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Disastri al festival delle colline geotermiche: teatro che interroga le eredità del presente

📢 Un teatro che si fa specchio delle nostre fragilità – scopri come Disastri trasforma il caos in scena e perché il suo messaggio è più urgente che mai 👇
#teatro #cultura #festival #geotermia

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Disastri al festival delle colline geotermiche: teatro che interroga le eredità del presente

Redazione-  Alle ore 19:00 il Teatro De Larderel si riempie di un silenzio carico di attesa. È il giorno in cui al Festival delle Colline Geotermiche prende vita Disastri. Ovvero quel che resta, prima puntata di un ambizioso percorso triennale ideato da Pilar Ternera e dalla Compagnia A.D.D.A. La produzione, diretta da Francesco Cortoni, è frutto di una drammaturgia condivisa con Leonardo Ceccanti e vede sul palco Silvia Lemmi, Matteo Ceccantini e Marco Fiorentini.

Il contesto del festival delle colline geotermiche

Il Festival, nato nel 2018 per valorizzare la tradizione termale della zona toscana, ha ampliato il suo mandato culturale includendo linguaggi contemporanei che rispondono alle tensioni sociali e ambientali. Quest’anno il tema centrale è la fragilità delle certezze collettive, un filo conduttore che collega la storia termale di Pomarance alla crisi climatica globale. Organizzatori e istituzioni locali hanno promosso l’evento come spazio di dialogo, coinvolgendo scuole, associazioni di volontariato e gruppi di ricerca sull’energia geotermica.

Disastri: una scenografia della fragilità

La messa in scena evita la linearità narrativa tradizionale. Il palco si trasforma in un vuoto bianco punteggiato da segni graffiati, proiezioni di fotografie invecchiate e frammenti audio registrati direttamente nei laboratori che hanno alimentato il lavoro. Otto microfoni dislocati nella sala amplificano respiri, sussurri e pause, creando un paesaggio sonoro che sottolinea la vulnerabilità dei corpi umani.

Il percorso creativo è iniziato più di un anno fa, quando le due compagnie hanno itinerato attraverso scuole e centri sociali, chiedendo a giovani e anziani: “Qual è stato il tuo disastro?” Le risposte, raccolte in forma di testimonianze videoregistrate, hanno costituito la materia prima del copione. La drammaturgia, dunque, non è più un documento scritto, ma una struttura viva che si alimenta delle voci dei partecipanti. Questo approccio ha permesso a Lemmi, Ceccantini e Fiorentini di mescolare la propria storia personale con i racconti della comunità, trasformando il palco in un crocevia di memorie.

La regia di Cortoni privilegia l’incasso del pubblico in una condizione di “instabilità”. Non vi sono momenti di chiusura drammatica, ma una serie di aperture che invitano lo spettatore a scegliere il proprio punto di vista all’interno della frattura. Il risultato è una performance che non fornisce risposte preconfezionate, ma solleva interrogativi sulla trasmissione di valori alle generazioni future: “Che cosa merita davvero di essere tramandato?”

Prospettive future del progetto triennale

Disastri rappresenta il primo capitolo di una iniziativa che si svilupperà dal 2025 al 2027. La fase iniziale concentra l’attenzione sui tre attori e sull’indagine delle “macerie del presente”. Nelle stagioni successive, il progetto intende ampliare il cast e coinvolgere ulteriori comunità, esplorando temi legati alla famiglia, alle radici culturali e alle ripercussioni dei disastri sia collettivi che privati. L’obiettivo è creare un “corpo corale” capace di trasformarsi in risposta alle evoluzioni sociali di ogni territorio attraversato.

Il futuro prevede anche una serie di laboratori itineranti, sviluppati in collaborazione con università e centri di ricerca geotermica. Tali lavori avranno lo scopo di raccogliere nuovi testimonianze, approfondire i legami fra crisi energetica e narrazione teatrale, e produrre materiale audiovisivo da integrare nelle rappresentazioni successive.

Molti osservatori culturali hanno accolto con entusiasmo l’iniziativa, sottolineando come il teatro possa fungere da “laboratorio di resilienza”. Il coinvolgimento diretto delle comunità, la scelta di un linguaggio non lineare e la presenza di una componente sonora immersiva sono stati evidenziati come punti di forza. Per la giunta comunale di Pomarance, l’evento rappresenta anche una “vetrina” per il territorio, capace di attrarre visitatori interessati a una cultura che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici.

In conclusione, la messa in scena di Disastri non si limita a raccontare un periodo di crisi, ma invita a convivere con la precarietà, a riconsiderare ciò che riteniamo indispensabile e a proporre una nuova forma di eredità culturale, più aperta e partecipata.

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Dose lancia il nuovo singolo “Break Time”: un viaggio intimo nell’hip hop

🚨 NEW MUSIC: DOSE SBARCA IN RADIO E IN STREAMING CON IL NUOVO SINCERO SINGOLO INTIMO “BREAK TIME”Dalle oscurità sotterranee della scena hip hop indipendente alle frequenze radiofoniche di tutto il Paese. Da venerdì 31 luglio 2026 arriva in rotazione ufficiale e su tutte le piattaforme di streaming digitale “Break Time”, il nuovo singolo del rapper Dose. Prodotto dal fidato Shareeq, il brano propone un sound notturno, intimo e avvolgente, perfetto manifesto di un artista che fa della parola e della sincerità senza filtri il proprio cuore pulsante. 🎧 urbanIl testo si muove tra ironia e peso emotivo, aprendosi con l’inedita e quasi comica immagine del topinambur — una pianta che cresce sottoterra invisibile a tutti — metafora di chi si sente presente ma trasparente nelle dinamiche di massa dell’hip hop. Il ritornello dipinge un quadro viscerale di notti insonni passate a fissare il soffitto con un bicchiere di gin, affrontando l’isolamento come uno spazio di chiarezza e le relazioni come un costoso “patto col diavolo”. Dose, attivo dal 2015 e noto per brani cult come “Emme Erre” e “Click Click Boom”, consolida il sodalizio con Shareeq e Doob per rivolgersi a un pubblico consapevole tra i 18 e i 40 anni. “Non l’ho scritto per convincere nessuno, l’ho scritto per non perdermi”, spiega l’artista. 🏛️📜✨👇 Ti rispecchi nell’idea che la solitudine e il silenzio notturno possano trasformarsi nei momenti migliori per ritrovare te stesso e fare chiarezza? Raccontacelo nei commenti!#Dose #BreakTime #NuovoSingolo #ShareeqProd #DoobSound #HipHopIndipendente #TestiIntrospettivi #MusicaUrban #RapItaliano #WelfareCulturale

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Roma – Nel dinamico e stratificato ecosistema della discografia indipendente e della saggistica musicale contemporanea, la deostruzione dei cliché del genere urban a favore di una narrazione confessionale rappresenta un asset espressivo di forte impatto critico. Da venerdì 31 luglio 2026, farà il suo ingresso ufficiale nella rotazione radiofonica nazionale e su tutte le piattaforme di streaming digitale “Break Time”, il nuovo atteso singolo del rapper e autore indipendente Dose. Il brano, che si muove lungo un instabile crinale sospeso tra sferzante autoironia e un denso peso emotivo, si avvale della produzione artistica nZEB del producer Shareeq. Le sonorità notturne, avvolgenti e minimaliste valorizzano l’architettura testuale della traccia, eliminando i tradizionali orpelli elettronici del pop di massa per privilegiare l’immediatezza acustica della parola interpretata.

La metafora del topinambur e il patto faustiano delle relazioni

L’ordito lirico di “Break Time” propone una lucida e spietata disamina psicologica incentrata sul tema dell’isolamento vissuto non come passiva sconfitta sociale, bensì come spazio protettivo di assoluta chiarezza interiore. L’artista apre il testo con un’inedita e quasi comica metafora botanica, paragonando la propria crescita sotterranea e silenziosa all’interno della scena hip hop nazionale a quella del topinambur, un tubero che si sviluppa nascosto nel sottosuolo, presente ma invisibile alla superficie dei consumi di massa. Il nucleo drammatico della composizione si condensa nel ritornello, un quadro di asfissia metropolitana contrassegnato da notti insonni, sguardi fissi sul soffitto e un bicchiere di gin. Dose codifica le relazioni interpersonali contemporanee attraverso la figura letteraria del patto faustiano — un accordo ad alto prezzo biologico senza possibilità di ritorno —, individuando nella scrittura l’unico hardware identitario in grado di arginare il caos della quotidianità.

L’approccio istintivo di Dose e il sodalizio artistico con Shareeq e Doob

Il profilo biografico di Dose documenta un percorso artistico iniziato in totale autonomia produttiva nel 2015, anno in cui ha avviato la registrazione dei suoi primi memo vocali e tracce lo-fi. Privo di una formazione musicale accademica o della pratica di strumenti tradizionali, l’autore ha strutturato un metodo compositivo istintivo e viscerale, focalizzato in modo ermetico sullo studio metrico dei testi del passato e del presente e sulla resa interpretativa al microfono. Nella sua evoluzione discografica si inseriscono tappe fondamentali quali i singoli “Emme Erre”, “Come la TV”, “Click Click Boom” e “No No Note”. La sostenibilità del progetto poggia su una ristretta e fidelizzata rete manageriale di collaboratori, all’interno della quale spiccano il citato produttore Shareeq e il tecnico del suono Doob, figure chiave nel consolidamento del sound notturno dell’artista.

Il target demografico e l’onestà intellettuale del mercato indipendente

In ultima analisi, il posizionamento strategico sul mercato di Dose rifiuta le rigide segmentazioni commerciali degli algoritmi di streaming, rivolgendosi in modo trasversale a una platea di ascoltatori consapevoli compresa nella fascia demografica tra i 18 e i 40 anni. La dottrina estetica dell’artista esclude qualsiasi finalità consolatoria o commerciale, mirando esclusivamente a intercettare quel capitale umano capace di riconoscersi nei traumi della crescita e nell’elaborazione delle scelte sbagliate: «Break Time nasce in uno di quei momenti in cui ti rendi conto che stai recitando una parte che non ti appartiene. Ho scritto questo pezzo partendo da un’immagine quasi ridicola: il topinambur, una pianta che cresce sottoterra e nessuno vede perché è esattamente così che mi sono sentito spesso. Non è un brano sulla disperazione, è un brano sull’onestà, quella che ti chiede di stare con te stesso anche quando fa male. L’ho scritto per non perdermi». Il lancio promozionale si configura così come la validazione di un talento che affida al non detto il proprio potenziale di riscatto civile.

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Roma, alla rassegna Jazz&Image sbarca il concerto Mediterranima di Saletti

🚨 GRANDI EVENTI A ROMA: SBARCA SUL PALCO DI JAZZ&IMAGE A CARACALLA LO STRAORDINARIO CONCERTO “MEDITERRANIMA” DI STEFANO SALETTI & BANDA IKONA CON ANTONELLO SALISUn immenso e travolgente viaggio sonoro tra le sponde, le lingue e le leggende millenarie del Mare Nostrum sotto il cielo stellato della Capitale! Sabato 1° agosto 2026, alle ore 21:00, la splendida arena all’aperto di Jazz&Image in Viale delle Terme di Caracalla ospiterà un appuntamento d’eccellenza a ingresso completamente gratuito: Stefano Saletti & Banda Ikona, insieme al funambolico maestro della fisarmonica Antonello Salis, porteranno in scena lo spettacolo “Mediterranima”. Il concerto si basa sull’omonimo album capolavoro che ha celebrato i 20 anni di attività del gruppo, conquistando i vertici delle classifiche mondiali di world music ed entrando nella prestigiosa cinquina delle Targhe Tenco come miglior disco in lingua minoritaria. 🎙️🎻🌊Sul palco risuoneranno strumenti tradizionali di eccezionale fascino come il bouzouki greco, l’oud arabo, il saz turco e la chitarra battente del nostro Sud, suonati da Saletti e supportati dalle straordinarie voci di Yasemin Sannino e Fabia Salvucci, dai fiati di Gabriele Coen, dalle percussioni di Arnaldo Vacca e dal talento di Eugenio Saletti. I brani, ispirati a miti e ballate popolari, sono cantati in Sabir, l’antica lingua franca dei marinai e dei mercanti dei porti, trasformando lo show in un potente manifesto di dialogo, pace e fratellanza interculturale. “Solo l’arte ci salva dall’odio e ci protegge dall’appiattimento culturale”, spiega l’autore. Per maggiori informazioni è attivo il numero 349 9770309. Vi aspettiamo a Caracalla! 🏛️🎶✨👇 Ti affascina la musica etnica e world che unisce le tradizioni d’Italia, Grecia, Turchia e mondo arabo in un unico ritmo? Raccontacelo nei commenti!#Mediterranima #StefanoSaletti #BandaIkona #AntonelloSalis #JazzAndImage #TermeDiCaracalla #WorldMusic #TargheTenco #LinguaSabir #MaterialiSonori #RomaCultura #MeteoEstate

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Stefano Saletti - Mediterranima 7th bis - foto Chiara Lucarelli

Roma – Nel fitto panorama delle riforme estetiche che interessano l’industria dello spettacolo dal vivo e della world music nell’Eurozona, la riscoperta delle matrici acustiche transfrontaliere si configura come un asset fondamentale per promuovere la mediazione culturale e la diplomazia di prossimità. Sabato 1° agosto 2026, a partire dalle ore 21:00, lo storico palcoscenico della rassegna “Jazz&Image”, allestito nella monumentale cornice urbana di Viale delle Terme di Caracalla a Roma, ospiterà un concerto esclusivo ad accesso completamente libero per la cittadinanza. Protagonisti della serata saranno Stefano Saletti & Banda Ikona, ensemble d’avanguardia che si esibirà in assetto orchestrale con la partecipazione straordinaria in veste di ospite speciale del funambolico maestro della fisarmonica Antonello Salis, per presentare dal vivo il pluripremiato progetto multidisciplinare intitolato “Mediterranima”.

Il successo internazionale nel mercato discografico e le Targhe Tenco

L’architettura e la sostenibilità artistica dello spettacolo poggiano sul solido successo commerciale e di critica ottenuto dall’omonimo lavoro discografico di Saletti, immesso sul mercato musicale dall’etichetta specializzata Materiali Sonori. Pubblicato il 25 aprile 2025, l’album ha registrato una progressione geometrica nelle metriche d’ascolto specializzate, stazionando per tre mesi consecutivi nei vertici delle classifiche internazionali della world music: ha raggiunto la quarta posizione nella World Music Charts Europe (#4) e la tredicesima nella Transglobal World Music Charts (#13), venendo decretato al quattordicesimo posto nella classifica globale dei migliori dischi dell’anno. La consacrazione filologica del lavoro è stata blindata dall’inclusione ufficiale dell’opera all’interno della cinquina dei finalisti delle prestigiose Targhe Tenco nella categoria riservata al “miglior disco in dialetto e lingua minoritaria”.

La filologia del Sabir e la polifonia strumentale del Mare Nostrum

Il baricentro storiografico e linguistico della suite Mediterranima risiede nell’adozione cantautorale del Sabir, l’antica lingua franca ed eterogenea storicamente parlata nei porti, sulle navi commerciali e nei mercati costieri da marinai, pescatori, pirati e mercanti, un idioma isolato che unifica i codici fonetici del bacino del Mediterraneo. L’esecuzione delle tracce si sviluppa attraverso una straordinaria polifonia strumentale coordinata da Stefano Saletti (voce, chitarre, bouzouki greco, oud arabo, saz baglama turco e chitarra battente del meridione italiano) e sorretta dai membri stabili della Banda Ikona, formazione che ha recentemente solennizzato i vent’anni di attività. Le tessiture vocali e ritmiche sono affidate alle interpretazioni di Yasemin Sannino e Fabia Salvucci, assecondate dal clarinetto e dal sax soprano di Gabriele Coen, dalle percussioni etniche di Arnaldo Vacca e dal multistrumentismo di Eugenio Saletti al basso acustico, chitarra, bouzouki e saltzouki.

La dottrina di Saletti: l’identità mediterranea contro l’appiattimento globale

In ultima analisi, il manifesto civile e filosofico illustrato da Stefano Saletti deostruisce le derive dell’appiattimento culturale indotto dalla globalizzazione dei consumi per riaffermare l’esistenza di una profonda e comune anima identitaria dei popoli che si affacciano sul Mare Nostrum, al di là delle fratture geopolitiche o religiose contemporanee. I brani originali in scaletta metabolizzano miti, cantigas, leggende e filastrocche popolari, trasformando l’intrattenimento in un presidio di welfare sociale e di accoglienza laica. L’innesto delle improvvisazioni jazzistiche della fisarmonica di Antonello Salis eleva la performance a colonna sonora del quotidiano, traducendo la tragicità delle cronache migranti in un messaggio di fratellanza universale: la certezza dell’autore che solo l’arte e la tracciabilità delle radici comuni possano salvare l’umanità dall’odio e dall’isolamento fissa il valore di un appuntamento imperdibile per l’estate romana; infoline attiva al numero 349 9770309.

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Nina Muho, il soprano che porta l’Albania nel cuore della lirica italiana: «La Scala è il mio sogno»

Dietro di lei non c’è una semplice scenografia, ma la prima pagina dello spartito de La Traviata. È da lì che comincia il racconto di Nina Muho, uno dei soprani più apprezzati della nuova generazione albanese, ospite di Albania Italiana, la rubrica di Radio Radicale dedicata ai rapporti culturali tra Italia e Albania.

Quello spartito, spiega, non è stato scelto per caso. Le parole e la musica dell’opera di Giuseppe Verdi rappresentano un riferimento costante della sua vita. «Mi accompagnano ogni giorno, non solo sul palcoscenico», racconta. In Violetta Valéry ritrova i valori che considera fondamentali: l’amore, il sacrificio, la dignità e la capacità di donarsi agli altri. Una figura che, ancora oggi, sente profondamente vicina.

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Nina Muho e radio radicale

Redazione-  Dietro di lei non c’è una semplice scenografia, ma la prima pagina dello spartito de La Traviata. È da lì che comincia il racconto di Nina Muho, uno dei soprani più apprezzati della nuova generazione albanese, ospite di Albania Italiana, la rubrica di Radio Radicale dedicata ai rapporti culturali tra Italia e Albania.

Quello spartito, spiega, non è stato scelto per caso. Le parole e la musica dell’opera di Giuseppe Verdi rappresentano un riferimento costante della sua vita. «Mi accompagnano ogni giorno, non solo sul palcoscenico», racconta. In Violetta Valéry ritrova i valori che considera fondamentali: l’amore, il sacrificio, la dignità e la capacità di donarsi agli altri. Una figura che, ancora oggi, sente profondamente vicina.

L’Italia occupa un posto speciale nel suo percorso artistico. «È la mia seconda casa», afferma senza esitazione. Non è soltanto un sentimento di affetto verso il Paese che ha dato i natali all’opera lirica, ma il riconoscimento di una nazione che le ha offerto occasioni decisive per la sua crescita professionale.

Tra tutti i luoghi che hanno segnato la sua carriera, il ricordo più intenso è legato al Teatro Giuseppe Verdi di Trieste. Proprio lì arrivò una delle prime grandi opportunità internazionali. Dopo essere stata selezionata per interpretare Violetta ne La Traviata, il teatro triestino le affidò altri importanti incarichi artistici, dalla Nona Sinfonia di Beethoven a Don Pasquale, fino ai concerti di Capodanno.

Trieste, però, non rappresenta soltanto un teatro. Per Nina Muho è anche una città che dialoga con il mare, proprio come la sua Valona. «Vorrei che un giorno anche la mia città avesse un teatro affacciato sul mare», confessa, trasformando un desiderio personale in una visione culturale per il futuro dell’Albania.

Da oltre tredici anni il soprano fa parte del Teatro Nazionale dell’Opera e del Balletto di Tirana, la principale istituzione lirica del Paese. Un percorso iniziato subito dopo il Conservatorio e costruito con pazienza, disciplina e studio.

Entrare a far parte del teatro nazionale, ricorda, non è stato semplice. In Albania il mondo della lirica dispone di poche strutture e la competizione è particolarmente elevata. Decisivo fu l’incontro con il regista Nikolin Gurakuqi, che le affidò i primi ruoli permettendole di maturare gradualmente sul palcoscenico.

«Le opportunità sono importanti, ma poi è il lavoro quotidiano che fa la differenza», sottolinea. Una convinzione maturata attraverso anni di studio e perfezionamento che l’hanno portata a interpretare tredici ruoli operistici e ad esibirsi in importanti teatri internazionali, dal Teatro Massimo Bellini di Catania ai palcoscenici di Taiwan, Maribor e Zagabria.

Eppure, come ogni cantante lirico, conserva un sogno che ancora attende di essere realizzato: il Teatro alla Scala di Milano.

Non lo considera un semplice traguardo professionale, ma il simbolo della consacrazione artistica. «Continuo a lavorare per arrivarci», dice con la determinazione di chi conosce il valore della preparazione e della pazienza.

Se quel momento dovesse arrivare, il ruolo scelto sarebbe uno solo: Violetta Valéry.

«La Traviata contiene tutto ciò che un artista desidera esprimere: bellezza musicale, intensità vocale e profondità umana. È una storia di sacrificio e amore che continua a parlare anche al pubblico di oggi.»

L’intervista si trasforma per qualche istante in un piccolo recital quando Nina Muho interpreta alcuni versi di Sempre libera, regalando agli ascoltatori un assaggio della voce che l’ha fatta conoscere anche oltre i confini albanesi.

Ma il suo percorso guarda già ai prossimi impegni. Dopo aver partecipato al debutto di una nuova opera albanese, il soprano è al lavoro su Rigoletto e sulla nuova produzione di Rozafa, opera ispirata alla più celebre leggenda albanese: quella della giovane donna murata nelle fondamenta del castello affinché la costruzione possa resistere al tempo. Una storia che racconta il sacrificio materno e che rappresenta uno dei simboli più profondi dell’identità nazionale albanese.

È proprio questo intreccio tra patrimonio culturale nazionale e grande tradizione lirica italiana a caratterizzare il percorso artistico di Nina Muho. Da una parte Verdi, Donizetti e Beethoven; dall’altra la volontà di valorizzare il repertorio operistico albanese e farlo conoscere oltre i confini del Paese.

In chiusura arriva forse la riflessione più significativa. «Prima di essere artisti bisogna essere esseri umani», afferma. È una frase che sintetizza il suo modo di intendere la musica: non semplice esercizio tecnico, ma strumento per raccontare emozioni autentiche.

In un’epoca in cui la cultura cerca continuamente nuovi ponti tra popoli e tradizioni, il percorso di Nina Muho dimostra come la lirica possa ancora parlare un linguaggio universale. Tra Tirana, Valona e Trieste, con lo sguardo rivolto verso Milano, il suo viaggio artistico continua, alimentato dalla convinzione che il talento abbia bisogno di studio, ma anche di occasioni. E che i sogni, persino quelli che portano il nome della Scala, possano diventare realtà.

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