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Cultura

IL DIPINGERE INVISIBILE NELL’UNIVERSO ARTISTICO DI ZEHAVA NETER: la luce dell’Anima e i segreti della Cabala. L’emozionante intervista di Angela Kosta

IL DIPINGERE INVISIBILE E I SEGRETI DELLA CABALA NELL’UNIVERSO ARTISTICO DI ZEHAVA NETER 🎨 ✨ L’emozionante e bellissima Intervista a cura di Angela Kosta! Ci sono dei rarissimi Pittori al mondo che non usano i pennelli per “ricopiare” semplicemente in modo freddo la realtà visibile che ci circonda, ma dipingono letteralmente “Il Dolore, i Silenzi, l’Amore e la Guarigione”! Oggi vi portiamo in viaggio alla scoperta dell’immensa e potentissima arte della pittrice israeliana Zehava Neter, una donna eccezionale capace di fondere su Tela le emozioni umane più vulnerabili con gli insegnamenti antichi e spirituali della “Cabala”! Cresciuta al fianco di un nonno cabalista, Zehava ha imparato a “guardare oltre” l’apparenza della materia. Nelle sue meravigliose tele (impreziosite da antiche lettere dell’alfabeto ebraico che racchiudono enormi energie legate all’Amore, alla prosperità e alla Fertilità), l’arte diventa un vero e proprio e formidabile percorso di “Guarigione Spirituale”! In questa lunghissima, profonda e illuminante intervista condotta dalla bravissima Angela Kosta, la pittrice si mette a nudo, parlando del perché abbia scelto di dipingere opere per denunciare la “Violenza sulle donne”, del suo rapporto con i giovani allievi a cui insegna a essere liberi dai pregiudizi, e del potere universale dello Sguardo dei suoi soggetti! L’Arte non ha alcun bisogno di interpreti o di traduttori, deve solo “Scuotere l’Anima e farci uscire sereni dal museo”. “Io non dipingo volti; dipingo ciò che i volti non riescono a raccontare”, ha dichiarato l’artista, rivelando che l’obbiettivo supremo del suo talento non è semplicemente mostrare la luce esterna, ma “ricordare alle persone che possiedono già una luce bellissima dentro di loro”! Leggi l’Intervista Esclusiva completa e scopri la filosofia spirituale dietro i magici dipinti della Neter nel nostro articolo Culturale di approfondimento! 👇 👁️ E a voi, amici lettori, è mai capitato di fermarvi davanti a un quadro in una mostra o in un museo, e di sentire inspiegabilmente il cuore battere più forte o l’Anima vibrare, come se quel quadro fosse stato dipinto appositamente per le vostre gioie o i vostri dolori? Vi affascina il lato magico, esoterico e spirituale dell’insegnamento della Cabala che l’artista trasporta nelle sue opere di Guarigione? Diteci la vostra opinione e la vostra emozione nei commenti, CONDIVIDENDO questa bellissima pagina di Cultura sulle vostre bacheche per illuminare la giornata ai vostri contatti!

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ZEHAVA NETER

Redazione – Ci sono artisti che dipingono per riprodurre fedelmente la realtà visibile, e poi ci sono artisti straordinari che usano i pennelli e i colori per dare voce a ciò che non si può spiegare a parole: il dolore, l’amore, l’energia invisibile dell’Universo e i movimenti silenziosi dell’Anima. La pittrice israeliana Zehava Neter appartiene senza alcun dubbio a questa seconda, rarissima e preziosissima categoria. Profondamente influenzata dalla spiritualità e dagli antichi insegnamenti della Cabala, la sua arte è un vero e proprio “sismografo emotivo”, capace di tradurre su tela la vulnerabilità e l’immensa forza dell’essere umano. In questo incontro intimo e profondo, condotto magistralmente dalla penna di Angela Kosta, andiamo alla scoperta di un linguaggio artistico universale che non ha bisogno di traduttori, dove le lettere ebraiche diventano energia vitale e gli occhi dei soggetti dipinti si trasformano in specchi per l’osservatore. Benvenuti nell’universo dell’invisibile.

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L’Intervista di Angela Kosta a Zehava Neter

Benvenuta, Zehava. La sua arte nasce spesso dall’impulso e dall’emozione. Come riesce a trasformare sentimenti così profondamente personali in opere capaci di parlare a un pubblico universale?
Credo che l’emozione umana sia l’unico linguaggio universale che non abbia bisogno di traduzione. Ogni mia opera nasce da uno spazio profondamente intimo: prende forma da un’esperienza vissuta, da un ricordo, dal dolore, dalla nostalgia, dall’amore o da un momento di intensa contemplazione. Ma, nell’istante in cui il colore incontra la tela, quell’esperienza non appartiene più soltanto a me. Si trasforma in uno spazio aperto, nel quale ogni osservatore può ritrovare una parte di sé.

Non dipingo gli eventi, bensì l’impronta che essi lasciano nell’anima. Cerco ciò che si cela oltre le parole: quelle emozioni che tutti custodiamo dentro di noi e che spesso fatichiamo a esprimere. Per questo motivo, le figure che popolano le mie opere non rappresentano una persona specifica, ma riflettono una condizione umana universale. Talvolta fissano lo sguardo dello spettatore; altre volte sono immerse nel proprio universo interiore, ma invitano sempre chi osserva a completare la narrazione attraverso la propria esperienza di vita.

“Non dipingo volti; dipingo ciò che i volti non riescono a raccontare.”

Un esempio significativo è la mia opera Dietro il Silenzio, insignita del Premio Antonio Canova per le Arti Visive a Roma. Il dipinto esplora un silenzio che non è assenza, ma presenza colma di emozioni. Racconta ciò che scegliamo di nascondere e ciò che gli occhi desiderano rivelare, anche quando le labbra rimangono mute.

Lei descrive la pittura come un dialogo tra il mondo spirituale e quello artistico. Quanto è importante questa connessione nel suo processo creativo?
Per me la pittura è molto più di un gesto estetico: è un dialogo continuo tra il mondo visibile e quello invisibile. Entro nel mio studio senza sapere con precisione dove l’opera mi condurrà. Ascolto i colori, la tela, il silenzio e, soprattutto, ciò che attende di nascere dentro di me. Ogni dipinto prende forma attraverso l’intuizione, ma anche grazie a una profonda capacità di ascolto. A ogni nuova stesura di colore scopro un ulteriore strato dell’anima.

Spesso inizio da una figura umana, ma, man mano che l’opera si sviluppa, essa viene avvolta da uno spazio astratto fatto di colore, movimento ed energia. È proprio lì, a mio avviso, che la materia incontra lo spirito. Il figurativo e l’astratto non sono in contrasto tra loro: si completano reciprocamente. La figura racconta la dimensione visibile, mentre le stratificazioni cromatiche rivelano quella interiore. Sono convinta che sia proprio nel punto in cui le parole si arrestano che l’arte inizi davvero a parlare.

Essendo nipote di un cabalista, in che modo la tradizione della Cabala ha influenzato la sua visione dell’arte e della vita?
Sono cresciuta in una famiglia in cui la spiritualità rappresentava una parte inscindibile della vita quotidiana. Mio nonno, cabalista, mi ha insegnato a guardare oltre ciò che gli occhi possono vedere. Da lui ho appreso che ogni essere umano custodisce una luce interiore, che ogni lettera dell’alfabeto ebraico possiede una propria forza, che ogni colore racchiude un significato e che perfino il silenzio ha una voce.

L’influenza della Cabala nelle mie opere non si manifesta come arte religiosa, bensì come un modo di percepire il mondo. Mi ha insegnato che la realtà è composta da molteplici livelli e che il compito dell’artista consiste nel saperli rivelare con sensibilità, armonia ed eleganza. Nel corso di diversi cicli della mia produzione artistica ho inserito lettere ebraiche e simboli cabalistici. Per me, queste lettere sono molto più che semplici elementi visivi: custodiscono energia, memoria e intenzione. Sono parte integrante della composizione, tanto quanto il colore e la linea. Sento che la Cabala mi abbia donato un insegnamento profondo: la certezza che, anche quando una persona attraversa il buio, una scintilla di luce continua sempre a vivere dentro di lei.

“Il mio compito come artista non è illuminare il mondo, ma ricordare alle persone che la luce esiste già dentro di loro.”

Alcune delle sue opere incorporano simboli cabalistici e lettere ebraiche associate alla guarigione, alla prosperità, all’amore e alla fertilità. Qual è il significato più profondo di questi elementi e quale messaggio desidera trasmettere attraverso di essi?
Per me le lettere ebraiche sono molto più che semplici segni grafici. Rappresentano un linguaggio antico, capace di custodire memoria, vibrazione e significato. Quando le inserisco in un dipinto, non lo faccio per spiegare un concetto, bensì per invitare l’osservatore a viverne l’esperienza.

Nelle opere dedicate alla guarigione, all’amore, all’abbondanza e alla fertilità, le lettere non compaiono come elementi decorativi. Diventano parte del respiro stesso dell’opera. Talvolta sono chiaramente visibili; altre volte rimangono celate sotto stratificazioni di colore, come se attendessero il momento giusto per essere scoperte dallo sguardo di chi osserva. Credo che l’arte abbia il potere di risvegliare emozioni senza bisogno di spiegazioni. Non mi aspetto che ogni osservatore comprenda il significato delle lettere o conosca il mondo della Cabala. È sufficiente che avverta di essere stato toccato da qualcosa che l’opera custodisce. Se qualcuno, dopo aver incontrato uno dei miei dipinti, se ne va sentendosi un po’ più sereno, un po’ più aperto o con una rinnovata speranza nel cuore, allora credo che quell’opera abbia già compiuto la sua missione.

Nel corso della sua carriera ha esplorato un’ampia varietà di temi: dalle relazioni umane e dal movimento ai fiori, dalla guarigione alle emozioni suscitate dalla pandemia. In che modo il suo linguaggio artistico si è evoluto nel tempo?
Guardando al mio percorso, mi accorgo che ogni ciclo di opere rappresenta un nuovo capitolo di un viaggio continuo alla scoperta dell’esperienza umana. All’inizio della mia ricerca artistica mi sono dedicata ai fiori e alla natura. Per me il fiore non è mai stato un semplice soggetto estetico, ma un simbolo di crescita, fragilità e rinascita. Successivamente, il mio interesse si è rivolto al corpo umano, al movimento e alle relazioni interpersonali, spinto dal desiderio di comprendere la complessità dell’esistenza.

Uno dei cicli più significativi della mia carriera è stato Sotto i Tessuti, nel quale ho affrontato il tema della violenza contro le donne. Attraverso sovrapposizioni di tessuti, colore e figure umane, ho cercato di rendere visibile ciò che la società troppo spesso preferisce nascondere. In seguito, durante la pandemia di COVID-19, ho realizzato opere in cui le figure sembravano quasi dissolversi in campi astratti di colore. Questi dipinti esprimevano la solitudine e l’incertezza, ma anche la speranza e la forza interiore, testimoniando la capacità dell’essere umano di resistere e rinascere anche nei momenti più difficili.

Oggi il mio linguaggio artistico fonde armoniosamente il figurativo e l’astratto. La figura umana rimane il fulcro della mia ricerca, ma è avvolta da uno spazio fatto di colore, movimento ed energia. Gli occhi occupano un posto centrale nelle mie opere perché, a mio avviso, sono l’unico luogo in cui l’essere umano non può nascondere la verità.

“Gli occhi sono la finestra dell’anima, ma per me sono anche lo specchio della memoria.”

Guardando al mio percorso, mi rendo conto che tutti i temi che ho esplorato — i fiori, il movimento, l’amore, il dolore, la Cabala, la guarigione e il silenzio — sono stati, in fondo, modi diversi di porre la stessa domanda: Come si può tradurre l’anima umana in pittura?

Oltre a essere pittrice, è anche educatrice, curatrice e mentore. In che modo questi diversi ruoli hanno arricchito il suo percorso artistico e la sua crescita personale?
Credo che l’arte non si esaurisca in un dipinto appeso a una parete. Essa continua a vivere in ogni incontro umano. Da molti anni mi dedico all’insegnamento dell’arte, alla curatela di mostre e al mentoring di artisti e studenti, e ciascuno di questi ruoli mi ha resa un’artista migliore e una persona più attenta e consapevole.

L’insegnamento mi ha insegnato a osservare il mondo attraverso gli occhi degli altri. Gli studenti si avvicinano alla creatività senza paura, senza convenzioni e senza confini, ricordandomi continuamente che la vera creazione nasce là dove troviamo il coraggio di porci delle domande. Come curatrice ho imparato ad ascoltare il linguaggio artistico degli altri creatori, a comprendere le storie che desiderano raccontare e a costruire un dialogo autentico tra opere differenti. Come mentore, invece, ho il privilegio di accompagnare le persone nella scoperta della propria voce artistica, e non esiste soddisfazione più grande che assistere a questa trasformazione.

Vedo un legame profondo tra lo studio d’artista e l’aula. Entrambi sono luoghi in cui si è invitati a osservare, a sentire, a sbagliare e a crescere. Vorrei consigliare alle persone di avere il coraggio di vedere. Per me l’arte è un linguaggio, mentre l’educazione rappresenta il modo in cui questo linguaggio viene trasmesso da una generazione all’altra. Ogni volta che vedo uno studente scoprire la propria autentica voce artistica, sento di proseguire la stessa missione che guida il mio lavoro di artista.

Le sue opere sono state esposte in numerose mostre internazionali, tra cui una mostra collettiva a Parigi. Quali emozioni prova nel vedere la sua arte entrare in dialogo con persone appartenenti a culture diverse?
È una delle esperienze più intense e commoventi che un artista possa vivere. Ogni volta che mi trovo in una galleria di un altro Paese e osservo le persone fermarsi davanti a uno dei miei dipinti, mi ricordo che l’arte non ha bisogno di traduttori. A Roma, quando ho ricevuto il premio per l’opera Dietro il Silenzio, ho incontrato persone che non parlavano ebraico e provenivano da contesti culturali completamente diversi. Eppure, sono riuscite a entrare in profonda sintonia con l’opera. Ognuna di loro vi ha riconosciuto una parte di sé.

Per me questo è il dono più grande dell’arte: farci comprendere che condividiamo le stesse emozioni umane, anche quando le nostre vite seguono percorsi completamente differenti. La partecipazione a esposizioni internazionali, tra cui la mostra collettiva di Parigi, ha rafforzato la mia convinzione che la pittura sia un linguaggio universale dell’umanità. Vengo da Israele e porto con me la mia storia personale, ma non chiedo al pubblico di comprendere la mia biografia. Chiedo soltanto che si lasci coinvolgere dall’emozione. Credo che un’autentica opera d’arte non domandi mai all’osservatore da dove provenga, ma lo inviti a scoprire verso quali orizzonti interiori possa condurlo.

Alcuni critici hanno definito i suoi dipinti “un sismografo dell’anima”. Si riconosce in questa definizione? C’è un’opera che rappresenta meglio il suo percorso interiore?
Quando ho letto per la prima volta l’espressione “un sismografo dell’anima”, ho avuto la sensazione che qualcuno fosse riuscito a dare parole a ciò che da sempre cerco di esprimere attraverso il colore. Credo che ogni dipinto registri un movimento interiore. Talvolta è lieve, quasi impercettibile; altre volte assume la forza di un vero terremoto emotivo. Dipingere è il mio modo di ascoltare questi moti dell’anima e di dar loro una forma visibile.

Se dovessi scegliere un’opera capace di rappresentare al meglio questo percorso, sarebbe senza dubbio Dietro il Silenzio. Il dipinto esplora ciò che rimane inespresso: la tensione tra rivelazione e occultamento, tra il volto visibile e l’identità più profonda. Gli occhi, posti al centro della composizione, non guardano semplicemente verso l’esterno, ma invitano l’osservatore a rivolgere lo sguardo dentro di sé. Nel corso degli anni, gli occhi sono diventati uno dei motivi distintivi del mio linguaggio artistico. Per me non rappresentano soltanto un elemento anatomico, ma il luogo in cui memoria, emozione e anima si incontrano. Per me gli occhi non sono soltanto la finestra dell’anima: sono il luogo in cui il silenzio comincia a parlare.

Parla spesso del potere terapeutico dell’arte. Ritiene che la pittura possa diventare un percorso di guarigione, di crescita personale e di trasformazione interiore?
Ci credo con tutto il cuore. Quando parlo di guarigione non mi riferisco esclusivamente a quella fisica o medica, ma alla guarigione dello spirito umano. Molto spesso, quando mi trovo davanti a una tela bianca, ho la sensazione di intraprendere un viaggio alla scoperta di me stessa. Attraverso la pittura elaboro ricordi, paure, perdite, amore e speranza. Credo che anche chi osserva le mie opere compia un percorso analogo. Non cerco mai di imporre un’emozione o di suggerire come ci si debba sentire. Mi limito ad aprire una porta.

Ognuno entra nell’opera portando con sé il proprio universo interiore e, proprio per questo, ne esce con un significato diverso. Sia nelle opere ispirate alla Cabala e al tema della guarigione, sia in quelle nate durante la pandemia, ho cercato di creare uno spazio di respiro all’interno della complessità della realtà. Non offro risposte né soluzioni; offro la possibilità di fermarsi per un istante e ascoltare se stessi. Credo che l’arte, forse, non possa cambiare il mondo dall’oggi al domani, ma possa certamente trasformare la persona che le si pone davanti. E, talvolta, questa è la trasformazione più autentica e significativa di tutte.

Guardando al futuro, a quali nuovi progetti artistici e personali sta lavorando? E quale messaggio desidera rivolgere ai giovani artisti che cercano di esprimere la propria autenticità attraverso l’arte?
Guardo alla creazione artistica come a un viaggio che non conosce una vera conclusione. Ancora oggi, dopo molti anni di attività in Israele e all’estero, continuo a esplorare, interrogarmi e sperimentare. Attualmente sto lavorando a nuove serie che approfondiscono il dialogo tra identità, spiritualità, memoria e coscienza, ricercando al tempo stesso nuove modalità per mettere in relazione la pittura tradizionale con le tecnologie contemporanee. Sono convinta che il passato e il presente, il classico e l’innovazione, possano arricchirsi reciprocamente.

Parallelamente, continuo a dedicarmi con passione all’educazione artistica, alla formazione delle nuove generazioni di artisti e alla diffusione dell’arte presso pubblici sempre più ampi e diversificati. Ai giovani artisti desidero dire: non cercate di assomigliare a nessun altro. Non create per soddisfare il mercato, inseguire le mode o rispondere alle aspettative altrui. La vostra voce autentica è il bene più prezioso che possedete. Nel corso del mio cammino ho imparato che le opere più significative nascono sempre dalla verità interiore, anche quando essa è silenziosa o diversa da ciò che viene comunemente considerato convenzionale.

“La grande arte non nasce dal desiderio di impressionare, ma dal coraggio di essere autentici.”

Questo è il messaggio che desidero lasciare: credere nel potere dell’arte di unire persone, culture e cuori. Perché, in fondo, un dipinto non è soltanto ciò che vediamo, ma soprattutto ciò che continua a vivere dentro di noi molto tempo dopo aver distolto lo sguardo.

***

Dichiarazione dell’Artista

Al centro della mia ricerca artistica vi è la ricerca costante della luce nascosta: quella luce che non sempre può essere vista, ma che può sempre essere percepita nell’anima. Le figure che abitano le mie opere non aspirano semplicemente a essere osservate; desiderano rivelare ciò che si cela oltre lo sguardo: la memoria, l’emozione, la speranza e la vulnerabilità che appartengono all’esperienza umana. Ispirata alla dimensione spirituale della Cabala, unisco il linguaggio figurativo a stratificazioni astratte di colore e, talvolta, inserisco lettere ebraiche e simboli intrisi di significato spirituale. Per me il colore non è soltanto materia: è energia. La luce non è semplicemente una fonte di illuminazione, ma la manifestazione della forza interiore che dimora in ogni essere umano. Ogni dipinto è un invito a intraprendere un percorso di contemplazione: un viaggio che conduce dal visibile all’invisibile, dal mondo esteriore alla dimensione interiore e dal silenzio alla luce.

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Cultura

«Occhi per sognare»: nella nuova silloge di Giacomo Garzya il potere dello sguardo che svela la bellezza nascosta del mondo

La poesia riscopre la forza salvifica dello sguardo: con la silloge Occhi per sognare, edita da Iuppiter Edizioni, Giacomo Garzya firma un intenso itinerario lirico tra le radici napoletane e Trieste. Dalla luce degli occhi all’infanzia pura di Greta, dalla montagna alla fratellanza universale, con la prefazione di Manuela Sanna e la nota critica di Chiara Spatuzzi. L’analisi completa della raccolta letteraria nell’approfondimento culturale di Cavaliere News:👇

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copertina occhi per sognare - garzya

Napoli – In un’epoca satura di immagini effimere e di sguardi frettolosi che consumano il reale senza mai fermarsi a comprenderlo, la poesia torna a rivendicare il proprio ruolo primario di bussola interiore e strumento di rigenerazione spirituale. Con la nuova raccolta poetica intitolata «Occhi per sognare», data alle stampe a Napoli dalla casa editrice Iuppiter Edizioni, il poeta e studioso Giacomo Garzya consegna ai lettori un viaggio lirico di abbacinante intensità emotiva, ponendo al centro della propria indagine estetica il mistero insondabile e fecondo della visione. L’intera architettura dell’opera scaturisce da una luminosa intuizione gnoseologica: è unicamente attraverso le finestre degli occhi che l’essere umano riesce a trafiggere la superficie delle apparenze per cogliere l’essenza segreta delle cose, convertendo l’atto percettivo in un’inesauribile sorgente di grazia e chiarità.

Fin dalle prime composizioni della silloge, lo sguardo poetico di Garzya non si accontenta di una funzione contemplativa o statica, ma si impone come una presenza viva, mobile e cangiante, capace di farsi faro rassicurante e guida salvifica nei momenti più bui e perlacei dell’esistenza. Questa vibrazione emerge con nitidezza cristallina nei versi della poesia «Stelle comete», dove l’autore scrive: «Non c’è che scarsa luce nella stanza, eppure le pupille dei tuoi occhi neri, nerissimi, come quelli d’un’aquila libera e fiera, che plana nel cielo al primo vento e solca onde agitate, sono stelle comete di gioia per il mio cuore dolente, per la mia anima inquieta». Una concezione spirituale della vista che dialoga profondamente con le meditazioni etiche e filosofiche sull’anima e sulla maschera celebrate ne Il Mattutino di Luca Sforzini tra geometria interiore e verità del mondo.

Dall’abisso della sofferenza allo sguardo puro di Greta: la fenomenologia dell’anima

La traiettoria lirica disegnata da Giacomo Garzya non si sottrae tuttavia alle zone d’ombra che attraversano la condizione umana. Se le iridi possono effondere gioia inattesa e balsamo di salvezza, esse sanno farsi parimenti specchio impietoso dell’irrequietezza esistenziale, dei sussulti drammatici di un animo che ricerca disperatamente il dono della reciprocità e dell’amore autentico. Gli occhi si velano di pudore quando devono celare la solitudine, soffocare il dolore o trattenere a stento speranze e desideri inespressi, creando una partitura affettiva in cui la fragilità si converte in vertigine poetica, con accenti che richiamano la commovente indagine sui moti intimi dell’anima tracciata nel saggio Quando il silenzio impara a gridare di Menda Vreto.

In questo caleidoscopio di sfumature sensoriali, rifulge come un astro incontaminato la commovente lirica dedicata a Greta, una bambina di dieci anni il cui sguardo, traboccante di stupore aurorale e gioia sorgiva, incarna per il poeta l’espressione più nobile e limpida del sogno umano. Negli occhi dell’infanzia, liberi da ogni incrostazione cinica e aperti alla scoperta fiduciosa del domani, la poesia di Garzya ritrova il senso originario del sacro, elevando la meraviglia infantile a vero e proprio antidoto contro la disillusione della contemporaneità.

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Montagne, fiori e memoria: la geografia dello spirito tra Napoli e Trieste

Attorno all’asse centrale dello sguardo, la raccolta si apre a una polifonia di motivi universali che testimoniano la vastità del panorama concettuale dell’autore. La ricerca dell’armonia si fonde con il principio irrinunciabile della fratellanza tra i popoli, con il pudore silente dei fiori di campo e con la maestosità delle cime montuose, dove la verticalità delle vette diviene metafora dell’ascesi morale e della contemplazione cosmica sotto la volta stellata della notte. Non manca un ancoraggio profondo alle sfide del nostro presente: la celebrazione della figura femminile viene spogliata di ogni residuo retorico o convenzionale, per trasformarsi in memoria viva, rispetto incondizionato e gratitudine etica, mentre l’universo sentimentale riscopre il fascino antico del corteggiamento cortese e la discrezione dell’amore.

Sul versante stilistico, Garzya sceglie con rigore il verso libero, asciutto ed essenziale, cesellato con sapienza metrica ed esaltato da calibratissime cesure che invitano il lettore a una lettura lenta e meditativa, capace di assimilare ogni singola parola nel suo riverbero più profondo. Straordinaria e originale è poi la struttura spazio-temporale della silloge: ogni singola lirica reca in calce l’indicazione precisa della data e del luogo esatto di composizione. La topografia reale si trasfigura così in mappa emotiva, memoria tangibile e colore cromatico, riflettendo la sensibilità visiva ed estetica indagata anche nelle grandi pagine della critica d’arte contemporanea, come nella Paratassi visiva tra realtà e inconscio di Gianfranco Meneghello.

La cura critica di Manuela Sanna e Chiara Spatuzzi e l’invito allo stupore

Il volume è impreziosito dall’autorevole Prefazione della professoressa Manuela Sanna, stimata filologa e storica del pensiero filosofico e scientifico dell’età moderna, e dalla puntuale Nota critica della dottoressa Chiara Spatuzzi, i cui contributi mettono in rilievo la sapienza ermeneutica e la coerenza linguistica dell’opera. Già docente di Materie letterarie nei licei statali e autore di una ricca bibliografia saggistica e letteraria, Giacomo Garzya condensa in questo testo il fecondo connubio tra le proprie solari radici napoletane e le atmosfere asburgiche e mitteleuropee della sua vita trascorsa a Trieste, crocevia di culture e frontiere ideali.

«Occhi per sognare» rappresenta un atto di resistenza umana e poetica contro il disincanto contemporaneo, un elogio discreto eppure fermo della meraviglia come metodo di conoscenza e comunione con l’altro. Un’opera che onora la straordinaria tradizione culturale ed editoriale della Campania, inserendosi in quel rigoglioso panorama artistico che trova espressione nelle grandi rassegne nazionali come il Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso di Sorrento. Guardare con occhi capaci di sognare diventa così, nella visione di Garzya, l’atto supremo di speranza che ci riconcilia con la bellezza del mondo.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Quando il silenzio impara a gridare: la profonda riflessione di Menda Vreto sulle ferite invisibili e la cultura del rispetto

Quando il silenzio impara a gridare: la scrittrice Menda Vreto firma una riflessione intensa e necessaria sulle ferite invisibili dell’anima, la violenza psicologica e il valore irrinunciabile del rispetto nelle relazioni. Dalla necessità di educare all’accettazione del rifiuto fin dall’infanzia, all’importanza vitale di rompere l’isolamento senza colpevolizzare la fragilità, fino al coraggio di chiedere aiuto. Il testo integrale e il commento su Cavaliere News:👇

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Menda Vreto, libro cover

Redazione – Ci sono lacerazioni che non lasciano tracce visibili sull’epidermide, lividi dell’anima che non si possono medicare con un bendaggio ma che possiedono la devastante capacità di alterare per sempre il corso di un’esistenza. Sono dolori silenziosi che si mimetizzano dietro la maschera di un sorriso forzato, che si nutrono della paura di confidarsi, dell’incertezza nello scegliere o semplicemente del terrore di essere sé stessi. La scrittrice e saggista Menda Vreto firma una toccante e lucidissima riflessione dal titolo «Quando il silenzio impara a gridare», un manifesto etico e umano che scandaglia le radici più intime e complesse della violenza di genere, richiamando l’intera collettività a un’assunzione di responsabilità che oltrepassa la semplice denuncia giudiziaria.

La violenza contro le donne non si manifesta unicamente attraverso l’aggressione fisica o l’atto estremo della brutalità. Essa si insinua in modo subdolo nelle pieghe della quotidianità: assume le sembianze di frasi che svalutano, di un controllo ossessivo mascherato da premura, di continue limitazioni alla libertà personale e di atteggiamenti svilenti che, giorno dopo giorno, sgretolano l’autostima e la fiducia della vittima.

Distingue la difficoltà dal sopruso: la dignità come confine invalicabile

Nel suo testo, Menda Vreto traccia con fermezza una linea di demarcazione fondamentale tra le normali crisi che ogni relazione di coppia può trovarsi ad attraversare e la prevaricazione sistematica: «Ogni rapporto umano attraversa momenti di fragilità, conflitti ed errori. Ma è proprio dinanzi a queste difficoltà che occorre riconoscere la differenza abissale tra un ostacolo che si tenta di superare insieme e una dinamica tossica in cui la dignità, l’incolumità e la libertà di una persona vengono costantemente calpestate. Rispettarsi non significa concordare su tutto, ma saper ascoltare, accettare i limiti reciproci e comprendere che nessuno al mondo possiede il diritto di decidere o disporre della vita altrui».

Un passaggio cruciale del pensiero dell’autrice riguarda il rifiuto di una narrazione divisiva tra i sessi: affrontare la piaga dei maltrattamenti non significa ingaggiare una guerra ideologica tra uomini e donne. Al contrario, significa ribadire con forza che la responsabilità delle azioni violente ricade esclusivamente su chi le compie, senza alibi culturali o giustificazioni emotive. In questo percorso di liberazione ed emancipazione, moltissimi uomini rappresentano alleati indispensabili, custodi quotidiani di legami autentici fondati sulla parità, sulla reciprocità affettiva e sul supporto incondizionato, tematiche al centro anche delle grandi riflessioni storiche e giuridiche promosse a teatro con Ombra dei Diritti nei colori dell’Arte per raccontare la violenza sulle donne.

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Il peso delle parole, il velo dell’isolamento e il coraggio di chiedere aiuto

Menda Vreto pone l’accento sul potere distruttivo e al contempo salvifico del linguaggio: un giudizio sommario, una battuta canzonatoria o l’indifferenza complice davanti alla sofferenza altrui possono scavare solchi insanabili nel cuore di chi subisce. La società civile ha il dovere morale di costruire spazi protetti capaci di accogliere prima di giudicare, sorreggendo chi è caduto senza alimentare spirali colpevolizzanti. Dietro l’ostinato mutismo di una donna vittima di abusi convivono terrore, vergogna, smarrimento e il timore di non essere creduta; non spetta all’osservatore sindacare le tempistiche o i modi con cui una persona riesce a rompere l’assedio, ma farsi presenza discreta, solidale e affidabile.

«A chi sta attraversando un momento buio – scrive con profonda dolcezza Menda Vreto – vorrei dire che non deve vergognarsi della propria vulnerabilità e non deve sentirsi obbligata a combattere ogni battaglia in solitudine. Chiedere aiuto non è mai un segnale di resa, bensì il più alto e fiero atto di coraggio. Nessuno dovrebbe sentirsi costretto a recitare la parte dell’eroe invulnerabile per avere il diritto di vivere serenamente». Una vicinanza al prossimo e una dedizione all’ascolto delle fragilità che animano anche le iniziative educative e motorie più virtuose, come il corso per operatori sportivi nella disabilità promosso dal CSI dell’Aquila.

Dall’educazione nelle scuole alla memoria che si trasforma in impegno quotidiano

La vera rivoluzione culturale, evidenzia l’autrice, germoglia necessariamente sui banchi di scuola e tra le mura domestiche. È nell’infanzia che si forgiano le coscienze, insegnando ai giovani che un rifiuto deve essere accolto con serenità, che il possesso e la gelosia non hanno nulla a che vedere con l’amore e che la gentilezza rappresenta la più nobile espressione di forza, mai un indizio di debolezza. Commemorare le vittime di femminicidio è un tributo doveroso, ma il ricordo si svuota di valore se non si tramuta in un patto sociale quotidiano, in cui ciascun cittadino decide deliberatamente di non voltare lo sguardo dall’altra parte dinanzi a un segnale d’allarme.

L’invito finale di Menda Vreto è un inno alla speranza operosa e al riscatto comunitario: costruire un futuro in cui le donne possano muoversi nel mondo senza timore, dove la libertà e il rispetto camminino fianco a fianco e dove la dignità non sia una concessione straordinaria ma l’aria stessa che respiriamo, richiamando quell’orizzonte di diritti costituzionali e uguaglianza sostanziale celebrato anche sul palco del Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso di Sorrento. Che il silenzio diventi ascolto condiviso, che l’ascolto generi comprensione reciproca e che la comprensione sia la bussola per abbattere ogni violenza.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Arte contemporanea, la «Paratassi visiva» di Gianfranco Meneghello: il saggio critico di Giuliana Donzello tra informale, realtà e inconscio

«Paratassi visiva»: la critica d’arte Giuliana Donzello firma un magistrale saggio sulla pittura informale di Gianfranco Meneghello. Tra l’avanguardia del gruppo Gutai, l’incanto di Mark Rothko, i dittici e le riflessioni su Deleuze e Kant, l’opera d’arte diventa una lanterna accesa nel profondo dell’inconscio dove il gesto puro supera il calcolo razionale 👇

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Gianfranco Meneghello e Giuliana Donzello

Redazione – Nel vasto e complesso territorio dell’arte contemporanea, la ricerca estetica non si esaurisce mai nella mera costruzione formale, ma si fa scavo filosofico, interrogazione radicale sulle sorgenti dell’espressione e corpo a corpo febbrile con la materia. Con il denso e affascinante saggio critico intitolato «Paratassi visiva: Realtà/inconscio nella pittura informale di Gianfranco Meneghello», la studiosa e critica d’arte Giuliana Donzello conduce il lettore dentro le profondità semantiche e psicologiche dell’opera dell’artista, collocandone il percorso al centro delle grandi correnti del secondo Novecento e delle loro evoluzioni contemporanee.

Dall’eco monumentale dell’astrazione post-pittorica di maestri come Mark Rothko, Kenneth Noland e Morris Louis fino alle intuizioni radicali dell’Art Autre, del Tachisme e del movimento d’avanguardia giapponese Gutai – nato per rendere concreta la spiritualità attraverso la materia prima –, l’indagine critica evidenzia come Meneghello rifiuti la gabbia della geometria rassicurante per abbracciare l’energia pura del gesto. Una pittura che si sottrae all’illusione figurativa pur conservandone la memoria, trasformando la tela nel sismografo delle pulsioni interiori e dei conflitti dell’anima.

Un’analisi di altissimo profilo intellettuale che dialoga idealmente con i percorsi di riflessione estetica e drammaturgica del territorio, dalle evocazioni storiche dell’evento di Macerata con RaccontaDiritti tra arte e giustizia fino alla comicità dissacrante dell’Auditorium Zambra di Ortona con Cinzia Spanò.

Dall’avanguardia Gutai al gesto puro: la rottura con l’illusione referenziale

Il saggio di Giuliana Donzello si apre ricostruendo le radici storiche dell’Informale europeo e internazionale, nato nel secondo dopoguerra per recidere ogni legame con i canoni nazionalisti e con le geometrie decorative di regime. L’atto creativo diventa testimonianza esistenziale, richiamando la fenomenologia e l’esperienza del gruppo nipponico Gutai fondato nel 1954 da Jiro Yoshihara, dove il gesto si fa stile di vita e liberazione della materia (sabbia, carta, legno, pigmenti densi).

In questa cornice teorica, la pittura di Gianfranco Meneghello si distingue per la capacità di smontare programmaticamente la forma, rendendola fluido magma segnico dotato di forze inaspettate. Il gesto, inteso come traccia del momento creativo allo stato puro secondo la lezione di Pasini, assume una valenza quasi liturgica ma priva di ritualismo conformista: anche la macchia apparentemente casuale genera emozione autentica e favorisce una penetrazione conoscitiva della realtà.

Un’esperienza percettiva che richiama la potenza generativa della musica colta, come quella celebrata nella nuova stagione de I Concerti del Giovedì al Teatro Caniglia di Sulmona, e le memorie ribelli dell’autobiografia di Nicko McBrain degli Iron Maiden.

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I cicli pittorici di Meneghello: dittici, calcografia e la setta dell’anello

Nelle opere recenti di Gianfranco Meneghello, Giuliana Donzello individua un doppio binario dialettico: da un lato l’incanto cromatico e rarefatto alla Rothko unito al dinamismo emotivo; dall’altro una gestualità direttamente agganciata al magma delle forze interiori. Questa tensione si concretizza nella scelta sistematica di operare per coppie di tele autonome eppure collegate – come nei dittici Genesi paesaggio 1 e 2, Inizio di metamorfosi con Manoscritto senza titolo e Paesaggio miracolato 1 e 2 – fino allo straordinario ciclo calcografico e a tecnica mista de «Gli epigoni della setta dell’anello».

All’interrogativo sul senso di dipingere a distanza di tempo, l’artista stesso risponde con parole folgoranti: «È l’attimo in cui inizio a parlare una lingua diversa; il momento in cui avverto una straordinaria potenza». La tela non è un vuoto da riempire con un disegno premeditato, ma lo specchio rivelatore di un mondo interiore che attinge a qualcosa di sconosciuto ma intimamente familiare.

Richiamando le categorie filosofiche di Gilles Deleuze (l’espresso contro l’oggetto), l’effettività kantiana (Wirklichkeit) e l’enérgheia aristotelica, la critica dimostra come il quadro di Meneghello sia un dispositivo attivo di accesso al reale, dove la pennellata larga e violenta fa da cerniera tra la carne (soma) e l’anima (psiche).

La «paratassi visiva»: segni autonomi come una lanterna accesa nell’abisso

Sul piano prettamente linguistico e strutturale, il saggio identifica la cifra stilistica di Meneghello nella «paratassi visiva»: segni, cromie e campiture accostati senza subordinazione gerarchica né prospettiva illusoria, collocati sullo stesso piano di dignità espressiva in sequenze ritmiche e iterative.

Il colore, scelto per pulsione istintiva, esplode sulla superficie come scudo protettivo dell’emotività e varco d’accesso all’inconscio. Come conclude magistralmente Giuliana Donzello, l’arte di Meneghello non serve a rischiarare memorie perdute, ma opera come una lanterna che fa luce nell’abisso del presente, dove realtà e inconscio – nel loro perenne dualismo – si rivelano complementari e generativi, origine e causa di ogni slancio vitale.

Una lezione di estetica pura che arricchisce il panorama culturale italiano, armonizzandosi con le vette meditative del Mattutino di Luca Sforzini dal Castello di Castellar Ponzano.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata.

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