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NYUMBA DI FRANCESCO DEL GROSSO IN CONCORSO A DOCUDÌ 2026

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NYUMBA DI FRANCESCO DEL GROSSO IN CONCORSO A DOCUDÌ 2026

Redazione-  Nyumba è un’esperienza immersiva fisica ed emozionale, un diario di viaggio totale e totalizzante, nelle esistenze di cinque persone costrette a fuggire dalle proprie terre e a mettersi il passato alle spalle per rinascere in un altrove. Il film evita i cliché sui temi della migrazione forzata e dell’accoglienza, raccontando il percorso umano dei protagonisti attraverso il potere evocativo di immagini reali e astratte, di suoni avvolgenti e tridimensionali, di luoghi e topografie destrutturati, che assumono un ruolo attivo e partecipe alla narrazione degli eventi.

#DOCudì concorso di cinema documentario 13a edizione
#Pescara dal 20 marzo al 09 maggio 2026 https://www.webacma.it/docudi-2026/

Giovedì 23 aprile 2026 auditorium Cerulli, Pescara ore 18:45. SARA’ PRESENTE IL REGISTA

NYUMBA di Francesco Del Grosso
ideato da Paola Bottero, diretto da Francesco Del Grosso e prodotto da Indaco Film con il sostegno della Fondazione Calabria Film Commission.

Cinque migranti che hanno trovato Nyumba, casa, in Calabria, da dove narrano la quotidianità di affetti e di vita, fatta di accoglienza e di speranza.
La sceneggiatura di Paola Bottero intreccia le storie dei cinque protagonisti (provenienti da Gambia, Senegal, Sierra Leone e Somalia) che, partendo dalla spiaggia di Cutro, hanno trovato una nuova vita in diverse località calabresi come Caulonia, Lamezia, Reggio Calabria e Soveria Mannelli.

«Nyumba è un bellissimo documentario su degli immigrati sopravvissuti a una tragedia. Noi contiamo sempre i morti, ma poi nessuno ci racconta cosa succede a quelli che sopravvivono: questo è un documentario molto, molto bello, da questo punto di vista» così Maurizio Nichetti.

INFO https://www.webacma.it/docudi2026-nyumba/

Il Concorso prosegue con gli altri lavori in concorso:

giovedì 30 aprile UN MILIONE DI GRANELLI DI SABBIA di Andrea Deaglio.
Su come si può affrontare un trauma in cui le vite vengono travolte dalla violenza o dalla guerra

giovedì 07 maggio OGNI PENSIERO VOLA di Alice Ambrogi.
Delicato tema della salute mentale nei giovani, sfidando pregiudizi sociali.

sabato 09 maggio PREMIAZIONI – EVENTO SPECIALE fuori concorso film ANIME VIOLATE di Matteo Balsamo.
Attraverso le voci delle vittime, Anime Violate svela il crudele inganno delle truffe affettive: falsi amici, manipolazioni e perdite. Un viaggio straziante dalla distruzione alla rinascita.

Calendario proiezioni https://www.webacma.it/wp-content/uploads/2026/03/PROGRAMMA-DOCudi2026.pdf

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L’organizzazione è affidata, anche quest’anno all’A.C.M.A. – Associazione Cinematografica Multimediale Abruzzese, associazione culturale senza scopo di lucro nata nel dicembre 2000. Costituita da volontari ha la finalità di promuovere la cultura cinematografica e multimediale attraverso la sua fruizione a vantaggio dei propri associati e dell’intera collettività. Si occupa di promuovere, organizzare e pianificare attività culturali in generale soprattutto attraverso l’organizzazione di festival, rassegne, cineforum o singole proiezioni.

CHI SIAMO https://www.webacma.it/chi-siamo/

 schedeNYUMBA regia di Francesco Del Grosso
PAESE Italia
ANNO 2025
DURATA 83’
GENERE Sociale
SOGGETTO Paola Bottero
SCENEGGIATURA Paola Bottero
PRODUZIONE Indaco Film, con il sostegno di Calabria Film Commission

sinossi Abdulaye, Alex, Hafsa, Moussa, Sisì: sulla spiaggia di Cutro un intreccio tra il racconto corale del viaggio della speranza e quello individuale, che scava nelle loro vite precedenti in Gambia, Senegal, Sierra Leone e Somalia.
La sand art, lasciando impronte indelebili, accompagna paure, dolori ed emozioni dei 5 protagonisti, che in Calabria sono sbarcati ed hanno deciso di restare. Perché hanno trovato Nyumba, casa, a Caulonia, Lamezia, Reggio Calabria, Soveria Mannelli, da dove narrano la quotidianità di affetti e di vita, fatta di accoglienza e di speranza. Dedicato agli oltre 30mila migranti risucchiati dal cimitero Mediterraneo.

Francesco Del Grosso nasce a Roma nel 1982. Dopo la laurea al DAMS inizia il suo percorso come regista dirigendo spot, cortometraggi, serie tv e documentari, quest’ultimi selezionati in numerosi festival internazionali e vincitori di diversi premi come la menzione speciale alla Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, il Nastro d’Argento e il Globo d’Oro . Tra i documentari diretti figurano “Stretti al vento”, “Negli occhi”, “11 metri”, “Fuoco amico”, “Non voltarti indietro”, “In prima linea”, “Peso morto” e “Nyumba”. Parallelamente al lavoro dietro la macchina da presa insegna linguaggio audiovisivo in accademie e si occupa di critica cinematografica, collaborando con riviste e siti del settore.

Filmografia: “Stretti al vento” (2008), “Negli occhi” (2009), “11 metri” (2011), “Fuoco amico – La storia di Davide Cervia” (2014), “Non voltarti indietro” (2016), “In prima linea” (2020), “Peso morto” (2022), “Nyumba” (2025)

manifesto https://www.webacma.it/wp-content/uploads/2026/04/2026_04_23-Manifesto-NYUMBA.png

banner https://www.webacma.it/wp-content/uploads/2026/04/banner-NYUMBA-di-Francesco-del-Grosso.png

trailer https://www.youtube.com/watch?v=XQdXJeN2aP8&t=2s

evento https://www.facebook.com/events/1500664478398203

reel https://fb.watch/GC2yxzZbL9/

 

Nyumba https://www.facebook.com/Nyumba.project

Paola Bottero https://www.facebook.com/paola.bottero

Francesco del Grosso https://www.facebook.com/fdelgrosso

Indaco film https://www.facebook.com/indacofilm/

 

ACMA Associazione Cinematografica Multimediale Abruzzese

sito web https://www.webacma.it/

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Il film “maledetto” di Kadare e Mastroianni: il Veto Segreto dello Stato Italiano che bloccò le riprese in Albania per nascondere l’occupazione Fascista

IL FILM “MALEDETTO” DI MARCELLO MASTROIANNI! Il Veto Segreto e la censura del Ministero degli Esteri Italiano per nascondere la verità sull’Invasione Fascista dell’Albania! 🎞️ 🇦🇱 Esistono Film Meravigliosi e leggendari che purtroppo non abbiamo MAI potuto vedere al Cinema, perché uccisi e “Censurati” dai Governi molto prima delle riprese. È questo l’incredibile e misterioso caso del Film tratto dal capolavoro “Il generale dell’armata morta” dello scrittore albanese Ismail Kadare! La sceneggiatura del Film, nei primi anni ’80, finì tra le mani del grande e immenso MARCELLO MASTROIANNI che, folgorato dalla trama, decise di voler fare il film a tutti i costi insieme al regista Tovoli. Erano già stati scelti i grandiosi attori (Michel Piccoli e Anouk Aimé), la produzione aveva effettuato i primi bellissimi sopralluoghi in Albania tra Coriza e Argirocastro ed erano perfino stati versati dei Soldi alla Banca di Stato di Tirana per iniziare le riprese. Ma all’improvviso, scese il Gelo Assoluto: LA FARNESINA E IL GOVERNO ITALIANO MISE UN VETO DIPLOMATICO SEGRETO! In Albania non fu girato nemmeno un centimetro di pellicola. Ma perché questo insabbiamento clamoroso? A svelarlo oggi è lo straordinario libro-inchiesta dello scrittore Antonio Caiazzo. Il film “Maledetto” affrontava il tema caldissimo e doloroso dell’Invasione Militare Fascista del ’39 e delle violenze dell’occupazione in territorio albanese: permettere a Mastroianni di girare il film proprio in quei luoghi (nell’epoca sensibile della Guerra Fredda) avrebbe significato spiattellare in mondovisione gli orrori e le violenze commesse dall’esercito Italiano contro i civili! Un rischio politico ed “Elettorale” inaccettabile per i politici di Roma! Leggi l’incredibile inchiesta tra segreti di Stato, cinema e censura svelata nel libro in uscita a Tirana, nel nostro lunghissimo articolo Culturale! 👇 🎬 Conoscevate i misteri che si celano dietro l’immensa macchina del Grande Cinema e dietro la famosa “Censura di Stato”? Siete d’accordo sul fatto che la Politica Italiana abbia sempre e costantemente cercato di “Nascondere” e insabbiare maldestramente tutti i documentari storici e le prove visive delle brutalità fasciste commesse durante gli anni Neri della Seconda Guerra Mondiale? Ditecelo sviscerando i vostri pensieri appassionati nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo coraggiosissimo articolo d’inchiesta sulle vostre bacheche!

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Il film maledetto di Kadare

Redazione-  Ci sono film che entrano nella storia del cinema. E poi ce ne sono altri che, pur arrivando sullo schermo, nascondono una storia parallela, fatta di diplomazia, interessi politici e memorie difficili.

È il caso de Il generale dell’armata morta, tratto dal celebre romanzo di Ismail Kadare. Un progetto cinematografico ambizioso, con Marcello Mastroianni, Michel Piccoli e Anouk Aimé, che avrebbe dovuto essere girato in Albania tra il 1980 e il 1982.

Tutto sembrava pronto. C’erano stati i contatti con le autorità albanesi, i viaggi, i sopralluoghi nel sud del Paese e persino il versamento di denaro alla Banca di Stato albanese. Eppure, alla fine, in Albania non venne girato nemmeno un metro di pellicola.

Il film non scomparve. Fu successivamente realizzato altrove, ma senza le riprese previste in territorio albanese. E, nonostante il cast internazionale e l’importanza del progetto l’Albania non poteva essere parte… È questa la storia che Antonio Caiazzo ricostruisce nel saggio Una storia scomoda.

Da Kadare a Mastroianni

Pubblicato in Albania nel 1963, Il generale dell’armata morta è il primo grande romanzo di Ismail Kadare e quello che contribuirà alla sua affermazione internazionale. La traduzione francese del 1970 porta l’opera all’attenzione del mondo culturale europeo. È proprio quella versione che arriva a Marcello Mastroianni, conquistandolo.

L’attore pensa di interpretare il protagonista e il progetto cinematografico comincia a prendere forma. Vengono coinvolti professionisti di primo piano, tra cui Marco Ferreri e Luciano Tovoli. Quest’ultimo, già affermato direttore della fotografia, viene indicato per la regia.

La produzione prevede di girare in Albania, nei luoghi della storia raccontata da Kadare. Seguono sopralluoghi, contatti con le autorità di Tirana e una serie di passaggi necessari per preparare una produzione cinematografica internazionale in un Paese allora rigidamente isolato. Poi il progetto si ferma…

Il veto delle autorità italiane

È questo il cuore della ricerca di Caiazza. Secondo la documentazione ritrovata negli archivi diplomatici, il Ministero degli Esteri e l’apparato diplomatico italiano si attivarono per impedire che le riprese venissero effettuate in Albania.

Il problema era legato alla storia raccontata dal romanzo. Il generale dell’armata morta affrontava infatti la memoria della guerra e dell’occupazione italiana dell’Albania. Portare quelle immagini proprio nei luoghi dell’occupazione avrebbe significato riportare davanti al pubblico internazionale una pagina particolarmente delicata della storia italiana: l’invasione fascista del 1939, l’occupazione e le violenze commesse contro la popolazione civile.

Non era dunque soltanto una questione cinematografica.

La documentazione raccolta da Caiazza mostra come il progetto fosse diventato anche una questione diplomatica. Telegrammi, lettere e dispacci tra l’ambasciata italiana a Tirana e il Ministero degli Esteri a Roma consentono di seguire le pressioni e le iniziative che portarono all’interruzione delle riprese previste in Albania. Una vicenda che, se fosse diventata pubblica all’epoca, avrebbe potuto provocare un caso politico.

Quarantacinque anni dopo

Per decenni le ragioni della mancata realizzazione delle riprese in Albania sono rimaste poco conosciute. Kadare aveva intuito che dietro le difficoltà del progetto potesse esserci una contrarietà italiana. Mancavano però gli elementi per ricostruire con precisione ciò che era accaduto.

Sono i documenti recuperati negli archivi a permettere oggi di ricomporre la vicenda. Il saggio di Caiazza trasforma così una storia apparentemente legata al cinema in un documento sulle relazioni italo-albanesi durante la Guerra fredda.

L’Albania isolata

La vicenda si svolge in una fase particolarmente delicata della storia albanese.

Alla fine degli anni Settanta l’Albania di Enver Hoxha era ormai profondamente isolata. Dopo la rottura con la Cina, Tirana aveva perso anche l’ultimo grande alleato internazionale. L’isolamento aveva conseguenze sempre più pesanti sull’economia.

Il Paese aveva bisogno di macchinari, pezzi di ricambio e materiali indispensabili per mantenere in funzione il proprio apparato industriale. In questo quadro, l’allora primo ministro Mehmet Shehu comprese la necessità di mantenere almeno una minima apertura commerciale verso l’Occidente. Non si trattava di un’apertura ideologica, ma di una necessità concreta. L’Italia, per la vicinanza geografica, diventava un interlocutore importante.

La partita diplomatica

Un esempio significativo è la richiesta albanese di un collegamento marittimo tra Durazzo e Trieste. La proposta incontrò resistenze per ragioni economiche, ma il Ministero degli Esteri italiano ne comprese il valore strategico. Mantenere un canale con Tirana significava anche evitare che l’isolamento dell’Albania potesse spingerla verso un nuovo avvicinamento al blocco sovietico.

È una delle contraddizioni che emergono dalla vicenda raccontata da Caiazza: le autorità italiane avevano interesse a mantenere aperti i rapporti con Tirana, anche sul piano commerciale, ma allo stesso tempo consideravano problematiche le riprese in Albania di un film che avrebbe riportato alla luce il passato dell’occupazione.

Due Paesi vicini, separati

L’intervista affronta anche la distanza informativa che per decenni ha separato Italia e Albania. Durante gli anni della dittatura, in Italia era difficile trovare informazioni sulla realtà albanese. I reportage erano rari e la stampa dedicava poco spazio al Paese.

Dall’altra parte dell’Adriatico, invece, molti albanesi cercavano di conoscere l’Italia attraverso le trasmissioni della Rai. Oggi quella distanza si è profondamente ridotta. Il turismo, gli scambi culturali, i rapporti economici e la presenza della comunità albanese in Italia hanno reso molto più stretto il rapporto tra le due società.

Ma, secondo Caiazza, resta importante conoscere anche la storia che ha preceduto questa nuova stagione.

I bozzetti di un film che in Albania non fu mai girato

Tra i materiali legati al progetto cinematografico ci sono anche i bozzetti di scena realizzati da Shyqyri Sako. I disegni furono preparati nella fase dei sopralluoghi effettuati nel sud dell’Albania, tra Coriza e Argirocastro, alla ricerca delle possibili location.

Sono le tracce concrete di un film che avrebbe dovuto essere girato in Albania e che invece fu realizzato altrove. L’edizione albanese di Una storia scomoda, pubblicata dalla Casa Editrice Toena con la traduzione di Diana Culi e il lavoro editoriale di Eris Rusi, conterrà anche questi materiali.

La presentazione del volume è prevista in autunno nell’ambito del Tirana Gate/Literary Youth Festival, mentre a novembre il libro sarà presentato alla Fiera del Libro di Tirana.

Una storia che torna alla luce

La vicenda ricostruita da Caiazza non è soltanto la storia di un film trasferito da un Paese all’altro. È una storia di diplomazia, Guerra fredda e memoria. Ma soprattutto è la storia di una pagina del rapporto tra Italia e Albania che per decenni è rimasta nascosta negli archivi.

Il generale dell’armata morta arrivò sullo schermo, ma non nei luoghi per i quali era stato pensato. In Albania non venne girata neppure una scena.

A impedirlo furono le autorità italiane, preoccupate che quella storia, raccontata proprio nei luoghi dell’occupazione, potesse riaprire una ferita ancora sensibile. Oggi, a distanza di circa 45 anni, quei documenti permettono di tornare su quella vicenda. E di capire che, qualche volta, la parte più importante di un film è proprio quella che non è mai stata girata.

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“Dove la notte non arriva”: l’emozionante e struggente inno alla Rinascita nella nuova Poesia del giovane autore kosovaro Fejzë Demiri

“NON MI HA SALVATO L’ASSENZA DELLA TEMPESTA… MI HA SALVATO FARE UN PASSO DOPO L’ALTRO!”. L’Emozionante Poesia del giovanissimo autore kosovaro Fejzë Demiri sul Coraggio di resistere e sconfiggere le Tenebre del Dolore! 🌠 💔 Ci sono rari momenti nella vita in cui una Poesia ci colpisce così forte dritto nel Petto, da toglierci il fiato, facendoci scendere una lacrima silenziosa e costringendoci a specchiarci nelle nostre stesse, intime e spaventose paure. La meravigliosa, cruda ed Emozionante poesia che vi proponiamo oggi (intitolata “Dove la Notte non arriva”) è un vero e proprio Inno Straziante e Bellissimo alla Resilienza dell’Essere Umano, firmato magistralmente dalla penna del giovanissimo talento Fejzë Demiri (nato in Kosovo nel 1997 e studioso di Psicologia a Pristina). Il Poeta racconta del momento esatto in cui, con “il cuore stretto tra pietra e vento”, ci si ritrova ad attraversare Notti Nere e Buie che non hanno nemmeno un nome. Quando ci si ritrova schiacciati dalla depressione o dalle tragedie, spiega l’autore con versi chirurgici e potentissimi, a salvarti non è “L’assenza delle Tempeste”, ma è lo sforzo Titanico, silenzioso e difficilissimo di Fare un solo e povero Passo. Un passo, e poi un altro. Soprattutto quando tutto il Mondo ti crolla addosso e le strade sembrano urlarti “Di non esistere Più”! Una riflessione esistenziale maestosa, che si chiude con l’accettazione finale Stoica e Coraggiosa del Dolore: “Ora non domando più alla Vita la grazia di essere Facile. Le chiedo soltanto LA VERITÀ!”. Perché chi ha vissuto sprofondato nel Buio, non ha bisogno di falsi cieli stellati o grandi promesse finte. Gli basta una sola, minuscola Stellina flebile per trovare la luce in mezzo alle ceneri! Leggi la Poesia completa e l’emozionante e profonda analisi letteraria e psicologica nel nostro lunghissimo articolo Culturale! 👇 📖 Vi capita mai di sentirvi imprigionati nel “Buio” e di riuscire a salvarvi magicamente solo trovando la forza di mettere dolorosamente “un piede dopo l’altro” stringendo forte i denti? Siete d’accordo sul fatto che, paradossalmente, proprio il Dolore prolungato e prolisso possa trasformarsi in una “Soglia” magica per capire finalmente chi siamo Davvero? Vi siete emozionati leggendo l’accettazione di questa Poesia che chiede alla vita “Non di essere facile, ma VERA”? Diteci la vostra sviscerando i vostri pensieri più intimi e le vostre paure nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e ovunque questo articolo per donare questo Inno di Coraggio, di Speranza e di Luce a tutti i vostri amici che stanno attraversando “Le Tenebre”!

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Fejzë Demiri

Redazione – Ci sono poesie che non si limitano ad essere lette con gli occhi, ma che scendono prepotentemente nel petto, togliendo il fiato e costringendoci a fare i conti con le nostre paure più intime e oscure. L’ultimo e meraviglioso componimento del giovanissimo e talentuoso poeta kosovaro Fejzë Demiri, intitolato magnificamente “Dove la notte non arriva”, appartiene senza alcun dubbio a questa rara e preziosa categoria. Si tratta di un’opera di una potenza esistenziale ed emotiva devastante, un vero e proprio inno laico alla resilienza umana, al coraggio di sopravvivere ai drammi della vita e alla testarda volontà di aggrapparsi a una singola, minuscola stella in un cielo completamente nero. Un messaggio universale che parla al cuore di chiunque abbia attraversato il dolore.

“Dove la notte non arriva” di Fejzë Demiri

Ho attraversato notti che non avevano nome,
con il cuore stretto fra pietra e vento.
Ho imparato che anche il dolore,
quando resta abbastanza a lungo,
può diventare una soglia.

Ci sono giorni che passano senza rumore
e tuttavia incidono la pelle del tempo.
Sotto la cenere degli anni,
qualcosa continua a respirare:
non una promessa,
ma un piccolo fuoco che rifiuta di spegnersi.

Non mi ha salvato l’assenza della tempesta.
Mi ha salvato il gesto più povero e più difficile:
un passo,
poi un altro,
quando ogni strada sembrava chiedermi
di non esistere più.

Ora non domando alla vita
la grazia di essere facile.
Le domando soltanto la verità.

Perché chi ha abitato il buio
non ha bisogno di molte stelle:
ne riconosce una sola,
anche quando trema
all’estremità del cielo.

Il dolore che diventa “Soglia” e la fiamma della Rinascita

L’analisi di quest’opera lascia letteralmente senza parole. Demiri inizia il suo viaggio lirico raccontando di “notti che non avevano nome”, un riferimento straziante a quei periodi della nostra esistenza in cui l’angoscia e la solitudine sono talmente forti da renderci muti. Il cuore del poeta, stretto tra l’immobilità dura della “pietra” e l’inquietudine gelida del “vento”, scopre però una verità filosofica altissima: il dolore prolungato non è solo una condanna, ma può trasformarsi magicamente in una “Soglia”, un passaggio per accedere a un nuovo livello di consapevolezza interiore.
Non è l’assenza di tempeste a salvare l’essere umano, ci ricorda saggiamente Demiri, ma è la straordinaria, titanica forza del “gesto più povero e più difficile: un passo, poi un altro”. Continuare stoicamente a camminare e ad avanzare nel buio, proprio quando la vita stessa sembra “chiederti di non esistere più”, è l’atto di ribellione più grande che un uomo possa compiere. Ed è grazie a questo passo disperato nel vuoto che si giunge a una pace stoica, in cui non si chiede più alla vita di “essere facile”, ma di essere pura, cruda, e semplicemente “Vera”. Chi è sopravvissuto al dolore atroce non cerca illusioni o un cielo pieno di luci finte; si accontenta di riconoscere un’unica e flebile stella tremante all’estremità dell’Universo.

La biografia del talento: chi è Fejzë Demiri

A rendere ancora più impressionante la maturità, la durezza e la profondità assoluta di questi versi, è la giovanissima età del loro autore. Fejzë Demiri è nato il 15 gennaio del 1997 a Stubell, nella municipalità di Gjakove (nello stato del Kosovo, una terra ferita che conosce fin troppo bene il significato della distruzione e della rinascita). Ha brillantemente studiato Psicologia Generale presso il College “FAMA” nella capitale di Pristina, un percorso di studi che si riflette in maniera evidentissima nella sua chirurgica capacità di scandagliare le profondità dell’animo umano.
Nonostante la giovane età, Demiri vanta già una prolifica e straordinaria produzione letteraria che lo sta consacrando nel panorama culturale internazionale. Tra le sue preziose pubblicazioni, ricordiamo: “Dedicating verses I” (Poesia, 2012); “Dedicating verses II” (2014); “In the Sea of Love and Saying” (Pensieri d’autore e saggezza, 2016); “When the soul is thirsty” (Pristina, 2016); “Candles for light” (2017); “Time pain” (2018); “My little one” (2019) e la struggente opera “The Spirit with Dad”, pubblicata a Pristina nel difficile e doloroso 2020. Un autore dal cuore antico, destinato a lasciare un segno indelebile nella Poesia del nostro Secolo.

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“Il Mosaico dell’Empatia” di Menda Vreto: il peso invisibile delle parole, il coraggio del perdono e la magia di guarire i cuori

IL MOSAICO DELL’EMPATIA: il Peso invisibile delle nostre Parole, il miracolo del Perdono e la vera “Grandezza Umana” nella bellissima Poesia di Menda Vreto 📖 ❤️ Vi siete mai fermati a pensare al “peso specifico” di ogni singola parola che pronunciate verso gli altri durante una giornata di stress? In un’epoca storica (purtroppo dominata dalla freddezza dei Social Network e dalla fretta) in cui le parole vengono spesso scagliate di getto come se fossero dei Sassi o delle Armi per ferire il nostro prossimo, la bellissima e toccante Poesia intitolata “Il Mosaico dell’Empatia” della poetessa Menda Vreto arriva dritto nel petto del lettore come una freschissima e meravigliosa Carezza per il nostro Cuore! L’autrice si interroga intimamente sui suoi errori quotidiani, analizzando se per colpa di “un respiro affrettato del pensiero o di una parola fuggita prima ancora del cuore” possa aver inavvertitamente ferito qualcuno lasciando un’ombra sulla sua anima. Ma l’autrice non ci condanna, anzi, ci regala un materno e dolcissimo Inno alla Compassione: noi siamo “Esseri Umani e Creature fragilissime”, e in quanto tali siamo letteralmente sospesi tra l’errore e il Coraggio immenso di chiedere Perdono! Questa magica lirica ci invita a coltivare la pianta d’oro dell’EMPATIA: ci ricorda cioè che dovremmo imparare a non giudicare frettolosamente il nostro prossimo (colleghi, parenti o passanti), perché ogni cuore silenzioso nasconde delle disperate “battaglie quotidiane che i nostri occhi non riescono a vedere”! “L’essere umano – recita il formidabile ed emozionante finale della poesia – diventa davvero più grande non quando non sbaglia mai, ma quando sa comprendere, perdonare e GUARIRE CON IL CUORE!”. Leggi questa meravigliosa analisi emotiva e il Testo Integrale e bellissimo della Poesia nel nostro articolo letterario! 👇 👥 Voi siete delle persone istintive a cui spesso “sfuggono” dalla bocca parole taglienti per colpa della Rabbia o dell’Incoscienza, salvo poi pentirsene un secondo dopo, oppure riuscite sempre a “Pesare con cura” ciò che dite e a perdonare gli errori altrui mettendovi nei loro panni? Siete capaci di usare lo straordinario dono dell’Empatia per ascoltare il dolore nascosto delle persone che amate? Diteci la vostra opinione profonda e sfogatevi nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura questo vero e proprio Capolavoro d’Amore sulle vostre bacheche per “riscaldare” la giornata ai vostri contatti!

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Uomo che attraversa un ponte

Redazione – Viviamo, purtroppo, in un’epoca storica caotica, distratta e profondamente rumorosa. Un’epoca dominata dai social network e dalla fretta digitale, in cui le parole vengono spesso scagliate con superficialità o digitate velocemente come fossero sassi, senza mai domandarsi chi andranno a colpire o quanto profonda sarà la ferita che lasceranno nell’animo di chi le riceve. È proprio in questo spietato “deserto emotivo” moderno che la meravigliosa e toccante poesia “Il mosaico dell’empatia” della poetessa Menda Vreto arriva come una fresca, dolce e inaspettata carezza per il cuore di tutti i lettori.

Il peso invisibile delle nostre parole fugaci

L’inizio della lirica è una vera e propria e silenziosa seduta di autoanalisi spirituale. L’autrice si ferma a raccogliere i “frammenti delle parole, uno ad uno, come schegge di luce disperse nel silenzio”. Quante volte ci capita di parlare spinti dall’impulsività del momento o da un improvviso attacco di rabbia passeggera? Un “istante d’incoscienza”, un “respiro affrettato del pensiero”.
La poetessa si interroga sul peso specifico di queste parole, per capire se qualcuna di esse (anche in maniera totalmente involontaria) possa aver lasciato una dolorosa “piccola ombra sull’anima di qualcuno”. È una presa di coscienza potentissima: le parole non volano via col vento. Esse si ancorano ai ricordi, possono distruggere autostime o, al contrario, donare speranze immense.

L’errore umano e la coraggiosa strada del Perdono

Eppure, Menda Vreto non usa un tono di condanna, ma ci avvolge in un grandissimo e materno abbraccio di assoluta e immensa comprensione umana. Dopotutto, ci ricorda, “siamo esseri umani — creature fragili sospese tra l’errore e la consapevolezza”. Sbagliare, ferire accidentalmente chi amiamo per incomprensioni o per immaturità, fa inevitabilmente parte del nostro lungo e tormentato viaggio terreno.
Ciò che conta davvero non è la folle pretesa di essere sempre perfetti e infallibili, ma l’umiltà meravigliosa di imparare la complessa “strada del perdono, raccogliendo, una ad una, le schegge di ciò che hanno infranto”.

Il testo integrale: Il mosaico dell’empatia

Ho raccolto i frammenti delle parole, uno ad uno,
come schegge di luce disperse nel silenzio.
Li ho pesati con cura nella memoria,
per comprendere se, tra loro, ve ne fosse una
che, senza volerlo, avesse portato con sé una ferita.

Forse un istante d’incoscienza,
un respiro affrettato del pensiero,
una parola fuggita prima ancora del cuore,
aveva lasciato una piccola ombra
sull’anima di qualcuno.

Ma siamo esseri umani —
creature fragili sospese tra l’errore e la consapevolezza,
viandanti che imparano la strada del perdono
raccogliendo, una ad una,
le schegge di ciò che hanno infranto.

Perché ogni parola ha la sua eco,
ogni silenzio custodisce un significato,
e ogni cuore nasconde battaglie
che i nostri occhi non riescono a vedere.

Così ho ricomposto i frammenti:
un granello di rimorso,
una goccia di comprensione,
un respiro di misericordia,
un lieve tocco d’umanità…

E dalle rovine dei malintesi
si è levata una sola parola,
pura come la luce dopo la pioggia:

Empatia.

Quell’invisibile ponte
che unisce la mia anima alla tua,
che mi insegna a non ascoltare soltanto le parole,
ma anche il dolore
che si nasconde dietro di esse.

Perché l’essere umano diventa più grande
non quando non sbaglia mai,
ma quando sa comprendere,
perdonare
e guarire con il cuore.

(Menda Vreto)

L’invisibile ponte che guarisce il dolore nascosto

L’apice poetico ed emotivo della lirica si raggiunge quando l’autrice riesce finalmente a ricomporre il doloroso puzzle emotivo (fatto di “rimorso, comprensione, misericordia e umanità”), facendo sbocciare una singola, potentissima parola: L’Empatia.
Essa viene descritta magnificamente come un “ponte invisibile” in grado di unire profondamente due anime distanti. Empatia significa riuscire ad “ascoltare il dolore che si nasconde dietro alle parole”. Ogni volta che incontriamo un conoscente, un collega di lavoro dal viso imbronciato o un passante scontroso per strada, dovremmo ricordarci che, come recitano i versi della Vreto, “ogni cuore nasconde battaglie che i nostri occhi non riescono a vedere”.

Un messaggio universale sulla vera Grandezza

La chiusura della lirica è un vero e proprio capolavoro morale. Ci viene infatti insegnato che l’essere umano “diventa più grande non quando non sbaglia mai, ma quando sa comprendere, perdonare e guarire con il cuore”. È questo il testamento emotivo di “Il Mosaico dell’Empatia”.
Siamo schegge fragili e imperfette, è vero. Feriamo e veniamo feriti. Ma è proprio in quelle piccole crepe umane, se riparate con l’oro fuso della Misericordia e dell’Amore verso il nostro fragile prossimo, che risiede la nostra vera, infinita e sacra grandezza d’Animo.

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