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Salento, il regista Albert Dejda dona un’opera dove iniziò la sua vita

Il regista Albert Dejda dona un’opera a Galatone: un ringraziamento al Salento che lo accolse 35 anni fa in fuga dal piroscafo Tirana. 🇦🇱❤️

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Opera di Albert Dejda

Galatone – Un’odissea lunga trentacinque anni che si chiude con un abbraccio di pura gratitudine, un cerchio perfetto che unisce le due sponde del mare Adriatico. La storia di Albert Dejda è una di quelle vicende umane profonde che lasciano un segno indelebile nel cuore di chi ascolta, capace di raccontare il dramma della fuga e la bellezza del riscatto come solo le grandi storie della vita sanno fare. Tutto ha inizio in Albania, alla fine degli anni Ottanta, in una città di Durazzo soffocata dalla rigidità del regime di Enver Hoxha. Albert è un intellettuale, un regista cinematografico che usa la sua arte e la sua macchina da presa per dare voce alla libertà d’espressione, sfidando un silenzio imposto a un intero popolo con la forza della paura e della censura. Una scelta coraggiosa e trasparente che, nel millenovecentonovantuno, si trasforma improvvisamente in una condanna invisibile: un amico fidato, impiegato tra le forze dell’ordine albanesi, lo avverte in segreto che il suo nome è finito sulla lista nera e che l’arresto da parte delle autorità statali è ormai imminente. La salvezza ha un nome che appartiene alla memoria collettiva e alla storia di una nazione: il Tirana, il primo leggendario piroscafo che apre la grande e drammatica stagione dei viaggi dell’immigrazione albanese verso le coste italiane.

Il distacco dalla terra e l’approdo nel Salento

Il distacco dalla propria terra natia è uno strappo doloroso, una ferita profonda che chiunque abbia dovuto lasciare la propria casa per scappare da una dittatura conosce fin troppo bene nell’anima. Albert sale su quella nave carica di anime con il cuore pesante per l’incertezza, ma con gli occhi pieni di futuro, sbarcando in un Salento che apre le sue braccia con una generosità spontanea, calorosa e commovente. Quella terra pugliese, così calda e accogliente, diventa il suo primo porto sicuro nel mondo, il luogo dove riprendere fiato prima che le vicende della vita lo portino a trasferirsi tra le montagne del Trentino. Nel nord Italia l’ex regista non si perde d’animo, si rimbocca le maniche con dignità, lavora duramente per integrarsi, costruisce una splendida famiglia e, pezzetto dopo pezzetto, ritrova la forza interiore e l’ispirazione per riprendere in mano il suo filo creativo, mai spezzato dalla distanza o dalla fatica della quotidianità. Il richiamo di quel primo amore geografico e umano, però, resta sempre vivo nel profondo del suo cuore di artista.

L’incontro a Masseria Silene e l’atto di restituzione

Il destino, con la sua precisa e poetica armonia, decide di compiere il suo giro più bello e significativo nell’agosto del duemilaventisei. Al termine di un lunghissimo, ambizioso e appassionato percorso di ricerca personale, storica e artistica, Albert sente il bisogno intimo e profondo di compiere un vero e proprio atto di restituzione verso quella terra salentina che lo aveva salvato e adottato con amore trentacinque anni prima. L’occasione perfetta si materializza grazie all’incontro speciale con le imprenditrici responsabili del progetto Masseria Silene, una bellissima e virtuosa realtà produttiva immersa nella campagna profumata del territorio salentino. Queste donne coraggiose credono fortemente nel valore sociale della cultura e scelgono di mettere a disposizione i propri spazi rurali per ospitare l’ingegno, la sensibilità e l’opera del regista albanese. Nasce così un’intesa speciale, un ponte ideale fatto di memoria storica, accoglienza reciproca e amore incondizionato per l’espressione artistica.

Un cammino di verità e la circolarità dell’esistenza

L’opera nata da questo felice incontro, completata proprio in queste ore con grande dedizione, rappresenta per Albert il vero compimento di un lungo cammino di verità. Non si tratta semplicemente di una creazione visiva o di un manufatto, ma di un vero e proprio monumento alla circolarità dell’esistenza umana, un ringraziamento visibile e tangibile rivolto a una comunità che, nel momento del bisogno, non si è mai voltata dall’altra parte. È la dimostrazione vivente che la speranza non è un’illusione astratta, ma una forza concreta capace di guarire le ferite del passato e riportare un uomo esattamente lì dove la sua seconda vita da cittadino italiano è cominciata. Le pareti storiche della masseria diventano così le custodi di una memoria preziosa, che unisce le antiche sofferenze della fuga alle gioie del presente in un messaggio universale di pace e fratellanza.

L’apertura culturale nel cuore dell’agro di Galatone

Il viaggio di questa straordinaria opera d’arte è appena iniziato e si prepara a incontrare lo sguardo e l’emozione del pubblico. L’inaugurazione ufficiale è prevista per la fine del prossimo mese di ottobre, un appuntamento importante che coinciderà con un momento di grande valore sociale per l’intera comunità locale. L’evento celebrerà infatti l’avvio ufficiale dell’utilizzo culturale della piccola sala meeting della struttura, uno spazio che d’ora in poi sarà interamente dedicato a incontri, dibattiti e manifestazioni d’arte proprio nel cuore dell’agro di Galatone, nella suggestiva provincia di Lecce. Sarà un momento di grande festa, condivisione e sincera commozione, in cui i cittadini salentini potranno stringersi attorno a un uomo che, dopo aver attraversato il mare in tempesta e i sentieri della storia recente, è tornato in questa terra per dire grazie nel modo più nobile, poetico e bello che conosce.

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“La Corte dei Miracoli”: i versi di Francesco Marcì che salvano l’anima

Dal dolore al trionfo della parola: la toccante poesia di Francesco Marcì conquista il Salone di Torino con una lezione di pura resilienza. 📖✨

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Copertina_La Corte dei Miracoli

Siracusa – Ci sono abissi dell’esistenza umana che la maggior parte delle persone preferisce non guardare, girando la testa dall’altra parte per paura o per semplice indifferenza. Sono i luoghi del dolore mentale, dell’isolamento sociale, delle notti passate a contare le crepe del soffitto o a camminare lungo i vicoli freddi delle nostre città. Ma è proprio da queste crepe, dove la sofferenza si fa più acuta e straziante, che a volte nasce una luce di sbalorditiva bellezza, capace di trasformare il fango in oro e il tormento in arte pura. Questo è il miracolo laico racchiuso tra le pagine de “La Corte dei Miracoli”, l’opera toccante e profonda data alle stampe da Francesco Marcì. Non siamo di fronte a un poeta nel senso convenzionale o accademico del termine, ma a un vero e proprio “pensatore” dell’anima. Un uomo sensibile che ha scelto di osservare il mondo dai margini della società, trasformando l’esperienza devastante del dolore personale in una ricerca spirituale costante e incrollabile.

La raccolta, pubblicata con coraggio nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” e disponibile anche in formato e-book per raggiungere un pubblico più ampio, rappresenta un vero e proprio sasso nello stagno del panorama culturale contemporaneo. L’opera ha saputo conquistare una vetrina di assoluto rilievo nazionale, venendo esposta con successo al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, all’interno degli spazi espositivi di Aletti Editore. Attraverso una narrazione in versi che intreccia con sapienza misticismo, richiami alla natura e una spietata introspezione, il libro conduce il lettore in un viaggio emotivo senza sconti. Si passa dai freddi vicoli vissuti dai clochard, dove la solitudine gela le ossa, fino alle finestre illuminate delle case calde, che diventano la metafora potente e malinconica di un isolamento forzato e di un nostalgico, umanissimo desiderio di appartenenza a una comunità che troppo spesso esclude chi fa più fatica.

Il peso del dolore e la forza salvifica della parola scritta

Per comprendere l’assoluta autenticità di questi testi, bisogna scavare nella biografia stessa dell’autore siracusano, un percorso segnato fin dalla primissima giovinezza da complesse e dolorose asperità personali e familiari. Francesco Marcì ha dovuto interrompere presto gli studi superiori per fare i conti con i mostri della mente: a soli diciotto anni affronta il dramma del suo primo ricovero in ambito psichiatrico, dando inizio a un lungo calvario attraverso gli anni, segnato da periodi di forte sregolatezza e smarrimento. Molti avrebbero ceduto, molti si sarebbero arresi al silenzio. Nonostante le difficoltà estreme e la perdita dolorosa della quasi totalità della sua produzione letteraria giovanile, la scrittura ha rappresentato per lui l’unica ancora di salvataggio, un punto fermo e irrinunciabile fin dall’età di quattordici anni.

Oggi, ricoverato volontariamente presso una struttura psichiatrica, Marcì continua a dedicarsi al pensiero e alla parola come strumenti privilegiati di espressione e riscatto sociale. I suoi componimenti diventano così i tasselli di un mosaico esistenziale che oscilla costantemente tra la caduta e la risalita, tra la debolezza della carne e il coraggio dello spirito, con una sezione di straordinaria dolcezza dedicata alla figura della donna. Come scrive magistralmente nella Prefazione il maestro Giuseppe Aletti, noto poeta, editore e formatore: “È una raccolta che nasce da una esperienza di vita diretta, i testi hanno l’aria di appunti incendiati: brevi, a volte essenziali, a volte più narrativi, ma sempre guidati da un’urgenza che porta in dono l’autenticità. La poesia accolta in queste pagine ci dice che qualcosa è accaduto”. Ed è proprio questo senso di urgenza che cattura il lettore, trascinandolo dentro una realtà che non ammette finzioni.

Un manifesto di silenziosa resilienza contro ogni pregiudizio

Al centro dell’opera si consuma la lotta quotidiana e universale tra l’ombra del disagio e la speranza della guarigione, celebrando, nel finale, il potere terapeutico, curativo e salvifico della parola scritta. La delicatezza straordinaria dello stile di Marcì risiede proprio nella sua capacità unica di incontrare la fragilità umana senza mai emettere un giudizio, trasformando anche il vissuto più complesso e oscuro in pura tensione verso la conoscenza e l’empatia. Gli esperti di scienze umane e i tecnici della riabilitazione psicologica sottolineano spesso quanto l’arte sia fondamentale nei percorsi di recupero, ma i versi di questo autore superano la semplice valenza terapeutica: sono letteratura viva, che merita di essere letta e compresa per il suo valore intrinseco.

Le famiglie che vivono da vicino il dramma della malattia mentale dei propri cari troveranno in queste pagine un motivo di conforto e di profonda riflessione. Francesco Marcì, con la sua straordinaria e silenziosa resilienza, dimostra al mondo che le mura di una struttura di cura non possono imprigionare la libertà del pensiero né spegnere il talento. Il suo viaggio intimo attraverso le fragilità dell’anima continua a tracciare una strada di luce, ricordandoci che dentro ogni imbrunire si nasconde la promessa di un’alba nuova. La Corte dei Miracoli diventa così il luogo dell’anima in cui tutti gli esclusi, i dimenticati e i sofferenti ritrovano la propria dignità regale, uniti dalla forza immortale della poesia che cura le ferite della vita.

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Arianna Mosconi – “L’Aura di un Artista”

La poesia “L’AURA DI UN ARTISTA” della giovane autrice Arianna Mosconi, è un ritratto poetico che ci induce nella sensibilità profonda e cangiante dell’artista in generale, paragonata a un’aura che essi/e portano. La poetessa, colora la loro aura, secondo lo stato emotivo e creativo che loro riportano con la musa vagante. 
Essa utilizza un ricchissimo linguaggio metaforico – allegorico, legate alle pietre preziose, ciascuna, scelta con precisione per rappresentare le sfumature dell’animo artistico e della loro aura quasi divina.

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Arianna Mosconi
Redazione-  La poesia “L’AURA DI UN ARTISTA” della giovane autrice Arianna Mosconi, è un ritratto poetico che ci induce nella sensibilità profonda e cangiante dell’artista in generale, paragonata a un’aura che essi/e portano. La poetessa, colora la loro aura, secondo lo stato emotivo e creativo che loro riportano con la musa vagante.
Essa utilizza un ricchissimo linguaggio metaforico – allegorico, legate alle pietre preziose, ciascuna, scelta con precisione per rappresentare le sfumature dell’animo artistico e della loro aura quasi divina.
Riportiamo tutto ciò appena citato.
Con il primo verso:
1. l’aura di un artista è multicolore:
– Fa apparire subito l’idea che l’essenza dell’artista non sia statica, ma mutevole e ricca, capace di riflettere emozioni differenti.
2. rosea quando vibra di compassione / e si fa guidare dalle note del cuore:
– Il rosa, tonalità delicata e affettuosa, ci presenta l’empatia. Essa è l’amore per il prossimo, la capacità di sentire profondamente il dolore e l’emozione altrui.
3. D’un viola ametista quando è / in completa armonia e connessione / con il suo vero sentire:
– il viola ametista richiama la spiritualità e l’introspezione. Qui l’artista è in contatto con se stesso, in uno stato di ispirazione pura e meditativa.
4. Si inebria di un blu acquamarina / se uno scroscio d’applausi può percepire / o al pianoforte si avvicina”:
– L’acquamarina è associata alla comunicazione e al successo artistico. Il blu rispecchia tale tranquillità e percezione di profondità, sino a diventare vibrazione e gratificazione nel contatto con i lettori e/ o i spettatori che riversano scroscio d’applausi, come segno di ammirazione.
5. È d’un oro luminoso come topazio imperiale / quando declama i suoi versi:
– Qui, il topazio imperiale, pietra solare e regale, divenne il momento di massima espressione e splendore dell’artista, la quale si manifesta nella recitazione poetica con grande maestria. Ciò è il culmine della presenza scenica.
6. Ha bisogno di vivere per sperimentare sentimenti intensi / e non di premi da ostentare:
– Con questi versi, la poetessa Mosconi sottolinea l’autenticità dell’artista, per il quale l’esperienza vissuta è nutrimento, e non apparenza riconoscimento superfluo.
7. Un poeta è una goccia di cristallo ialino / dispersa nel mare:
– Il cristallo ialino (quarzo trasparente) è l’allegoria di purezza e fragilità. Disperso nel mare, il piccolo artista diventa grande nell’immensità del mondo, riflettendo enorme limpidezza.
8. mantiene in sé lo sguardo bambino:
– Questo è l’elemento centrale della creatività poetica dell’autrice, poiché ’innocenza e lo stupore infantile, sono la vera fonte della creazione artistica.
9. Non gli importa certo di stupire / con un linguaggio ricercato / vuol solo sparire / vuol essere come un papavero / sul ciglio della strada / gioire seppure dimenticato:
– Questo verso si chiude intensamente con un il paragone dell’artista a un fiore semplice, marginale ma vitale. Il vero poeta non cerca fama, ma la gioia intima del creare, anche seppure finito nell’oblio del suo percorso creativo.
10. In tutta questa poesia, le pietre preziose diventano un codice e chiave importante per descrivere perfettamente l’aura e i diversi stati dell’anima creativa che ogni vero artista possiede in sé: il rosea rappresenta la compassione, l’ametista viola l’armonia e la quiete, l’acquamarina la connessione artistica, e il topazio, la corona divina dell’aura.
L’AURA DI UN ARTISTA
L’aura di un artista è multicolore
rosea quando vibra di compassione
e si fa guidare dalle note del cuore
d’un viola ametista quando è
in completa armonia e connessione
con il suo vero sentire
si inebria di un blu acquamarina
se uno scroscio d’applausi può percepire
o al pianoforte si avvicina.
È d’un oro luminoso come topazio imperiale quando declama i suoi versi.
Ha bisogno di vivere per sperimentare sentimenti intensi
e non di premi da ostentare.
Un poeta è una goccia di cristallo ialino
dispersa nel mare
mantiene in se lo sguardo bambino
e non gli importa certo di stupire
con un linguaggio ricercato
vuol solo sparire
vuol essere come un papavero
sul ciglio della strada
gioire seppure dimenticato.

(Recensione di Angela Kosta)

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Angela Kosta intervista la traduttrice ed editrice Christine Peiying Chen

Vincitrice del titolo di “Miglior Autrice Straniera 2023” al 30° Premio Letterario Italiano Ossi di Seppia, la poetessa, editrice e traduttrice Christine Peiying Chen rappresenta una delle voci più autorevoli della letteratura cinese contemporanea all’estero. Coordinatrice del World Poetry Movement Oceania e membro del comitato della New Zealand Chinese Writers Association, nonché editore della rivista “Global Muse”, ha pubblicato le sue opere in prestigiose riviste e antologie internazionali, contribuendo con il suo lavoro a costruire un dialogo culturale tra Oriente e Occidente.

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Angela Kosta ,Christine Peiying Chen

La poesia è un ponte tra Oriente e Occidente”
(Christine Peiying Chen)

Redazione-  Vincitrice del titolo di “Miglior Autrice Straniera 2023” al 30° Premio Letterario Italiano Ossi di Seppia, la poetessa, editrice e traduttrice Christine Peiying Chen rappresenta una delle voci più autorevoli della letteratura cinese contemporanea all’estero. Coordinatrice del World Poetry Movement Oceania e membro del comitato della New Zealand Chinese Writers Association, nonché editore della rivista “Global Muse”, ha pubblicato le sue opere in prestigiose riviste e antologie internazionali, contribuendo con il suo lavoro a costruire un dialogo culturale tra Oriente e Occidente.

In questa intervista, Christine Peiying Chen racconta il suo percorso umano e letterario, il valore della traduzione poetica, il significato dei riconoscimenti ricevuti e il profondo legame con la propria terra d’origine.

Quando si è trasferita in Nuova Zelanda e come si è integrata nella vita del Paese?

Mi sono trasferita in Nuova Zelanda nel 1994, subito dopo la laurea. Ero piena dell’entusiasmo e dell’energia della giovinezza e desiderosa di respirare l’aria della libertà. Tutto era diverso: la lingua, la cultura, le persone e persino l’atmosfera. Forse proprio perché ero giovane, l’integrazione è avvenuta in modo naturale. Ho trascorso i primi due anni studiando e lavorando nella comunità cinese, per poi entrare a far parte di una multinazionale locale, dove ho continuato a crescere professionalmente fino a ricoprire incarichi dirigenziali.

Come è nata la sua passione per la letteratura?

Amo la letteratura fin da bambina. A scuola i miei temi venivano spesso scelti come esempi. Durante gli anni universitari la Cina viveva il periodo della cosiddetta Misty Poetry e noi studenti leggevamo e recitavamo poesie con grande passione. Le letture e gli studi di quegli anni hanno costruito le basi della mia scrittura, mentre la vita mi ha offerto l’esperienza e l’ispirazione necessarie per creare poesia.

Quali sono le sue principali pubblicazioni e come vengono accolte dai lettori?

Ho iniziato scrivendo rubriche sui giornali e successivamente sono diventata caporedattrice letteraria di due quotidiani. Le mie opere sono apparse in numerose riviste e giornali. Tra le pubblicazioni più recenti vi è l’antologia World Poetry – Chinese Poets in the 21st Century, pubblicata da Puntoacapo Editrice nel 2024, oltre alla rivista taiwanese Chinese Language, utilizzata anche come supporto didattico nelle scuole. I lettori apprezzano il mio modo di scrivere perché credo che il linguaggio debba essere semplice, mentre il pensiero può essere profondo. Inoltre, la poesia deve parlare della vita e suscitare emozioni autentiche, senza indulgere nell’autocompiacimento.

Qual è il genere che predilige?

Credo che la poesia riesca a commuovere attraverso le emozioni. Per sviluppare un ragionamento esistono i saggi; la poesia, invece, parla direttamente al cuore. Mi piace una scrittura essenziale, ispirata alla pittura cinese a inchiostro, che lascia spazio all’immaginazione del lettore. Il tema centrale della mia opera è l’amore: per i genitori, per i figli, per la persona amata e per Dio.

È editrice e collabora con numerosi organi di informazione. Come è nata questa opportunità?

Un proverbio cinese dice: «Piantando salici senza intenzione, essi finiscono per offrire ombra». Ho sempre amato scrivere e ho avuto la fortuna di incontrare maestri che hanno sostenuto il mio cammino. Sono profondamente grata a tutti coloro che hanno creduto in me.

Ha tradotto numerosi poeti internazionali. Quanto è impegnativo questo lavoro?

Per me tradurre poesia è naturale. Tradurre la poesia cinese in inglese e quella inglese nella mia lingua madre significa creare un dialogo tra culture diverse. Considero la traduzione una missione: costruire un ponte tra Oriente e Occidente.

Torna spesso in Cina? Cosa le manca di più?

Prima della pandemia visitavo la Cina diverse volte l’anno per stare accanto a mio padre. Dopo la sua scomparsa i miei viaggi sono diminuiti. Mi mancano le tradizioni, gli amici della giovinezza e il dispiacere di non aver potuto ricambiare pienamente l’affetto dei miei familiari a causa della lunga permanenza all’estero.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Che significato hanno per lei?

Mi considero molto fortunata per aver fatto le scelte giuste nei momenti giusti e per aver incontrato persone che hanno apprezzato il mio lavoro. L’unico mio desiderio è continuare a dare il mio contributo. Ogni riconoscimento è anche un dono della vita.

Conosce l’Albania? Le piacerebbe visitarla?

Certamente. Ricordo che negli anni Settanta gli unici film occidentali che arrivavano in Cina erano quelli albanesi. Per questo motivo la mia generazione è cresciuta con una particolare curiosità verso l’Albania. I nostri Paesi condividono una parte della loro storia. Il mondo cambia, i regimi cambiano, ma la natura umana resta la stessa. Auguro al popolo albanese un futuro di pace, prosperità e benessere.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Quest’anno pubblicherò una raccolta poetica bilingue in cinese e inglese e una raccolta in lingua italiana. Continuerò inoltre a scrivere e a svolgere il mio lavoro editoriale.

La ringrazio per questa preziosa intervista e le auguro nuovi successi.

Grazie a lei, Angela, per l’invito. È stato un grande onore condividere il mio percorso con i suoi lettori.

 

 

(Intervista di Angela Kosta)

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