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SALUTE – PERCHE’ LA MUSICA FA BENE AI GIOVANI. I BENEFICI DELLA MUSICOTERAPIA SPIEGATI DA ADELIA LUCATTINI,ORDINARIO DELLA SOCIETA’ PSICOANALITICA ITALIANA

La musica tocca corde profonde, soprattutto durante l’adolescenza e la giovinezza, un periodo della vita, caratterizzato da profonde trasformazioni fisiche, psicologiche e sociali. Per i giovani, la musica, non è solo intrattenimento, ma un vero e proprio strumento di regolazione emotiva, una bussola identitaria e, in molti casi, una terapia quotidiana.

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SALUTE - PERCHE’ LA MUSICA FA BENE AI GIOVANI. I BENEFICI DELLA MUSICOTERAPIA SPIEGATI DA ADELIA LUCATTINI,ORDINARIO DELLA SOCIETA’ PSICOANALITICA ITALIANA

Redazione-  La musica tocca corde profonde, soprattutto durante l’adolescenza e la giovinezza, un periodo della vita, caratterizzato da profonde trasformazioni fisiche, psicologiche e sociali. Per i giovani, la musica, non è solo intrattenimento, ma un vero e proprio strumento di regolazione emotiva, una bussola identitaria e, in molti casi, una terapia quotidiana.

“I motivi principali per cui la musica ha questo straordinario valore terapeutico – spiega la psicoanalista e psichiatra Adelia Lucattini,  Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana – si sviluppano, su tutti i livelli di sviluppo (bio-psico-sociale) integrati e interagenti tra loro”.

“Dove le parole non arrivano, si inceppano o diventano un ostacolo alla comunicazione – avverte Lucattini – nel silenzio comunicativo o nel caos emozionale, la musica rappresenta un canale privilegiato, il fil rouge che unisce giovani di ogni generazione. Attraverso le cuffie costantemente collegate agli smartphone, non c’è solo intrattenimento, ma la ricerca di un baricentro. La musica si rivela così un potentissimo “regolatore emotivo” spontaneo, capace di dare forma alla rabbia, espressone alla tristezza e voce ai conflitti interiori che i ragazzi non sanno o non possono verbalizzare”. Ma come può una melodia trasformarsi in uno strumento di cura e in che modo, la musicoterapia, oggi, si inserisce nei percorsi clinici e multidisciplinari di supporto psicologico per i più giovani? Vediamolo insieme ad Adelia Lucattini in questa intervista.

 

Dott.ssa Lucattini, per gli adolescenti l’ascolto della musica è quasi una costante quotidiana. Prima ancora di diventare un percorso clinico guidato, in che modo l’uso spontaneo che i ragazzi fanno della musica rappresenta una forma di autoregolazione emotiva profonda e di auto-cura?

 

Nell’adolescenza la musica ha un valore particolare, perché accompagna una delle trasformazioni profonde della vita: il passaggio dall’identità infantile a un’identità più autonoma, personale e sociale. Se nel bambino piccolo la musica è soprattutto ritmo, voce, corpo, ninna nanna, presenza materna e “involucro sonoro”, nell’adolescente diventa anche scelta, appartenenza, linguaggio emotivo e ricerca di sé.

Il riferimento ad Anzieu è molto importante: l’“involucro sonoro” nasce precocemente nella relazione madre-bambino, ma in adolescenza viene in qualche modo rielaborato. L’adolescente ha bisogno di separarsi dai genitori, ma anche di costruire nuovi contenitori psichici. La musica può diventare proprio questo: un nuovo involucro, non più soltanto familiare, ma personale e gruppale. La playlist, il concerto, la band, il genere musicale preferito, la canzone ascoltata in cuffia, diventano luoghi simbolici in cui il ragazzo può riconoscersi, consolarsi, differenziarsi, pensare.

Gli studi sulla musica e lo sviluppo mostrano che il coinvolgimento musicale attivo – suonare, cantare, comporre, improvvisare – favorisce funzioni intellettive ed emotive importanti. Alcuni studi statunitensi condotti nelle high school hanno evidenziato che due anni di lezioni musicali di gruppo migliorano la codifica neurale del linguaggio e la maturazione dei processi uditivi, con effetti collegati anche all’attenzione, alla lettura e all’apprendimento. Non è quindi solo “ascoltare musica”: è fare esperienza attiva del suono, del ritmo, della coordinazione, dell’attesa, dell’ascolto dell’altro.

Nelle scuole superiori anglosassoni, la partecipazione a cori, orchestre e gruppi musicali è considerata come esperienza di crescita socio-emotiva che favorisce l’apprendimento delle materie curriculari. La musica di gruppo sostiene competenze come cooperazione, perseveranza, autoregolazione, senso di appartenenza, fiducia in sé e capacità di stare dentro una relazione senza perdere la propria voce. Anche studi su studenti universitari mostrano che la partecipazione agli ensemble musicali, basta pensare alle fanfare delle università francesi, può favorire bisogni psicologici fondamentali come relazione, competenza e autonomia (Contributions to Music Education, 2023),

Negli ultimi anni, anche all’interno di contesti terapeutici, si utilizza molto la scrittura di testi o la creazione di playlist condivise. Qual è il valore psicologico, in termini di identità e autostima, nel vedere la propria sofferenza o la propria rabbia “oggettivata” e trasformata in una canzone, prendendo in qualche modo le distanze dal proprio dolore?

La correlazione tra musica e cervello in adolescenza è oggi molto studiata, perché proprio durante questa fase della vita è estremamente plastico, emotivamente sensibile e ancora in piena maturazione. La musica non coinvolge una sola area cerebrale, ma attiva contemporaneamente funzioni mentali, la psiche, “circuiti” emotivi, cognitivi, motori e relazionali: memoria, attenzione, linguaggio, immaginazione, vitalità e valorizzazione dell’esperienza.

Lo psicoanalista Theodor Reik aveva intuito molto precocemente che la dimensione uditiva è profondamente legata ai processi inconsci e affettivi. In adolescenza questo aspetto diventa ancora più evidente: i ragazzi spesso usano la musica come un linguaggio emotivo alternativo, capace di esprimere ciò che non riescono ancora a dire apertamente. Molte emozioni adolescenziali (rabbia, malinconia, senso di esclusione, desiderio amoroso, bisogno di appartenenza) trovano nella musica una forma di rappresentazione e contenitore.

Dal punto di vista neuropsicologico, ascoltare o scrivere musica e poi metterla in pratica stimola il rilascio di dopamina e coinvolge i circuiti cerebrali del piacere e della motivazione. Per questo la musica può favorire sentimenti positivi, aumentare il senso di vitalità e aiutare gli adolescenti a modulare stati emotivi intensi o instabili. Ma non si tratta solo di “sentirsi meglio”, la musica aiuta anche a costruire identità. L’adolescente sceglie musiche che “lo rappresentano”, che raccontano qualcosa di sé, del gruppo a cui sente di appartenere o della persona che desidera diventare (Journal of Creativity in Mental Health, 2026).

 

Uno dei più grandi ostacoli con i pazienti adolescenti, come mi spiegava poco fa, è proprio quello di abbattere il silenzio o la difficoltà a verbalizzare il proprio malessere, secondo il Suo parere, la musicoterapia, sia essa l’ascolto guidato o l’improvvisazione attiva riesce a superare queste resistenze e a fare emergere vissuti traumatici o conflitti profondi che altrimenti, rimarrebbero inespressi? E come è possibile, secondo Lei,  che la musica possa stimolare l’intelligenza dell’adolescente?

 

La musica può stimolare profondamente l’intelligenza dell’adolescente perché coinvolge contemporaneamente emozioni, pensiero, memoria, immaginazione e capacità relazionali. Le neuroscienze in accordo con la psicoanalisi, mostrano che l’esperienza musicale attiva molte aree cerebrali insieme e favorisce l’integrazione tra mondo emotivo e cognitivo. Studi recenti confermano inoltre che la musica sostiene la regolazione emotiva, la resilienza psicologica e la capacità di mentalizzazione, aspetti centrali proprio durante l’adolescenza.

Numerosi autori hanno evidenziato come la musica comunichi direttamente con il mondo affettivo e inconscio attraverso il ritmo e il suono. In adolescenza questo aspetto è particolarmente importante, perché il ragazzo vive emozioni intense e spesso difficili da verbalizzare. La musica diventa allora una forma di pensiero emotivo: permette di contenere stati interni confusi, dare forma alle emozioni e trasformare l’impulsività in esperienza rappresentabile.

Philippe Gutton ha mostrato come l’adolescenza sia il tempo della “pubertà psichica”, cioè di una profonda riorganizzazione interna. In questa fase la musica può aiutare il ragazzo a costruire continuità tra corpo, emozioni e pensiero, accompagnando il delicato lavoro di costruzione dell’identità. L’importanza dell’esperienza estetica nella crescita mentale, la musica, come altre esperienze artistiche, favorisce la capacità di pensare, immaginare e tollerare la complessità emotiva. Attraverso il suono e il ritmo, l’adolescente può avvicinare aspetti profondi di sé senza sentirsi troppo esposto o minacciato dalla parola diretta. L’“involucro sonoro” come di una prima struttura psichica fondata sulla voce, sui suoni e sulla musicalità della relazione. In adolescenza questo involucro viene in parte ricostruito attraverso le musiche amate, le canzoni ascoltate ripetutamente, le esperienze musicali condivise, che diventano contenitori emotivi e strumenti di identificazione.

Le ricerche più recenti confermano che la musica attiva anche i sistemi neuropsicologici collegati alla regolazione interna, alla memoria autobiografica e al senso di identità personale. Inoltre, gli interventi di musicoterapia negli adolescenti possono ridurre ansia, isolamento emotivo e sintomi depressivi, migliorando la capacità di esprimere e comprendere i propri stati interni. La musica, quindi, non stimola soltanto abilità artistiche, ma sostiene la crescita mentale dell’adolescente, la creatività e la trasformazione delle emozioni in pensieri condivisibili (Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, 2026).

Che tipo di Musica, a Suo avviso, è adatta agli adolescenti?

Tutti gli studi affermano che non esistano generi musicali “giusti” o “sbagliati” per gli adolescenti. La musica più importante è quella che il ragazzo sente come propria, quella che gli permette di riconoscersi, emozionarsi, pensare e sentirsi vivo. In adolescenza la musica è profondamente legata alla costruzione dell’identità e alla regolazione emotiva, ogni ragazzo sceglie sonorità che parlano del suo mondo interno, delle sue emozioni, del gruppo a cui sente di appartenere o della persona che desidera diventare.

Una ricerca dell’Universidad Autónoma de Madrid, dimostrano infatti che non è tanto il genere musicale in sé a essere terapeutico o dannoso, quanto il modo in cui la musica viene vissuta, sia in solitudine che in compagnia. La ricerca contemporanea evidenzia che la musica può aiutare gli adolescenti a regolare emozioni intense, ridurre ansia e solitudine e favorire processi di autoriflessione e costruzione dell’identità.

Dal punto di vista psicologico e psicoanalitico, la musica può essere considerata uno spazio privilegiato di trasformazione mentale. Sigmund Freud aveva già intuito che l’esperienza artistica permette di dare espressione simbolica a desideri, conflitti ed emozioni profonde che non riescono a trovare facilmente parole. In adolescenza questo processo è particolarmente importante, perché il ragazzo attraversa una fase di intensa turbolenza emotiva e identitaria.

La mente cresce attraverso la capacità di trasformare emozioni grezze e confuse in pensieri pensabili. Il ritmo, la melodia e la ripetizione permettono di organizzare ciò che inizialmente appare caotico o travolgente. Thomas Ogden sottolinea l’importanza degli spazi creativi e immaginativi nello sviluppo del Sé. Attraverso la musica l’adolescente può entrare in contatto con aspetti profondi della propria interiorità senza sentirsi immediatamente esposto al giudizio o costretto alla verbalizzazione diretta. La musica diventa così una forma di pensiero emotivo, un luogo psichico in cui il ragazzo può sentirsi esistere, immaginare sé stesso e costruire continuità tra corpo, emozioni e pensiero.

E’ fondamentale non solo ascoltare musica, ma viverla attivamente, praticarla, suonare, cantare, improvvisare, comporre. Quando l’adolescente vive la musica, sperimenta un processo creativo che rafforza identità, fiducia in sé e capacità relazionale. Fare musica significa trasformare emozioni interne in qualcosa di comunicabile, condiviso e pensabile, un’esperienza profondamente evolutiva per la mente adolescenziale.

Anche molti musicisti e artisti hanno raccontato questa funzione vitale della musica nell’adolescenza. David Bowie diceva della musica: “Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere me stesso”, mentre Ezio Bosso sottolineava che “la musica ci insegna la cosa più importante che esista, ascoltare”. Questo è centrale anche sul piano psicologico, attraverso la musica l’adolescente impara ad ascoltare sé stesso, le proprie emozioni e gli altri, a dipingere l’affresco della propria vita.

Quali consigli si sente di dare?

 

– È importante ascoltare la musica, in quanto aiuta i ragazzi a comprendere meglio se stessi. La musica favorisce la regolazione emotiva e permette di dare forma a stati d’animo difficili da esprimere a parole;

-Suonare o cantare stimola mente e creatività. La pratica musicale migliora attenzione, memoria, concentrazione e capacità di espressione personale;

-Fare musica insieme riduce isolamento e solitudine. Band, fanfare, cori e gruppi musicali favoriscono relazioni, ascolto reciproco e senso di appartenenza;

-Favorisce un migliore rendimento scolastico e universitario. Disciplina, memoria, organizzazione mentale e capacità di concentrazione vengono rafforzate dalla pratica musicale;

-Aiuta a costruire identità e autostima. Attraverso la musica ci si può riconoscere nel proprio stato d’animo e nelle proprie emozioni e sentirsi in molti casi, più sicuri di se stessi;

-La passione musicale può diventare anche una professione. Musicista, cantante, produttore, insegnante o musicoterapeuta: la musica può trasformarsi in un percorso lavorativo e creativo;

-La musica aiuta sempre a combattere ansia e depressione. La musica e musicoterapia sostengono il benessere psicologico e la regolazione delle emozioni.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Salute

Schiavi delle notifiche e logorati dallo stress: lo Psicologo Claudio Belardo ci insegna come guarire dalla pericolosa “Iperconnessione Digitale”

“Mal di testa, insonnia e collo bloccato? È colpa dell’Iperconnessione! Il tuo corpo ti sta urlando di staccare gli occhi da quello Smartphone!”. Gli utilissimi consigli dello Psicologo Claudio Belardo! 📱 🧠 Vi siete mai fermati a contare quante ore passate ogni giorno con gli occhi fissi sullo schermo luminoso del vostro cellulare? Tra notifiche continue, messaggi di WhatsApp, e-mail di lavoro a mezzanotte e lo “scorrimento” compulsivo sui social network prima di andare a dormire… ci stiamo letteralmente esaurendo! La mente va in “sovraccarico cognitivo” e genera stress, ansia fortissima e insonnia cronica. E sapete chi paga il prezzo di questa “tossicodipendenza digitale”? Il nostro corpo! A lanciare questo importante allarme sociale è il Dottor Claudio Belardo, brillante Psicologo clinico iscritto all’Albo della Regione Campania: “Quando la mente subisce passivamente gli effetti dell’iper-stimolazione virtuale, l’organismo risponde irrigidendosi per la tensione!”. Non a caso, al giorno d’oggi, siamo tutti pieni di dolori cervicali, respiro corto e muscoli contratti! Ma come si guarisce da questo “Logorio della Rete”? Lo Psicologo Belardo ci regala 3 semplici e preziosi Consigli pratici basati sulla scienza. Il primo fra tutti è il coraggio di fare il “Digital Detox”: bisogna imparare a spegnere tutto (telefonini e tablet) almeno un’ora prima di andare a dormire nel letto, o mentre si sta a tavola per mangiare con la famiglia! Leggi tutti gli altri fondamentali consigli terapeutici del Dottor Belardo nel nostro approfondimento completo! 👇 👁️ E voi riuscite mai a staccare la spina da internet e dalle chat? Oppure siete tra quelli che tengono il cellulare sul comodino tutta la notte e lo guardano appena aprono gli occhi la mattina? Diteci le vostre abitudini nei commenti e condividete questo post per “svegliare” i vostri amici!

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Claudio Belardo

Napoli – Ammettiamolo con feroce onestà: qual è l’ultimissima cosa che i nostri occhi guardano ogni sera prima di chiudersi per la stanchezza, e qual è la primissima cosa che cerchiamo disperatamente sul comodino appena ci svegliamo? Esatto, lo schermo illuminato del nostro smartphone. Viviamo in un’epoca in cui siamo perennemente “connessi” al mondo intero, ma ci stiamo tragicamente sconnettendo da noi stessi.
L’iperconnessione quotidiana, l’uso massiccio e compulsivo di cellulari, tablet e computer stanno letteralmente ridisegnando (e spesso distruggendo) i delicatissimi confini del nostro benessere mentale. Il flusso costante e bombardante di e-mail, messaggi WhatsApp, video sui social e notifiche a cui siamo sottoposti 24 ore su 24 non distrugge solo i nostri livelli di attenzione, ma genera nuove e logoranti forme di stress cronico. Un male silenzioso che colpisce violentemente e contemporaneamente sia la nostra sfera emotiva che quella biologica.

Il sovraccarico da schermo: quando la mente si “brucia”

A fare chiarezza su questa spaventosa deriva sociale, attraverso una preziosa opera di divulgazione scientifica, è lo Psicologo Dott. Claudio Belardo (brillante professionista clinico iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Campania, Sezione A, n. 10728), da anni impegnato in prima linea nello studio delle dinamiche relazionali e dell’impatto distruttivo della tecnologia sulla nostra psiche.
I dati della letteratura scientifica internazionale parlano chiaro, e fanno paura: il “sovraccarico cognitivo da schermo” è oggi direttamente e matematicamente correlato all’aumento vertiginoso di attacchi d’ansia, depressione, alterazioni pesanti del ritmo sonno-veglia (l’insonnia dilagante) e dolorose somatizzazioni corporee.

L’allarme di Belardo: “Evitiamo la disconnessione corporea”

Il Dottor Belardo fotografa la situazione con una lucidità disarmante: «Mente e corpo sono strettamente e indissolubilmente interconnessi: quando la mente umana subisce passivamente gli effetti devastanti dell’iper-stimolazione virtuale, il nostro organismo risponde irrigidendosi per la tensione». L’ansia da schermo si trasforma in muscoli contratti e respiro affannato.
«Saper riconoscere tempestivamente i primissimi segnali di questo disagio psicofisico» – avverte lo specialista campano – «è il primo e fondamentale passo essenziale per evitare la cosiddetta disconnessione corporea e ritrovare un corretto e sano equilibrio biologico ed emotivo».

I Tre Consigli d’Oro per salvarsi dal logorio della rete

Per preservare la nostra salute dal veleno della rete, lo psicologo Claudio Belardo suggerisce a tutti noi tre strategie preventive e pratiche, basate su rigorose evidenze scientifiche:

1. Pianifica il tuo “Digital Detox”: Bisogna avere il coraggio di staccare la spina. Stabilisci finestre temporali precise, rigorose e “sacre” (ad esempio un’ora prima di andare a dormire, o durante i pasti in famiglia) che siano totalmente prive di dispositivi digitali. Il tuo sistema nervoso ringrazierà riducendo il carico di stress.

2. Ascolta il grido del tuo corpo: Presta un’attenzione maniacale a sintomi apparentemente banali come il respiro corto, il mal di testa, la rigidità cervicale o la tensione muscolare mentre usi gli schermi. Il corpo ti sta parlando. E se questo disagio diventa invalidante, metti da parte l’orgoglio ed è importante rivolgersi a un professionista della salute psicologica per iniziare un percorso clinico in studio.

3. Scegli il Movimento Consapevole: L’essere umano non è fatto per stare piegato tutto il giorno con il collo su uno schermo luminoso. Integra nella tua routine quotidiana un’attività fisica vera e strutturata. Il sano movimento del corpo umano (sempre guidato dalle figure professionali competenti del settore motorio) rappresenta un gigantesco alleato biologico per scaricare la rabbia, allentare le tensioni accumulate e sconfiggere la mortale sedentarietà digitale.

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Salute

Vaccini e paura dopo la tragedia della difterite in Sicilia. Gli Assistenti Sanitari: “Le multe non bastano, serve ascolto umano”

Morire di Difterite a soli 4 anni nel 2026 è una tragedia inaccettabile! Ma punire i genitori spaventati con multe salatissime è davvero la soluzione giusta? Il monito degli Assistenti Sanitari: “Serve rassicurazione e umanità, non solo fredda coercizione!” 💉 💔 La recentissima e drammatica morte di una bimba per difterite in Sicilia, e il preoccupante calo dei vaccini sull’Isola, hanno spinto la Regione a varare un rigido “pugno di ferro”: convocazioni coatte e multe salate per le famiglie inadempienti! Ma l’ASNAS (Associazione Nazionale Assistenti Sanitari) invita tutti a una profondissima e delicata riflessione: le multe burocratiche non bastano per sconfiggere la paura! “Nelle famiglie già sfiduciate”, spiegano gli esperti dell’Asnas, “un intervento percepito come puramente punitivo e coercitivo rischia di irrigidire le posizioni invece che convincere. Le sanzioni non intercettano i genitori che hanno davvero paura o che sono finiti vittime della disinformazione online! Per loro serve ascolto umano, pazienza e assenza totale di pregiudizio!”. La maggior parte dei bambini non vaccinati, infatti, non appartiene a famiglie “ideologicamente No-Vax”, ma a genitori disorientati o a fasce deboli che non hanno accesso ai servizi (come nel caso del quartiere ZEN di Palermo, il cui ambulatorio vaccinale era incomprensibilmente chiuso dal 2019 ed è stato finalmente riaperto!). Il grido dell’Associazione alle Istituzioni è chiaro: “Basta spaccare la società in tifoserie! Investite negli Assistenti Sanitari per ricostruire un rapporto di fiducia umana e portare la prevenzione lì dove le multe e i controlli non arriveranno mai!”. Leggi la lucida e profonda analisi nel nostro articolo! 👇 👩‍⚕️ Siete d’accordo con gli Assistenti Sanitari? Per convincere un genitore spaventato dai vaccini è più utile mandargli una multa a casa, oppure offrirgli un incontro privato con un professionista in grado di rassicurarlo e ascoltare le sue enormi paure senza giudicarlo? Qual è la vostra opinione? Scrivetela nei commenti e condividete questo interessantissimo dibattito!

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Vaccino difterite

Redazione  – Morire di difterite a soli quattro anni, nel cuore dell’Italia e dell’Europa del ventunesimo secolo, è una tragedia inaccettabile che lacera le coscienze e impone una profondissima riflessione su come il nostro sistema sanitario dialoga con i cittadini. Il recente e drammatico lutto avvenuto in Sicilia, accompagnato dall’allarmante calo delle coperture vaccinali sull’Isola, ha spinto le Istituzioni regionali a correre immediatamente ai ripari, varando un rigido pacchetto di misure basato su convocazioni obbligatorie, appuntamenti fissati d’ufficio e pesantissime sanzioni per le famiglie inadempienti.
Ma la paura di un genitore può davvero essere cancellata con la minaccia di una multa pecuniaria? A rispondere a questo delicato interrogativo è intervenuta con grandissima lucidità ed empatia l’Asnas (l’Associazione Nazionale Assistenti Sanitari), che lancia un messaggio cruciale ai vertici della sanità: le sanzioni non bastano, la vera prevenzione si costruisce unicamente insieme a chi è in grado di ricostruire, giorno dopo giorno, un rapporto di fiducia umana e professionale sul territorio.

La voce dell’Asnas: “La coercizione irrigidisce i genitori”

Sul fronte delle multe e delle convocazioni coatte, l’Asnas non nega certo la validità legale dei provvedimenti. «Sono strumenti del tutto legittimi, che rispondono a un preciso obbligo di legge», ricordano i vertici dell’Associazione. Tuttavia, c’è un enorme “ma” psicologico e sociologico da affrontare, avvalorato dalle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla fresca e dolorosa esperienza della recente pandemia.
«L’evidenza mostra in maniera inequivocabile che, nelle famiglie già profondamente sfiduciate, un intervento statale percepito come puramente coercitivo e punitivo rischia fortemente di irrigidire ulteriormente le posizioni, invece di convincere e rassicurare», spiegano gli esperti. Le multe, insomma, possono certamente spingere ad adempiere i genitori che erano semplicemente disorganizzati o sbadati, ma «non intercettano, da sole, chi ha davvero paura, chi ha subito una feroce disinformazione online o chi non si fida più delle istituzioni. Per tutte queste famiglie serve un lavoro relazionale e umano che i freddi controlli burocratici non potranno mai sostituire».

Non ideologia, ma esitazione: il caso emblematico dello ZEN

Il dibattito pubblico tende troppo spesso a dividere la società in tifoserie opposte, etichettando tutti i non vaccinati come fanatici ideologici. La realtà, però, è ben diversa. La stragrande maggioranza dei genitori che oggi non protegge i propri figli lo fa semplicemente per esitazione, per la mancanza di un’informazione chiara e accessibile. Una copertura vaccinale contro la difterite ferma all’85% in Sicilia significa che il 15% dei bambini resta quotidianamente esposto a una forma gravissima e potenzialmente letale della malattia. «La priorità assoluta non è dividere il campo tra tifoserie», ribadisce Asnas, «ma spiegare con infinita pazienza il vitale rapporto tra i rischi e i benefici».
A volte, il problema è semplicemente l’assenza dello Stato sul territorio. L’Asnas valuta infatti in modo estremamente positivo la riapertura, decisa in queste ore dalla task force regionale, del centro vaccinale dello ZEN di Palermo (incomprensibilmente chiuso dal lontano 2019). «È la conferma sul campo di quanto i servizi vicini alle persone facciano un’enorme differenza», ha sottolineato Elena Nichetti, presidente nazionale Asnas.

Dalla burocrazia al calore umano: il ruolo dell’Assistente

In un tessuto sociale così frammentato, il contributo specifico dell’Assistente sanitario diventa la vera chiave di volta per salvare vite umane. Lo spiega magnificamente Luigi Vitale, Presidente Asnas Sicilia: «Counselling motivazionale, chiamata attiva, ascolto empatico e totale assenza di giudizio, capacità di trasformare un freddo dato anagrafico in un contatto reale e rassicurante con una famiglia».
Incrociare i dati dei Pronto Soccorso per scovare i non vaccinati è utilissimo, ma «un dato serve a qualcosa solo se c’è un operatore umano che può trasformarlo in un percorso di recupero». Per questo motivo, l’accorato appello dell’Asnas alle Istituzioni chiede che il rafforzamento sanitario in corso in Sicilia non si limiti agli strumenti di polizia e di controllo, ma si traduca in un investimento stabile e massiccio negli Assistenti sanitari.
Perché, come chiosa saggiamente la presidente Nichetti: «Le regole scritte tutelano la collettività. Ma è solo la relazione umana, costruita faticosamente ogni giorno da chi lavora sul territorio, a portare la prevenzione vitale lì dove i controlli, da soli, non arriveranno mai».

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Salute

Rientro a scuola: tra desiderio di autonomia e ansie di separazione intervento di Adelia Lucattini sulle sfide emotive, la crescita e il benessere degli studenti

Lucattini: “L’ascolto attivo e il dialogo empatico dei genitori aiutano i figli a superare l’ansia da rientro, una reazione iniziale del tutto normale, transitoria e destinata a risolversi con il naturale adattamento”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Ritorno a scuola

Redazione-  Il ritorno in classe rappresenta per bambini e adolescenti molto più di una semplice ripresa della routine quotidiana, è una fase di profonda trasformazione emotiva in cui si mescolano il desiderio di crescita, le aspettative per il futuro e la nostalgia del tempo trascorso con la famiglia durante le vacanze. Accompagnare i più piccoli in questo delicato passaggio significa sapere ascoltare i loro bisogni, accogliere le paure senza drammatizzarle ed essere punti di riferimento stabili.

La psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA), al riguardo, in questa intervista. ci guida alla scoperta delle dinamiche psicologiche legate al rientro a scuola, offrendo ai genitori chiavi di lettura preziose e consigli pratici per vivere questa transizione con serenità, fiducia e vicinanza affettiva.

Dott.ssa Lucattini, con la fine dell’estate e la ripresa delle lezioni, per molti bambini e ragazzi si riaprono le porte della Scuola. Quali sono le emozioni prevalenti che caratterizzano questo momento e come si manifestano?

 

Il rientro a scuola è quasi sempre accompagnato da emozioni contrastanti, accanto alla curiosità, al piacere di ritrovare i compagni e al desiderio di tornare alle proprie attività, possono comparire nostalgia per il tempo delle vacanze, paura dei voti e una vera e propria ansia da separazione. È un’ambivalenza fisiologica, poiché ogni ripresa comporta sia un ritorno a qualcosa di conosciuto, che l’inizio di un “nuovo” anno scolastico.

Nei bambini più piccoli, che iniziano o frequentano la Scuola Primaria (materna) queste emozioni si esprimono spesso nel corpo e con il comportamento, hanno ad esempio, difficoltà ad addormentarsi, mal di pancia, mal di testa, maggiore bisogno di vicinanza ai genitori, pianto al momento del distacco, sia a casa, che all’ingresso a scuola. Nei bambini più grandi l’ansia può essere meno evidente e assumere la forma di insofferenza, stanchezza, preoccupazione, a volte del tutto immotivata, per il rapporto con i compagni di classe. Nell’età evolutiva molto spesso, l’ansia viene somatizzata o diviene iperattività fisica, soltanto nella preadolescenza è riconosciuta e verbalizzata con chiarezza (British Journal of Psychiatry Open, 2025).

 

Per molti genitori, l’ansia o il pianto dei figli all’idea di tornare in classe possono tuttavia essere fonte di grande preoccupazione. Quando il pianto o l’ansia legati al ritorno in classe rientrano nella norma e quando invece, diventano campanelli d’allarme?

 

Il pianto, da solo, non è un indicatore di un qualche disturbo, in generale è una manifestazione naturale. Un bambino può piangere perché in quel momento la separazione è emotivamente faticosa e, pochi minuti dopo, entra in classe, si interessa a ciò che succede trascorrendo serenamente la giornata scolastica. In questi casi, il pianto è un modo per scaricare la tensione ed esprimere il conflitto  tra desiderio di restare con i genitori e curiosità per la scuola, che il bambino non riesce a comprendere. È generalmente rassicurante quando l’ansia diminuisce progressivamente, quando il bambino riesce comunque a entrare a scuola, mantiene interesse per i compagni e per le attività e, una volta avvenuta la separazione, ritrova un proprio equilibrio.

È importante soprattutto non entrare in una spirale nella quale l’ansia del bambino allarma i genitori e li rende ansiosi, naturalmente, se il disagio persiste per oltre tre mesi, interferisce con la frequenza scolastica e turba la vita familiare, in questi casi, è utile confrontarsi con la scuola ed eventualmente valutare anche un consulto con uno specialista dell’età evolutiva (Frontiers in Psychology, 2025).

 

Come si riflette, in particolare, nel comportamento quotidiano il conflitto tra il desiderio di crescita e il timore del distacco e quali accorgimenti i genitori possono adottare al riguardo, senza forzature e ansie?

 

La crescita non procede mai come una linea retta, è piuttosto un movimento a spirale con ritorni e progressioni in avanti. I bambini possono avere bisogno di rendersi autonomi e allo stesso tempo di sapere che mamma e papà sono sempre lì per loro. Questa oscillazione tra autonomia e dipendenza non è una contraddizione patologica, ma una caratteristica propria dello sviluppo.

Nei periodi di cambiamento, come l’inizio della scuola, possono comparire anche piccole regressioni, con maggiore richiesta di attenzione, bisogno di rituali che sembravano superati, difficoltà a separarsi o atteggiamenti oppositivi. Talvolta, l’oppositività stessa è un modo per mettere alla prova la solidità del legame e verificare inconsciamente se sia possibile desiderare di andare a scuola senza perdere l’amore dei genitori.

Il ruolo dei genitori non è accelerare la separazione, ma renderla possibile, cioè offrire piccole autonomie proporzionate all’età, senza sostituirsi al bambino, ma neppure ritirando bruscamente la propria presenza amorevole. Sollecitare un bambino a comportarsi da grande o negare la sua paura rischia di trasformare una difficoltà momentanea in un sentimento di inadeguatezza. È molto più utile riconoscere l’emozione e contemporaneamente trasmettere fiducia, comprendendo la paura senza confermare l’idea che la situazione sia pericolosa (Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2025).

In questo delicato percorso di accompagnamento, quanto è determinante il ruolo della comunicazione tra genitori e figli e quali atteggiamenti pratici possono realmente fare la differenza?

 

È fondamentale, a condizione di non confondere la comunicazione con l’interrogatorio. I bambini hanno bisogno di sentire che i genitori sono interessati a ciò che vivono, ma anche di poter avere uno spazio psichico proprio, non continuamente indagato o controllato.

Fare domande molto insistenti appena il figlio esce da scuola porta a una chiusura o a risposte banali. È più efficace cominciare a parlare di se stessi e della propria giornata perché il racconto del bambino emerga spontaneamente, magari durante il tragitto verso casa, a tavola o mentre si fanno i compiti.

La funzione più importante del genitore è quella di aiutare il figlio a trasformare un’emozione in qualcosa che può essere pensato e raccontato, questo significa ascoltare senza minimizzare, ma anche senza amplificare, riconoscere che la giornata è stata difficile e lasciare che il bambino trovi, con il proprio tempo, le parole per spiegarne il perché.

Una ricerca pubblicata su Developmental Psychology (2025) ha mostrato quanto parlare con i figli di come si sentano, ascoltarli con pazienza, spiegare senza interrompere, è associato ad un miglioramento delle reazioni ansiose.

 

Come può la ritualità quotidiana dell’accompagnamento e del ritorno giovare al bambino nella stabilità del suo mondo affettivo e familiare?

 

I rituali hanno una funzione psicologica molto importante perché rendono prevedibile ciò che emotivamente può essere difficile. Il saluto del mattino, il percorso verso scuola, lo stesso modo di salutarsi, così come il momento in cui ci si rincontra nel pomeriggio, costruiscono una cornice affettiva e danno un ritmo al tempo riconoscibile, stabile. Il bambino fa così l’esperienza che ci si può lasciare,  ma che poi, ci si ritrova e si sta insieme.

Dal punto di vista psicoanalitico, questa prevedibilità sostiene progressivamente la capacità del bambino di conservare dentro di sé la sicurezza del legame anche quando il genitore non è fisicamente presente. Il rito diventa così una sorta di ponte tra presenza e assenza, tra casa e scuola.

Per questo, è prezioso anche un piccolo rituale del ritorno, come una merenda insieme, qualche minuto tranquillo o il tempo di riappropriarsi della casa e della cameretta, prima di iniziare compiti e attività (Journal of Family Psychology, 2026).

 

Nei casi in cui il rientro a scuola coincida con un passaggio scolastico particolarmente impegnativo, come il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria o dalle elementari alle medie, in che modo cambiano le dinamiche legate all’ansia da separazione e come può evolvere il rito dell’accompagnamento?

Ogni passaggio scolastico comporta un piccolo trauma, nel passaggio dalla Scuola dell’Infanzia alla Primaria è ancora molto presente la separazione concreta dalle figure familiari, insieme al timore per un ambiente più richiedente, nuove regole e nuovi compagni. I genitori continuano quindi a rappresentare un punto di riferimento molto forte.

Anche il rito dell’accompagnamento deve evolvere, con un bambino piccolo può significare arrivare insieme fino all’ingresso della scuola. Crescendo può diventare accompagnarlo da lontano, lasciando che si incontri con gli amici prima dell’ingresso. È importante che questa trasformazione avvenga gradualmente, non si può sparire improvvisamente.

L’obiettivo è che la presenza concreta del genitore possa lentamente diventare una presenza interiorizzata. Il bambino e poi l’adolescente, possono progressivamente sentire di avere dentro se stessi una base affettiva sufficientemente sicura da permettere loro di affrontare nuove esperienze anche senza la presenza fisica dei genitori. Le ricerche più recenti sui passaggi di ciclo scolastico confermano quanto la qualità dei legami con i compagni e con l’ambiente scolastico siano fattori importanti per il benessere psicologico (School Mental Health, 2025).

Quali consigli si sente di dare per affrontare al meglio questo nuovo anno scolastico?

-Ricordare che un po’ di ansia all’inizio della scuola è normale e, nella maggior parte dei casi, passeggera, che non è una malattia e tende ad attenuarsi con il tempo e con l’adattamento;

-Avere pazienza e cercare di comprendere ciò che il bambino sta vivendo, senza minimizzare la sua paura ma senza amplificarla;

-Mantenere costanti le abitudini quotidiane, soprattutto l’accompagnamento a scuola e il momento del ritorno a casa. La prevedibilità aiuta il bambino a sentirsi sicuro e capace di farcela;

-Evitare di tartassare il bambino di domande appena esce da scuola. È più utile creare dei momenti tranquilli, senza tecnologia, in cui possa raccontare spontaneamente quello che ha vissuto o è successo a scuola,  e sentirsi ascoltato;

-Mantenere un rapporto fiducioso e collaborativo con la Scuola. La continuità tra famiglia e insegnanti offre al bambino una base di sicurezza e serenità molto solido;

-Se l’ansia non si attenua e persiste per oltre tre mesi e interferisce con la frequenza scolastica, il sonno, le relazioni o la vita quotidiana, è opportuno consultare uno psicoanalista dell’età evolutiva.

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