Esteri
Tre sorelle adolescenti afghane scomparse in Polonia; la famiglia è in attesa, la polizia è alla ricerca
Redazione- Tre sorelle afghane — Sana (18 anni), Lima (16 anni) e Marwa (14 anni) — sono scomparse alcuni giorni fa nella città di Varsavia, in Polonia, suscitando forte preoccupazione tra i familiari e la comunità afghana.
Secondo un comunicato della Polizia del Quinto Distretto di Varsavia, le tre ragazze hanno lasciato la loro abitazione intorno alle 18:00 del 10 agosto. L’ultima volta sono state viste alle 20:50 presso una fermata del tram, dopo aver effettuato alcuni acquisti in un negozio.
Da quel momento non si hanno più notizie di loro. Non sono rientrate a casa e non hanno contattato i familiari. La polizia ha inoltre reso noto che, al momento della scomparsa, non avevano con sé né telefoni cellulari né documenti d’identità, un elemento che accresce ulteriormente la preoccupazione.
Le autorità polacche hanno invitato chiunque disponga di informazioni utili sul luogo in cui si trovano Sana, Lima e Marwa a contattare immediatamente la polizia. Anche il più piccolo dettaglio potrebbe essere decisivo per riportare le tre sorelle sane e salve dalla loro famiglia.
Esteri
Quando un post su Facebook diventa un caso di sicurezza: la storia dei giornalisti sotto pressione in Afghanistan
Redazione- A Badakhshan, nel nord-est dell’Afghanistan, il confine tra una semplice opinione espressa sui social network e un’accusa capace di portare all’arresto sembra diventare sempre più sottile.
Nazim Qasemi, giornalista locale della provincia di Badakhshan, sarebbe stato arrestato mercoledì sera dagli apparati d’intelligence dei talebani. Secondo fonti vicine al giornalista, il motivo del fermo sarebbe legato a un commento pubblicato sul suo profilo Facebook, nel quale Qasemi criticava il comportamento delle autorità talebane nella provincia durante le operazioni contro i trafficanti di oppio, denunciando presunti trattamenti discriminatori su base etnica.
La moglie del giornalista ha confermato pubblicamente l’arresto attraverso un messaggio diffuso su Facebook, spiegando che gli agenti dell’intelligence talebana lo avrebbero prelevato intorno alle 21:00.
Per Qasemi non si tratterebbe del primo confronto con le autorità. Secondo persone a lui vicine, questo sarebbe il secondo arresto subito nel corso dell’anno. In occasione del precedente fermo, la denuncia sarebbe arrivata dall’ufficio talebano per la “promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, che lo avrebbe accusato di non seguire alcune norme imposte dal nuovo regime, tra cui quella relativa alla barba e al rispetto delle direttive talebane.
La vicenda di Qasemi rappresenta una realtà più ampia vissuta da molti giornalisti afghani: in un ambiente dove ogni critica può trasformarsi in un rischio personale, il lavoro giornalistico è diventato un esercizio quotidiano tra il dovere di raccontare e la paura delle conseguenze.
Per molti reporter locali, soprattutto nelle province lontane dalla capitale Kabul, i social network sono diventati uno spazio ambivalente: un luogo dove informare e condividere opinioni, ma anche un territorio monitorato dalle autorità e potenzialmente fonte di accuse.
Secondo Reporters Sans Frontières, l’Afghanistan occupa il 175º posto su 180 Paesi nella classifica mondiale della libertà di stampa del 2026. L’organizzazione denuncia un clima in cui le critiche ai talebani sono fortemente limitate, l’autocensura è in aumento e il rischio di arresto continua a pesare sui giornalisti.
La storia di Nazim Qasemi non è soltanto quella di un singolo reporter fermato per una pubblicazione online. È il simbolo di una realtà in cui raccontare, criticare o semplicemente esprimere un’opinione può trasformarsi in una sfida alla libertà personale.
In Afghanistan, per molti giornalisti, la domanda non è più soltanto cosa si può raccontare, ma quale prezzo si rischia di pagare per farlo.
Esteri
L’incubo di Ceuta: l’allarme social che fa tremare la Spagna per un nuovo maxi assalto a Ferragosto
Il tam-tam segreto sui gruppi WhatsApp e le promesse di falsi contratti di lavoro in Europa: migliaia di giovani marocchini si stanno organizzando sui social per un maxi assalto alla barriera di Ceuta a Ferragosto. E l’intelligence spagnola tace… 📲 🇪🇺
Spagna – C’è un conto alla rovescia silenzioso e profondamente inquietante che sta scandendo in queste ore le calde e torride giornate del mese di agosto. Un orologio invisibile che non segna affatto l’avvicinarsi delle spensierate vacanze, ma che rischia di battere il ritmo di una nuova, drammatica e incontrollabile ondata di disperazione umana. Al centro del mirino politico e mediatico c’è ancora una volta Ceuta, la fragile enclave spagnola incastonata nel Nord Africa, che rappresenta l’ultimo lembo di confine fisico tra le illusioni dell’Europa e la cruda realtà della disoccupazione in Marocco. Nelle ultime ore, un allarme rosso non ufficiale ha iniziato a serpeggiare con allarmante prepotenza attraverso le fitte maglie dei social network: la minaccia, sempre più tangibile e strutturata, di un nuovo e imponente ingresso di massa di migranti previsto esattamente per il prossimo 15 agosto.
“Il 15 agosto tutto avrà un senso”: il tam-tam segreto su WhatsApp e Facebook
La pericolosa scintilla di questa altissima tensione sul confine è stata innescata da una serie impressionante di messaggi virali che stanno letteralmente invadendo le reti sociali, dai telefoni del Marocco fino alle coste spagnole. A svelare questa inedita e preoccupante mobilitazione digitale è stato il noto media online iberico OkDiario, che ha tempestivamente denunciato un’attività anomala e febbrile da parte di decine di account riconducibili a utenti magrebini. Il messaggio che viene fatto rimbalzare vorticosamente di bacheca in bacheca è un vero e proprio richiamo all’azione rivolto ai più giovani, accompagnato da uno slogan dal sapore quasi profetico e messianico: “Il 15 agosto 2026, quel giorno tutto avrà un senso”. Si tratta di una frase ad alto impatto emotivo, studiata appositamente per suggestionare le menti fragili e spingere i lettori interessati a cliccare sui link per entrare in gruppi chiusi e segreti di WhatsApp. Vere e proprie cabine di regia virtuali dove si starebbe coordinando nei minimi dettagli logistici il nuovo, massiccio tentativo di scavalcamento della blindatissima frontiera di Ceuta.
L’illusione del lavoro in Europa: l’inganno social e l’hashtag che ruba i sogni
Andando ad analizzare più da vicino il preoccupante fenomeno, emerge un quadro tristissimo di profonda disperazione mescolata a una spietata manipolazione informatica. Gli inquietanti appelli per il presunto maxi-assalto collettivo circolano infatti accompagnati da hashtag ben precisi e strategicamente mirati, come #MigracionAEspana e, soprattutto, l’ingannevole #ContratodeltrabajoenEspana (Contratto di lavoro in Spagna). Questo elemento rappresenta un’esca psicologica potentissima e crudele, gettata deliberatamente in pasto a migliaia di giovani ragazzi marocchini schiacciati quotidianamente dalla disoccupazione cronica e dalla mancanza assoluta di prospettive di vita. La promessa implicita, falsa e illusoria di trovare un lavoro sicuro in Europa una volta varcata la barriera, agisce come una calamita irresistibile. “Tutti sono i benvenuti, entrata privata”, recitano i sinistri annunci sul web, attirando come falene centinaia di giovanissimi disposti a rischiare la propria incolumità fisica, sfidando le percosse e gli arresti, pur di inseguire un miraggio contrattuale che, nella dura realtà dei fatti doganali, non esiste affatto.
Il silenzio assordante di Madrid e Rabat in un clima di massima allerta
Di fronte a questa potenziale e imminente bomba migratoria pronta a esplodere in piena estate, la reazione ufficiale della diplomazia risulta al momento congelata. Fino ad ora non è giunta alcuna comunicazione istituzionale di conferma da parte del governo centrale spagnolo di Madrid, così come tacciono pesantemente le massime autorità marocchine di Rabat e le forze dell’ordine locali di pattuglia a Ceuta. Un silenzio di piombo che, tuttavia, non equivale affatto a una reale tranquillità. Sottotraccia, l’intelligence, i servizi di sicurezza e le polizie di frontiera stanno monitorando freneticamente la rete per prevenire il disastro. A confermare la totale veridicità di questo clima di pura tensione è intervenuto nelle scorse ore anche il prestigioso quotidiano El Pais, il quale ha riportato pubblicamente l’esistenza effettiva di un intenso e sterminato dibattito online tra migliaia di giovani marocchini. Nelle chat si discute febbrilmente della possibile nuova iniziativa, soppesando la gran voglia di fuga con i dubbi atroci e i pesanti avvertimenti dei più saggi sui gravissimi rischi penali e fisici che comporta il disperato viaggio verso le altissime e taglienti reti metalliche dell’enclave.
La disperazione estrema che sfida il pericolo: una ferita umanitaria aperta
Se il paventato assalto coordinato dovesse realmente concretizzarsi nel caldo giorno di Ferragosto, l’Europa si troverebbe di fronte all’ennesimo, tragico capitolo di una crisi umanitaria apparentemente senza fine. Le tremende immagini di ragazzi aggrappati disperatamente alle reti di protezione, gravemente feriti, sfiniti o costretti a gettarsi a nuoto in mare per raggirare i rigidi controlli doganali, sono ferite ancora dolorosamente aperte nella memoria collettiva e politica dell’Unione Europea. La nuova e inedita organizzazione “dal basso” tramite i social network dimostra un salto di qualità inquietante nelle dinamiche migratorie giovanili: non si assiste più all’affidamento esclusivo ai loschi trafficanti tradizionali, ma a un’auto-organizzazione virtuale e “orizzontale” in cui la disperazione collettiva diventa virale e si nutre unicamente di illusioni digitali letali.
Un’estate sul filo del rasoio: l’Europa osserva il suo confine più fragile
Mentre la diplomazia e la politica ufficiale scelgono per il momento la prudente via della cautela e dell’attesa, il tam-tam digitale degli smartphone in Nord Africa non accenna a fermarsi, e il conto alla rovescia prosegue inesorabile. Il prossimo 15 agosto, data da sempre simbolo sacro delle spensierate vacanze europee, rischia concretamente di trasformarsi nel drammatico giorno della resa dei conti sul confine più caldo e instabile del continente. Indipendentemente da ciò che accadrà realmente alla discussa barriera di Ceuta, questa inquietante mobilitazione social ha già messo a nudo una verità inconfutabile e scomoda: le reti di protezione metalliche, per quanto alte e sorvegliate, non basteranno mai da sole a contenere l’urto disperato di migliaia di giovani a cui è stata crudelmente sottratta la speranza. La Spagna e l’Europa intera osservano in silenzio, trattengono il respiro e si preparano a difendere, ancora una volta, un confine che si rivela ogni giorno di più tragicamente fragile.
Esteri
Todd Blanche verso la conferma: il passato da avvocato di Trump riaccende i dubbi sull’indipendenza della giustizia
“Sono il suo avvocato”. Questa è stata la risposta di Todd Blanche, procuratore generale ad interim, al senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, che gli aveva chiesto se lui e Donald Trump fossero amici. Dopo solo un secondo, Blanche si è corretto dicendo “ero il suo avvocato”, prendendo una certa distanza e suggerendo che agisce da procuratore e non da avvocato personale del presidente, come aveva fatto dal 2023 fino ad entrare nel ruolo che copre adesso.
Redazione- “Sono il suo avvocato”. Questa è stata la risposta di Todd Blanche, procuratore generale ad interim, al senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, che gli aveva chiesto se lui e Donald Trump fossero amici. Dopo solo un secondo, Blanche si è corretto dicendo “ero il suo avvocato”, prendendo una certa distanza e suggerendo che agisce da procuratore e non da avvocato personale del presidente, come aveva fatto dal 2023 fino ad entrare nel ruolo che copre adesso.
Il lapsus di Blanche non cancella i suoi rapporti conflittuali tra il ruolo di procuratore generale e l’influenza del presidente, suo ex assistito. La linea fra i due ruoli non è soltanto poco chiara, ma dimostra anche come il 47° presidente, nelle sue nomine, abbia privilegiato il principio della fedeltà rispetto a quello della competenza. La domanda di Kennedy è avvenuta durante l’audizione per la conferma di Blanche a procuratore generale dopo il licenziamento della procuratrice generale Pam Bondi, che Trump non ha ritenuto abbastanza efficiente nel mettere in atto la sua agenda. La Bondi aveva fallito nell’indagare e alla fine incriminare parecchi individui che l’attuale inquilino della Casa Bianca voleva e vuole ancora prendere di mira.
Blanche aveva la strada in salita per la conferma perché due senatori repubblicani, Thom Tillis del North Carolina e John Cornyn del Texas, si erano opposti alla sua nomina. I due senatori avevano richiesto a Blanche di mettere per iscritto l’eliminazione del fondo di 1,776 miliardi di dollari per risarcire individui considerati vittime della strumentalizzazione del Dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il patteggiamento del Dipartimento di Giustizia con Trump includeva una clausola secondo cui il presidente stesso e la sua famiglia avrebbero ottenuto l’immunità dall’IRS, il fisco statunitense, per indagini passate ma anche future.
Il fondo di risarcimento a cui si opponevano Tillis e Cornyn era emerso da una denuncia avviata dal presidente Trump contro l’IRS per la fuga di notizie sulle sue dichiarazioni dei redditi. Una denuncia ovviamente anomala, perché il presidente degli Stati Uniti denunciava il governo che lui stesso dirige. In effetti, Trump controlla il potere esecutivo che include il Dipartimento di Giustizia e anche l’agenzia fiscale, le quali sono entrambe dirette da individui da lui nominati. Il presidente aveva in effetti denunciato se stesso. Lo ha notato una sentenza della giudice federale Kathleen Williams, la quale ha dichiarato che la causa intrapresa era servita a manipolare il procedimento giudiziario. La giudice ha inoltre sanzionato parecchi legali del Dipartimento di Giustizia, compreso Blanche, inviando una relazione agli organi disciplinari che controllano gli aspetti etici degli avvocati.
Quando Tillis e Cornyn avevano indicato la loro opposizione alla conferma di Blanche, Trump ha lasciato intendere che potrebbe ritirare la nomina per riproporla quando questi due senatori saranno fuori dal Senato dopo le prossime elezioni di novembre. Il presidente degli Stati Uniti ha anche chiarito che i due senatori recalcitranti agivano in malafede, perché arrabbiati dal fatto che Tillis ha deciso di non ricandidarsi, temendo, giustamente, una primaria repubblicana brutale senza il suo endorsement. Nel caso di Cornyn è avvenuto proprio quello che temeva Tillis poiché, avendo perduto l’endorsement di Trump, è stato sonoramente sconfitto da Ken Paxton nelle primarie in Texas. Ciononostante, i due senatori si sono presi una piccola vendetta su Trump, costringendo alla fine all’eliminazione del risarcimento, anche se Blanche ha mantenuto l’immunità fiscale per il presidente e la sua famiglia applicabile per il passato ma non per il futuro.
La nuova dichiarazione di Blanche che ha soddisfatto Tillis e Cornyn rimane però dubbia per il futuro. Un altro procuratore generale potrebbe ripristinare quella misura, oppure lo stesso Blanche potrebbe in qualche modo modificarla sotto la pressione di Trump. Il presidente continua a tentare di capovolgere la storia, e i risarcimenti per la cosiddetta strumentalizzazione della giustizia fanno parte del tentativo di riscrivere la realtà. I 1,776 miliardi di dollari erano destinati a risarcire in buona parte i responsabili degli assalti al Campidoglio, che Trump ha graziato una volta rientrato alla Casa Bianca. Ma non basta. Trump vuole che il governo li paghi per i danni subiti, eliminando le loro colpe per avere saccheggiato il Campidoglio, provocando la morte di 6 poliziotti e ferendo centinaia di altre persone.
Blanche adesso sembra avere la strada spianata alla conferma, poiché i repubblicani al Senato hanno una lieve maggioranza (53-47), e quindi diventerà procuratore generale. In realtà, molti analisti lo vedono nel ruolo di continuare a svolgere la funzione di “avvocato” di Trump. Lo sa benissimo. In caso contrario farebbe la stessa fine di altri, compresa la sua predecessora Pam Bondi.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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