profondamente legata ai processi inconsci e affettivi. In adolescenza questo aspetto diventa ancora più evidente: i ragazzi spesso usano la musica come un linguaggio emotivo alternativo, capace di esprimere ciò che non riescono ancora a dire apertamente. Molte emozioni adolescenziali (rabbia, malinconia, senso di esclusione, desiderio amoroso, bisogno di appartenenza) trovano nella musica una forma di rappresentazione e contenitore.

Dal punto di vista neuropsicologico, ascoltare o scrivere musica e poi metterla in pratica stimola il rilascio di dopamina e coinvolge i circuiti cerebrali del piacere e della motivazione. Per questo la musica può favorire sentimenti positivi, aumentare il senso di vitalità e aiutare gli adolescenti a modulare stati emotivi intensi o instabili. Ma non si tratta solo di “sentirsi meglio”, la musica aiuta anche a costruire identità. L’adolescente sceglie musiche che “lo rappresentano”, che raccontano qualcosa di sé, del gruppo a cui sente di appartenere o della persona che desidera diventare (Journal of Creativity in Mental Health, 2026).

 

Uno dei più grandi ostacoli con i pazienti adolescenti, come mi spiegava poco fa, è proprio quello di abbattere il silenzio o la difficoltà a verbalizzare il proprio malessere, secondo il Suo parere, la musicoterapia, sia essa l’ascolto guidato o l’improvvisazione attiva riesce a superare queste resistenze e a fare emergere vissuti traumatici o conflitti profondi che altrimenti, rimarrebbero inespressi? E come è possibile, secondo Lei,  che la musica possa stimolare l’intelligenza dell’adolescente?

 

La musica può stimolare profondamente l’intelligenza dell’adolescente perché coinvolge contemporaneamente emozioni, pensiero, memoria, immaginazione e capacità relazionali. Le neuroscienze in accordo con la psicoanalisi, mostrano che l’esperienza musicale attiva molte aree cerebrali insieme e favorisce l’integrazione tra mondo emotivo e cognitivo. Studi recenti confermano inoltre che la musica sostiene la regolazione emotiva, la resilienza psicologica e la capacità di mentalizzazione, aspetti centrali proprio durante l’adolescenza.

Numerosi autori hanno evidenziato come la musica comunichi direttamente con il mondo affettivo e inconscio attraverso il ritmo e il suono. In adolescenza questo aspetto è particolarmente importante, perché il ragazzo vive emozioni intense e spesso difficili da verbalizzare. La musica diventa allora una forma di pensiero emotivo: permette di contenere stati interni confusi, dare forma alle emozioni e trasformare l’impulsività in esperienza rappresentabile.

Philippe Gutton ha mostrato come l’adolescenza sia il tempo della “pubertà psichica”, cioè di una profonda riorganizzazione interna. In questa fase la musica può aiutare il ragazzo a costruire continuità tra corpo, emozioni e pensiero, accompagnando il delicato lavoro di costruzione dell’identità. L’importanza dell’esperienza estetica nella crescita mentale, la musica, come altre esperienze artistiche, favorisce la capacità di pensare, immaginare e tollerare la complessità emotiva. Attraverso il suono e il ritmo, l’adolescente può avvicinare aspetti profondi di sé senza sentirsi troppo esposto o minacciato dalla parola diretta. L’“involucro sonoro” come di una prima struttura psichica fondata sulla voce, sui suoni e sulla musicalità della relazione. In adolescenza questo involucro viene in parte ricostruito attraverso le musiche amate, le canzoni ascoltate ripetutamente, le esperienze musicali condivise, che diventano contenitori emotivi e strumenti di identificazione.

Le ricerche più recenti confermano che la musica attiva anche i sistemi neuropsicologici collegati alla regolazione interna, alla memoria autobiografica e al senso di identità personale. Inoltre, gli interventi di musicoterapia negli adolescenti possono ridurre ansia, isolamento emotivo e sintomi depressivi, migliorando la capacità di esprimere e comprendere i propri stati interni. La musica, quindi, non stimola soltanto abilità artistiche, ma sostiene la crescita mentale dell’adolescente, la creatività e la trasformazione delle emozioni in pensieri condivisibili (Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, 2026).

Che tipo di Musica, a Suo avviso, è adatta agli adolescenti?

Tutti gli studi affermano che non esistano generi musicali “giusti” o “sbagliati” per gli adolescenti. La musica più importante è quella che il ragazzo sente come propria, quella che gli permette di riconoscersi, emozionarsi, pensare e sentirsi vivo. In adolescenza la musica è profondamente legata alla costruzione dell’identità e alla regolazione emotiva, ogni ragazzo sceglie sonorità che parlano del suo mondo interno, delle sue emozioni, del gruppo a cui sente di appartenere o della persona che desidera diventare.

Una ricerca dell’Universidad Autónoma de Madrid, dimostrano infatti che non è tanto il genere musicale in sé a essere terapeutico o dannoso, quanto il modo in cui la musica viene vissuta, sia in solitudine che in compagnia. La ricerca contemporanea evidenzia che la musica può aiutare gli adolescenti a regolare emozioni intense, ridurre ansia e solitudine e favorire processi di autoriflessione e costruzione dell’identità.

Dal punto di vista psicologico e psicoanalitico, la musica può essere considerata uno spazio privilegiato di trasformazione mentale. Sigmund Freud aveva già intuito che l’esperienza artistica permette di dare espressione simbolica a desideri, conflitti ed emozioni profonde che non riescono a trovare facilmente parole. In adolescenza questo processo è particolarmente importante, perché il ragazzo attraversa una fase di intensa turbolenza emotiva e identitaria.

La mente cresce attraverso la capacità di trasformare emozioni grezze e confuse in pensieri pensabili. Il ritmo, la melodia e la ripetizione permettono di organizzare ciò che inizialmente appare caotico o travolgente. Thomas Ogden sottolinea l’importanza degli spazi creativi e immaginativi nello sviluppo del Sé. Attraverso la musica l’adolescente può entrare in contatto con aspetti profondi della propria interiorità senza sentirsi immediatamente esposto al giudizio o costretto alla verbalizzazione diretta. La musica diventa così una forma di pensiero emotivo, un luogo psichico in cui il ragazzo può sentirsi esistere, immaginare sé stesso e costruire continuità tra corpo, emozioni e pensiero.

E’ fondamentale non solo ascoltare musica, ma viverla attivamente, praticarla, suonare, cantare, improvvisare, comporre. Quando l’adolescente vive la musica, sperimenta un processo creativo che rafforza identità, fiducia in sé e capacità relazionale. Fare musica significa trasformare emozioni interne in qualcosa di comunicabile, condiviso e pensabile, un’esperienza profondamente evolutiva per la mente adolescenziale.

Anche molti musicisti e artisti hanno raccontato questa funzione vitale della musica nell’adolescenza. David Bowie diceva della musica: “Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere me stesso”, mentre Ezio Bosso sottolineava che “la musica ci insegna la cosa più importante che esista, ascoltare”. Questo è centrale anche sul piano psicologico, attraverso la musica l’adolescente impara ad ascoltare sé stesso, le proprie emozioni e gli altri, a dipingere l’affresco della propria vita.

Quali consigli si sente di dare?

 

– È importante ascoltare la musica, in quanto aiuta i ragazzi a comprendere meglio se stessi. La musica favorisce la regolazione emotiva e permette di dare forma a stati d’animo difficili da esprimere a parole;

-Suonare o cantare stimola mente e creatività. La pratica musicale migliora attenzione, memoria, concentrazione e capacità di espressione personale;

-Fare musica insieme riduce isolamento e solitudine. Band, fanfare, cori e gruppi musicali favoriscono relazioni, ascolto reciproco e senso di appartenenza;

-Favorisce un migliore rendimento scolastico e universitario. Disciplina, memoria, organizzazione mentale e capacità di concentrazione vengono rafforzate dalla pratica musicale;

-Aiuta a costruire identità e autostima. Attraverso la musica ci si può riconoscere nel proprio stato d’animo e nelle proprie emozioni e sentirsi in molti casi, più sicuri di se stessi;

-La passione musicale può diventare anche una professione. Musicista, cantante, produttore, insegnante o musicoterapeuta: la musica può trasformarsi in un percorso lavorativo e creativo;

-La musica aiuta sempre a combattere ansia e depressione. La musica e musicoterapia sostengono il benessere psicologico e la regolazione delle emozioni.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Salute

Chirurgia personalizzata all’ospedale San Carlo di Nancy: salvato un giovane paziente oncologico

🏥 Un trentenne con una storia oncologica complessa torna a vivere dopo aver affrontato una calcolosi massiva, grazie all’intervento “su misura” del prof. Alessandro Calarco all’Ospedale San Carlo di Nancy. Un esempio di eccellenza urologica che restituisce dignità e salute oltre ogni previsione.

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#SanCarloDiNancy #Urologia #Medicina #SanitàRoma

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Alessandro Calarco Ospedale San Carlo di Nancy

Redazione-  Il percorso di cura che ha coinvolto A., oggi trentenne, rappresenta una sintesi estrema tra la resilienza del paziente e l’innovazione tecnologica applicata alla pratica clinica urologica. La sua storia, iniziata nell’infanzia con una diagnosi di neoplasia tra vescica e prostata a soli due anni, è un susseguirsi di chemioterapie, cicli di radioterapia e molteplici ricostruzioni chirurgiche dell’apparato urinario. Queste procedure, pur salvandogli la vita in tenera età, hanno lasciato in eredità un’anatomia profondamente alterata, caratterizzata da una fragilità cronica che ha segnato ogni fase della sua giovinezza.

Per decenni, A. ha convissuto con l’incontinenza e le limitazioni funzionali derivanti dagli esiti dei trattamenti oncologici. Tuttavia, la situazione è precipitata quando una calcolosi massiva ha colpito sia la neovescica che i reni. Gli stent, essenziali per il drenaggio urinario, si erano calcificati fino a diventare impossibili da rimuovere con le tecniche operatorie standard. Dopo aver ricevuto il rifiuto da parte di diverse strutture ospedaliere, che consideravano il quadro clinico ormai inoperabile, la svolta è arrivata presso l’Ospedale San Carlo di Nancy, struttura romana accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale e parte di GVM Care & Research.

Un approccio chirurgico sartoriale per sfide complesse

È qui che il giovane ha incontrato il professor Alessandro Calarco, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Urologia. La condizione di A. non richiedeva solo competenza tecnica, ma una visione d’insieme capace di superare i limiti della chirurgia tradizionale. Il paziente, arrivato al pronto soccorso in preda a dolori lancinanti e senza alcuna alternativa terapeutica, ha trovato nel team di Calarco la determinazione necessaria per affrontare una sfida che molti consideravano persa in partenza.

L’intervento risolutivo, eseguito con successo, ha previsto una procedura combinata di straordinaria precisione. I chirurghi hanno operato attraverso accessi simultanei: una tecnica chirurgica percutanea retroperitoneale sui reni, unita a un intervento transaddominale sulla neovescica. Questa modalità ha permesso di bonificare le aree critiche, superando le difficoltà poste da un’anatomia che presentava cicatrici estese e una conformazione interna notevolmente diversa da quella fisiologica. La capacità del team di adattare la chirurgia alle specifiche esigenze del ragazzo ha trasformato un caso clinico giudicato proibitivo in un successo terapeutico.

Il valore della personalizzazione in urologia

Il professor Calarco sottolinea come il successo non sia dipeso solo dalla destrezza manuale, ma dalla volontà di non rassegnarsi a prospettive limitanti. Per i medici di medicina specialistica, la gestione di pazienti con una storia oncologica pregressa così lunga rappresenta un terreno di confronto con i limiti della scienza medica. Ogni centimetro di tessuto operato ha richiesto una valutazione prudente, tale da garantire la massima efficacia senza compromettere l’equilibrio del paziente.

L’eccezionalità di questo approccio è stata riconosciuta anche dalla comunità scientifica di settore: il caso di A. è stato presentato al Congresso Nazionale di Urologia, venendo citato come esempio virtuoso di trattamento personalizzato. La medicina moderna, infatti, tende sempre più verso questa direzione “sartoriale”, dove il protocollo viene adattato al corpo del paziente e non viceversa. Per A., il risultato è un ritorno a una quotidianità finalmente priva del dolore costante che lo aveva perseguitato per mesi.

Nonostante la natura cronica della sua condizione richieda controlli periodici e possibili interventi di revisione futura, il cambiamento nella sua qualità di vita è radicale. Il giovane, che oggi può condurre una quotidianità quasi del tutto normale, definisce questo traguardo come il dono più grande ricevuto dopo anni di battaglie cliniche. La sua testimonianza funge da monito sul valore fondamentale della fiducia tra medico e paziente e sull’importanza di non interrompere mai la ricerca di soluzioni, anche quando le cartelle cliniche sembrano non lasciare più spazio alla speranza.

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La riforma della disabilità e il ruolo della medicina legale: una valutazione più giusta e vicina alla persona

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Redazione-Roma è stata il fulcro del dibattito nazionale sulla sanità e i diritti civili durante il 47° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA). Al centro della discussione, il dottor Lucio Di Mauro, segretario nazionale della SIMLA, ha delineato i contorni di una trasformazione epocale che punta a riscrivere il rapporto tra istituzioni e cittadini fragili. La riforma della disabilità, che si sta attuando in questa fase in Italia, non rappresenta solo un aggiornamento normativo, ma un cambio di paradigma culturale che sposta l’attenzione dal concetto di invalidità clinica a quello di dignità umana e partecipazione sociale.

La nuova valutazione di base come pilastro del cambiamento

Il cuore pulsante di questa riforma è identificabile nella nuova “valutazione di base” della condizione di disabilità. Fino a oggi, il sistema era spesso percepito come un complesso ingranaggio burocratico, dove la persona veniva ridotta a una serie di codici e percentuali. Il nuovo approccio intende superare questa frammentazione, ponendo al centro l’individuo con le sue necessità quotidiane. Che si tratti di un minore in attesa di un supporto educativo scolastico, o di un adulto che aspira all’inserimento lavorativo, la procedura di valutazione non deve limitarsi a certificare una patologia, quanto piuttosto a comprendere come tale condizione influenzi la vita relazionale e operativa del singolo soggetto.

Questo passaggio di testimone verso un modello biopsicosociale, ispirato alla classificazione ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, presuppone una capacità di analisi più ampia. La medicina legale, in questo contesto, smette di essere un freddo tribunale di accertamento per trasformarsi in un attore proattivo del sistema di welfare. Il compito dei professionisti del settore diventa quello di tradurre le oggettive limitazioni fisiche o sensoriali in bisogni concreti, necessari per costruire un progetto di vita personalizzato.

Medicina legale come garanzia di omogeneità territoriale

Una delle criticità storiche del sistema italiano riguarda la disparità di trattamento. Un cittadino residente in Lombardia potrebbe trovarsi a fruire di percorsi e diritti differenti rispetto a un residente in Sicilia o in un piccolo comune dell’Appennino. La riforma, sotto l’egida dell’uniformità metodologica proposta da SIMLA, mira a eliminare queste divergenze. La medicina legale assume una funzione di garante: l’applicazione di criteri standardizzati su tutto il territorio nazionale è il presupposto di una giustizia sociale reale.

L’omogeneizzazione delle procedure non è solo una nobile ambizione tecnica, ma una necessità pratica. Ridurre il contenzioso giudiziario significa, in primo luogo, sollevare le famiglie dalla pressione di dover ricorrere alle aule di tribunale per veder riconosciuto un diritto che dovrebbe essere già garantito dalla legge. Le lunghe attese, tipiche del passato, sono state spesso causate da interpretazioni discrezionali e difformi del quadro normativo. Attraverso una formazione continua e una condivisione dei protocolli valutativi, i medici legali possono contribuire in modo determinante alla riduzione dei tempi di risposta, garantendo che ogni cittadino riceva una valutazione tempestiva e, soprattutto, equa.

Dalla misurazione all’inclusione sociale effettiva

Il superamento della logica puramente amministrativa è il punto di arrivo di questo percorso. Quando la medicina legale si concentra sull’ambiente che circonda la persona — la scuola, il posto di lavoro, la barriera architettonica nelle città — si trasforma in un presidio di equità. Non si tratta più solo di quantificare il danno, ma di definire quali strumenti siano necessari affinché il cittadino possa esercitare pienamente la propria cittadinanza. Questo approccio richiede che la valutazione sia un processo dinamico, capace di adattarsi ai cambiamenti della vita di una persona, evitando che la certificazione diventi un documento statico e superato.

Il lavoro svolto dai medici legali, in collaborazione con le altre figure sanitarie e sociali, diventa quindi l’anello di congiunzione tra le tutele previste sulla carta e la realtà vissuta. In questo scenario, la dignità della persona non è più un concetto astratto, ma il risultato di una procedura che rispetta la specificità di ogni storia individuale. L’impegno profuso da SIMLA durante il congresso conferma la volontà della categoria di porsi al servizio della collettività, interpretando il proprio ruolo deontologico come strumento per trasformare una pratica burocratica in un’occasione di autentica inclusione, dove il diritto alla salute e il diritto all’integrazione camminano finalmente di pari passo.

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Salute

Il premio Carlo Lauri valorizza le nuove eccellenze della ricerca odontostomatologica alla Sapienza

🦷 La prima edizione del Premio Carlo Lauri celebra il talento dei giovani ricercatori della Sapienza, unendo il ricordo di un professionista esemplare al futuro della ricerca odontostomatologica. Scopri i dettagli della premiazione e l’importanza del connubio tra accademia e territorio.

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#Sapienza #Odontostomatologia #RicercaScientifica #RomaCampidoglio

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 Redazione-  l’Aula Capozzi del Policlinico Umberto I è diventata il palcoscenico di un evento significativo per il mondo accademico e sanitario italiano. Si è tenuta la cerimonia conclusiva della prima edizione del Premio Carlo Lauri, un riconoscimento istituito per premiare le migliori tesi di laurea discusse presso la Sapienza Università di Roma durante l’anno accademico 2023/2024. Il progetto nasce da una collaborazione strategica tra il prestigioso ateneo romano e il Rotary Club Roma Campidoglio, con l’obiettivo dichiarato di sostenere i giovani clinici nel loro percorso di inserimento professionale e scientifico.

Un legame solido tra università e società civile

La giornata ha visto la partecipazione della Magnifica Rettrice, la professoressa Antonella Polimeni, che ha sottolineato il valore simbolico e concreto di questa iniziativa. Nel suo intervento, la Rettrice ha evidenziato come l’assegnazione di borse di studio in memoria di un professionista stimato rappresenti una doppia opportunità: da un lato, preservare l’eredità umana e professionale di Carlo Lauri, offrendolo come modello di integrità ed eccellenza agli studenti; dall’altro, concretizzare il diritto allo studio attraverso il riconoscimento tangibile del merito.

Il concetto di “terza missione” dell’università, ovvero la capacità dell’istituzione di dialogare attivamente con il territorio e le sue realtà sociali, è stato al centro dell’analisi del professor Umberto Romeo, Direttore del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Maxillo Facciali. Secondo il docente, il partenariato con un ente radicato nella comunità come il Rotary Club Roma Campidoglio è fondamentale. Questo ponte tra il bagaglio di conoscenze accademiche e le necessità del tessuto sociale permette di trasformare la ricerca teorica in un contributo utile per la collettività, creando i presupposti per una crescita costante della qualità delle prestazioni sanitarie.

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Memoria, rigore scientifico e futuro clinico

Il momento più intimo della giornata è stato affidato a Carla Testa Lauri, che ha rievocato la figura del marito. La sua testimonianza ha restituito l’immagine di un uomo che, oltre alla competenza tecnica, ha saputo coniugare la professione medica con una profonda passione per la vita e per la libertà, valori che il premio intende tramandare alle nuove generazioni di dentisti e ricercatori. Il ricordo, dunque, non come atto formale, ma come guida etica per chi si affaccia oggi al mondo della sanità.

Sul piano squisitamente accademico, il presidente della commissione esaminatrice, il professor Alberto De Biase, ha tracciato un bilancio tecnico della selezione. Gli elaborati sottoposti al vaglio degli esperti hanno mostrato un livello qualitativo elevato, confermando la solidità del percorso didattico offerto dalla Sapienza. La qualità della ricerca presentata dai giovani neodottori indica una generazione di clinici rigorosa, capace di affrontare le sfide dell’odontostomatologia moderna attraverso l’applicazione di metodologie innovative e un approccio basato sull’evidenza scientifica.

La chiusura della giornata è stata affidata a Gabriele e Giorgio Lauri, che hanno consegnato ufficialmente le borse di studio ai vincitori. Il gesto ha segnato una sorta di passaggio di testimone, consolidando il legame tra la storia professionale e l’avvenire della ricerca. Con questa prima edizione, il Premio Carlo Lauri si propone come un appuntamento fisso nel panorama universitario capitolino, ribadendo l’importanza del sostegno ai talenti emergenti in un settore, quello della salute orale, che richiede un aggiornamento continuo e uno spirito analitico sempre acceso. L’attenzione verso il merito e l’integrazione tra eccellenza scientifica e finalità solidaristiche restano le pietre miliari su cui si fonda questa iniziativa, capace di unire istituzioni diverse in un unico obiettivo condiviso: il miglioramento della formazione medica italiana.

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