Rimani in contatto con noi
#

Salute

Tempo e psiche: come il cambiamento delle temperature può influire sui bambini. Intervista ad Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Per un bambino, la costanza delle abitudini che regola emozioni, si costruisce gradualmente, giorno dopo giorno attraverso la prevedibilità delle routine quotidiane: il parco nel pomeriggio…..
Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

Tempo e psiche: come il cambiamento delle temperature può influire sui bambini. Intervista ad Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Redazione-  Per un bambino, la costanza delle abitudini che regola emozioni, si costruisce gradualmente, giorno dopo giorno attraverso la prevedibilità delle routine quotidiane: il parco nel pomeriggio, la corsa in bicicletta, il calcio, il gioco con i coetanei, il supporto affettivo ed educativo costante e fondamentale dei genitori, il tempo di gioco e di ascolto riflessivo con i nonni.

L’estate, a volte, a causa delle eccessive ondate di calore invece, si trasforma una sfida, a prova di clima e di umore per i più piccoli.

Le temperature estreme e l’afa opprimente non colpiscono solo il corpo, ma solitamente anche lo stato emotivo dei bambini, che possono perdere il sonno notturno e diventare irritabili e capricciosi.

“I bambini leggono il mondo attraverso il corpo e le azioni”, spiega in questa intervista Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

“Quando le temperature estreme costringono i bambini a rintanarsi in casa con le serrande abbassate, la perdita delle routine all’aperto crea un vuoto che i più piccoli non si sanno spiegare, traducendolo spesso in agitazione o apatia. Sentirsi intrappolati da un nemico invisibile, questo può generare un senso di impotenza che mette a dura prova l’intero nucleo familiare. La sfida centrale per genitori ed educatori – avverte  Lucattini – è oggi quella di saper trasformare il “tempo vuoto” della chiusura in casa in un’opportunità speciale: uno spazio protetto di ascolto, elaborazione e rassicurazione, di   maggiore qualità del tempo con i propri figli, anche durante le vacanze estive”.

Quali metodi pratici e “strategie”, i  genitori, con la rimodulazione della routine quotidiana, possono allora adottare in estate per proteggere il benessere emotivo dei bambini e costruire resilienza durante le emergenze climatiche come le ondate di calore, evitando in tal modo, anche l’ecoansia?  Lo vediamo in questa intervista di oggi con la dott.ssa Lucattini

 

Dott.ssa Lucattini, perché ritiene sia importante proteggere i bambini dagli effetti dei cambiamenti climatici? Quali implicazioni psicologiche possono esserci?

 

È importante proteggerli perché l’infanzia è una fase di grande vulnerabilità, anche di straordinaria plasticità. Il corpo e la mente del bambino sono in sviluppo: caldo estremo, eventi meteorologici violenti, inquinamento, perdita di routine, interruzione della scuola e stress familiare non sono solo “disagi estivi”, ma esperienze che possono incidere sul senso di sicurezza, sulla regolazione emotiva e sulla fiducia nell’ambiente. La letteratura più recente conferma che i bambini sono particolarmente esposti perché hanno una minore capacità biologica di adattarsi al caldo, dipendono dagli adulti per proteggersi e risentono molto della qualità dell’ambiente fisico e relazionale in cui vivono.

Il cambiamento climatico può influenzare lo sviluppo emotivo e psicologico a lungo termine attraverso due vie principali. La prima è diretta: ondate di calore, incendi, alluvioni o evacuazioni possono provocare paura intensa, disturbi del sonno, irritabilità, ansia, sintomi depressivi o post-traumatici. La seconda è indiretta e più silenziosa: il bambino percepisce l’ansia degli adulti, sente parlare di catastrofi, vede immagini allarmanti, avverte l’instabilità del mondo e può interiorizzare un sentimento di impotenza (International Journal of Behavioral Development, 2025).

Quali sono in particolare gli effetti psico-fisici che il caldo estremo può avere sui bambini durante l’estate?

 

Il caldo estremo può avere effetti importanti sui bambini, soprattutto durante l’estate, quando aumentano l’esposizione al sole, l’attività all’aperto e il rischio di disidratazione. Sul piano fisico, i primi segnali sono spesso stanchezza insolita, sete intensa, mal di testa, nausea, crampi muscolari, vertigini, irritabilità, sudorazione abbondante e riduzione della pipì. Se non si interviene rapidamente, si può arrivare all’esaurimento da calore e, nei casi più gravi, al colpo di calore, che è un’emergenza medica. Il caldo estremo può far ammalare i bambini molto rapidamente e può provocare disidratazione, crampi, esaurimento da calore e colpo di calore.

Sul piano psicologico, il caldo intenso rende i bambini più vulnerabili a irritabilità, agitazione, pianto facile, oppositività, difficoltà di concentrazione e disturbi del sonno. Un bambino che dorme male, mangia meno, suda molto e si sente fisicamente affaticato può apparire “capriccioso”, ma in realtà sta esprimendo un disagio corporeo che non sa ancora mentalizzare o verbalizzare. Nei più piccoli questo può manifestarsi con regressioni, bisogno maggiore di vicinanza, difficoltà di separazione (Nature, Mental Health Research,2026).

Bisogna poi considerare i bambini più fragili: neonati, bambini molto piccoli, bambini con malattie respiratorie come l’asma, patologie neurologiche, disabilità, disturbi del neurosviluppo, problemi psichiatrici o condizioni socioeconomiche svantaggiate. L’OMS ricorda che lo stress da calore può aggravare patologie preesistenti, comprese asma e condizioni di salute mentale, e che il colpo di calore è una vera emergenza medica.

Quali sono i principali campanelli d’allarme, cui i genitori devono prestare attenzione  durante l’estate per i propri figli?

 

I genitori dovrebbero osservare soprattutto i cambiamenti improvvisi nel comportamento e nel corpo del bambino. Lo stress termico, infatti, non si manifesta solo con sintomi fisici evidenti, ma spesso anche con segnali emotivi e comportamentali: un bambino che diventa improvvisamente irritabile, abbattuto, oppositivo, molto stanco o confuso può non essere “capriccioso”, ma in difficoltà per il caldo.

I segnali fisici più importanti sono: sete intensa, bocca secca, sudorazione eccessiva o, al contrario, pelle molto calda e asciutta, mal di testa, nausea, crampi, vertigini, sonnolenza, debolezza, riduzione della pipì, tachicardia, pallore o arrossamento intenso. Nei casi più seri possono comparire confusione, difficoltà a camminare, svenimento, febbre alta o alterazione dello stato di coscienza: questi sono segnali d’allarme e richiedono un intervento medico immediato. Il lavoro pubblicato nel 2026 su Scientific Reports conferma che lo stress da calore negli adolescenti può compromettere idratazione, lucidità cognitiva e salute generale.

Sul piano psicologico, invece, bisogna distinguere tra una normale preoccupazione per il clima, cambiamento percepito dai bambini ma anche argomento di informazione mediatica che fa da cassa di risonanza, e una vera sofferenza psicologica. Nei bambini più piccoli può comparire un bisogno eccessivo di rassicurazione, regressioni psicologiche (enuresi notturna) e somatizzazioni come mal di pancia o mal di testa senza causa organica diagnosticata.

 

Quali strategie consiglia per proteggere non solo il corpo, ma anche l’equilibrio psicologico e il sonno dei più piccoli?

 

Il primo punto è sostenere i genitori stessi, perché i bambini non affrontano il clima estremo da soli: lo affrontano attraverso la mente, il corpo e le emozioni degli adulti che si prendono cura di lui. Quando un genitore è molto spaventato, esausto, irritabile o sopraffatto, il bambino lo percepisce immediatamente. Per questo, proteggere la salute mentale dei bambini significa anche proteggere la capacità dei genitori di restare presenti, calmi, coerenti e affettivamente disponibili.

Il caldo estremo, le allerte meteo, gli incendi, la siccità o le immagini catastrofiche possono generare nei bambini un senso di insicurezza. I genitori possono aiutarli prima di tutto mantenendo routine prevedibili: orari regolari per dormire, mangiare, bere, riposare, giocare in luoghi freschi e sicuri. La prevedibilità è un potente regolatore emotivo per tutti i bambini.

Un altro punto fondamentale è aiutare il bambino a dare un nome alle emozioni, infatti, è indispensabile parlare del clima in modo realistico ma non terrorizzante. I bambini hanno bisogno di spiegazioni proporzionate all’età: non vanno ingannati, ma neppure esposti a un linguaggio catastrofico. Se il bambino sente che la sua paura è accolta, può regolarla meglio. Se invece viene minimizzata rischia di restare solo con un’angoscia senza parole. Non serve che un bambino veda continuamente video di disastri ambientali per diventare consapevole sul clima (Current psychology, 2026).

Quali metodi pratici, “strategie”, i  genitori, con la rimodulazione della routine domestica in estate attraverso il gioco, possono adottare per proteggere il benessere emotivo dei bambini e costruire resilienza durante le emergenze climatiche come le ondate di calore, evitando in tal modo, anche l’ecoansia?

 

I genitori svolgono una fondamentale funzione di contenimento, raccolgono l’asia dei loro bambini, la comprendono, la rendono pensabile e la restituiscono in una forma tollerabile. Questo è particolarmente importante durante eventi climatici estremi, perché il bambino può vivere il caldo, il temporale violento, l’alluvione o l’evacuazione non solo come pericolo fisico, ma come rottura del senso di protezione ambientale. Quando l’adulto resta presente, calmo e organizzato, il bambino può ritrovare un senso di continuità: capisce che qualcosa di difficile sta accadendo, ma anche che esiste qualcuno capace di proteggerlo, spiegargli ciò che succede e guidarlo in azioni concrete. La sicurezza, per un bambino, non nasce dall’assenza di pericoli, ma dalla presenza di adulti affidabili che sanno trasformare l’allarme in cura, la paura in parola e l’attesa in attività condivise.

Durante le ondate di calore, i genitori possono aiutare i figli a mantenere normalità e sicurezza prima di tutto creando una routine prevedibile. Il bambino ha bisogno di sapere che cosa accadrà, quando si può uscire, quando si gioca, quando si dorme. La routine funziona come una cornice protettiva, riduce l’ansia e dà al bambino la sensazione che la vita quotidiana continui, pur con alcuni adattamenti necessari. Il bambino ha bisogno di essere intrattenuto, ma soprattutto di sentirsi accompagnato. Anche un’attività semplice, se condivisa con un adulto, ha un grande valore, calma, organizza il tempo, riduce la frustrazione e rafforza il legame (Journal of Child and Family Studies, 2026).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

 

-Proteggere i bambini dal caldo. Evitare le uscite nelle ore centrali della giornata, scegliere ambienti freschi, ombreggiati o climatizzati, usare abiti leggeri, cappellino e crema solare;

-Proporre cibi freschi e leggeri, e farli bere spesso. Preferire frutta, verdura, yogurt, cereali, pasta o riso freddi, pesce, legumi e piccoli pasti digeribili;

-Mantenere abitudini prevedibili e rispettare i loro tempi. Avere orari regolari per sonno, pasti, riposo, gioco e uscite, così da aiutarli a sentirsi protetti anche quando il caldo modifica le abitudini;

-Intrattenerli in casa con attività tranquille. Proporre giochi d’acqua controllati, letture, disegni, costruzioni, puzzle, musica, piccoli percorsi motori in una stanza fresca;

-Accogliere le emozioni senza spaventarli. Spiegare il caldo con parole semplici, rassicurare, nominare le paure e trasformarle in azioni concrete: riposare, stare al fresco, uscire nelle ore più adatte;

-Osservare i segnali di malessere. In caso di stanchezza insolita, mal di testa, nausea, irritabilità, sonnolenza, poca pipì, pelle molto calda o confusione, contattare subito il pediatra.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Salute

Estate, le fragilità invisibili. Solitudine estiva degli anziani. Vissuti di sgomento e risorse di cura intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI)

L’estate, tradizionalmente celebrata come un tempo di leggerezza, vacanze e socialità, si rivela spesso per gli anziani il periodo più critico e insidioso dell’anno. Lo spopolamento delle città, la chiusura dei centri di aggregazione, la partenza dei familiari e le ondate di calore che costringono a una clausura forzata in casa trasformano la solitudine in un vero e proprio isolamento fisico ed esistenziale. Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

Adelia Lucattini

Redazione-  L’estate, tradizionalmente celebrata come un tempo di leggerezza, vacanze e socialità, si rivela spesso per gli anziani il periodo più critico e insidioso dell’anno. Lo spopolamento delle città, la chiusura dei centri di aggregazione, la partenza dei familiari e le ondate di calore che costringono a una clausura forzata in casa trasformano la solitudine in un vero e proprio isolamento fisico ed esistenziale.

​Al riguardo, la psicoanalista Adelia Lucattini offre una chiave di lettura profonda e rigorosa, evidenziando come l’estate amplifichi il senso di sgomento e vulnerabilità psicologica. La rottura della routine quotidiana e il vuoto relazionale li rende senz’altro più fragili. Diventa pertanto, fondamentale comprenderne i meccanismi psicologici di questo disagio e attivare una rete di protezione fatta di ascolto, presenza e attenzione, anche clinica, mirata. Lo vediamo in questa intervista con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

Lucattini: Il silenzio dell’anziano non va interpretato come disinteresse, può essere una difesa mentale dal dispiacere di dipendere da qualcuno, dalla paura di essere un peso, dalla preoccupazione di non essere ascoltato con attenzione e interesse

Intervista di Marialuisa Roscino

Dott.ssa Lucattini, l’estate è generalmente un periodo gioioso, fatto di relax, di riposo, tempo libero per dilettarsi in attività piacevoli di svago, all’insegna dello sport e della vita sociale, ma per molti anziani, coincide purtroppo con una fase di profonda crisi. Perché, la stagione estiva, amplifica così tanto il senso di solitudine degli anziani?

Quando questa trama relazionale si interrompe, il vuoto esterno può riattivare vissuti interni di perdita, abbandono e precarietà. Le persone anziane, soprattutto i grandi anziani, che possono avere già affrontato lutti, riduzione dell’autonomia e cambiamenti di ruolo, la rarefazione delle relazioni può accentuare la fragilità emotiva e il sentimento di non essere più sufficientemente “tenuti nella mente” di qualcuno. Il caldo in sé e le ondate di calore in aumento, limitano drasticamente la possibilità di uscire e incidono sull’autonomia fisica che può concorrere ad aumentare ulteriormente l’isolamento relazionale.

La letteratura recente conferma che nell’età avanzata, isolamento sociale e solitudine sono associati a depressione, ansia e declino cognitivo da deprivazione, ovvero da mancanza di rapporti sociali. Inoltre, a contribuire a questo stato di malessere, si aggiungono i cambiamenti di vita soprattutto se repentini, basti pensare alle improvvise ondate di caldo anomalo, i merricane e le piogge intense, insorti sempre più precocemente, già a partire dalla primavera, quando il clima è solitamente mite e favorisce le uscite dopo le temperature rigide dell’inverno. Naturalmente, per ciò che concerne, le condizioni di vulnerabilità personale, è noto che gli anziani abbiano maggiori problematiche fisiche e psicologiche dovute all’età, che di conseguenza,  ne influenzano la cronicizzazione. (Clinics in Geriatric Medicine, 2025).

 

In questo contesto di vuoto relazionale, in che modo, in particolare, la solitudine si trasforma in un vero e proprio vissuto di sgomento?

 

La solitudine diventa sgomento quando non è più soltanto assenza di compagnia, ma è percepita come perdita di un legame interiore affettuoso e rassicurante. In termini psicoanalitici, la presenza dell’altro non svolge solo una funzione di socializzazione ma contribuisce a mantenere un senso di continuità, sicurezza e appartenenza.

Quando i legami si rarefanno, soprattutto negli anziani, possono riattivarsi angosce di separazione, perdita e abbandono, anche molto antiche, avvenute nell’infanzia e nella giovinezza che si vanno a sommare a quelle più recenti. Gli anziani possono allora sentirsi non soltanto soli, ma anche non più importanti per nessuno, dimenticati o creduti morti, quest’ultimo è un pensiero molto più frequente di quel che non si pensi, poiché è una proiezione sugli altri sulla sensazione interiore di assenza, depressione, morte psichica. È in questi passaggi, che il vuoto relazionale può trasformarsi in sgomento, una sensazione di disorientamento, precarietà e impotenza.

Uno studio pubblicato sul Journal of Affective Disorders mostra la stretta correlazione negli anziani, tra sentirsi esclusi, sentirsi isolati e sintomi ansiosi e depressivi, particolarmente evidente nelle persone più fragili fisicamente, anche se lo si riscontra anche in alcune forme di demenza senile.

Quali sono, a Suo avviso, i campanelli d’allarme più sottili che i familiari e i caregiver dovrebbero cogliere durante i mesi estivi?

I campanelli d’allarme più importanti sono spesso piccoli cambiamenti rispetto al comportamento abituale, il telefonare di meno, il rinunciare alle visite, perdere interesse per ciò che prima dava piacere, disinteresse per la cura di se stessi, dormire o mangiare di meno, diventare più suscettibili e irritabili, avere un’accentuazione e quindi lamentarsi più frequentemente dei disturbi fisici, anche minimi.

Particolarmente significativo, è quando l’anziano ripete di non volere disturbare o essere di peso. In una lettura psicologica profonda, può trattarsi di un “ritiro difensivo”, per proteggersi dal timore di essere rifiutati o di sentirsi dipendenti, gli anziani rinunciano in anticipo a cercare l’altro con il rischio, più che fondato, che il disinvestimento progressivo dalle relazioni alimenti ulteriormente solitudine e sentimenti depressivi. Per questo, i familiari dovrebbero osservare soprattutto ciò che cambia, anche quando l’anziano continua a dire che “va tutto bene” (Journals of Gerontology. B. Psychological Sciences and Social Sciences, 2025).

Spesso si pensa che basti regalare loro una distrazione momentanea. Quali sono invece, gli interventi psicologici e relazionali davvero efficaci per restituire sollievo alle persone anziane, soprattutto in estate?

Sicuramente non basta distrarre o intrattenere l’anziano in modo formale e distaccato, quello che aiuta è soprattutto una presenza affettiva stabile e prevedibile, emotivamente costante. Telefonate regolari, visite concordate insieme, piccoli appuntamenti quotidiani, attività da fare insieme e occasioni di incontro con i loro coetanei, aiutano a ricostruire quella continuità esistenziale che durante l’estate tende a interrompersi.

In termini psicoanalitici, è importante offrire contenimento e rispecchiamento, ovvero fare sentire la persona pensata, ascoltata e ancora capace di suscitare interesse nell’altro. Anche coinvolgerli nelle decisioni, scegliere le attività, organizzare un incontro, mantenere piccole responsabilità personali, sostiene e rinforza l’autoefficacia e l’autostima contrastando la passività e la dipendenza.

Quando compaiono ritiro marcato, perdita d’interesse o sintomi depressivi, è invece opportuno un vero intervento psicologico, psicoterapeutico e psiconalitico, non soltanto dare una maggiore compagnia. Questo è confermato da uno studio, che dimostra che interventi strutturati di pieno supporto e coinvolgimento sociale, negli anziani possono ridurre la solitudine e i sintomi depressivi, favorendo anche autoefficacia e capacità di adattamento. (Studio pubblicato sull’American Journal of Geriatric Psychiatry (2025).

Nello specifico,  come possono i familiari decodificare questo silenzio e trovare invece,  la chiave giusta per aprire un canale di comunicazione autentico?

Il silenzio dell’anziano non va interpretato come disinteresse, può essere una difesa mentale dal dispiacere di dipendere da qualcuno, dalla paura di essere un peso, dalla preoccupazione di non essere ascoltato con attenzione e interesse. Per aprire un canale autentico di dialogo, quindi, è importante non incalzare con domande, ma offrire una presenza affettiva disponibile, capace anche di tollerare lunghe pause, divagazioni, allentamenti della memoria, silenzi.

Nei momenti di maggiore fragilità o isolamento estivo può essere particolarmente prezioso ascoltare i ricordi che emergono spontaneamente. Raccontare il proprio lavoro, gli affetti, episodi familiari, viaggi, amicizie o momenti particolarmente cari, permette agli anziani di ritrovare un filo tra ciò che è stato e ciò che è oggi. In termini psicoanalitici, la narrazione autobiografica può sostenere la continuità del Sé, l’identità e il sentimento del proprio valore, soprattutto quando l’invecchiamento comporta perdite di ruoli, di persone o di autonomia.

È fondamentale, però, che i ricordi siano liberi e mai forzati, non bisogna trasformare il dialogo in un interrogatorio né pretendere necessariamente ricordi felici. L’ascolto autentico consiste nel seguire ciò che l’Altro desidera raccontare, rispettando anche le reticenze. In questo modo, può sentirsi ancora depositario di una storia che non solo interessa qualcuno ma che continua ad avere significato, trasmettere esperienze, narrazioni, fatti, impressioni fanno parte di un fondamentale bagaglio transgenerazionale che dovrebbe essere cercato e certamente mai perduto.

Una ricerca pubblicato sul Journal of Contemporary Psychotherapy (2025), specificamente dedicata alla psicoterapia psicodinamica e psicoanalitica nell’anziano sottolinea proprio l’importanza dell’esplorazione delle esperienze passate, delle perdite, delle relazioni e delle trasformazioni dell’identità; evidenzia inoltre come questo lavoro possa favorire autoriflessione, comprensione di sé, relazioni e senso di valore personale.

Quali consigli si sente di dare ai familiari e ai caregiver?

-Mantenere una presenza regolare. Meglio contatti brevi ma costanti, che visite sporadiche: la continuità affettiva rassicura e riduce il senso di abbandono;

-Ascoltare senza fare troppe domande. Lasciare spazio ai silenzi e alle parole spontanee, evitando domande pressanti o atteggiamenti troppo direttivi;

-Prestare attenzione ai piccoli cambiamenti. Ritiro, irritabilità, perdita di interesse, trascuratezza o frasi tipo “non voglio disturbare”, possono essere segnali di disagio;

-Favorire i ricordi spontanei. Parlare liberamente di lavoro, affetti, amicizie e momenti significativi può sostenere la continuità del Sé e il sentimento del proprio valore, senza mai forzare la memoria;

-Non infantilizzare e mantenere un dialogo formale e cortese. Coinvolgere l’anziano nelle decisioni quotidiane e rispettarne desideri, tempi e autonomia protegge l’autostima e la dignità personale;

-Conservare gelosamente le piccole routine. Pasti, telefonate, passeggiate compatibili con il caldo e appuntamenti condivisi aiutano a mantenere riferimenti temporali e relazionali stabili;

-Chiedere aiuto quando il ritiro persiste. Se compaiono isolamento marcato, tristezza prolungata, perdita d’interesse o forte angoscia, è importante rivolgersi al medico e agli specialisti curanti e, quando necessario, a uno psicologo o allo psicoanalista.

Continua a Leggere

Salute

Come la Terapia Manuale Viscerale rivoluziona la Riabilitazione. Ne parliamo con il Dott. Giulio Pancani

Spesso pensiamo alla fisioterapia come a una disciplina focalizzata esclusivamente su muscoli, articolazioni e ossa. Tuttavia, il corpo umano è un sistema integrato in cui gli organi interni giocano un ruolo fondamentale nella postura e nel movimento.

Oggi parliamo di Terapia Manuale Viscerale, un approccio che agisce sulla mobilità degli organi per trattare non solo disfunzioni digestive, ma anche dolori muscoloscheletrici, tensioni pelviche, favorendone in modo efficace il recupero. Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

Dott. Giulio Pancani

Redazione-  Spesso pensiamo alla fisioterapia come a una disciplina focalizzata esclusivamente su muscoli, articolazioni e ossa. Tuttavia, il corpo umano è un sistema integrato in cui gli organi interni giocano un ruolo fondamentale nella postura e nel movimento.

Oggi parliamo di Terapia Manuale Viscerale, un approccio che agisce sulla mobilità degli organi per trattare non solo disfunzioni digestive, ma anche dolori muscoloscheletrici, tensioni pelviche, favorendone in modo efficace il recupero.

Per saperne di più e capire come questa tipologia di trattamento manuale possa influenzare in modo diretto la postura, la biomeccanica muscolo-scheletrica e il benessere generale di tutto il corpo, ne abbiamo parlato con il Dott. Giulio Pancani, fisioterapista specializzato in riabilitazione nelle cefalee e in Terapia Manuale Viscerale, co-fondatore e responsabile dello Studio Fisioterapico Cipro.

Dott. Pancani, cos’è la Terapia Manuale Viscerale e in che modo un organo interno può limitare o influenzare la postura e i dolori muscolari?

La Terapia Manuale Viscerale (VMT) è un approccio di terapia manuale (di origine osteopatica e integrato nella fisioterapia moderna), basato sull’applicazione di manovre delicate o profonde volte a migliorare la mobilità e la motilità degli organi interni, a rilasciare le tensioni fasciali e a modulare la segnalazione dolorosa.  Un organo interno può influenzare la postura e la muscolatura perché non vive “isolato”: è legato alle strutture scheletriche da legamenti, pieghe peritoneali e connettivo fasciale. Se un viscere perde la sua naturale mobilità fisiologica (a causa di interventi chirurgici, aderenze o infiammazioni come quelle intestinali), la tensione fasciale che ne deriva si ripercuote direttamente sul sistema muscoloscheletrico. Questo porta il corpo ad adottare posture di compenso per “proteggere” la zona viscerale tesa, sovraccaricando i muscoli e le articolazioni circostanti.  Non tutti i dolori dipendono da una disfunzione viscerale. La Terapia Manuale Viscerale rappresenta uno strumento aggiuntivo all’interno di un percorso fisioterapico completo e non sostituisce gli altri approcci riabilitativi. (Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Spesso i pazienti arrivano con lombalgie croniche o dolori pelvici che non rispondono alla sola fisioterapia “convenzionale”: qual è il legame nascosto tra la colonna vertebrale e i visceri?

Il corpo funziona come un sistema integrato. Nel nostro corpo la fascia, che è come una pellicola tridimensionale che avvolge tutte le strutture anatomiche, è il principale punto di unione tra i vari sistemi. Per fare capire il concetto di fascia ai miei pazienti faccio un semplice esempio pratico: metto in tensione leggermente la loro maglietta dall’addome, così possano percepire una risposta anche sul collo. Questo è un esempio banale di come una tensione fasciale ad esempio a livello del fegato possa sovraccaricare la zona cervicale o lombare. Quando un organo presenta una ridotta mobilità o una condizione infiammatoria persistente, il sistema nervoso può modificare il tono della muscolatura circostante come meccanismo di protezione. Nel tempo, questo aumento della tensione può contribuire al mantenimento del dolore lombare o pelvico, soprattutto se associato ad altri fattori come sedentarietà, stress, precedenti episodi dolorosi o ridotta attività fisica. Le revisioni scientifiche più recenti suggeriscono che la Terapia Manuale Viscerale possa rappresentare un’integrazione utile, in particolare nei pazienti con lombalgia cronica, soprattutto quando viene associata a un programma di esercizio terapeutico e fisioterapia convenzionale.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Dal punto di vista anatomico, in che modo un organo interno, come l’intestino o l’utero, riesce a influenzare la colonna vertebrale o la pelvi, generando un dolore che il paziente avverte nei muscoli o nelle articolazioni?

Gli organi non sono strutture isolate, ma sono sospesi e collegati attraverso un sistema continuo di fasce, legamenti e membrane che permette loro di muoversi durante la respirazione e i movimenti quotidiani.                    Quando queste connessioni perdono mobilità, possono modificare le tensioni trasmesse alle strutture vicine, influenzando il comportamento biomeccanico della colonna lombare, del bacino e dell’anca. Questo non significa che il viscere sia sempre la causa diretta del dolore, ma che possa rappresentare uno dei fattori coinvolti nel quadro clinico. Per questo motivo, il fisioterapista valuta sempre il paziente nel suo insieme, considerando contemporaneamente apparato muscoloscheletrico, funzione viscerale, respirazione e movimento. Per fare un esempio pratico, gli organi come l’intestino o l’utero sono ancorati direttamente alla parete posteriore dell’addome, alla colonna lombare e alla cavità pelvica attraverso i loro mesenteri e legamenti. Se, ad esempio, l’intestino presenta una tensione fasciale o la pelvi soffre per aderenze uterine, queste strutture tese trazionano  meccanicamente la colonna o le articolazioni sacro-iliache. Ciò limita il range di movimento (ROM) e costringe i muscoli paravertebrali o glutei a un iper-lavoro di stabilizzazione, trasformando la tensione interna in uno spasmo muscolare o in una rigidità articolare dolorosa. È importante sottolineare che le attuali evidenze suggeriscono un possibile ruolo di questi meccanismi, ma la ricerca è ancora in evoluzione e sono necessari ulteriori studi di elevata qualità metodologica.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Dal punto di vista neurologico e fasciale, cosa accade nello specifico quando il sistema nervoso riceve un segnale di tensione da un viscere e lo “reindirizza” verso la schiena?

Il sistema nervoso riceve continuamente informazioni sia dagli organi interni, sia dall’apparato muscolo scheletrico. A livello del midollo spinale, le afferenze nervose provenienti dai visceri e quelle provenienti da muscoli, articolazioni e cute possono convergere sugli stessi neuroni. Questo fenomeno, noto come convergenza viscero-somatica, può contribuire a fare percepire come muscoloscheletrico un dolore che ha origine da una sofferenza viscerale.

Parallelamente, il sistema fasciale rappresenta una rete continua che collega i diversi distretti del corpo. Un’alterazione della mobilità di un viscere può modificare le tensioni trasmesse ai tessuti circostanti, influenzando il controllo motorio e la distribuzione dei carichi. In questi casi, il trattamento manuale mira a ripristinare la mobilità dei tessuti e ad associarla a un percorso riabilitativo attivo, con esercizi specifici e rieducazione del movimento.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Qual è il meccanismo attraverso cui una sofferenza viscerale può trasformarsi nel tempo in una tensione muscolare cronica e dolorosa?

Quando uno stimolo proveniente da un viscere persiste nel tempo, il sistema nervoso può mantenere uno stato di aumentata protezione, con un incremento del tono di alcuni gruppi muscolari e una riduzione della loro capacità di rilassarsi completamente.      Il paziente tende così ad assumere schemi di movimento compensatori, spesso inconsapevoli, che alterano la biomeccanica del tronco e del bacino. Con il passare del tempo possono comparire rigidità, limitazioni funzionali e dolore persistente, non tanto per un danno del muscolo, quanto per un adattamento prolungato del sistema neuromuscolare.                                    La Terapia Manuale Viscerale, quando inserita in un programma riabilitativo completo, può contribuire a interrompere questo circolo vizioso migliorando la mobilità dei tessuti e facilitando il recupero funzionale. Le revisioni sistematiche indicano benefici soprattutto nel dolore e nella disabilità dei pazienti con lombalgia cronica, pur evidenziando che la qualità delle prove disponibili è ancora moderata o bassa.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review,2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

L’approccio viscerale offre anche un supporto importante nella salute della donna, dai dolori mestruali fino alla gestione delle tensioni in gravidanza: come agisce in particolare la terapia manuale viscerale in questi contesti specifici?

In ambito ginecologico e urogenitale, la Terapia Manuale Viscerale (ovviamente inserita in un percorso multidisciplinare) agisce riducendo la rigidità fasciale e migliorando la mobilità e l’irrorazione sanguigna dei tessuti pelvici (utero, ovaie, vescica). Gli studi clinici hanno dimostrato l’efficacia di queste tecniche: ad esempio, è stato evidenziato come la manipolazione viscerale sia in grado di produrre un miglioramento statisticamente significativo nella gravità dei sintomi legati al ciclo mestruale e al dolore pelvico (come ad esempio nelle donne affette da sindrome dell’ovaio policistico o dismenorrea). Agendo dolcemente sulla fascia addominale e pelvica, si riduce la stasi venosa e si decomprimono i plessi nervosi, alleviando non solo i crampi uterini, ma anche i dolori riflessi alla fascia lombare e al bacino tipici delle fasi del ciclo o della gravidanza. Per quanto riguarda la gravidanza, è fondamentale adottare un approccio prudente e personalizzato. L’obiettivo non è intervenire direttamente sull’utero, ma favorire il comfort della futura mamma attraverso tecniche delicate rivolte alle strutture muscolari, fasciali e respiratorie che possono andare incontro a sovraccarico durante la gestazione.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Come si integra la terapia viscerale all’interno di un percorso di riabilitazione globale e quali riscontri clinici efficaci si osservano più frequentemente nella pratica quotidiana?

La valutazione fisioterapica dovrebbe partire a mio avviso dal problema principale del paziente e considerare movimento, funzione muscoloscheletrica, e in secondo luogo valutare con test specifici eventuali tensioni fasciali associate. La letteratura scientifica più recente suggerisce che la Terapia Manuale Viscerale dia i migliori risultati quando viene integrata come supporto alla fisioterapia convenzionale (es. esercizio terapeutico, terapia manuale ortopedica e rieducazione posturale). Nei trial clinici analizzati dalle ultime revisioni sistematiche, l’aggiunta della terapia viscerale al trattamento standard ha mostrato:

-Una riduzione del dolore clinicamente significativa (con cali superiori ai 2 punti nelle scale del dolore NPRS/VAS);

-Un miglioramento della mobilità della colonna lombare e delle capacità

funzionali;

– Effetti positivi e duraturi a lungo termine sul dolore lombare (fino a 52 settimane di follow-up);

– Benefici secondari anche su stati di ansia/depressione correlati al dolore cronico e su sintomi digestivi concomitanti (come il reflusso gastroesofageo o la dispepsia).    Bisogna tuttavia, evidenziare che le prove scientifiche disponibili sono ancora limitate e richiedono studi di maggiore qualità.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

In che modo, cambia l’intervento del fisioterapista grazie all’introduzione della Terapia Manuale Viscerale?

La terapia manuale viscerale permette al fisioterapista di passare da una visione squisitamente localizzata del dolore a un approccio sistemico e globale. Nello screening iniziale, il fisioterapista non indaga solo traumi, posture o forza muscolare, ma approfondisce la storia clinica del paziente ricercando ad esempio precedenti interventi chirurgici addominali o pelvici (possibili aderenze cicatriziali), presenza di disturbi gastrointestinali (IBS, stitichezza, reflusso) o ginecologici, risposte del tessuto viscerale alla palpazione. Questo permette di identificare i pazienti, in cui la componente viscerale è primaria o concorrente, evitando trattamenti ortopedici infruttuosi o incompleti e impostando un piano terapeutico cucito su misura, “ad personam”. Allo stesso modo, questo non significa però, che ogni dolore muscoloscheletrico debba essere interpretato come un problema viscerale. Al contrario, la letteratura invita alla prudenza: gli studi disponibili utilizzano tecniche, pressioni, durata e numero di sedute molto differenti e non esiste ancora un protocollo universalmente validato. Per questo, considero l’approccio viscerale uno strumento aggiuntivo da utilizzare, quando indicato, all’interno di un quadro clinico definito e di un progetto riabilitativo individualizzato.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Spesso, chi ha dolore tende a immobilizzarsi, il che peggiora la rigidità. Quali consigli si sente di dare in merito?

L’immobilizzazione dettata dalla paura del dolore (la cosiddetta kinesiofobia) è uno dei principali nemici della guarigione. L’inattività peggiora la rigidità muscolare, riduce la circolazione sanguigna e riduce la motilità stessa degli organi interni, aggravando il problema viscerale. L’obiettivo deve essere quello di accompagnare progressivamente il paziente verso il movimento e il recupero delle attività quotidiane, adattandoli naturalmente alla sua condizione clinica e alla causa del dolore.

Continua a Leggere

Tecnologia

Allarme smartphone e social: lo studio shock che svela i danni a scuola. “Genitori, è ora di dire no”

Sei mesi di scuola letteralmente bruciati e polverizzati. 📱 📉 Uno studio shock su “Nature” accusa: dare lo smartphone o i social ai figli prima dei 14 anni distrugge irrimediabilmente i loro voti in matematica e italiano. L’allarme degli esperti, la solitudine dei genitori che non sanno dire “no” e lo scandalo delle pubblicità ingannevoli. Leggi questo articolo e scopri perché ritardare l’accesso al digitale è il più grande atto d’amore. 🛑 👧

Pubblicato

a

smartphone

Società e Famiglia – Ci guardiamo intorno, per strada, al ristorante, persino nei parchi, e la scena è sempre la stessa, tristemente identica. Bambini piccolissimi, preadolescenti o ragazzi poco più che bambini, con il volto pallido illuminato dalla luce blu di uno schermo, completamente assorbiti, ipnotizzati, isolati dal mondo reale. Finora ce lo siamo detti a mezza voce, tra i banchi di scuola o nelle chat delle mamme, cercando di giustificarci: “Lo fanno tutti”, “È il progresso”, “Almeno così sta buono”. Ma oggi, quelle che sembravano solo apprensioni di genitori ansiosi o riflessioni sociologiche, sono diventate una spietata verità scientifica. Lo smartphone, dato troppo presto in mano ai nostri figli, sta letteralmente bruciando il loro futuro.

Il crollo a scuola: mesi di vita e di apprendimento persi

A lanciare l’allarme definitivo, nero su bianco, non è un comitato di quartiere, ma una prestigiosa e inoppugnabile ricerca tutta italiana pubblicata sulla rinomata rivista internazionale “Nature Human Behaviour”. I ricercatori delle università di Milano-Bicocca e di Brescia hanno dimostrato, dati alla mano, l’esistenza di un rapporto di causa-effetto devastante: l’accesso precoce ai social media e l’uso dello smartphone prima dei 12-14 anni distrugge letteralmente il rendimento scolastico. E i danni non si contano in astratto, ma sui voti veri, quelli di italiano e matematica.

I dati, emersi incrociando l’indagine “EYES UP” con le prove INVALSI su un vastissimo campione di studenti lombardi, mettono i brividi. I ragazzini che vengono lasciati liberi di aprire un profilo social già in prima o seconda media registrano un crollo verticale nelle competenze logiche e linguistiche. Per tradurre i freddi numeri accademici in un linguaggio che fa male al cuore: l’effetto di uno smartphone dato troppo presto equivale a perdere circa sei interi mesi di scolarizzazione. Mezzo anno di vita, di studio, di fatica, polverizzato tra un video su TikTok e una notifica notturna.

L’appello disperato alle famiglie: la solitudine di chi non sa dire “no”

La ricerca svela anche i retroscena di questo declino. È la pervasività del mezzo a fare i danni peggiori. Il telefonino usato sotto le coperte rubando ore al sonno, il dispositivo acceso appena aperti gli occhi la mattina, lo schermo che lampeggia mentre si fanno i compiti. Questa distrazione costante spiega quasi la metà del crollo nei voti di matematica.

Di fronte a questa strage silenziosa di talenti, le famiglie si sentono spesso sole, schiacciate dal conformismo e dal terrore di veder piangere i propri figli o di farli sentire “esclusi” dal gruppo. Ma i ricercatori sono chiari: l’età in cui si inizia a usare i social media è un fattore drammaticamente critico per lo sviluppo cognitivo del cervello umano. Occorre trovare, ritrovare, il coraggio di dire “No”. Ritardare l’accesso ai dispositivi digitali durante la delicatissima fase della preadolescenza non è una crudele punizione, ma il più grande atto di amore e di tutela che un genitore possa compiere oggi.

Pubblicità ingannevoli e il silenzio assordante delle Istituzioni

Se le famiglie faticano, lo Stato certo non aiuta. L’Italia è un Paese demograficamente anziano, che avrebbe un disperato e vitale bisogno di tutelare il proprio capitale umano, i propri giovani, le menti che dovranno guidare il futuro. Eppure, in piena estate, quando i ragazzi hanno più tempo libero e rischiano di cadere ancora di più nella rete digitale, le provvidenziali campagne di sensibilizzazione governative come “Non è mai troppo presto – 9 consigli digitali per i neogenitori” sembrano sparite dai palinsesti televisivi e radiofonici, sacrificati sull’altare di calcoli politici o di distrazione generale.

In questo vuoto istituzionale, si inseriscono a gamba tesa le grandi multinazionali. Ha fatto benissimo in questi giorni l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza a denunciare duramente all’Antitrust una nota pubblicità televisiva (targata Tim e Apple) che mostra un bambino di età apparente inferiore ai due anni che sorride felice tenendo in mano un iPhone, accompagnata dallo slogan: “Tutto ok, è iPhone”. Un messaggio che viene percepito come rassicurante, ma che in realtà è pericolosissimo, perché sdogana l’idea folle che uno smartphone possa fare da baby-sitter a un neonato. Una speculazione commerciale sulla pelle e sul cervello dei nostri bimbi che meriterebbe sanzioni severissime.

Salviamo il nostro capitale più prezioso: il futuro dei nostri figli

In tutto il mondo, finalmente, si sta iniziando a ragionare seriamente sull’imposizione di un’età minima legale per l’accesso ai social. Ma la legge da sola non basta se non cambia la cultura. Non possiamo permettere che il capitale umano di un’intera generazione venga desertificato dalla nostra distrazione o dalla nostra incapacità di fissare delle regole.

Servono famiglie forti, scuole presenti e istituzioni che non si girino dall’altra parte. Perché un bambino che fissa per ore uno schermo non è un bambino “bravo” o “tranquillo”. È un bambino a cui stiamo silenziosamente, ma inesorabilmente, rubando il domani.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza