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Esteri

Lavoro, Newsom spinge sul salario minimo: gol politico in vista delle Presidenziali 2028

“Noi crediamo che se lavorate duro meritate un salario decente. Gli altri credono che 7,25 dollari all’ora siano sufficienti”. Con queste parole Gavin Newsom, il governatore della California, ha annunciato che il salario minimo del Golden State aumenterà dall’attuale 16,90 a 17,40 dollari l’ora, divenendo il più alto negli Stati Uniti, eccetto per Washington D.C., dove il salario minimo raggiunge i 18,40 dollari l’ora.

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Gavin Newsom

Redazione-  “Noi crediamo che se lavorate duro meritate un salario decente. Gli altri credono che 7,25 dollari all’ora siano sufficienti”. Con queste parole Gavin Newsom, il governatore della California, ha annunciato che il salario minimo del Golden State aumenterà dall’attuale 16,90 a 17,40 dollari l’ora, divenendo il più alto negli Stati Uniti, eccetto per Washington D.C., dove il salario minimo raggiunge i 18,40 dollari l’ora.

I 7,25 dollari citati da Newsom si riferiscono al salario minimo federale, aumentato durante l’amministrazione di George W. Bush nel 2007, che i repubblicani attuali non hanno nessuna intenzione di modificare.

L’aumento annunciato da Newsom in realtà è un’indicizzazione del salario minimo per coprire l’eventuale aumento dell’inflazione. Ciononostante, il governatore della California ha tutte le ragioni per celebrare l’aumento, che equivale a più del doppio di quello federale; quest’ultimo non include l’indicizzazione, penalizzando tutti quei lavoratori che lo ricevono. Difatti, il salario minimo federale può persino essere inferiore alla soglia federale di 7,25 dollari in alcuni Stati concentrati nel sud del Paese se i dipendenti ricevono mance, a patto che il totale arrivi alla media di 7,25.

Il fatto che il governo federale non abbia agito per aumentare il salario minimo dal 2007 ha spinto quasi trenta Stati e municipalità ad agire da soli per rimediare. Ecco come si spiega il fatto che in Stati liberal come la California, e non solo, il salario minimo sia molto più alto. Nel Golden State, infatti, i dipendenti del fast food ricevono 20 dollari l’ora secondo una recente legge. Questa tariffa si applica alle catene di ristorazione nazionale con più di 60 locali negli Stati Uniti. Inoltre, nel settore della sanità il salario minimo è di 25 dollari l’ora. Con i Giochi Olimpici del 2028 in programma a Los Angeles, il consiglio comunale ha approvato un’ordinanza che stabilisce il salario minimo a 30 dollari per i lavoratori dei grandi alberghi e degli aeroporti. L’aumento doveva iniziare nel 2026, due anni prima dei Giochi Olimpici, ma poi, sotto pressione delle aziende, l’ordinanza è stata rimandata fino al 2028. L’ordinanza include altre esclusioni, poiché si applica ai lavoratori di alberghi con 60 o più camere e a quelli che lavorano all’aeroporto. Non tocca, invece, il salario minimo della metropoli, che rimane a 17,80 dollari l’ora.

Questi aumenti del salario minimo aiutano, ma non risolvono i problemi del carovita, specialmente in California. Anche con uno stipendio di 30 dollari l’ora, in città come San Francisco e Los Angeles sarebbe difficile vivere adeguatamente. Lavorando 40 ore settimanali con uno stipendio di 30 dollari all’ora, in un anno intero si guadagnerebbero 62.400 dollari lordi (circa 55.000 netti dopo aver pagato le tasse federali e quelle californiane). L’affitto di un bilocale costa sui 24 mila dollari annui. L’aggiunta dei costi di trasporto, cibo, sanità (spesso non inclusa dai datori di lavoro) e altre spese renderebbe una vita dignitosa alquanto difficile.

Gli aumenti del salario minimo riflettono tendenze progressiste auspicate ad alta voce dal senatore socialista democratico Bernie Sanders. Il senatore del Vermont, da molti anni e specialmente da quando fu candidato alla presidenza nel 2016 (quando venne sconfitto alle primarie da Hillary Clinton), ha spinto per un salario minimo nazionale a 15 dollari l’ora.

Il fatto che il salario minimo aumenterà a 17,40 dollari l’ora il 1° gennaio spinge nella giusta direzione, anche perché mette pressione verso l’alto sui salari dei dipendenti che adesso guadagnano un po’ di più. Ovviamente le aziende sono sempre contrarie a questi aumenti salariali, citando una perdita di posti di lavoro che in realtà non si verifica. Ce lo confermano gli studi fatti dalla Harvard University e dall’Università della California a San Francisco. Ciononostante, la reazione dei repubblicani è sempre prevedibile. Commentando l’aumento del salario minimo annunciato da Newsom, il candidato repubblicano a governatore della California Steve Hilton ha dichiarato che si tratta di un “attacco ai lavoratori” perché “schiaccerà le aziende”. Si sbaglia, ma allo stesso tempo ci conferma che, quando si tratta di difendere i lavoratori, i repubblicani si schierano dal lato opposto. Per Newsom, invece, che con ogni probabilità si candiderà alle presidenziali del 2028, si tratta anche di un gol politico.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Tre sorelle adolescenti afghane scomparse in Polonia; la famiglia è in attesa, la polizia è alla ricerca

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Sana (18 anni), Lima (16 anni) e Marwa (14 anni)

Redazione- Tre sorelle afghane — Sana (18 anni), Lima (16 anni) e Marwa (14 anni) — sono scomparse alcuni giorni fa nella città di Varsavia, in Polonia, suscitando forte preoccupazione tra i familiari e la comunità afghana.

Secondo un comunicato della Polizia del Quinto Distretto di Varsavia, le tre ragazze hanno lasciato la loro abitazione intorno alle 18:00 del 10 agosto. L’ultima volta sono state viste alle 20:50 presso una fermata del tram, dopo aver effettuato alcuni acquisti in un negozio.

Da quel momento non si hanno più notizie di loro. Non sono rientrate a casa e non hanno contattato i familiari. La polizia ha inoltre reso noto che, al momento della scomparsa, non avevano con sé né telefoni cellulari né documenti d’identità, un elemento che accresce ulteriormente la preoccupazione.

Le autorità polacche hanno invitato chiunque disponga di informazioni utili sul luogo in cui si trovano Sana, Lima e Marwa a contattare immediatamente la polizia. Anche il più piccolo dettaglio potrebbe essere decisivo per riportare le tre sorelle sane e salve dalla loro famiglia.

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Quando un post su Facebook diventa un caso di sicurezza: la storia dei giornalisti sotto pressione in Afghanistan

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Nazim Qasemi

Redazione- A Badakhshan, nel nord-est dell’Afghanistan, il confine tra una semplice opinione espressa sui social network e un’accusa capace di portare all’arresto sembra diventare sempre più sottile.

Nazim Qasemi, giornalista locale della provincia di Badakhshan, sarebbe stato arrestato mercoledì sera dagli apparati d’intelligence dei talebani. Secondo fonti vicine al giornalista, il motivo del fermo sarebbe legato a un commento pubblicato sul suo profilo Facebook, nel quale Qasemi criticava il comportamento delle autorità talebane nella provincia durante le operazioni contro i trafficanti di oppio, denunciando presunti trattamenti discriminatori su base etnica.

La moglie del giornalista ha confermato pubblicamente l’arresto attraverso un messaggio diffuso su Facebook, spiegando che gli agenti dell’intelligence talebana lo avrebbero prelevato intorno alle 21:00.

Per Qasemi non si tratterebbe del primo confronto con le autorità. Secondo persone a lui vicine, questo sarebbe il secondo arresto subito nel corso dell’anno. In occasione del precedente fermo, la denuncia sarebbe arrivata dall’ufficio talebano per la “promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, che lo avrebbe accusato di non seguire alcune norme imposte dal nuovo regime, tra cui quella relativa alla barba e al rispetto delle direttive talebane.

La vicenda di Qasemi rappresenta una realtà più ampia vissuta da molti giornalisti afghani: in un ambiente dove ogni critica può trasformarsi in un rischio personale, il lavoro giornalistico è diventato un esercizio quotidiano tra il dovere di raccontare e la paura delle conseguenze.

Per molti reporter locali, soprattutto nelle province lontane dalla capitale Kabul, i social network sono diventati uno spazio ambivalente: un luogo dove informare e condividere opinioni, ma anche un territorio monitorato dalle autorità e potenzialmente fonte di accuse.

Secondo Reporters Sans Frontières, l’Afghanistan occupa il 175º posto su 180 Paesi nella classifica mondiale della libertà di stampa del 2026. L’organizzazione denuncia un clima in cui le critiche ai talebani sono fortemente limitate, l’autocensura è in aumento e il rischio di arresto continua a pesare sui giornalisti.

La storia di Nazim Qasemi non è soltanto quella di un singolo reporter fermato per una pubblicazione online. È il simbolo di una realtà in cui raccontare, criticare o semplicemente esprimere un’opinione può trasformarsi in una sfida alla libertà personale.

In Afghanistan, per molti giornalisti, la domanda non è più soltanto cosa si può raccontare, ma quale prezzo si rischia di pagare per farlo.

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L’incubo di Ceuta: l’allarme social che fa tremare la Spagna per un nuovo maxi assalto a Ferragosto

Il tam-tam segreto sui gruppi WhatsApp e le promesse di falsi contratti di lavoro in Europa: migliaia di giovani marocchini si stanno organizzando sui social per un maxi assalto alla barriera di Ceuta a Ferragosto. E l’intelligence spagnola tace… 📲 🇪🇺

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Assalto di migranti a Cueta, Spagna

Spagna – C’è un conto alla rovescia silenzioso e profondamente inquietante che sta scandendo in queste ore le calde e torride giornate del mese di agosto. Un orologio invisibile che non segna affatto l’avvicinarsi delle spensierate vacanze, ma che rischia di battere il ritmo di una nuova, drammatica e incontrollabile ondata di disperazione umana. Al centro del mirino politico e mediatico c’è ancora una volta Ceuta, la fragile enclave spagnola incastonata nel Nord Africa, che rappresenta l’ultimo lembo di confine fisico tra le illusioni dell’Europa e la cruda realtà della disoccupazione in Marocco. Nelle ultime ore, un allarme rosso non ufficiale ha iniziato a serpeggiare con allarmante prepotenza attraverso le fitte maglie dei social network: la minaccia, sempre più tangibile e strutturata, di un nuovo e imponente ingresso di massa di migranti previsto esattamente per il prossimo 15 agosto.

“Il 15 agosto tutto avrà un senso”: il tam-tam segreto su WhatsApp e Facebook

La pericolosa scintilla di questa altissima tensione sul confine è stata innescata da una serie impressionante di messaggi virali che stanno letteralmente invadendo le reti sociali, dai telefoni del Marocco fino alle coste spagnole. A svelare questa inedita e preoccupante mobilitazione digitale è stato il noto media online iberico OkDiario, che ha tempestivamente denunciato un’attività anomala e febbrile da parte di decine di account riconducibili a utenti magrebini. Il messaggio che viene fatto rimbalzare vorticosamente di bacheca in bacheca è un vero e proprio richiamo all’azione rivolto ai più giovani, accompagnato da uno slogan dal sapore quasi profetico e messianico: “Il 15 agosto 2026, quel giorno tutto avrà un senso”. Si tratta di una frase ad alto impatto emotivo, studiata appositamente per suggestionare le menti fragili e spingere i lettori interessati a cliccare sui link per entrare in gruppi chiusi e segreti di WhatsApp. Vere e proprie cabine di regia virtuali dove si starebbe coordinando nei minimi dettagli logistici il nuovo, massiccio tentativo di scavalcamento della blindatissima frontiera di Ceuta.

L’illusione del lavoro in Europa: l’inganno social e l’hashtag che ruba i sogni

Andando ad analizzare più da vicino il preoccupante fenomeno, emerge un quadro tristissimo di profonda disperazione mescolata a una spietata manipolazione informatica. Gli inquietanti appelli per il presunto maxi-assalto collettivo circolano infatti accompagnati da hashtag ben precisi e strategicamente mirati, come #MigracionAEspana e, soprattutto, l’ingannevole #ContratodeltrabajoenEspana (Contratto di lavoro in Spagna). Questo elemento rappresenta un’esca psicologica potentissima e crudele, gettata deliberatamente in pasto a migliaia di giovani ragazzi marocchini schiacciati quotidianamente dalla disoccupazione cronica e dalla mancanza assoluta di prospettive di vita. La promessa implicita, falsa e illusoria di trovare un lavoro sicuro in Europa una volta varcata la barriera, agisce come una calamita irresistibile. “Tutti sono i benvenuti, entrata privata”, recitano i sinistri annunci sul web, attirando come falene centinaia di giovanissimi disposti a rischiare la propria incolumità fisica, sfidando le percosse e gli arresti, pur di inseguire un miraggio contrattuale che, nella dura realtà dei fatti doganali, non esiste affatto.

Il silenzio assordante di Madrid e Rabat in un clima di massima allerta

Di fronte a questa potenziale e imminente bomba migratoria pronta a esplodere in piena estate, la reazione ufficiale della diplomazia risulta al momento congelata. Fino ad ora non è giunta alcuna comunicazione istituzionale di conferma da parte del governo centrale spagnolo di Madrid, così come tacciono pesantemente le massime autorità marocchine di Rabat e le forze dell’ordine locali di pattuglia a Ceuta. Un silenzio di piombo che, tuttavia, non equivale affatto a una reale tranquillità. Sottotraccia, l’intelligence, i servizi di sicurezza e le polizie di frontiera stanno monitorando freneticamente la rete per prevenire il disastro. A confermare la totale veridicità di questo clima di pura tensione è intervenuto nelle scorse ore anche il prestigioso quotidiano El Pais, il quale ha riportato pubblicamente l’esistenza effettiva di un intenso e sterminato dibattito online tra migliaia di giovani marocchini. Nelle chat si discute febbrilmente della possibile nuova iniziativa, soppesando la gran voglia di fuga con i dubbi atroci e i pesanti avvertimenti dei più saggi sui gravissimi rischi penali e fisici che comporta il disperato viaggio verso le altissime e taglienti reti metalliche dell’enclave.

La disperazione estrema che sfida il pericolo: una ferita umanitaria aperta

Se il paventato assalto coordinato dovesse realmente concretizzarsi nel caldo giorno di Ferragosto, l’Europa si troverebbe di fronte all’ennesimo, tragico capitolo di una crisi umanitaria apparentemente senza fine. Le tremende immagini di ragazzi aggrappati disperatamente alle reti di protezione, gravemente feriti, sfiniti o costretti a gettarsi a nuoto in mare per raggirare i rigidi controlli doganali, sono ferite ancora dolorosamente aperte nella memoria collettiva e politica dell’Unione Europea. La nuova e inedita organizzazione “dal basso” tramite i social network dimostra un salto di qualità inquietante nelle dinamiche migratorie giovanili: non si assiste più all’affidamento esclusivo ai loschi trafficanti tradizionali, ma a un’auto-organizzazione virtuale e “orizzontale” in cui la disperazione collettiva diventa virale e si nutre unicamente di illusioni digitali letali.

Un’estate sul filo del rasoio: l’Europa osserva il suo confine più fragile

Mentre la diplomazia e la politica ufficiale scelgono per il momento la prudente via della cautela e dell’attesa, il tam-tam digitale degli smartphone in Nord Africa non accenna a fermarsi, e il conto alla rovescia prosegue inesorabile. Il prossimo 15 agosto, data da sempre simbolo sacro delle spensierate vacanze europee, rischia concretamente di trasformarsi nel drammatico giorno della resa dei conti sul confine più caldo e instabile del continente. Indipendentemente da ciò che accadrà realmente alla discussa barriera di Ceuta, questa inquietante mobilitazione social ha già messo a nudo una verità inconfutabile e scomoda: le reti di protezione metalliche, per quanto alte e sorvegliate, non basteranno mai da sole a contenere l’urto disperato di migliaia di giovani a cui è stata crudelmente sottratta la speranza. La Spagna e l’Europa intera osservano in silenzio, trattengono il respiro e si preparano a difendere, ancora una volta, un confine che si rivela ogni giorno di più tragicamente fragile.

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