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Esteri

Tra posti di lavoro e minacce globali: Trump ignora la sfida dei Data Center e dell’IA

“I data center sarebbero utili a qualunque comunità. Si tratta di posti di lavoro, salari e tasse più basse”. Così il presidente Donald Trump si è schierato a favore della costruzione dei data center, strutture indispensabili per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il presidente Usa, come spesso accade, mette in primo piano gli aspetti economici, senza considerare le altre preoccupazioni che la proliferazione dei data center suscita tra molti americani. Il 69% degli americani, infatti, è contrario alla costruzione di data center nella propria comunità, mentre solo il 31% è favorevole. L’opposizione attraversa anche gli schieramenti politici: è contrario l’81% dei democratici, ma anche il 57% dei repubblicani. Tra gli indipendenti, gli oppositori arrivano al 71%.

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Donald Trump

Redazione-  “I data center sarebbero utili a qualunque comunità. Si tratta di posti di lavoro, salari e tasse più basse”. Così il presidente Donald Trump si è schierato a favore della costruzione dei data center, strutture indispensabili per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il presidente Usa, come spesso accade, mette in primo piano gli aspetti economici, senza considerare le altre preoccupazioni che la proliferazione dei data center suscita tra molti americani. Il 69% degli americani, infatti, è contrario alla costruzione di data center nella propria comunità, mentre solo il 31% è favorevole. L’opposizione attraversa anche gli schieramenti politici: è contrario l’81% dei democratici, ma anche il 57% dei repubblicani. Tra gli indipendenti, gli oppositori arrivano al 71%.

Questa opposizione trasversale ai data center e all’intelligenza artificiale (IA) emerge anche dalle posizioni di due figure politiche collocate agli antipodi. Da una parte Steve Bannon, ex stratega e collaboratore di Donald Trump, esponente dell’ultradestra; dall’altra il senatore Bernie Sanders, leader della sinistra democratica. Entrambi condividono forti perplessità sulla proliferazione dei data center e sui rischi legati all’intelligenza artificiale.

I data center sono le strutture fisiche che consentono il funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale. Il loro consumo energetico è enorme e mette sotto pressione le reti elettriche locali. Inoltre, secondo i critici, la crescente domanda di energia rischia di rallentare la transizione verso le fonti rinnovabili. Per il loro funzionamento, i server hanno bisogno anche di ingenti quantità di acqua per evitare il surriscaldamento. Un problema particolarmente rilevante nelle aree degli Usa già colpite dalla scarsità idrica.

A questi problemi si aggiungono i rifiuti prodotti dalle apparecchiature elettroniche, che possono contenere metalli e materiali tossici. Ma per molti americani la preoccupazione più immediata riguarda il lavoro. L’americano medio teme infatti che l’intelligenza artificiale possa eliminare milioni di posti di lavoro. Dario Amodei, cofondatore e AD di Anthropic, l’azienda di IA che ha creato i modelli Claude, ha sostenuto che il 50% dei posti di lavoro di livello base potrebbe scomparire nei prossimi cinque anni, con un possibile aumento della disoccupazione dal 10 al 20%.

Ancora più inquietanti sono i timori legati alla sicurezza. Alcuni Paesi potrebbero utilizzare l’intelligenza artificiale per scopi militari, mentre altri potrebbero sfruttarla con finalità terroristiche. Esiste però una preoccupazione ancora più radicale: che i modelli di IA possano arrivare ad agire autonomamente, sottraendosi al controllo degli esseri umani.

Un episodio di questo genere sarebbe avvenuto tra maggio e luglio del 2026. La vicenda, associata a Hugging Face, ha alimentato il timore di attacchi informatici non direttamente orchestrati da esseri umani. Un gruppo di modelli di IA aveva ricevuto istruzioni per risolvere un problema all’interno di una “sandbox”, un ambiente isolato. I modelli, però, avrebbero aggirato alcuni dei parametri imposti, agendo in maniera autonoma nel tentativo di raggiungere l’obiettivo.

È proprio questa possibilità a preoccupare maggiormente gli esperti: che sistemi sempre più sofisticati possano sviluppare comportamenti non previsti dai loro creatori. Il timore è che, senza guardrail e regole condivise a livello globale, l’IA possa arrivare a danneggiare gli esseri umani o, in prospettiva, a sostituirli in una parte crescente delle attività.

Il nuovo allarme è stato lanciato da tre ricercatori che lavoravano nella società dei fratelli Amodei, Anthropic, una delle aziende che ha già espresso dubbi sull’impiego dell’IA per obiettivi militari e si è scontrata con l’amministrazione Trump.

Ma la preoccupazione per i rischi dell’IA è emersa anche dalle dichiarazioni di Jacob Coxon, ricercatore che aveva lasciato OpenAI per collaborare con Anthropic. Dopo aver rassegnato le dimissioni anche da Anthropic, Coxon ha dichiarato che «le persone che sviluppano l’AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

Il vero punto di svolta, secondo questa prospettiva, arriverebbe se l’IA diventasse capace di migliorarsi autonomamente. L’episodio di Hugging Face, sostengono i suoi critici, avrebbe già mostrato un assaggio di questo rischio: gli agenti di IA avrebbero dimostrato la capacità di coordinarsi tra loro per raggiungere un obiettivo, arrivando persino a non seguire i comandi degli esseri umani.

Servirebbero dunque paletti a livello nazionale, ma negli Stati Uniti le aziende coinvolte nello sviluppo dell’IA si oppongono a una regolamentazione più stringente, citando soprattutto la concorrenza della Cina. Un timore che non può essere liquidato facilmente, ma che apre una questione più ampia: come regolamentare una tecnologia che non conosce confini nazionali?

Alcuni analisti sostengono infatti che la risposta ai rischi dell’IA dovrebbe essere globale, richiamando l’iniziativa del presidente americano Dwight Eisenhower. In un discorso alle Nazioni Unite, Eisenhower affrontò il problema della proliferazione nucleare e spinse per la creazione di organismi internazionali capaci di gestire la minaccia. Da quella spinta nacquero anche iniziative come la creazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

Il precedente nucleare, tuttavia, mostra anche i limiti della cooperazione internazionale: una dozzina di Paesi ha comunque sviluppato proprie armi nucleari. Ed è proprio la minaccia nucleare che il presidente americano Trump ha indicato come una delle ragioni dell’intervento militare nel Golfo Persico, sostenendo la necessità di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.

Trump, però, non sembra intenzionato a promuovere una regolamentazione dell’IA né a livello nazionale né internazionale e continua a rilanciare proposte e dichiarazioni controverse. Una delle ultime è stata la promessa di versare 5.000 dollari a ogni cittadino adulto se i repubblicani manterranno il controllo sia della Camera dei rappresentanti sia del Senato alle prossime elezioni di medio termine, a novembre.

Il contrasto è evidente: mentre crescono i timori per l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, sull’ambiente e sulla sicurezza, la Casa Bianca continua a puntare sull’espansione della tecnologia. La vera domanda, quindi, non è più se l’IA cambierà l’America e il mondo ma quanto velocemente avverrà e che ne sarà della nostra umanità.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Esteri

La lunga ombra dei talebani arriva fino alla Germania

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Attivisti afghani e rappresentanti dei partiti tedeschi

Redazione- Per molti afghani, lasciare l’Afghanistan non significa necessariamente lasciarsi alle spalle la paura. La minaccia dei talebani, secondo diversi attivisti afghani residenti in Germania, continua a farsi sentire anche fuori dai confini del Paese.

Giovedì 19 Sunbula, attivisti afghani hanno incontrato alcuni deputati e rappresentanti di quattro importanti partiti tedeschi per parlare delle loro preoccupazioni: dalle espulsioni verso l’Afghanistan controllato dai talebani fino alle presunte minacce e pressioni esercitate sugli afghani che vivono in Germania.

Durante l’incontro, gli attivisti hanno raccontato di casi in cui rappresentanti dei talebani presenti nei consolati afghani avrebbero chiesto informazioni sull’identità delle persone, sul loro luogo di residenza e sulle loro famiglie rimaste in Afghanistan.

Per alcuni afghani, andare al consolato per sbrigare una semplice pratica amministrativa è diventato quindi motivo di paura.

«Non possiamo sentirci al sicuro se le nostre informazioni finiscono nelle mani dei talebani», è il timore espresso dagli attivisti.

Un’altra questione centrale è quella delle espulsioni. Secondo gli attivisti, il ritorno in Afghanistan non può essere considerato sicuro, nemmeno per le persone che non hanno commesso alcun reato in Germania.

Il dibattito ha riguardato anche i servizi consolari e il denaro che, secondo quanto denunciato durante l’incontro, potrebbe finire nelle casse dei talebani. La deputata di origine afghana Shahina Gambir ha affermato che i talebani potrebbero ottenere quotidianamente più di 10.000 euro attraverso questo canale, sollevando interrogativi sul possibile finanziamento del gruppo.

I deputati tedeschi hanno sottolineato che le intimidazioni e la repressione degli oppositori talebani all’estero non devono essere considerate soltanto una questione legata all’Afghanistan.

È anche una questione di sicurezza interna per la Germania.

Per questo hanno chiesto che i casi di minaccia vengano documentati e seguiti con maggiore attenzione e che venga creato un meccanismo indipendente per monitorare la repressione transnazionale dei talebani.

Il deputato Marcel Emmerich ha inoltre sottolineato la necessità che le autorità tedesche sappiano chi è esposto a minacce e che polizia e uffici per l’immigrazione siano adeguatamente formati per riconoscere e affrontare questi casi.

Gli attivisti sperano ora che le questioni emerse durante l’incontro arrivino nell’aula del Bundestag.

Perché per molti afghani che vivono in Germania, la domanda non è soltanto se possono restare in Germania, ma anche se possono continuare a vivere, protestare e parlare liberamente senza che la paura dei talebani li raggiunga anche qui.

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Il “Ricatto” dell’Iran sul Petrolio Mondiale: Pezeshkian apre alla riapertura dello Stretto di Hormuz, ma lancia un avvertimento durissimo agli Stati Uniti d’America

IL RICATTO DELL’IRAN SUL PETROLIO CHE TERRORIZZA IL MONDO E FA TREMARE I MERCATI! Il Presidente Iraniano annuncia la Riapertura dell’importantissimo Stretto di Hormuz, ma lancia un Durissimo Avvertimento agli Stati Uniti: “Dovete fermare il Blocco Navale!” 🚢 🛢️ C’è un sottilissimo e caldissimo lembo di mare, nel Golfo Persico, che vale infinitamente di più di intere nazioni: si tratta del famigerato STRETTO DI HORMUZ! Per capire la sua vitale e mostruosa importanza, vi basti sapere che in quelle acque passa ben il 20% di tutto il Petrolio trasportato via mare a Livello Globale! Se quel passaggio viene “Bloccato” a causa della Guerra, le economie occidentali sprofonderanno nella paralisi, i prezzi di Benzina e Bollette schizzeranno alle stelle e l’Inflazione ci divorerà vivi! Ed è proprio su questo nervo scoperto che l’Iran sta compiendo il suo “Capolavoro” di Ricatto Geopolitico contro l’America! Il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha annunciato al mondo intero di essere pronto a “Riaprire” lo Stretto e a far fluire liberamente le enormi e gigantesche Petroliere… MA HA DETTATO CONDIZIONI FERREE E INVALICABILI ALL’OCCIDENTE: gli Stati Uniti devono interrompere immediatamente l’assedio economico, togliere le pesantissime Sanzioni e ritirare le Navicelle Militari e il “Blocco Navale”! Da mesi ormai le enormi Corazzate Americane e i barchini armati delle Guardie Rivoluzionarie iraniane si sfidano a distanza ravvicinata, rischiando ogni giorno di far scoppiare la Terza Guerra Mondiale! L’Iran, che non è più isolato grazie all’ingresso nei potentissimi Paesi “BRICS”, ha firmato un grandioso accordo di pace marittima con gli Sceicchi Arabi e ha ottenuto il supporto commerciale e diplomatico nientemeno che del Premier Indiano Modi! Un chiaro messaggio a Washington: “L’America non comanda più in questi Mari!”. Leggi tutti gli inquietanti scenari politici e la strategia del Petrolio nel nostro lungo articolo di Geopolitica Internazionale! 👇 🌍 Voi cosa pensate di questo durissimo Braccio di Ferro tra il blocco “Americano/Europeo” e quello Asiatico per il dominio Energetico ed Economico Mondiale? Secondo voi gli Stati Uniti farebbero bene ad “ammorbidire” le Sanzioni e il Blocco Navale all’Iran per evitare di far schizzare alle stelle i Prezzi della Benzina da noi, oppure devono continuare a combattere duramente a costo di una Guerra disastrosa per tutti? Diteci la vostra sviscerando a fondo tutti i vostri pensieri Geopolitici ed economici nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo importantissimo articolo per informare i vostri amici su quanto sta accadendo nel mondo!

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Stretto di Hormuz

Redazione – Nel complesso, cinico e spietato scacchiere della geopolitica internazionale, ci sono alcuni sottilissimi lembi di mare che valgono infinitamente di più di intere nazioni o continenti. Lo Stretto di Hormuz è senza alcun dubbio il più vitale, pericoloso e strategico di questi “colli di bottiglia”. In queste acque calde e tesissime passa infatti quasi il 20 per cento di tutto il greggio trasportato via mare a livello globale. Chiudete quello stretto, e l’intera economia del mondo occidentale (già fiaccata dall’inflazione) si ritroverà paralizzata, con i prezzi della benzina e dell’energia destinati a schizzare alle stelle. Nelle ultime ore, a smuovere violentemente le acque di questa crisi senza precedenti, è intervenuto direttamente il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il quale ha lanciato un segnale di enorme portata: una possibile, attesissima “riapertura” dello Stretto. Ma il suo non è un gesto di pace incondizionata, bensì un durissimo diktat rivolto direttamente al cuore di Washington.

Le condizioni di Teheran: “Stop al blocco navale e alle aggressioni”

Secondo le dichiarazioni ufficiali rilanciate con forza dall’agenzia di stampa statale iraniana ISNA, il leader di Teheran ha messo le carte in tavola con brutale chiarezza. La via d’acqua vitale per il trasporto petrolifero potrebbe tornare pienamente operativa, ma a una condizione ferrea, non negoziabile: gli Stati Uniti d’America devono interrompere immediatamente l’assedio economico, il blocco navale e le azioni militari ostili contro la Repubblica Islamica.
Si tratta di un vero e proprio braccio di ferro che arriva nel momento di massima e febbrile tensione regionale. Negli ultimi mesi, infatti, gli Stati Uniti hanno esercitato una pressione asfissiante e letale su Teheran. L’amministrazione americana ha stretto la morsa utilizzando un letale mix di pesantissime sanzioni economiche e un massiccio dispiegamento navale, situazioni che hanno portato, quasi quotidianamente, a pericolosissimi confronti militari ravvicinati, a un passo dal conflitto aperto, tra le potentissime flotte statunitensi e i barchini d’assalto delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (i famigerati Pasdaran).

Il cruciale vertice di Muscat e la mediazione Araba

In questo clima di terrore navale, si apre però un inaspettato e importantissimo spiraglio di diplomazia marittima. Lunedì prossimo, nella neutrale capitale dell’Oman, Muscat, Iran e Oman dovrebbero firmare uno storico accordo bilaterale. L’importanza dell’evento, come anticipato dallo stesso Pezeshkian, è testimoniata dal fatto che alla cerimonia parteciperanno fisicamente anche i Ministri degli Esteri degli altri ricchissimi Stati arabi che si affacciano sul Golfo Persico.
La mossa iraniana è politicamente geniale: sedersi al tavolo con i vicini arabi (storicamente alleati degli americani) per firmare un patto di stabilità da sottoporre poi all’Organizzazione Marittima Internazionale. L’obiettivo dell’Iran è dimostrare al mondo di essere pronto a garantire la pace commerciale nella regione, scaricando interamente sugli Stati Uniti la colpa di eventuali embarghi o nuove escalation militari.

L’ombra dei BRICS e l’intervento diplomatico dell’India

Ma la vera novità geopolitica, che spaventa enormemente l’Occidente, è che l’Iran non è più isolato come un tempo. Teheran sta tessendo una fitta e impenetrabile ragnatela di alleanze con le nuove superpotenze mondiali. Un chiaro esempio di questa strategia si è materializzato a margine del recente e importantissimo Vertice BRICS, tenutosi eccezionalmente a Nuova Delhi.
Proprio in questa cornice internazionale, lontanissima dall’influenza di Washington, il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha voluto incontrare separatamente e faccia a faccia il leader iraniano Pezeshkian. Al centro dei colloqui, non a caso, ci sono stati i cruciali sviluppi in Asia occidentale, il rafforzamento dei legami bilaterali e, soprattutto, le garanzie per la salvaguardia della libertà di navigazione e del commercio. L’India, gigante economico affamato di energia, non può permettersi un blocco petrolifero, e la sua discesa in campo come “mediatore” dimostra come l’asse del potere mondiale si stia inesorabilmente spostando verso Est. L’America è avvisata: lo Stretto di Hormuz è pronto a riaprirsi, ma le chiavi, questa volta, non sono a Washington.

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L’inchino “Woke” di New York e la Memoria tradita: a 25 anni dall’11 Settembre, l’Occidente ha spalancato le porte a chi voleva distruggerlo

LA DITTATURA “WOKE” E IL SUICIDIO DELL’OCCIDENTE: A 25 anni dal massacro dell’11 Settembre 2001, New York ha dimenticato i suoi Morti, si inginocchia al “politicamente corretto” e spalanca le porte al nemico! 🇺🇸 🗽 Sono passati esattamente Venticinque lunghissimi anni da quel maledetto giorno in cui il cielo limpido di New York fu oscurato dalle fiamme e dai crolli delle due Torri Gemelle. 2.977 innocenti persero la vita, polverizzati in una nube di “Neve Nera” formata dalla cenere e dal cemento. Eppure, nonostante la promessa istituzionale di “Non Dimenticare Mai”, oggi stiamo assistendo all’inesorabile e spaventoso Suicidio Culturale dell’America e dell’Occidente Intero! Lavato via il sangue da Ground Zero, ci ha pensato l’assurda e feroce “Ideologia Woke” della Sinistra Estrema e del finto “Buonismo” a cancellare la Realtà! Oggi, nelle scuole e nelle università americane, è considerato politicamente scorretto parlare del Terrorismo, mentre i professori fanno girare in classe la “Lettera all’America” del terrorista Osama Bin Laden come se fosse un manifesto politico giustificabile! E mentre le donne “Feministe e Liberal” americane indossano orgogliosamente il Velo Islamico per finta inclusività sottomettendosi a chi le vorrebbe schiave, la città di New York (ancora incapace di dare un nome a tutti i resti carbonizzati dei suoi morti) decide di farsi guidare eleggendo un Sindaco Musulmano: Zohran Mamdani, che paragona e mette incredibilmente “sullo stesso piano” le Vittime Innocenti americane delle Torri Gemelle con i civili morti nelle guerre in Medio Oriente! Un copione già tristemente visto in Inghilterra con il sindaco di Londra! L’Occidente sta perdendo la guerra! E non perché “Loro” siano più forti, ma perché noi, in nome del finto e ipocrita Multiculturalismo, non solo abbiamo smesso di difendere i Nostri Valori e la nostra Identità, ma abbiamo deciso di Spalancare le nostre Porte a chi vuole distruggerci! Leggi la durissima riflessione politica ed estera del nostro lungo articolo editoriale! 👇 🗣️ Siete d’accordo con la tesi durissima dell’autore del pezzo? Pensate anche voi che l’Europa e l’Occidente stiano subendo silenziosamente e in modo “Autolesionista” una vera e propria e silenziosa invasione a causa del “Buonismo” dei Governi, dimenticandosi delle nostre Radici, dei nostri Morti e delle nostre Tradizioni? Sviscerate tutte le vostre appassionate (e spassionate) opinioni politiche nei commenti (Oggi dibattito aperto e senza filtri!), e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo coraggiosissimo e forte articolo sulle vostre bacheche!

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Governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul

Redazione  – Quel maledetto martedì mattina il cielo sopra Manhattan era di un azzurro limpido, perfetto, quasi innaturale. Non aveva nevicato, eppure, poche ore dopo, le macerie ancora roventi e incandescenti di Downtown erano ricoperte da una fitta, irreale e sottile coltre argentea. Le due Torri Gemelle, i giganti inespugnabili del mondo libero, erano appena venute giù. Poco prima c’erano stati gli schianti, sordi, brutali e inimmaginabili, dei due aeroplani di linea dirottati. E poi le fiamme infernali che, dall’interno, avevano preso a divorare e lambire gli scheletri di cemento e acciaio. Ma l’immagine che ha sfregiato per sempre l’anima dell’umanità sono stati quei corpi. I corpi disperati di uomini e donne che si lanciavano nel vuoto, in braccio alla morte certa, perché era meglio saltare incontro a Dio che ardere vivi in quell’inferno.
Chi aveva potuto si era salvato per miracolo, correndo via coperto da una patina vischiosa, lasciando indietro chi invece non ce l’aveva fatta. Da lontano sembrava quasi neve. Ma non era neve. Era cenere. Era la cenere di una civiltà intera finita brutalmente sotto attacco. Quel giorno morirono 2.977 innocenti, i primi di una lunga scia di sangue che negli anni a venire avrebbe bagnato l’America e l’Europa per mano del fanatismo integralista, prima sotto l’oscuro vessillo di Al Qaeda, poi sotto le bandiere nere dell’Isis. Eppure, a venticinque anni di distanza da quell’orrore, sembra che l’Occidente abbia deciso di chiudere gli occhi e arrendersi.

Il tradimento del “Never Forget” e la feroce dittatura Woke

Oggi, nel 2026, quella cenere è stata lavata via dalle strade. Al posto delle gloriose Torri Gemelle c’è un memoriale asettico, Ground Zero, dove i turisti scattano fotografie e dove le istituzioni si fermano per l’annuale rito della memoria, sussurrando ipocritamente la promessa solenne: «Never forget», non dimenticheremo mai.
Ma la verità è tragicamente un’altra. Se oggi potessimo per assurdo interrogare i fantasmi di quei 2.977 morti, verrebbe da chiedere loro se mai si sarebbero aspettati che la loro amata città, e l’Occidente intero, avrebbero così velocemente rimosso e infangato l’orrore di quel giorno. In mezzo, in questi venticinque anni, ci sono state le inondazioni spaventose dell’ideologia “woke” e della cancel culture, riversatesi sulla società con una ferocia tale da annebbiare la mente anche ai più attenti. Arrivare a un simile livello di autolesionismo culturale e morale nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Nelle scuole, nelle prestigiose Università americane e nei salotti televisivi è diventato improvvisamente più “politicamente corretto” parlare ossessivamente di islamofobia e di finto razzismo, piuttosto che denunciare apertamente l’odio del terrorismo islamista. Siamo arrivati all’assurdo e al grottesco di vedere la delirante «Lettera all’America» di Osama bin Laden circolare liberamente nelle aule scolastiche, letta e giustificata come un qualunque e legittimo manifesto politico.

La resa della politica: da Kathy Hochul a Zohran Mamdani

Il cedimento non è solo culturale, ma drammaticamente politico e istituzionale. Abbiamo assistito attoniti allo spettacolo della governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul (autoproclamatasi fiera femminista e paladina liberal a parole), che alla prova dei fatti ha trovato inspiegabilmente consono sottomettersi a una platea indossando l’hijab, anziché rivendicare e difendere le libertà occidentali delle donne che governa.
Ma il paradosso supremo, la vera e incomprensibile resa incondizionata, si è consumata proprio nelle urne. A venticinque anni da quella straziante tragedia, New York (che ancora oggi non è riuscita a identificare e dare un nome a tutti i resti delle vittime polverizzate dalla jihad) ha deciso di affidare la poltrona di Sindaco proprio a Zohran Mamdani, politico di fede musulmana (entrato in carica il 1° gennaio 2026) per il quale i morti dell’11 settembre andrebbero cinicamente “pianti tanto quanto” i morti delle guerre in Medio Oriente che ne sono seguite. Un relativismo morale inaccettabile, sostenuto da una comunità islamica newyorkese che negli ultimi venticinque anni è quasi raddoppiata, sfondando il tetto del milione di fedeli. Un copione, a ben guardare, già drammaticamente visto e replicato a Londra ben dieci anni prima, con l’elezione di Sadiq Khan alla guida di una capitale europea a sua volta martoriata e straziata dagli attacchi kamikaze.

Chi ha vinto davvero la Guerra? Il suicidio del “Buonismo”

E così, oggi che ricorre il venticinquesimo, pesantissimo anniversario dell’11 settembre, è arrivato il giorno giusto (e forse l’ultimo) per guardarci allo specchio e chiederci: chi ha vinto davvero quella guerra? Una guerra che l’Occidente non ha iniziato, ma che i terroristi ci hanno portato fin dentro i nostri uffici, le nostre piazze e le nostre case.
Il dubbio feroce, che si trasforma in amara certezza, è di averla persa. E non l’abbiamo persa perché “loro” si sono dimostrati militarmente più forti. L’abbiamo persa unicamente perché noi, a un certo punto, accecati dai sensi di colpa imposti dalla Sinistra estrema, non solo abbiamo smesso volontariamente di difenderci e di lottare per i nostri valori, ma abbiamo addirittura deciso di spalancare le nostre porte al nemico. Lo abbiamo fatto irresponsabilmente durante la guerra in Siria, ritrovandoci in Europa i tagliagole che falciavano i nostri cari sulle Ramblas o al Bataclan. E, purtroppo, continuiamo testardamente a farlo ancora oggi, ipnotizzati nel nome di un tossico buonismo e di un multiculturalismo suicida che sta distruggendo la nostra amata civiltà.

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