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Attualità

Meritocrazia Italia analizza la fine del programma Fcas: una lezione per le riforme e la visione europea

🚨 IL COMMENTO DI MERITOCRAZIA ITALIA SUL CASO FCAS: UNA LEZIONE PER L’EUROPA! Il movimento interviene sul fallimento del maxi progetto promosso da Francia, Germania e Spagna per la realizzazione del caccia europeo di sesta generazione. “Non è solo lo stop a un piano industriale della difesa, ma il simbolo di un’Europa paralizzata da rivalità e spartizioni. Quando prevalgono le logiche di bandiera i grandi progetti si fermano, serve investire su competenza, responsabilità e visione comune”. L’appello si chiude con un forte messaggio di pace: “Stop war”. I dettagli della nota 👇#meritocraziaitalia #fcas #difesaeuropea #franciagermaniaspagna #caccia6generazione #competenza #riformeeuropa #politica #stopwar #pagineutili

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Future Combat Air System

Le sorti del piano industriale per il caccia di sesta generazione promosso da Francia Germania e Spagna

Roma – Un profondo, accurato e quanto mai severo esame delle politiche di cooperazione industriale comunitaria, incentrato sulla necessità impellente di anteporre i criteri del merito e della competenza scientifica alle logiche spartitorie dei singoli governi, si è aperto ufficialmente nel dibattito pubblico nazionale. I vertici dell’associazione e movimento culturale denominato Meritocrazia Italia hanno diffuso una articolata nota ufficiale per commentare la recente e clamorosa conclusione del programma transnazionale Fcas, l’acronimo internazionale che identifica il Future Combat Air System. Si tratta dell’ambizioso progetto strategico originariamente promosso dalle cancellerie di Francia, Germania e Spagna per l’allestimento e la futura realizzazione congiunta del caccia intercettore europeo di sesta generazione, un’opera ingegneristica considerata per anni il pilastro della bacheca tecnologica della difesa continentale.
Secondo la dettagliata disamina espressa dai programmatori del movimento, lo stop definitivo impresso al cantiere aeronautico rappresenta molto più del mero fallimento di una singola e parcellizzata iniziativa industriale o commerciale nel comparto degli armamenti e della sicurezza statale.

Il duro monito del movimento contro le logiche di rivalità burocratica e il richiamo alla competenza

L’evento si configura come una preziosa e quanto mai urgente lezione politica che induce a una riflessione globale sulla reale capacità delle istituzioni di Bruxelles di convertire i grandi proclami programmatici in risultati economici tangibili sul terreno. Quando all’interno delle cabine di regia e delle bacheche ministeriali prevalgono i particolarismi nazionali, le rivalità di bandiera e la mera lottizzazione dei ruoli aziendali, anche i piani industriali più innovativi rischiano di subire bruschi arresti operativi a danno dei contribuenti della penisola. Al contrario, quando i dipartimenti scelgono di puntare sui moduli della competenza accademica, della responsabilità sociale e di una reale visione d’ensemble, l’innovazione trova finalmente le bacheche ideali per tramutarsi in progresso reale e benessere collettivo per i cittadini. Meritocrazia Italia ritiene che questo severo insegnamento non debba rimanere confinato all’alveo della manifattura bellica o delle tecnologie dei radar aeronautici.
Il principio del merito deve essere applicato con rigore burocratico a ogni singola sfida macroeconomica e sociale che attende l’Italia e l’Europa nel corso del ventunesimo secolo, muovendo dalle riforme della scuola e della sanità fino alla gestione dei fondi previdenziali e del welfare aziendale.

L’appello pacifista Stop War per la cooperazione ed il superamento dei conflitti geopolitici del secolo

I quadri dirigenziali dell’associazione hanno concluso il proprio intervento rilanciando un accorato e simbolico appello pacifista riassunto nella formula internazionale Stop War, invitando i governi a convertire gli investimenti bellici in risorse destinate alla coesione sociale e alla tutela ambientale dei territori montani. Lo stop al piano aeronautico evidenzia il bisogno di costruire ponti normativi che consentano alle aziende private di fare squadra sulle tecnologie dei processori e della sicurezza informatica dei voli. Gli analisti spiegano che la mancanza di regole chiare sulla divisione della proprietà intellettuale ha innescato un blocco dei moduli produttivi, lasciando le fabbriche inattive. I cittadini interessati a consultare i moduli del manifesto programmatico del think tank o i link ai verbali delle assemblee nazionali possono accedere liberamente online sulle bacheche informative telematiche della fondazione.
La nota si configura come una importante traccia di discussione per il ceto dirigente dei comuni della penisola, stimolando lo sviluppo di modelli di governance condivisi capaci di superare le timidezze della burocrazia per sostenere la competitività economica delle imprese e i diritti sociali di tutti i lavoratori della nazione.

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Report, non vedevano l’ora!

Ci hanno messo anni. Ma alla fine, anche se hanno dovuto arrampicarsi sugli specchi, diventando perfino grotteschi, ci sono riusciti. Non vedevano l’ora! Hanno colto l’attimo. E hanno cavalcato la vergognosa campagna mediatica ai danni di Report e di Sigfrido Ranucci, intervenendo anche su questioni private e personali, mettendo bocca da veri moralisti perbenisti persino sulle amicizie.

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Ranucci, Cofferati

Sbattuta la vittima in Prima Pagina come se fosse il mostro. In atto il becero tentativo di cancellare il giornalismo d’inchiesta dal servizio pubblico italiano silenziando un giornalista di razza

Redazione-  Ci hanno messo anni. Ma alla fine, anche se hanno dovuto arrampicarsi sugli specchi, diventando perfino grotteschi, ci sono riusciti. Non vedevano l’ora! Hanno colto l’attimo. E hanno cavalcato la vergognosa campagna mediatica ai danni di Report e di Sigfrido Ranucci, intervenendo anche su questioni private e personali, mettendo bocca da veri moralisti perbenisti persino sulle amicizie. Stanno cercando di trasformare la vittima in carnefice. Hanno dato solidarietà a fatica nel momento dell’attentato – che per fortuna non ha provocato morti e feriti – per poi oggi esultare, nella speranza che – se anche quell’attentato non e’ per nulla sensato e verosimile che se lo siano fatti da soli – a forza di sussurrare, insinuare, alludere, forse nell’opinione pubblica qualcosa di questo chiacchiericcio rimarrà.
Si sa… la calunnia e’ un venticello….
E così il vero risultato lo hanno raggiunto. Il vero attentato a Ranucci ha avuto esito positivo. La bomba mediatica è esplosa e ha già fatto i primi feriti: le repliche di Report previste nel Palinsesto estivo della Rai non andranno in onda. Perché la Rai deve tutelarsi. La domanda sorge spontanea: da che? E da chi ?
Forse nelle puntate già andate in onda c’erano informazioni false? Non credo! E quindi? Quelle puntate davano fastidio a qualcuno ?
Evidentemente SI, altrimenti perché sospendere le repliche di Report alcune delle quali di grandissimo interesse, vedi ad esempio il Ponte Morandi?
Le cordate di potere che muovono da quasi quarant’anni le grandi leve del Paese da oggi potranno dormire sonni tranquilli: finalmente sono riuscite ad espellere definitivamente dalla Rai il giornalismo d’inchiesta.
Dopo l’editto bulgaro che fece fuori Michele Santoro dalla Rai con una vicenda giuridica acceleratissima, da record – che fu una vergogna, una vera e propria indecenza ma almeno ebbero l’ardire di metterci la faccia con Mauro Masi che intervenne telefonicamente in diretta probabilmente leggendo un copione scritto da altri – oggi riescono persino a dare una spallata definitiva senza neanche doverci mettere la faccia. Anonima.
Un capolavoro di vigliaccheria e arroganza. Un vero e proprio attentato andato a segno. Senza esecutori materiali.
La cosa che dispiace di più sono le ricostruzioni moraleggianti, i pezzi fatti con livore e invidia malcelata che provano ad infangare, con il rischio che decenni di inchieste importanti finiscano nel dimenticatoio.
Stupisce chi si scandalizza per l’amicizia tra Ranucci e Lavitola, come se non esistessero direttori che una volta si professavano di sinistra e che erano e sono tuttora molto amici di Dell’Utri e che magari oggi dirigono un Giornale di destra.
I rapporti di amicizia, quando sono disinteressati, spesso e per fortuna prescindono dai ruoli. Il problema nasce quando l’amicizia diventa il criterio per fare le nomine o affidare incarichi pubblici di prestigio come sta avvenendo purtroppo in maniera sistematica e asfittica in questi ultimi anni, senza possibilità che cadano nemmeno le briciole dal tavolo.
L’amichettismo come nuovo vangelo della politica fa più danni di una strage. E’ devastante perché uccide il merito e affossa le speranze.
Valter Lavitola e’ senza dubbio una persona molto intelligente, ha pagato sicuramente più di altri il suo ruolo di vicinanza vera a Silvio Berlusconi e non ha goduto delle rendite di posizione di cui godono tutt’oggi altri che miracolosamente non sono nemmeno stati sfiorati da inchieste di nessun tipo. Non è una persona che frequento, ma sicuramente confrontarsi con un cervello vivo e pensante come il suo e’ cosa migliore che appiattirsi al conformismo di troppi.
Quanto all’idea di Lavitola di ipotizzare per Ranucci un futuro da leader di centrosinistra, e aver commissionato un sondaggio con domande molto pertinenti supervisionate da due professionisti del calibro di Mieli e Cappellini non ci vedo nulla di male.
E’ legittimo pensare politicamente anche se non si hanno più ruoli politici e decisionali. E anche se non si è più nella condizione di incidere.
Anche Armando Cossutta, all’epoca Presidente dei Comunisti italiani, nei primi anni 2000, e in particolare tra il 2002 e il 2003, ha sostenuto e caldeggiato la figura di Sergio Cofferati, storico segretario della CGIL, come possibile nuovo leader unitario per l’intera sinistra.
Invece Cofferati, che in quel periodo riempiva le piazze ed era perfetto per il ruolo di leader – a mio parere sbagliando – disse no a Cossutta, non diede la propria disponibilità probabilmente perché finì al centro di violente polemiche mediatiche scatenate da alcune lettere in cui Marco Biagi esprimeva preoccupazione per essere stato “criminalizzato” dagli avversari. La sua passione per la politica era evidente tant’è’ che anni dopo finì a fare il sindaco di Bologna nonostante abitasse a Genova.
Oggi Sigfrido Ranucci – a causa di questa bomba mediatica persa ora senza alcun fondamento visto che il teorema di Lavitola mandante e’ ancora tutto da provare – e’ rovinato come giornalista perché la Rai dimostra di non difenderlo e forse la sinistra, dopo aver appreso del sondaggio di Lavitola, oggi lo vede come una minaccia.
Questa vicenda però induce anche ad una altra riflessione. Che il campo largo finora e’ esistito solo quando il candidato proveniva dei 5 stelle perché il popolo grillino tendenzialmente non va a votare quando il candidato e’ del Pd. Quindi la pensata di Lavitola può rivelarsi una vera genialata: una figura terza e civica come Ranucci potrebbe infatti risolvere questa questione, molto più e molto meglio delle primarie, sancendo la nascita nei fatti di un vero e proprio campo largo con un leader riconoscibile.
Oppure, se non ci fossero i margini programmatici per l’accordo tra Pd, M5S e AVS – e quindi wuesta pensata non fosse realizzabile, il Movimento 5 stelle – se Ranucci accettasse di mettersi in gioco – avrebbe la possibilità di cimentarsi su un nome che potrebbe andare in tandem a quello di Giuseppe Conte, allargando il consenso dei 5 stelle. Se decidessero di correre da soli.
Ormai che la bomba mediatica è esplosa e ha fatto i primi morti e feriti, tanto vale cavalcare l’onda. Perché non c’è miglior difesa dell’attacco. E un bagno di consenso popolare potrebbe rimettere le cose a posto e restituire a Ranucci quella autorevolezza che qualcuno oggi sta tentando di togliergli.
Immaginate poi se – al termine delle indagini e della verifica dei riscontri – venisse fuori che Lavitola non e’ il mandante dell’attentato ed e’ completamente estraneo rispetto alle contestazioni che oggi gli vengono mosse e che gli hanno comunque provocato non solo un enorme danno di immagine, ma anche un ingente contraccolpo economico rispetto al suo ristorante Cefalu’.
Lavitola sarebbe a sua volta una vittima e si ritroverebbe ad aver contribuito a sua insaputa e senza volerlo all’omicidio mediatico di un amico. Sperando che tutto questo clamore non abbia rovinato pure i rapporti umani.

Di Monica Macchioni

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Attualità

Una lettera, una risposta: quando il Ministero ascolta. Frassinetti ci risponde

Qualche settimana fa abbiamo pubblicato la testimonianza di una nostra collaboratrice sul bullismo subito in una scuola lontana da casa. Non era un pezzo costruito per fare rumore, era una lettera, con tutta la cautela e l’esitazione che una lettera vera comporta quando si racconta qualcosa di doloroso senza volerne fare un caso.

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Paola Frassinetti

Aveva scritto una lettera sul bullismo subito a scuola. Il Ministero l’ha letta e ha risposto. La replica di Frassinetti a Martina Palma.

Redazione-  Qualche settimana fa abbiamo pubblicato la testimonianza di una nostra collaboratrice sul bullismo subito in una scuola lontana da casa. [Il pezzo integrale è qui]. Non era un pezzo costruito per fare rumore, era una lettera, con tutta la cautela e l’esitazione che una lettera vera comporta quando si racconta qualcosa di doloroso senza volerne fare un caso.

Il rumore, in un certo senso, è arrivato lo stesso. Il testo è stato ripreso da altre testate e letto al Ministero dell’Istruzione e del Merito. Ed è arrivata una risposta diretta dal sottosegretario Paola Frassinetti.

Vale la pena dirlo senza troppi giri: non capita spesso che una testimonianza pubblicata su una testata di settore risalga fino a chi ha responsabilità dirette sulle politiche di contrasto al bullismo, e che questo produca un riscontro scritto, personale, non un comunicato stampa. Che poi la risposta sia efficace, sufficiente, o destinata a tradursi in qualcosa di concreto è un’altra questione e sarebbe disonesto non porla. Ma la lettera ha fatto il suo lavoro: è stata letta, e chi l’ha letta ha sentito il bisogno di rispondere.

Pubblichiamo qui la risposta.

Cara Martina,
leggere le tue parole mi ha fatto male, ho cercato di immedesimarmi in te, ragazza piena di speranze, arrivata in una scuola di un’altra città italiana trovando solo indifferenza e umiliazione.
Mi vergogno nel constatare, da sottosegretario all’istruzione, che possano esistere ambienti scolastici cosi ostili o peggio indifferenti; la scuola che dovrebbe essere palestra di vita, luogo in cui ci si incontra e insieme ci si aiuta a capire la vita si è per te tramutata in un incubo quotidiano. Non può essere! Non deve essere così.
Sei stata coraggiosa e mi auguro che davanti a Te ci sia un futuro roseo e pieno di soddisfazioni.
Ricordati però che nulla è stato vano e che io nel continuare a contrastare il bullismo da ora in poi lo farò con ancora maggior determinazione pensando al tuo esempio

Paola Frassinetti

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Esteri

Lo schiaffo della Corte Suprema a Trump: i fondi per l’aggressione sessuale e diffamazione a E. Jean Carroll vanno sbloccati

“Sorprende che la Corte Suprema si sia rifiutata di ‘considerare’ una causa falsa contro di me da parte di una donna che non ho mai conosciuto…. Continuerò a combattere contro la strumentalizzazione della giustizia contro di me…. Con tutti i miei poteri e la mia forza”.

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E. Jean Carroll

Redazione-  “Sorprende che la Corte Suprema si sia rifiutata di ‘considerare’ una causa falsa contro di me da parte di una donna che non ho mai conosciuto…. Continuerò a combattere contro la strumentalizzazione della giustizia contro di me…. Con tutti i miei poteri e la mia forza”. Questa la reazione di Donald Trump in un post sulla sua piattaforma Truth Social dopo la decisione unanime della Corte Suprema di non rivedere il suo appello per la condanna per aggressione sessuale alla giornalista E. Jean Carroll, avvenuta negli anni Novanta. La Carroll aveva querelato Trump nel 2022 e l’anno dopo una giuria di Manhattan lo ha condannato, imponendogli un risarcimento di 5 milioni di dollari.

Trump non accettò il verdetto e continuò ad attaccare Carroll, la quale lo querelò di nuovo per diffamazione. Un’altra giuria le diede ragione e il tycoon fu condannato a risarcirla di 83 milioni di dollari. Con il rifiuto dell’intervento della Corte Suprema tutto sembrava concluso, ma Trump non si arrende mai, anche se questa volta è arrivato al capolinea. Il presidente ha fatto un secondo ricorso alla Corte Suprema, ma ha anche tentato di bloccare il versamento dei 5 milioni di dollari, ai quali si aggiungono 800mila dollari di interessi. Allo stesso tempo, i legali di Trump hanno presentato una richiesta d’emergenza ai giudici federali del caso, chiedendo di non versare i fondi alla Carroll. La ragione sarebbe che, una volta in possesso del denaro, la giornalista potrebbe donarlo in beneficenza – come ha promesso – e Trump non potrebbe quindi più recuperarlo, sentendosi danneggiato. Un giudice federale ha risposto dopo poche ore negando la richiesta e ordinando al giudice Lewis Kaplan di Manhattan – che controlla il denaro che il candidato repubblicano aveva versato in un conto del tribunale come cauzione – di sbloccare i fondi.

La giornalista Carroll è stata l’unica della trentina di donne che nel corso degli anni hanno accusato Trump di molestie sessuali a portare l’ex presidente davanti ai giudici. La Carroll, adesso 82enne, ha lavorato come scrittrice e giornalista, pubblicando diversi libri. Dal 1993 al 2019 ha condotto la rubrica “Ask E. Jean” (Chiedilo a E. Jean) per la rivista Elle, offrendo consigli alle donne e raccomandando con frequenza di “non costruire la loro vita intorno a un uomo”. Nel 2019 perse il suo lavoro, attribuendo la colpa a Trump a causa dei suoi attacchi feroci contro di lei. Una nuova legge dello Stato di New York le permise di poter denunciare l’ex presidente nonostante il termine di prescrizione fosse scaduto nel 1996. Riuscì a prevalere nel primo processo nel 2023, seguito da un’altra vittoria nel 2024 per la diffamazione subita poiché Trump continuò ad attaccarla. Trump nel 2024 è stato anche giudicato colpevole di 34 capi d’accusa in un processo penale per avere falsificato documenti aziendali allo scopo di nascondere il pagamento di 130 mila dollari, tentando di comprare il silenzio dell’ex pornostar Stormy Daniels. Con la sua rielezione nel 2024, però, questo caso rimane in vigore ma nessuna pena è stata stabilita. Le altre indagini sul possesso illegale di documenti riservati e l’incitamento all’assalto al Campidoglio nel 2021, sono però stati archiviati.

La condanna nel caso della Carroll però è rimasta, anche se Trump continua a sostenere la sua innocenza, tentandole tutte per evitare il risarcimento. È strano, perché la cifra dovuta appare molto bassa considerando i guadagni di 2,2 miliardi di dollari incassati dal suo ritorno alla Casa Bianca. Non si tratta di soldi, dunque, ma dell’incapacità del Tycoon di accettare le sconfitte, anche quando la Corte Suprema, non tanto frequentemente, gli dice di no. Il secondo ricorso al più alto tribunale del Paese, nonostante il primo rifiuto unanime dei magistrati, ci fa pensare che ripeterà la sua “big lie” dell’elezione del 2020. Il presidente continua a dire che ha sconfitto Joe Biden, costringendo i leader repubblicani a guardarsi bene dall’ammettere il contrario. Trump crede, con alcune ragioni, di poter fabbricare la verità e capovolgere ciò che tutti vedono in bianco e nero. Nel caso dell’assalto al Campidoglio, per esempio, lui ha ribaltato la narrativa dichiarando gli assalitori patrioti e concedendo loro la grazia.

Nel caso della Carroll, però, i fatti confermano un’altra realtà. Il giudice Lewis Kaplan di New York, che ha presieduto il processo, ha già annunciato che dopo tutti gli appelli il verdetto rimane valido. È arrivata l’ora di “fare giustizia” e rilasciare i fondi tenuti in cauzione.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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