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Salute

Psicopatologia da web. Il ruolo della prevenzione digitale nei bambini e negli adolescenti. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA)

Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Psicopatologia da web

Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”

 

Redazione-  ​Nell’era dell’iperconnessione permanente, smartphone, tablet e social media sono diventati parte integrante della quotidianità di bambini e adolescenti, ridefinendo i confini della crescita, delle relazioni e della percezione di sé. Ma qual è il reale impatto di questo “mondo virtuale” sulla mente in evoluzione delle nuove generazioni? ​Per comprendere i rischi e le opportunità di questo scenario, abbiamo rivolto alcune domande di riflessione alla Dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).

Con la sua guida clinica e scientifica, in questa intervista di oggi, esploriamo l’aumento dei disturbi legati all’uso improprio della rete, le vulnerabilità neurobiologiche degli adolescenti, le dinamiche familiari alterate dall’isolamento digitale e le strategie più efficaci di prevenzione e intervento terapeutico.

Dott.ssa Lucattini, nella pratica clinica si osserva un aumento di disturbi legati direttamente all’uso improprio o eccessivo della rete tra bambini e adolescenti?

Sì, ormai da alcuni anni numerosi studi scientifici confermano un aumento delle situazioni in cui l’uso digitale partecipa al disagio psicologico di bambini e adolescenti. Non sempre ne è la causa diretta. Più spesso intercetta e amplifica vulnerabilità già presenti, come ansia, depressione, impulsività, solitudine, difficoltà scolastiche o fragilità dell’autostima.

È importante distinguere un uso frequente da un uso problematico, dall’ansia ossessiva alla dipendenza vera e propria. Il problema clinico compare quando l’adolescente perde il controllo, non riesce a interrompersi e continua nonostante le conseguenze sul sonno, sullo studio e sulle relazioni. La relazione può essere circolare. Chi soffre già di per sé (ansia, angoscia e depressione) cerca rifugio online e il rifugio digitale può progressivamente aggravare il disagio (Behavioral Sciences (Basel), 2025).

Quali sono le manifestazioni psicopatologiche più frequenti che si riscontrano oggi rispetto al passato?

Più frequentemente si osservano sono ansia, umore depresso, insonnia, irritabilità, inversione del ritmo sonno veglia, difficoltà di concentrazione, calo scolastico e progressivo isolamento.

Possono comparire controllo compulsivo delle notifiche, crisi di rabbia quando il dispositivo viene tolto, perdita di interesse per attività precedentemente amate e crescente dipendenza dal giudizio degli altri. Non si tratta sempre di nuove psicopatologie, disturbi psicologici o malattie mentali. Spesso sono conflitti propri dell’età evolutiva che il digitale rende più intensi e continui, difficili da comprendere e più difficili da gestire. Lo schermo può inoltre diventare uno strumento per evitare emozioni dolorose, frustrazioni o relazioni vissute come troppo impegnative e rappresentare un impedimento ad una normale crescita psicologica, emotiva e affettiva. Il digitale ha un forte impatto inconscio poiché isola la sensorialità e allontana da relazioni interpersonali profonde (International Journal of Behavioral Medicine, 2025).

Dal punto di vista psicoanalitico, perché la mente di un adolescente è così vulnerabile agli schermi e ai social media?

 

L’adolescenza è una fase di costruzione, definizione e ampliamento dell’identità personale, crescita e cambiamenti del corpo, conoscenza della sessualità e trasformazione del rapporto con i genitori. Il ragazzo deve separarsi dalle immagini infantili di sé e costruire un’identità nuova. In questo processo lo sguardo dei coetanei diventa particolarmente importante.

I social offrono uno specchio sempre disponibile. Like, follower e commenti possono essere vissuti come misure del proprio valore personale. Quando l’autostima è ancora fragile e in divenire, il mancato riconoscimento online può essere percepito come una ferita narcisistica.

Lo schermo rafforza l’idealizzazione della propria immagine, proteggendosi dalla complessità e dall’incertezza della relazione reale. Questa protezione diventa rischiosa quando impedisce di sperimentare il confronto, l’attesa e la frustrazione (Scientific Reports, 2026).

Quali sono i meccanismi attraverso cui l’iperconnessione altera la percezione della realtà, può generare ansia e depressione negli adolescenti e nei bambini?

 

I social espongono continuamente a immagini selezionate, corpi perfetti e idealizzati, successi personali mostrati come raggiungibili senza impegno e difficoltà. Fiabe raccontante dai moderni cantastorie che non vengono riconosciute dagli adolescenti che confrontano la propria vita reale con una rappresentazione costruita, cinematografica, della vita altrui, mostrata come autentica. Le menzogne anche se colorate, patinate e spumeggianti, generano sempre nei ragazzi una percezione  di falsificazione e tradimento del vero, purtroppo però accompagnati da una sensazione inadeguatezza e fallimento che, poiché non razionalizzabile, rimane a livello emotivo e inconscio. Per cui il fallimento è doppio per non riuscire a decifrare le proprie intuizioni e per la competizione con modelli irraggiungibili anche nelle più intense fantasie.

Inoltre, la necessità di essere sempre disponibili, il timore di essere esclusi e il dolore di non ricevere risposte possono generare un vero stress digitale. Le notifiche intermittenti mantengono inoltre una condizione di attesa e di eccitazione difficile da interrompere.

Dal punto di vista psicoanalitico, l’iperconnessione può ridurre lo spazio mentale necessario per pensare le emozioni. L’esperienza viene immediatamente agita, condivisa o controllata, invece di essere elaborata interiormente (Addictive Behaviors, 2026).

Nel caso dei bambini più piccoli, quali rischi comporta l’esposizione precoce a smartphone e tablet?

Nei primi anni il bambino impara a conoscere e vivere le emozioni attraverso la relazione con l’adulto. Il volto, la voce e la presenza del genitore aiutano a tollerare l’attesa, la noia, la frustrazione e l’angoscia.

Quando lo schermo viene utilizzato sistematicamente per calmare ogni pianto, il bambino può avere meno occasioni per sviluppare le risorse interne per modulare emozioni, pensieri e comportamenti. Il dispositivo può così di diventare un calmante esterno indispensabile.

Il rischio non dipende soltanto dalla durata dell’esposizione, ma da ciò che lo schermo sostituisce,  il contatto fisico affettuoso, le parole che consolano, le attenzioni che generano sicurezza interiore. Sono particolarmente importanti per lo sviluppo sano del bambino, il dialogo, il gioco simbolico, il movimento, l’esplorazione e la condivisione emotiva con l’adulto (Behavioral Science, 2026).

 

Come cambia al riguardo, la dinamica della relazione genitori-figli nell’era digitale e quali segnali d’allarme non dovrebbero mai essere sottovalutati?

Il conflitto sullo smartphone può diventare il luogo interiore e concreto, in cui si esprimono problemi più profondi, come il bisogno di autonomia dell’adolescente, l’ansia di controllo del genitore e la difficoltà reciproca nel riconoscere limiti e separazioni.

Anche l’esempio degli adulti è fondamentale. Quando il genitore controlla continuamente il telefono mentre i figli gli parlano, il bambino può sentirsi ignorato o meno importante del dispositivo.

I principali segnali di allarme sono isolamento, uso notturno, insonnia, irritabilità intensa, calo scolastico, perdita delle amicizie, abbandono dello sport, menzogne sull’utilizzo e incapacità di fermarsi. Autolesionismo, ideazione suicidaria e cyberbullismo richiedono sempre una valutazione specialistica tempestiva (Medical Internet Research, 2025).

​Quando la situazione evolve in una vera e propria psicopatologia o in un ritiro sociale e al riguardo, qual è l’approccio terapeutico più efficace?

Quando compare una perdita persistente di controllo e l’attività digitale diventa prioritaria rispetto a tutto, scuola, sonno, relazioni e cura personale. Quando la vita scompare e resta soltanto il mondo virtuale.

La “terapia” non può limitarsi al sequestro dello smartphone. È necessario comprendere quale funzione psicologica svolga il dispositivo. Può servire a non sentire solitudine, vergogna, angoscia, vuoto o paura del giudizio.

Il trattamento psicoterapeutico integrato deve coinvolgere l’adolescente e la famiglia e ripristinare gradualmente la centratura di se stessi, il sonno, le relazioni, la frequenza scolastica, l’attività fisica. Gli interventi psicoanalitici strutturati hanno prove scientifiche consistenti. Un trattamento psicodinamico o psicoanalitico può lavorare sulle fragilità identitarie, narcisistiche e interpersonali che sostengono il ritiro (JMIR Mental Health, 2026).

Quali conseguenze in particolare può comportare l’accesso precoce sui dispositivi digitale sulle performance scolastiche?

 

Numerosi studi scientifici dimostrano che l’accesso precoce e l’uso prolungato dei dispositivi digitali può essere associato a una riduzione delle capacità di attenzione, ritardo nel linguaggio, difficoltà in scrittura, calcolo e fluidità nella lettura. Inoltre, soprattutto negli adolescenti, sottrae tempo al sonno, e a tutte interazioni sociali e educative. Uno studio longitudinale su 6.281 bambini neozelandesi ha rilevato che una maggiore esposizione agli schermi tra i 2 e i 4 anni e mezzo è associata, negli anni successivi, a prestazioni inferiori nel linguaggio, nella scrittura, nel calcolo e nella fluidità alfabetica, oltre che a maggiori difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Già oltre 1,5 ore al giorno a 2 anni si osservavano esiti peggiori a 4 anni e mezzo; oltre 2,5 ore al giorno aumentavano i problemi con i pari fino agli 8 anni. Le associazioni restavano significative anche considerando il contesto familiare e sociale, lo studio mostra una correlazione e non un rapporto causale (Developmental Psychology, 2026).

Quali consigli si sente di dare in merito, per un uso consapevole e sicuro del web e della tecnologia in termini preventivi ed efficaci, anche per non demonizzarla del tutto?

-Accompagnare, non soltanto controllare. I genitori è importante che si interessino alla vita digitale dei figli con curiosità e interesse, affinché il bambino possa raccontare ciò che fa e vede online senza temere rimproveri;

-Dare limiti chiari e prevedibili. Regole coerenti sugli orari aiutano a contenere l’impulsività e offrono quella funzione protettiva che bambini e adolescenti non sono ancora pienamente capaci di esercitare da soli;

-Proteggere il sonno e gli spazi familiari. È opportuno evitare dispositivi durante i pasti e prima di dormire e lasciare lo smartphone fuori dalla camera durante la notte;

-Non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente e blocca la crescita mentale.  Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione;

-Proteggere la vita reale e le attività con amici e all’aria aperta. Il digitale è sano quando non sostituisce gioco, movimento, amicizie, studio e relazione affettiva. La qualità dell’equilibrio conta molto più della semplice contabilità regionalistica delle ore quotidiane da dedicare agli strumenti digitali. semplice numero di ore;

-Educare al pensiero critico, sempre, approfittando del modo digitale così familiare ai ragazzi. Occorre spiegare che immagini, corpi e vite mostrate online sono spesso selezionati o modificati, aiutando i ragazzi a non identificare il proprio valore con like e approvazione sociale;

-Essere un buon modello di riferimento. Un adulto capace di interrompere l’uso del telefono, ascoltare e tollerare il silenzio, che pratica sport, che scherza e gioca con i figli, mostra al di là delle parole, con “azioni parlati”, che la tecnologia è uno strumento utile (ad esempio in ambito scolastico e professionale) ma non un oggetto indispensabile a scopo ludico.

Lucattini

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Salute

Il valore del tempo libero: perché fa bene alla mente intervento di Adelia Lucattini, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e full member dell’International Psychoanalytical Association

Studio e lavoro occupano gran parte delle nostre giornate, riducendo lo spazio vitale dedicato al riequilibrio interiore e spesso agendo proprio a discapito del nostro benessere psicofisico. In un contesto sociale dominato sempre più spesso dalla frenesia, dalla produttività a tutti i costi e dall’iperconnessione, sorge spontanea una domanda cruciale: cos’è davvero il tempo libero? E perché, troppo spesso, corriamo il rischio di trasformarlo nell’ennesima prestazione da compiere con rigore e perfezionismo? Per rispondere a questi interrogativi e riflettere sul nostro stile di vita, approfondiamo oggi il tema insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA). Intervista di Marialuisa Roscino

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Tempo Libero

Redazione-  Studio e lavoro occupano gran parte delle nostre giornate, riducendo lo spazio vitale dedicato al riequilibrio interiore e spesso agendo proprio a discapito del nostro benessere psicofisico. In un contesto sociale dominato sempre più spesso dalla frenesia, dalla produttività a tutti i costi e dall’iperconnessione, sorge spontanea una domanda cruciale: cos’è davvero il tempo libero? E perché, troppo spesso, corriamo il rischio di trasformarlo nell’ennesima prestazione da compiere con rigore e perfezionismo? Per rispondere a questi interrogativi e riflettere sul nostro stile di vita, approfondiamo oggi il tema insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Insieme, in questa intervista, esploreremo come attività apparentemente semplici, come lo sport, l’arte, gli hobby e le pause quotidiane, non siano mere distrazioni o passatempi futili, bensì veri catalizzatori fondamentali per la crescita e lo sviluppo emotivo di bambini e adolescenti, presidi di salute mentale trasversali, essenziali per preservare l’equilibrio a tutte le età, dagli anni della formazione fino età adulta e senile.

Dott.ssa Lucattini, spesso pensiamo al tempo libero come a un “premio” o a un momento di stacco. Dal punto di vista psicologico, qual è la sua vera funzione dopo ore di studio o di lavoro?

Il tempo libero non è un premio, ma un tempo necessario al funzionamento psichico. Dopo ore di studio o di lavoro permette un temporaneo disinvestimento dalle richieste esterne e dalla dimensione prestazionale, restituendo spazio alla vita interna, alla fantasia e all’elaborazione delle esperienze accumulate durante la giornata. In termini psicoanalitici, consente all’Io di allentare il controllo e di redistribuire le proprie energie su più attività anche diverse tra di loro, invece di mantenerle costantemente concentrate su di un’unica mansione. Questo “stacco” favorisce anche la regolazione emotiva e riduce il rischio che tensione e sovraccarico diventino una condizione mentale permanente e disturbante. Non si tratta quindi di tempo sottratto alla produttività, è uno dei presupposti perché attenzione, creatività e capacità di pensare restino vivi e costanti, senza cadute e arresti improvvisi (PLOS ONE, 2025).

Il tempo libero non dovrebbe essere visto solo come un “tempo aggiuntivo alla nostra routine quotidiana” o un premio di consolazione, ma come uno spazio fondamentale di recupero psicofisico. Crede che sia necessario uscire dalla logica dell’efficienza “estrema” per ritrovare un contatto autentico con se stessi?

La logica dell’efficienza, quando diventa pervasiva, rischia di trasformarsi in un vero imperativo interno: bisogna produrre, migliorare, utilizzare bene perfino il tempo libero. In termini psicoanalitici, è una pressione superegoica ovvero razionale e legata al senso del dovere, che può sottrarre spazio alla spontaneità, al desiderio e alla capacità di stare semplicemente bene con se stessi. Il tempo libero ha invece una funzione preziosa proprio quando non deve necessariamente servire a qualcosa, infatti, permette di allentare il controllo, recuperare il contatto con la propria vita interiore e lasciare emergere pensieri, fantasie e interessi non organizzati dalla prestazione. Anche il non fare, in questo senso, può essere psichicamente molto attivo (Journal of Applied Psychology, 2025).

 

Spesso lo sport e l’attività fisica vengono indicati come i principali alleati contro lo stress. Come agiscono, sul corpo, in particolare, nei più giovani?

Nei bambini e negli adolescenti il movimento è un potente regolatore dell’attivazione psicofisica. L’attività fisica interviene sui sistemi biologici dello stress, in particolare sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e sul sistema nervoso autonomo, favorendo nel tempo una maggiore flessibilità tra attivazione e recupero. Sul piano psicoanalitico, il corpo in movimento offre inoltre una via di espressione e trasformazione a tensioni ed eccitazioni che, soprattutto nei più giovani, non sempre sono ancora pienamente rappresentabili con le parole. Non è quindi soltanto uno scarico della tensione poiché attraverso il movimento, l’esperienza corporea può essere regolata molto meglio, integrata mentalmente e progressivamente resa pensabile. È particolarmente importante in età evolutiva, quando i sistemi neurovegetativi e le capacità di autoregolazione sono ancora in maturazione (Psychoneuroendocrinology, 2025).

 

Per i ragazzi, le attività extrascolastiche rappresentano spesso uno “spazio terzo” rispetto alla famiglia e alla scuola. Che valore possono avere nello specifico luoghi come il teatro o i laboratori creativi?

 

Il teatro e i laboratori creativi possono diventare quello che, in termini winnicottiani, definiamo uno spazio potenziale, “transizionale” ovvero un luogo intermedio tra mondo interno e realtà esterna, nel quale il ragazzo può sperimentare parti di sé senza sentirsi immediatamente giudicato o valutato. Attraverso il gioco, la rappresentazione, il corpo e la creatività, emozioni ancora difficili da nominare possono trovare una forma simbolica e diventare più pensabili. Sono inoltre contesti importanti per il processo di separazione-individuazione, fondamentale durante l’adolescenza, permettono di uscire temporaneamente dai ruoli familiari e scolastici, incontrare i coetanei e costruire appartenenze e aspetti nuovi della propria identità. Per questo, non sono semplici attività accessorie, ma veri spazi di crescita psichica (SSM – Population Health, 2025).

 

Attività come disegnare, suonare, scrivere o danzare vengono spesso associate alla creatività. In che modo, aiutano i bambini a elaborare ciò che le parole non riescono a esprimere?

 

Le attività creative offrono al bambino un linguaggio sotto forma di metafora quando quello verbale non è ancora pienamente sviluppato e ricco, in parole e concetti complessi. Disegnare, suonare, scrivere o ballare permette di dare forma a emozioni, fantasie e conflitti difficili da nominare, trasformando un vissuto ancora grezzo, infantile, in qualcosa che può essere rappresentato mentalmente e quindi pensato. In termini psicoanalitici, favoriscono i processi di simbolizzazione e pensiero astratto, e di integrazione tra esperienza corporea, affettività e capacità di pensiero (Scientific Reports, 2025).

 

Passando agli adulti, quanto è importante che un hobby sia nettamente distinto rispetto alla propria professione?

È sempre utile e spesso necessario per il benessere personale, che qualche hobby (che per definizione è un’attività non retribuita) introduca una discontinuità, un tempo diverso e piacevole, rilassante e stimolante, rispetto al lavoro, soprattutto sul piano psicologico. Un’attività diversa consente di disinvestire temporaneamente dal ruolo professionale, ridurre la ruminazione legata al lavoro e riattivare parti del Sé meno coinvolte nella prestazione. In termini psicoanalitici, apre uno spazio di libertà psichica in cui desiderio, curiosità e piacere possono tornare ad avere un valore non utilitaristico. Da non trascurare l’importanza del movimento, in casa nelle piccole pause, delle passeggiate prima e dopo il lavoro, andare in bicicletta e praticare uno sport amatoriale durante il fine settimana. Avere un ritmo regolare in cui fare attività fisica strutturata, con un insegnante o un maestro, è un modo eccellente per staccare dal lavoro, dagli obblighi scolastici e della gestione della famiglia e della casa. (International Journal of Environmental Research and Public Health, 2026).

 

C’è però un rischio moderno che anche il tempo libero rischia di diventare una “prestazione” o una competizione. Quando una passione smette di fare bene?

Una passione non fa più stare bene quando perde dalla dimensione di piacere e libertà e diventa un obbligo interiore, un altro “dovere”. In termini psicoanalitici, il desiderio viene allora colonizzato da un ideale non raggiungibile e dal bisogno di efficienza e prestazionale. Quando diviene un impegno ossessionante, un vero e proprio “secondo lavoro”. A quel punto, non si fa più qualcosa perché nutre, ma per sentirsi adeguati, migliori o all’altezza. Quando compaiono rigidità, senso di colpa se ci si ferma al confronto continuo con gli altri, il tempo libero non rigenera più, ma crea un’ulteriore pressione psicologica da cui in realtà dovrebbe proteggere (European Journal of Sport Science, 2025).

 

Per concludere, spesso demandiamo il recupero psicofisico nel weekend o  durante le vacanze. Qual è, invece, il messaggio che si sente di lasciare sull’importanza delle piccole pause durante il giorno? Quali consigli si sente di dare in merito?

Le piccole pause, durante la routine quotidiana, aiutano a diminuire la tensione e a recuperare attenzione e sono indispensabili. Però, la mente ha bisogno anche di momenti più prolungati di recupero in modo da staccarsi momentaneamente dalle richieste esterne e dalla continua sollecitazione degli strumenti digitale in cui siamo immersi. Questo è importante per centrarsi, ritrovare il proprio baricentro. Inoltre, è indispensabile per far emergere pensieri, fantasie e desideri che i dispositivi elettronici e i contenuti social schiacciano e appiattiscono. Il riposo autentico per la la mente è quando è possibile dedicarsi a sé stessi e alla propria vita con ritmi diversi, personalizzati.

-Creare ogni giorno zone senza smartphone, soprattutto durante i pasti, le passeggiate e prima di dormire;

-Riscoprire la lettura, anche e-ebook e audiolibri, poiché richiede un’attenzione lenta e continuativa, diversa dalla frammentazione tipica dello scrolling;

-Concedersi un buon film senza seconde attività, magari con qualcuno, evitando di guardarlo contemporaneamente al telefono;

-Ascoltare musica di ogni genere, classica e moderna, lasciandosi incuriosire da linguaggi e generi nuovi, la musica mobilita affetti, ricordi e immaginazione;

-Ballare, anche a casa, in ogni piccola pausa, poiché moto e ritmo fanno bene a tutto.

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Salute

Rientro a scuola senza ansia da prestazione: lo psicologo Belardo boccia la “corsa al voto perfetto”

SMETTIAMOLA DI CHIEDERE AI NOSTRI FIGLI DI ESSERE DEI “ROBOT” PERFETTI E NON FACCIAMO LORO PESAREE I BRUTTI VOTI SUL REGISTRO! LE PAROLE DEL DOTTOR BELARDO (PSICOLOGO) PER IL RIENTRO A SCUOLA SONO UN INNO ALLA COMPRENSIONE! 📚 👦 👧 Che Ansia e Che Fatica Il Ritorno a Scuola, Vero? Soprattutto Per i Genitori che vogliono Che I Figli Vadano sempre Bene, Siano i Più Bravi Della Classe E Non Abbiano mai Problemi. Nelle Scorse ore il Dottor CLAUDIO BELARDO (Stimato Psicologo iscritto All’albo della Campania) ha Lanciato Un Formidabile Allarme Contro La Dannosa “Corsa Alla Prestazione Al 100%” che rischia di Rovinare e Mandare In Crisi I Nostri Giovani Alunni! “Un Figlio NON è Un semplice Voto Sul Registro, ma un essere Umano!”, Spiega il Professionista. Spesso “Riempire i ragazzi Di Aspettative” o “Fare in continuazione dei fastidiosi Confronti coi loro Compagni di Classe più bravi” può avere degli Effetti Devastanti Sulla Loro Autostima! Lo psicologo ci invita inoltre a “Non Andare Nel Panico” se i Nostri Ragazzi sono un Po’ Nostalgici o Hanno Paura delle Interrogazioni (È Nornalissimo e Sano, non è certo una “Malattia Psicologica” da curare!). Inoltre ha Gettato L’Allarme sull’Esplosione Estrema Delle Insopportabili (E Spesso Tossiche E Pericolose Per Il “Cyberbullismo”) Chat di Classe Su Whatsapp! Aiutiamo i nostri Figli a Crescere, e Soprattutto Diamogli il Sacrosanto Diritto Di Sbagliare Senza Fargliene Una Colpa! Leggi tutti I Preziosissimi e Utili Consigli Dello Psicologo nel nostro Articolo! 👇 🗣️ A cosa credete? Anche Voi Siete Totalmente D’Accordo Con Le Parole Dello Psicologo Belardo, e Credete Che Oggi Si “Pretenda Troppo” Dai Bambini E Dai Ragazzi Dimenticando di Insegnargli I Veri Valori (Come L’Educazione) Piuttosto Che Il Voto? Siete Preoccupati Anche Voi per la Pericolosità e la Maldicenza Delle Famosissime E Invadenti “Chat Di Classe” Delle Mamme e Dei Bambini? Diteci la Vostra Sviscerando tutti i Vostri Racconti Genitoriali nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo Formidabile Articolo Sulle Vostre Bacheche Per Far Leggere Questi Consigli a Tutte Le Mamme E I Papà Dei Vostri Amici!!

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lo psicologo Belardo

Napoli – L’inizio del mese di settembre porta ciclicamente con sé uno degli appuntamenti in assoluto più importanti e delicati dell’anno per l’intera vita delle famiglie italiane: il fatidico e a volte temuto rientro a scuola. Cambiano improvvisamente gli orari, si mescolano i compagni di banco, spuntano nuovi insegnanti e, soprattutto, tornano a pesare come macigni i grandi impegni e le aspettative dei genitori. Tutto questo enorme carico psicologico può rendere questa fase iniziale entusiasmante per alcuni studenti molto estroversi, ma decisamente più buia e complessa per i ragazzi più introversi.
A lanciare un vero e proprio e accorato richiamo all’equilibrio emotivo ci ha pensato il Dottor Claudio Belardo (stimato psicologo iscritto all’Albo della Regione Campania ed esperto pedagogista, da sempre impegnato in innumerevoli iniziative divulgative nelle scuole sui temi del benessere giovanile e sulla piaga del cyberbullismo). Il suo messaggio per padri e madri è chiarissimo: basta con la “corsa al 100%” e con la mania del perfezionismo.

Un figlio non è un voto sul registro

Il cuore pulsante del messaggio del dottor Belardo è una dura critica all’attuale, frenetica società della competizione assoluta, in cui si pretende che un ragazzino sia sempre il “numero uno” della classe. «Il ritorno sui banchi non viene vissuto da tutti i ragazzi nello stesso modo», spiega il professionista con grandissima sensibilità. «C’è chi non vede l’ora di ritrovare i compagni e chi, invece, può avere disperato bisogno di molto più tempo per riadattarsi fisicamente ai pesanti ritmi scolastici. Per questo è di fondamentale importanza non trasformare immediatamente il rientro in una forsennata corsa alla prestazione».
Il linguaggio utilizzato in casa dagli adulti, in tal senso, ha un peso gigantesco: fare continue ed estenuanti domande sui risultati delle verifiche, operare fastidiosi confronti con il rendimento degli altri amichetti o caricare i figli di aspettative troppo elevate, rischia di distruggere l’autostima. «Un ragazzo non coincide affatto con un voto. Il rendimento è importante, sì, ma la scuola è soprattutto relazione, scoperta, confronto sano e crescita personale».

Saper ascoltare e non “patologizzare” la tristezza

Un altro punto di straordinaria importanza toccato dal Dottor Belardo riguarda la pericolosa e modernissima tendenza genitoriale a “patologizzare” ogni minimo problema. «Essere preoccupati o impauriti per un’interrogazione orale, avere qualche normale difficoltà di socializzazione nei primi giorni o sentire la forte nostalgia dell’estate non significa automaticamente essere in presenza di un grave “disturbo psicologico” da curare in clinica!».
Il consiglio è quello di mettersi in puro ascolto attivo. A volte gli adulti (troppo ansiosi) cercano di fornire una rapida “soluzione” preconfezionata, quando invece il figlio ha solo e disperatamente bisogno di sfogare le sue difficoltà senza sentirsi costantemente giudicato.

Il bullismo invisibile e l’educazione ai social

La scuola, ovviamente, significa in primo luogo intessere relazioni sociali, con tutte le loro gioie e le loro crudeltà. Belardo (che ha incontrato nel 2026 centinaia di studenti per fare grande prevenzione contro il bullismo) è stato chiarissimo: non bisogna aspettare che si verifichi un “episodio grave” per intervenire, ma bisogna lavorare ogni giorno sull’empatia, sul rispetto reciproco e sull’inclusione.
Un’attenzione massima, implora lo psicologo, va riservata all’invisibile mondo digitale e ai social network. Con la ripresa delle scuole, infatti, esplodono a dismisura i tossici gruppi WhatsApp e le onnipresenti chat di classe. «Ciò che accade di brutto attraverso uno smartphone non è assolutamente separato dalla “vita reale” dei ragazzi, fa male allo stesso identico modo! Educazione digitale significa anche responsabilità per le parole scritte». In definitiva, smettiamo di pretendere figli impeccabili: concediamo ai nostri ragazzi il sacrosanto diritto di sbagliare, di cadere e di rialzarsi. Solo così cresceranno pronti ad affrontare il mondo.

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Sport

Nasce il “promotore sportivo”, la svolta professionale che combatte l’obesità e rivoluziona la gestione dei club: il piano di FederTerziario

Nasce una nuova professione nello sport italiano per sconfiggere la burocrazia e l’obesità infantile! 🏋️‍♂️📊🇮🇹 FederTerziario Sport ha presentato a Roma, nella prestigiosa cornice di Palazzo Valentini, la figura del “promotore sportivo”: un manager d’élite sul modello finanziario, pronto ad aiutare le associazioni a vincere i bandi PNRR e a gestire contratti e AI. Un summit straordinario che ha visto Paolo Ferrara annunciare la nascita dell’Azienda Speciale per lo Sport a Roma e il medico Manuel Tuzi lanciare la rivoluzione dei sensori indossabili connessi alla sanità pubblica. Con lo sport in Costituzione, le palestre diventano veri presìdi socio-sanitari contro i dati shock dell’Istat sul sovrappeso. Scoprite come cambia il settore nel nostro articolo! 👇❤️✨

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Relatori

Roma – Ci sono professioni che nascono per intercettare i profondi mutamenti sociali, normativi e tecnologici di un’epoca, trasformando la passione spontanea dei territori in una solida e duratura risorsa di sviluppo economico, salute pubblica e coesione civile. Lo sport, nel nostro Paese, ha superato da tempo i confini del mero intrattenimento o del volontariato amatoriale per farsi presidio di benessere collettivo e diritto costituzionale protetto dallo Stato. Eppure, la gestione quotidiana delle associazioni dilettantistiche è sempre più soffocata da adempimenti burocratici, scadenze fiscali e dalle nevrosi di una transizione digitale ed ecologica complessa. Per rispondere a queste sfide e dotare le comunità di strumenti manageriali d’avanguardia, FederTerziario Sport ha presentato ufficialmente a Roma la nascita di una figura professionale rivoluzionaria e inedita: il promotore sportivo.

La proposta d’altissimo profilo strategico è stata lanciata nel corso dell’affollato summit nazionale intitolato “Formazione, innovazione e AI: le nuove competenze dello Sport”, ospitato nella solenne cornice istituzionale di Palazzo Valentini. L’evento ha fatto registrare una straordinaria e fitta partecipazione di esperti del comparto medico, campioni della cultura fisica, manager della privacy e rappresentanti del Parlamento e degli enti locali, uniti per fare squadra attorno alle reti dell’associazionismo no-profit. Ispirata esplicitamente al modello operativo del promotore finanziario, questa nuova figura professionale si propone come un sarto delle competenze: un professionista qualificato incaricato di mappare le esigenze reali dei club sul territorio, promuovere percorsi di formazione permanente e facilitare joint venture e sinergie trasparenti tra il settore pubblico e i capitali privati.

Dall’assistenza sui bandi alla svolta di Roma: arriva l’Azienda Speciale per lo Sport

«Per essere un moltiplicatore di opportunità, lo sport deve fare affidamento su professionisti d’eccellenza», ha spiegato con spavaldo orgoglio il presidente di FederTerziario Sport, Alessandro Prudente, delineando il ruolino di marcia pluriennale del sodalizio. «Il promotore sportivo individuerà le necessità delle associazioni, offrendo un’assistenza a 360 gradi che spazia dalla consulenza legale ai corsi di aggiornamento per i dirigenti, fino al supporto tecnico per intercettare i finanziamenti europei e i bandi del PNRR». Un’opera di squadra mirata a blindare la stabilità dei club locali, riducendo il rischio di sanzioni amministrative. Come sottolineato dal Consigliere Luca Lucia, è fondamentale scortare i presidenti nel passaggio cruciale dalla pura passione alla competenza strutturata, affinché nessuna struttura sia più costretta a chiudere i battenti a causa della morsa burocratica.

Un contributo fondamentale per la logistica del settore è destinato ad arrivare dalle istituzioni della Capitale. Durante il dibattito a Palazzo Valentini, il Vicepresidente dell’Assemblea Capitolina, Paolo Ferrara, ha annunciato il raggiungimento di un traguardo storico che allinea Roma a modelli europei d’avanguardia come Barcellona, Helsinki e Milano: l’approvazione ufficiale della delibera per l’istituzione di un’Azienda Speciale interamente dedicata allo Sport. Una struttura snella e hi-tech che partirà a breve e fungerà da interlocutore unico e rapido per la gestione della complessa e diffusa impiantistica cittadina, azzerando i tempi morti dei dipartimenti comunali e potenziando presìdi di civiltà come il Fondo per il diritto allo sport e le Palestre della salute, nate per garantire l’accessibilità motoria a tutte le famiglie indipendentemente dal reddito.

L’allarme dell’Istat sul sovrappeso: lo sport in Costituzione diventa presidio sanitario

La necessità etica e clinica di riorganizzare i laboratori dello sport territoriale trova una spietata e trasparente giustificazione nei dati epidemiologici nazionali. I dati Istat parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi: la sedentarietà e il materialismo alimentare stanno minando la salute delle ultimissime generazioni. In Italia si contano ben 23,3 milione di persone in sovrappeso; nel biennio recente il 26% dei bambini ha registrato problemi di peso, una quota drammatica che nella fascia d’età compresa tra i 3 e i 17 anni tocca il picco del 32%, a fronte di un crollo progressivo dell’attività fisica leggera, con il rischio di un’impennata di patologie cardiache e metaboliche croniche.

Lo scenario, tuttavia, è investito da una storica rivoluzione legislativa. Come ricordato da Simone Bentrovato, presidente di FederTerziario Socio Sanitaria, la legge n. 149 dello Stato ha ufficialmente inserito l’obesità nel novero delle patologie vere e proprie, un riconoscimento che si unisce alla solenne modifica dell’articolo 33 della Costituzione, che ha sancito l’ingresso dello sport nella Carta fondamentale della Repubblica. «Il benessere passa dall’essere un fatto individuale a un fattore di salute collettiva», avverte Bentrovato. «Le strutture sportive territoriali diventano nodi strategici di un sistema socio-sanitario allargato, ed è per questo che dobbiamo potenziare e creare nuove competenze sul campo», limitando al massimo l’isolamento dei soggetti più fragili.

La medicina predittiva del futuro: lo smartphone connesso ai sensori di casa

L’onestà intellettuale del dibattito scientifico ha trovato una sponda fondamentale nella dura requisitoria medica firmata da Manuel Tuzi, specialista in medicina dello sport e già deputato della Repubblica. Tuzi ha severamente contestato l’attuale postura del sistema sanitario nazionale, colpevole di investire miliardi di euro nella gestione delle emergenze acute piuttosto che nella programmazione e nella prevenzione primaria. «Basti pensare che si stanzia appena un milione e mezzo di euro per la prescrizione medica dell’attività fisica», ha denunciato il dottor Tuzi, indicando nelle nuove tecnologie e nei dispositivi indossabili (wearable) una straordinaria risorsa terapeutica ed economica per salvare le finanze pubbliche.

Il traguardo della sanità digitale e della meccatronica applicata al corpo è ormai alle porte: nel prossimo futuro le case degli italiani saranno dotate di sensori biometrici intelligenti capaci di dialogare in tempo reale con lo smartphone e lo smartwatch del cittadino, connettendo i parametri vitali a una piattaforma protetta del SSN. Il summit di Palazzo Valentini, arricchito dalle relazioni del professor Rossano Cioeta sull’efficientamento energetico delle palestre e dagli interventi di Roberto Fabiani (MyNet) e Davide Castioni (Evolutivo) sulla tutela della privacy e dell’Intelligenza Artificiale, si chiude con un ruolino di marcia chiaro. Spegnete gli smartphone e preparatevi a muovervi: la rivoluzione di FederTerziario è partita, e il promotore sportivo è pronto a scendere in campo per dimostrare che la spensieratezza di un allenamento è la medicina più potente che abbiamo per proteggere il nostro domani.

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