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Lifestyle

Stati Uniti, la storia incredibile del cane che ordina una pizza a domicilio con il tablet sul divano

🚨 INCREDIBILE MA VERO! Negli USA un simpatico cane Golden Retriever rimasto solo in salotto sale sul divano e, premendo le zampe sul tablet sbloccato del padrone, riesce a ordinare una pizza gigante a domicilio! La scena esilarante, ripresa dalle telecamere di sicurezza domestica, è diventata il video virale del giorno con oltre 12 milioni di visualizzazioni sui social. Guarda la storia e il video nell’articolo 👇#notizievirali #caneordinafront #goldenretriever #curiosità #videovirale #pizzaadomicilio #storiabizzarra #socialmedia #pagineutili

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cane Golden Retriever

Il video registrato dalle telecamere di sicurezza domestica diventa virale sui social network con milioni di visualizzazioni

Roma – Una bizzarra, esilarante e straordinaria vicenda domestica, capace di unire l’amore incondizionato per gli animali domestici alla pervasività tecnologica dei moderni dispositivi digitali, ha letteralmente conquistato l’attenzione del popolo del web, trasformandosi nel fenomeno virale più condiviso delle ultime ore sulle piattaforme social. All’interno di un’abitazione privata situata nella periferia di Austin, nello stato del Texas, un simpatico esemplare di cane di razza golden retriever di nome Rocky è diventato il protagonista assoluto di una singolare ordinazione commerciale automatica. Il quadrupede, rimasto solo nel salotto di casa per alcune ore, è riuscito involontariamente a completare l’acquisto e la consegna a domicilio di una pizza margherita formato gigante, premendo ripetutamente e con precisione i polpastrelli delle zampe anteriori sullo schermo touch screen del tablet del proprietario, lasciato sbadatamente incustodito sopra i cuscini del divano.
La dinamica dell’accaduto, che inizialmente era sembrata ai protagonisti come un inspiegabile errore informatico dei sistemi di pagamento elettronici, è stata interamente ed inequivocabilmente ricostruita grazie all’esame dei filmati registrati dalle telecamere di sicurezza a circuito chiuso installate per la sorveglianza della casa. Le immagini mostrano Rocky intento a salire sul divano per riposare, quando la sua attenzione è stata attirata dalla luce del display del dispositivo rimasto sbloccato sulla bacheca dell’applicazione di consegna cibo.

La consegna del corriere a domicilio e lo stupore del proprietario al rientro dal lavoro

Il cane, muovendosi sopra il vetro sensibile del tablet, ha attivato la sequenza di comandi digitali, selezionando il menu della pizzeria locale e confermando l’ordine tramite il sistema di pagamento preimpostato con la carta di credito del padrone. Il momento più divertente del filmato, che ha scatenato migliaia di commenti ironici da parte degli utenti di Tik Tok e Instagram, coincide con l’arrivo davanti al cancello d’ingresso del corriere delle consegne espresse, munito di cartone fumante e del tutto ignaro dell’identità del singolare cliente. Il proprietario dell’animale, il giovane ingegnere informatico americano Thomas Green, ha ricevuto la notifica sul proprio smartphone mentre si trovava ancora all’interno degli uffici aziendali, correndo a casa nel timore di un attacco hacker informatico prima di scoprire la simpatica e costosa verità culinaria.
Thomas Green ha deciso di pubblicare lo spezzone del video sul proprio profilo personale, accompagnato da una didascalia in cui ironizza sulla necessità di inserire d’ora in poi sistemi di sblocco biometrico tramite riconoscimento facciale o impronta digitale adatti anche per i musi dei cani. Nel giro di pochissime ore il filmato ha superato la quota stratosferica di dodici milioni di visualizzazioni, venendo ripreso dai principali network televisivi mondiali e dai portali di informazione dedicati al mondo degli animali.

I consigli degli esperti informatici per la sicurezza dei dispositivi digitali in famiglia

La storia di Rocky ha aperto anche un serio dibattito tra gli esperti di sicurezza informatica e i programmatori di applicazioni mobili, i quali hanno colto l’occasione per ricordare ai cittadini l’importanza di attivare sempre i blocchi automatici temporizzati sugli schermi dei computer portatili e dei telefoni cellulari. Lasciare i dispositivi sbloccati ed agganciati ai conti bancari all’interno delle mura domestiche può infatti causare transazioni economiche involontarie non solo a causa degli animali, ma anche per i giochi dei bambini piccoli.
La redazione del giornale continuerà a monitorare le tendenze sociali e le storie più curiose del web mondiale in modo totalmente neutrale, offrendo un servizio informativo leggero, utile e puntuale per aggiornare tutti i lettori della Marsica desiderosi di scoprire le guide dedicate al tempo libero e alle notizie più divertenti della rete in Italia.

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Lifestyle

L’INTERVISTA | Menda Vreto si racconta alla stampa algerina: «Scrivere per rinascere. La macchina crea la frase, l’uomo ci mette la vita»

“Una macchina può costruire una bella frase, ma solo un essere umano può infilarci dentro la Vita”. La magnifica intervista alla scrittrice albanese Menda Vreto 🖋️ 📖 Emigrare, ripartire da zero in un Paese straniero, affrontare lavori durissimi e malattie in famiglia, per poi trovare la salvezza e la voce attraverso le pagine di un libro. È la storia da brividi di Menda Vreto, autrice dell’acclamato “I Muri Non Parlano” (finito anche sulle pagine internazionali di Marie Claire). In una profonda e commovente intervista rilasciata alla testata algerina “El Massar El Arabi”, Menda si racconta a cuore aperto: dalle sue nobili radici storiche (è pronipote di Jani Vreto) all’amore per le donne, dall’importanza della fede musulmana fino a un bellissimo pensiero sull’Intelligenza Artificiale. “Ogni dolore può trasformarsi in uno strumento per far sentire le persone meno sole”, dice Menda. Scopri il suo incredibile viaggio umano e letterario nel nostro articolo esclusivo! 👇 ✨ Voi avete mai usato la scrittura per superare un momento difficile?

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Menda Vreto

Redazione – Ci sono percorsi di vita che assomigliano a romanzi, fatti di cadute dolorose, sradicamenti improvvisi e rinascite miracolose. La storia di Menda Vreto, scrittrice di origini albanesi emigrata in Italia, è esattamente questo: un inno alla resilienza umana e al potere salvifico delle parole. Discendente di una delle figure chiave del Rinascimento Albanese, Jani Vreto, Menda ha affrontato le immense difficoltà dell’immigrazione e della malattia familiare, trovando nella scrittura e nella fede la forza per non arrendersi mai. Il suo primo libro autobiografico, “I Muri Non Parlano”, ha attirato l’attenzione della stampa internazionale (fino ad approdare su Marie Claire), trasformando il suo dolore in un faro di speranza per chiunque stia attraversando il buio.
Oggi, Menda Vreto si racconta a cuore aperto in questa profonda intervista realizzata dai giornalisti della testata algerina El Massar El Arabi, con il prezioso contributo di Turkia Loucif.


1. Quando è iniziato veramente il suo percorso nella scrittura? E qual è stato il primo testo nel quale ha sentito: “Questa sono veramente io”?
«Credo che il mio rapporto con la scrittura sia iniziato molto prima che io comprendessi pienamente cosa significasse. La scrittura faceva già parte della storia della mia famiglia. Il mio bisnonno, Jani Vreto (1822–1900), fu una delle figure importanti del Rinascimento nazionale albanese. Sapere di essere una sua discendente ha per me un significato molto speciale. Non so se l’amore per le parole possa davvero essere ereditato, ma mi piace pensare che una parte di quella sensibilità sia arrivata fino a me. Ho iniziato a scrivere poesie da bambina. La scrittura non è mai stata semplicemente una professione per me: è diventata un modo per dare un significato a ciò che ho vissuto».

2. Perché ha scelto in particolare il saggio e la poesia? Che cosa rappresentano per lei queste forme letterarie?
«Amo la poesia, i saggi e i libri, ma mi sento particolarmente attratta dalle biografie e dalle storie vere. La poesia permette di dire moltissimo con pochissime parole. È emozione, intuizione e silenzio. Il saggio mi dà la possibilità di fermarmi, osservare la realtà e approfondire temi importanti. Le storie vere mi interessano perché non hanno bisogno di essere inventate per essere straordinarie: le vite delle persone sono già piene di dolore, coraggio, cadute e nuovi inizi. Sento la responsabilità di restituire dignità alla persona che ha vissuto quelle storie».

3. Come descriverebbe la sua identità di scrittrice?
«Mi considero una scrittrice semplice. E la semplicità è una delle cose più difficili da raggiungere nella scrittura. Scrivo perché voglio essere compresa. Cerco uno stile diretto e umano, capace di arrivare al cuore senza alzare la voce. Affronto temi come l’immigrazione, il bullismo, la condizione delle donne, la violenza e la solitudine. Non scrivo per dimostrare quanto so, ma per condividere qualcosa che possa essere utile a chi mi legge».

4. Quali tipi di saggi scrive più frequentemente?
«Mi attirano le questioni sociali e personali. Voglio esplorare cosa accade quando una persona sente che tutti i problemi le sono caduti addosso e, nonostante tutto, trova la forza di rialzarsi. La mia risposta a questo è legata alla mia fede. Sono musulmana e ho una profonda fede in Dio, che mi ha insegnato a non avere paura delle difficoltà. Cerco di trasmettere speranza. Non una speranza ingenua, ma quella che nasce dopo aver conosciuto il dolore».

5. Quali sono i temi a cui ritorna più spesso?
«L’immigrazione è il primo tema, perché è una realtà che conosco profondamente. Quando emigri, porti con te la tua lingua, i tuoi ricordi, le tue paure, e molto spesso devi ricominciare da zero. Un altro tema fondamentale è l’emancipazione femminile. Ho scritto molto sulla violenza fisica e psicologica e ho ricevuto un Premio Speciale della Giuria per questo. Nessuna donna deve mai pensare che la sofferenza sia il suo destino. E poi c’è la semplicità: più una persona è autentica, più guadagna rispetto».

6. Per chi scrive?
«Scrivo perché non voglio che ciò che ho vissuto e imparato rimanga chiuso dentro di me. Quando scrivo, penso a qualcuno che potrebbe attraversare un momento difficile e che, leggendo una mia frase, potrebbe sentirsi un po’ meno solo. I miei libri sono stati pubblicati in Italia e all’estero, e alcuni miei lavori sono arrivati su prestigiose riviste come Marie Claire. Considero tutto questo con enorme gratitudine».

7. Perché non ha scelto il self-publishing?
«Scrivo in italiano, che non è la mia lingua madre, per questo considero fondamentale il lavoro degli editor e dei professionisti. Pubblicare significa affidare agli altri una parte di sé ed essere disposti ad accettare osservazioni e revisioni. Oggi i miei libri sono nelle librerie fisiche e online, arrivando persino su Barnes & Noble negli Stati Uniti».

8. Il suo primo libro ha avuto un percorso particolare. Come è nato?
«Il mio primo libro, I Muri Non Parlano, racconta la mia esperienza di immigrata. Avevo studiato per curare le malattie delle piante, ma in Italia ho dovuto ricominciare da zero. Avevo due figlie piccole, la barriera della lingua, e mio marito subì tre interventi chirurgici. Ho svolto i lavori più difficili per proteggere la famiglia. Non mi considero un’eroina, ma una donna che ha cercato di andare avanti. Poi alcuni giornalisti lessero il libro e mi chiamarono per Marie Claire. L’ho vissuto come un dono di Dio. A volte ci conduce per strade difficili per portarci dove non avremmo mai immaginato».

9. Ha incontrato difficoltà nel mondo editoriale?
«A dire il vero no. Inviai il manoscritto e dopo dieci giorni fui chiamata da una casa editrice. Il libro ebbe tre ristampe. Attribuisco questo alla provvidenza divina. Per quindici anni mi sono presa cura di mia suocera paralizzata a letto; penso che anche le sue preghiere abbiano accompagnato il mio cammino. A volte possiamo solo essere grati».

10. Cosa pensa dell’intelligenza artificiale e delle nuove forme di scrittura?
«La tecnologia è un’opportunità, ma mi preoccupa quando l’IA sostituisce la sensibilità dell’autore. Rischiamo di perdere ciò che rende la scrittura umana: la capacità di pensare, sentire e raccontare un’esperienza. Una macchina può costruire una frase. Ma solo un essere umano può mettere una vita dentro quella frase».

11. Cosa significa oggi per lei essere una scrittrice?
«Significa avere una voce e scegliere di usarla. Ho conosciuto le difficoltà dell’immigrazione, la responsabilità di una famiglia, il dolore. Forse scrivo per questo: perché credo che ogni persona porti dentro di sé una storia che merita di essere ascoltata. A volte la vita ci mette davanti una pagina bianca non perché non abbiamo più nulla da dire, ma per darci la possibilità di un nuovo inizio. Ringrazio di cuore la redazione di El Massar El Arabi e la giornalista Turkia Loucif per avermi dato voce».

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Lifestyle

“Il mondo che dovremo aspettarci”: l’epifania pittorica di Francesco Guadagnuolo come cruda diagnosi del XXI secolo

L’arte come profezia: la maschera antigas e l’apocalisse tecnologica nella sconvolgente opera del Maestro Francesco Guadagnuolo 🎨 🌍 Nel caos del XXI secolo, l’arte smette di essere semplice “quadro” e diventa una spietata radiografia della nostra società. La nuova, potentissima opera pittorica del Maestro Francesco Guadagnuolo (Ambasciatore di Pace ONU) ci sbatte in faccia le nostre paure più recondite: un uomo con una maschera antigas circondato da droni, armi e un ecosistema impazzito. “L’umanità soffoca in un mondo artificiale”, avverte l’autore in un’esclusiva intervista. Una riflessione profondissima che unisce la sociologia di Zygmunt Bauman alla cruda realtà dei conflitti moderni, dove la guerra è diventata algoritmica e la Pace è l’unica “infrastruttura” che l’uomo non ha ancora imparato a costruire. Un saggio critico e visivo imperdibile per capire il presente. Leggi l’intervista integrale e l’analisi dell’opera nel nostro articolo! 👇 🕊️

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Francesco Guadagnuolo - Il Mondo che dovremo aspettarci

Redazione – Nel panorama artistico contemporaneo, l’immagine smette spesso di essere una mera e passiva rappresentazione della realtà per farsi diagnosi precoce, anatomia spietata di una crisi profonda. La nuova opera pittorica di Francesco Guadagnuolo si colloca esattamente in questo solco: non si limita a descrivere il dramma del nostro tempo, ma lo scarnifica, offrendoci un’istantanea che è al contempo cronaca e profezia. Al centro della tela, un uomo con una maschera antigas si staglia contro un orizzonte saturo di detonazioni, vettori balistici e costellazioni di droni, riconfigurando lo spazio visivo in un sistema planetario bellico che riflette le nostre paure più recondite. Da questa epifania plastica prende corpo una riflessione radicale sull’autentica patologia del XXI secolo: la liquefazione del domani e la conseguente perdita del futuro. Attraverso un dialogo ravvicinato con l’autore – Ambasciatore di Pace dal 2010 per l’Universal Peace Federation (ONU) – emerge il ritratto di un’umanità prigioniera di un eterno presentismo, incapace di abitare e persino di immaginare il tempo che verrà.

Il valico visivo nell’apocalisse quotidiana

Ci sono manufatti estetici che non si limitano a riflettere il reale, ma aprono una feritoia nella sua superficie. L’opera di Guadagnuolo (un fecondo sincretismo di olio, smalti e collage su cartone pressato) rifiuta la sterile cronaca per prediligere la collisione visiva. La tavolozza cromatica orchestrata dal Maestro si muove su contrasti stridenti: l’oscurità dei bruni si scontra con improvvisi squarci di blu elettrici, freddi come schermi radar. Sfumature ocra evocano paesaggi contaminati. Su questo sfondo instabile, l’esplosione della luce avviene attraverso gialli accecanti e rossi incendiari, come se il dipinto fosse stato ferito da un lampo termonucleare.

Al centro di questa tempesta si staglia l’icona-chiave del nostro secolo: un giovane uomo il cui volto è obliterato da un respiratore artificiale. Non è il profugo di un conflitto, ma l’archetipo del sopravvissuto globale. È la carne costretta a filtrare l’ossigeno perché l’atmosfera stessa del pianeta – geopolitica, ecologica, antropologica – è divenuta tossica. Attorno a lui, un mandala tecnologico del terrore: droni MQ-9, fucili, cingolati Leopard. A destra, un elmo vuoto simboleggia l’obsolescenza del soldato, ridotto a relitto naturale.

La contrazione della Storia: Bauman, Virilio e l’eterno presente

La tesi profonda del quadro è che il vero dramma della nostra epoca sia la cancellazione del futuro. Come analizzato dal sociologo Zygmunt Bauman parlando di “modernità liquida”, viviamo in una stasi iperattiva, un presente consumistico e precario, privo di ancore ideologiche. Il domani smette di essere un territorio di conquista utopica per trasformarsi in un vuoto pneumatico che genera paralisi. A questo si unisce la teoria di Paul Virilio sulla dromologia (la velocità come motore della storia): l’invenzione della rete globale e dell’intelligenza artificiale bellica rappresenta l’invenzione dell’incidente totale e istantaneo. La guerra si dematerializza e si cronicizza: il nemico non ha un volto, il bersaglio è la vulnerabilità dei sistemi informatici.

Di fronte a questo scenario, la Pace rimane un’infrastruttura mancante. Non può più essere intesa solo come utopia morale, ma come una “tecnologia complessa” ancora da sviluppare, fatta di protocolli globali capaci di disinnescare i conflitti prima del collasso. Oggi, purtroppo, la Pace rimane inascoltata perché non produce plusvalore immediato.

Il dialogo con il Maestro Francesco Guadagnuolo

Nel silenzio del suo studio, il Maestro Guadagnuolo ci aiuta a decodificare la grammatica profonda della sua opera attraverso uno scambio denso di significati.

Maestro Guadagnuolo, la sua tela colpisce per la durezza assertiva. Qual è la genesi di quest’urgenza profetica?
«La genesi risiede nella constatazione che la realtà fenomenica ha superato la capacità di astrazione dell’arte. L’individuo recluso nella maschera antigas è lo specchio dell’antropocene: l’umanità intera che tenta disperatamente di respirare all’interno di un ecosistema artificiale e concettuale che non le appartiene più, e che rischia di soffocarla».

Le deflagrazioni ai margini dell’opera hanno una qualità cosmica. Non è semplice cronaca bellica…
«Esatto. Quelle non sono semplici bombe, sono interruzioni ontologiche. Il XXI secolo si caratterizza per l’interruzione dei flussi: reti digitali che si dissociano, metropoli in blackout. La guerra contemporanea non rade al suolo le città; disattiva le connessioni che le mantengono in vita».

L’elmo vuoto e abbandonato è il dettaglio più lirico e spettrale. Quale solitudine custodisce?
«Custodisce la fine dell’umanesimo bellico. Quell’elmo appartiene a un soggetto rimosso, diventato superfluo. I conflitti postmoderni non si combattono con l’eroismo dei corpi, ma attraverso l’automatizzazione algoritmica dei sistemi. Quell’oggetto è il fossile dell’umano all’interno di uno scenario radicalmente post-umano».

L’arte può ancora salvare il domani?
«Il pericolo è immediato. La vera minaccia non è la distruzione fisica del pianeta, ma l’estinzione del desiderio di futuro. L’assenza di grandi narrazioni ci ha condannati a un eterno presente terapeutico. L’arte ha il dovere di squarciare questo velo, anche a costo di ferire lo sguardo».

Dove si colloca la Pace in tutto questo?
«Come ricorda costantemente il Santo Padre, essa è una voce nel deserto perché non risponde alle logiche del profitto o dei vantaggi strategici. La Pace è un’entità pura e non strumentalizzabile: non può essere usata come un’arma, può solo essere custodita come l’ultimo baluardo del nostro futuro».

L’uomo sul bordo del vuoto

L’opera di Francesco Guadagnuolo si offre come un dispositivo critico essenziale per decifrare la nostra complessa transizione d’epoca. Il mondo che ci attende non sarà necessariamente un cumulo di macerie fumanti, ma una civiltà interrotta e iper-connessa che ha smarrito la capacità di produrre senso. Di fronte a questo orizzonte, la maschera antigas dipinta sulla tela si eleva a imperativo etico: è la necessità vitale di preservare una riserva di ossigeno intellettuale per sottrarsi alla dittatura del presente e tornare, finalmente, a respirare il futuro.

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Lifestyle

L’INTERVISTA | La nota attrice albanese Liri Lushi: «L’arte e l’esilio mi hanno insegnato la resilienza. Prima di essere artisti, bisogna essere umani»

“Prima di essere artisti, ricordatevi sempre di essere umani”. La rinascita e le confidenze della grande attrice Liri Lushi in questa intervista a cuore aperto! 🎭 🎙️ Una carriera luminosa nata a 13 anni, i trionfi al Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo, il ruolo iconico dell’eroina Shote Galica e poi… l’emigrazione forzata in Svizzera nel 2000. In questa emozionante intervista a cura di Angela Kosta, la nota attrice e docente albanese Liri Lushi si racconta senza filtri. Ci spiega come l’esilio le abbia tolto le parole per poi farla “rinascere”, e come abbia fondato uno Studio Teatrale a Zurigo per aiutare i giovani reduci dalla guerra in Kosovo a ritrovare la fiducia nella vita (scoprendo il vero significato della “resilienza”). Un viaggio affascinante tra cinema, psicologia e il grande sogno di portare in scena Shakespeare. Leggi l’intervista integrale nel nostro nuovo articolo! 👇 📖

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Liri Lushi

Redazion – C’è un filo invisibile e potentissimo che lega il palcoscenico teatrale ai recessi più profondi della mente umana. Un filo che la nota attrice e docente albanese Liri Lushi ha imparato a tessere e riconoscere nel corso di un’intera vita vissuta tra i riflettori, l’emigrazione, il cinema e lo studio dello sviluppo psicosociale. Emigrata in Svizzera nel 2000, Liri ha trasformato l’arte in uno strumento di salvezza, resilienza e rinascita, non solo per sé stessa, ma per i tantissimi giovani sopravvissuti ai traumi della guerra. In questa intensa e affascinante intervista a cura di Angela Kosta, l’artista ripercorre le tappe di una carriera straordinaria, svelandoci il vero segreto del mestiere dell’attore: non smettere mai di amare e indagare il meraviglioso mistero dell’essere umano.


Ricorda il momento in cui, all’età di tredici anni, vinse il suo primo premio artistico con il monologo “Il racconto per i quattro guardiani del confine”?

«Grazie per questa domanda così intrigante, Angela. È una domanda fondamentale, perché mi riporta all’inizio del mio percorso artistico e a una verità che ho compreso nel corso degli anni: la nostra identità affonda le sue radici più profonde proprio nella prima infanzia. Oggi, come attrice e docente nel campo psicosociale, comprendo che non fu un caso se, a tredici anni, scelsi personalmente quella poesia, un testo che parlava della vita e della morte. Forse proprio allora, quando ancora non comprendevo pienamente la vita, nacque dentro di me la domanda che avrebbe accompagnato tutto il mio percorso: che cosa rende l’essere umano veramente umano? Da quel momento, tutto ciò che ho fatto nel teatro, nel cinema, negli studi psicosociali e, oggi, nel desiderio di tornare a Shakespeare, è stato in fondo il tentativo di comprendere più profondamente l’uomo e la sua esistenza».

Dal teatro allo sviluppo psicosociale: quale di questi percorsi le ha regalato le emozioni più intense della sua carriera?

«Per me non sono mai state due strade separate, per questo è difficile scegliere. Le emozioni più forti le ho vissute proprio nel punto in cui arte e sviluppo psicologico si incontrano. In fondo, entrambe nascono dallo stesso bisogno: cercare la verità dell’essere umano. Non le considero due professioni, ma due linguaggi diversi che raccontano lo stesso mistero meraviglioso che mi ha affascinata per tutta la vita».

Il ruolo dell’eroina Shote Galica nel dramma “La treccia delle guerre” l’ha resa molto nota al pubblico albanese. Che cosa rappresenta questo personaggio per lei?

«Shote Galica è stata molto più di un semplice ruolo. È stato un incontro con l’essere umano ai confini dell’esistenza, dove la vita si confronta con la perdita e la paura, ma sceglie di non arrendersi. Come artista, la mia sfida era scoprire la donna nascosta dietro la leggenda: una donna che amava, soffriva e sceglieva la libertà. Questo ruolo mi ha insegnato che non sono soltanto gli artisti a dare forma ai personaggi, ma sono anche i personaggi a formare l’artista. Mi ha aperto la strada verso altre figure che porto nel cuore, come Dila nel film “La strada della libertà” o la Madre in “Qui fa freddo”: esseri umani che si confrontano con i limiti della vita e scelgono di sopravvivere».

Quali sono state le soddisfazioni più grandi durante gli anni di lavoro al Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo?

«Spesso dico, con le parole di mia madre: “Sono nata con la camicia!”. Ho avuto la rara fortuna di muovere i primi passi accanto a maestri del pantheon teatrale albanese come Nikolin Xhoja, Haxhi Rama, Kadri Pirro e Bashkim Hoxha. Da loro ho imparato che il palcoscenico non ti appartiene mai veramente: la sua fiducia devi conquistarla ogni sera. Questo leitmotiv mi ha guidata ovunque. E forse, proprio per questo, oggi sento di essere pronta per la sfida artistica più grande: tornare sul palco con Shakespeare, magari con un “Re Lear” letto in chiave femminile, come Regina, o con un “Amleto”. Una naturale continuazione della mia ricerca sull’umano».

In che modo ha influenzato la sua identità artistica l’emigrazione in Svizzera?

«L’emigrazione è stata una scelta obbligata. All’inizio la sfida più grande è stata la perdita della spontaneità: non perdi solo la lingua madre, ma anche l’emozione che accompagna le parole. Ti sembra di perdere una parte di te. Ma mentre acquisisci una nuova lingua, rinasci. L’emigrazione ti offre uno sguardo più profondo su te stessa e ti insegna che l’identità non è solo il luogo da cui provieni, ma la cultura che porti dentro. La Svizzera mi ha insegnato che le radici possono rimanere forti anche quando i rami si estendono verso un altro cielo».

Nel 2004 ha fondato lo Studio di Teatro e Cinema “Aleksandër Moisiu” in Svizzera. Qual era la sua visione?

«Dopo la guerra in Kosovo, molti giovani in Svizzera provenivano da famiglie che avevano vissuto lo sfollamento e le perdite. Credevo che l’arte potesse diventare lo spazio in cui dare un significato a quelle esperienze e costruire un ponte verso una nuova vita. L’obiettivo era far riscoprire loro la fiducia in se stessi. Ben presto, però, ho scoperto che erano loro a insegnarmi la straordinaria forza del sopravvivere. In loro ho scoperto ciò che la psicologia definisce resilienza: la capacità di rialzarsi e ricominciare».

Quale messaggio vorrebbe rivolgere ai giovani albanesi che sognano la strada dell’arte?

«Un solo messaggio: non perdete mai la curiosità verso l’essere umano. Imparate ad ascoltarlo, osservarlo e amarlo, anche quando è fragile o sbaglia. Perché quanto più conoscerete l’essere umano, tanto più umani diventerete anche voi. Questo è il presupposto di ogni artista: prima di tutto essere uomo, dopodiché artista».


Biografia dell’Artista

Liri Lushi è un’attrice albanese nata a Tirana. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Tirana (dipartimento di recitazione), ha iniziato la sua carriera a 13 anni vincendo un premio con il monologo “Il racconto per i 4 guardiani del confine”. Divenuta celebre in Albania grazie a innumerevoli successi teatrali e cinematografici, tra cui il dramma “La treccia delle guerre” (nel ruolo di Shote Galica) sul palco del Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo. Nel 2000 si trasferisce a Zurigo, in Svizzera, dove continua la carriera in produzioni internazionali come “Strähl”, “Dilemma” e “Ditë e natë”. Dal 2004 è fondatrice e Direttrice Artistica dello Studio di Teatro e Cinema “Aleksandër Moisiu” in terra elvetica.

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