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Salute

EGPA, alla Camera la roadmap in 7 punti per ridurre ritardi diagnostici e cure a macchia di leopardo

🩺 Alla Camera dei Deputati arriva una nuova roadmap in 7 punti per cambiare la cura dell’EGPA, tra diagnosi più rapide, reti multidisciplinari e terapie mirate.
Un piano che punta a fermare disuguaglianze e ritardi per i pazienti con malattia rara: leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

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Redazione-  Roma riporta al centro del dibattito sulle malattie rare la condizione delle persone affette da Granulomatosi Eosinofila con Poliangioite (EGPA), patologia complessa e poco conosciuta che continua a scontare ritardi diagnostici, percorsi di presa in carico frammentati e forti disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure. Alla Camera dei Deputati è stata presentata una nuova roadmap in 7 punti, nata dal confronto tra associazioni dei pazienti, comunità scientifica, istituzioni e industria, con l’obiettivo di trasformare la rarità da elemento di isolamento a terreno di intervento strutturato. Il messaggio che accompagna il piano è netto: la rarità non può tradursi in una condanna.

La proposta prende forma dal lavoro di ascolto che ha portato alla realizzazione del Libro Bianco “Storie di vita con EGPA”, promosso da GSK con il patrocinio di APACS APS, EGPA Study Group e delle principali società scientifiche coinvolte in quest’area. Quel documento ha raccolto criticità, bisogni e proposte lungo tutto il percorso di vita e di cura dei pazienti. L’incontro romano segna ora un passaggio ulteriore: non più soltanto la descrizione dei problemi, ma l’indicazione di priorità operative su cui costruire un’azione condivisa. Al centro ci sono la necessità di superare la frammentazione assistenziale, rendere più rapida la diagnosi e garantire una presa in carico omogenea sul territorio nazionale.

il piano in 7 punti e le criticità che pesano su diagnosi e assistenza

La roadmap presentata alla Camera individua sette interventi considerati prioritari. Tra questi figurano l’adozione di un PDTA nazionale, il superamento delle differenze regionali attraverso una governance condivisa sulle vasculiti rare, l’introduzione di un codice di invalidità civile specifico per l’EGPA, la definizione univoca delle caratteristiche strutturali della patologia, l’istituzione di un Registro Nazionale, l’avvio di campagne pubbliche di informazione e formazione e l’uso ottimale dei fondi previsti dal Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026. Il filo che lega queste richieste è uno: uscire da una gestione discontinua che oggi produce una sanità a velocità diverse.

L’EGPA è una malattia rara con prevalenza inferiore a cinque casi ogni 100 mila abitanti e proprio questa rarità contribuisce spesso a ritardarne il riconoscimento. Nelle fasi iniziali, spiegano i clinici, può essere scambiata per asma grave o rinosinusite cronica, mentre diventa particolarmente pericolosa quando evolve nella fase vasculitica e coinvolge organi vitali come cuore, reni e sistema nervoso periferico. Il rischio maggiore è che tra i primi sintomi e la diagnosi passino anni, un intervallo che può consentire alla malattia di provocare danni irreversibili.

Su questo punto insiste Augusto Vaglio, professore associato in Nefrologia all’Università di Firenze, secondo cui il tempo rappresenta un fattore decisivo del percorso terapeutico. La mancanza di un PDTA nazionale condiviso viene indicata come uno dei nodi principali, perché obbliga i pazienti a muoversi in sistemi regionali differenti, spesso senza un collegamento efficace tra medicina territoriale e centri ospedalieri di riferimento. In un quadro del genere, il rischio è che la diagnosi venga rallentata e che l’accesso alle cure dipenda troppo dal luogo in cui si vive.

reti multidisciplinari, ruolo dei caregiver e accesso alle terapie mirate

La complessità dell’EGPA richiede un approccio che coinvolga più competenze e più livelli assistenziali. Cristiano Caruso, direttore della UOSD di Allergologia e Immunologia Clinica del Policlinico Gemelli, sottolinea la necessità di costruire per il paziente un sistema coordinato in cui ospedale e territorio condividano realmente la presa in carico. In questa prospettiva, anche il caregiver diventa una figura centrale, soprattutto quando la persona malata ha problemi di mobilità, è sottoposta a immunosoppressione o non riesce a seguire autonomamente il percorso di cura. Senza una rete familiare o territoriale adeguata, osserva Caruso, persino una terapia efficace rischia di non bastare.

Dal punto di vista clinico, l’EGPA è una patologia che combina vasculite e infiltrazione eosinofila nei tessuti, con possibili conseguenze anche molto gravi sul piano cardiovascolare e neurologico. Giacomo Emmi, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Trieste, ricorda che l’infiammazione può portare a fibrosi cardiaca, insufficienza cardiaca anche in soggetti giovani e aumento del rischio di eventi trombotici, inclusi infarto e ictus. La terapia varia in base alla gravità, dal cortisone agli immunosoppressori fino ai farmaci biologici, ma richiede sempre una gestione specialistica e multidisciplinare.

Tra le questioni aperte c’è anche la disparità nell’accesso ai farmaci tra le regioni. Roberto Padoan, responsabile del Centro Vasculiti di Padova, evidenzia come la gestione dell’EGPA sia cambiata in modo significativo grazie all’arrivo di terapie mirate, capaci di agire su meccanismi chiave della malattia, compresa l’infiammazione eosinofilica. La sfida, secondo lo specialista, è fare in modo che queste innovazioni entrino presto nei percorsi di cura ordinari, così da controllare meglio la malattia, ridurre l’uso prolungato dei glucocorticoidi e migliorare la qualità della vita.

Sul fronte istituzionale, l’iniziativa ha raccolto attenzione sia alla Camera sia al Senato. I parlamentari intervenuti hanno sottolineato la necessità di trasformare la maggiore consapevolezza in impegni concreti, capaci di incidere sulla presa in carico e sull’equità di accesso alle cure. Accanto a loro, anche GSK rivendica un ruolo di supporto al cambiamento, indicando il proprio contributo al Libro Bianco e alla definizione delle priorità.

Il punto politico e sanitario, però, resta soprattutto uno: rendere visibile una malattia che troppo spesso resta invisibile. La roadmap presentata a Roma prova a costruire questa svolta, mettendo ordine in un percorso oggi frammentato e chiedendo che la rarità dell’EGPA non diventi più sinonimo di ritardo, solitudine o assistenza incompleta.

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Salute

Emergenza alcol tra i giovanissimi: l’epidemia silenziosa che inizia a 10 anni. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana e dell’International Psychoanalytical Association

Lucattini: “Il dialogo aperto con i figli è indispensabile: permette di costruire una relazione in cui la regola, condivisa e compresa nel suo valore protettivo, diventa un punto di riferimento”.

Intervista di Marialuisa Roscino

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Alcol tra i giovani

Redazione-  Il consumo di alcol tra i giovanissimi non è più un fenomeno isolato, ma una vera e propria emergenza di salute pubblica che sta assumendo i contorni di un’epidemia silenziosa. Se un tempo il primo approccio avveniva verso la fine dell’adolescenza, oggi i dati clinici e le segnalazioni dei pediatri indicano una soglia di ingresso drasticamente abbassata: si inizia già a 10 o 11 anni.

​A preoccupare non è solo la precocità del consumo, ma la totale inconsapevolezza dei rischi. L’alcol viene spesso percepito come un “rito di passaggio” sociale, innocuo o addirittura gratificante, oscurando il fatto che, in un cervello ancora in fase di sviluppo, ogni assunzione comporta danni neurologici potenzialmente irreversibili. Di fronte a questo scenario, la comunità scientifica lancia un grido d’allarme: la prevenzione non può più attendere. Di questi aspetti significativi ne parliamo oggi in questa intervista con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista,  Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Dott.ssa Lucattini, i dati ci parlano di un esordio sempre più precoce del consumo di alcol. Qual è la situazione reale oggi secondo i dati statistici e che Lei osserva con la Sua ampia esperienza clinica?

 

La situazione è certamente preoccupante, anche se eviterei di generalizzare affermando che tutti inizino a bere a dieci anni. Gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, riferiti al 2024, indicano 580.000 minorenni tra gli 11 e i 17 anni con un consumo di alcol definito a rischio: il 15,5% dei maschi e il 13,3% delle femmine. Sono inoltre circa 79.000 i minorenni che riferiscono episodi di binge drinking, cioè un consumo concentrato finalizzato spesso all’ubriacatura. Il fenomeno è ancora inferiore all’1% tra gli 11 e i 15 anni, ma cresce nettamente nella seconda adolescenza.

E’ importante comprendere non soltanto quanto un ragazzo beve, ma quale funzione psicologica assume l’alcol. Può diventare una sorta di regolatore esterno delle emozioni, serve ad attenuare ansia, vergogna, insicurezza, sentimenti di inadeguatezza o paura dell’esclusione. In altri casi rappresenta un’azione impulsiva, un acting out, attraverso cui viene espresso nel comportamento ciò che non riesce ancora a essere riconosciuto e trasformato in parole.

Uno studio JAMA Network Open (2025), condotto su 633 adolescenti e giovani, ha mostrato che una maggiore reattività socioemotiva, non ancora sufficientemente bilanciata dalle capacità di controllo esecutivo, può precedere l’inizio del consumo pesante; il bere, a sua volta, è associato a un’ulteriore alterazione della regolazione emotiva e del controllo degli impulsi.

 

Quali sono i segnali di allarme che un genitore non dovrebbe sottovalutare?

 

I genitori dovrebbero prestare attenzione soprattutto ai cambiamenti improvvisi e persistenti: irritabilità o euforia insolita, isolamento, maggiore segretezza, menzogne, nuove frequentazioni difficili da conoscere, perdita d’interesse per lo studio e le attività abituali, calo del rendimento scolastico, alterazioni del sonno, richieste ingiustificate di denaro, rientri confusi, odore di alcol, nausea o mal di testa ricorrenti dopo le uscite.

Nessun segnale, considerato isolatamente, dimostra che un ragazzo stia bevendo. Diventa allarmante la presenza contemporanea di più cambiamenti, soprattutto quando modificano il suo modo abituale di essere e compromettono la vita familiare, scolastica e sociale. Il dato non è marginale: nel 2024, in Italia, sono stati stimati 580.000 minorenni tra gli 11 e i 17 anni con consumi di alcol a rischio e circa 79.000 minorenni coinvolti nel binge drinking.

Bisogna interrogarsi non soltanto su quanto il ragazzo beva, ma su che cosa cerchi di curare attraverso l’alcol. Il bere può rappresentare un acting out: un disagio che non riesce ancora a essere pensato o comunicato viene espresso attraverso il comportamento. L’alcol diventa così un anestetico contro ansia, vergogna, solitudine, rabbia o paura di non essere accettati.

Uno studio italiano su 6.506 adolescenti di 11, 13 e 15 anni, pubblicato nell’International Journal of Mental Health and Addiction (2025), ha rilevato che il 9,9% riferiva un consumo regolare e il 18,3% episodi di binge drinking. I problemi psicologici erano associati a una probabilità maggiore di binge drinking, mentre disturbi somatici come mal di testa, mal di stomaco e stanchezza erano associati al consumo regolare. Anche la percezione di uno scarso sostegno da parte degli adulti della scuola risultava collegata a un rischio più elevato.

Per questo il genitore dovrebbe evitare sia la minimizzazione sia l’interrogatorio punitivo, avvicinandosi con fermezza e interesse autentico: “Ho notato che sei cambiato e sono preoccupato. Vorrei capire che cosa ti sta accadendo”. L’obiettivo è trasformare il comportamento da segnale muto di sofferenza in qualcosa che possa essere raccontato, pensato e affrontato insieme.

Molti adolescenti percepiscono le raccomandazioni degli adulti a volte come “seccature per loro”. Quali strategie comunicative suggerisce per trasformare il ‘non bere’ da imposizione a una scelta consapevole basata sulla tutela della propria salute cerebrale e del proprio benessere in generale?

 

Più che ripetere soltanto “non bere”, è necessario aiutare l’adolescente a comprendere perché scegliere di non bere. In questa fase della vita, un ordine percepito come autoritario può attivare opposizione e ribellione, perché il ragazzo è impegnato nella costruzione della propria autonomia. Il genitore dovrebbe quindi mantenere un limite chiaro, accompagnandolo con ascolto, spiegazioni comprensibili e rispetto per il bisogno del figlio di sentirsi parte attiva della decisione.

È utile parlare del significato che l’alcol assume nel gruppo, della paura di sentirsi esclusi e degli effetti che può avere sulla salute. L’adulto può spiegare, senza allarmismi, che il cervello adolescenziale è ancora in maturazione e che l’alcol interferisce con attenzione, memoria, capacità di giudizio e controllo degli impulsi. Il messaggio più efficace è far comprendere che non bere significa proteggere la propria salute, la libertà di scelta e la sicurezza personale.

Il dialogo permette di trasformare la regola esterna in una funzione interna di protezione. Il limite, se accompagnato da affetto e coerenza, non viene vissuto soltanto come divieto, ma può essere interiorizzato come capacità di prendersi cura di sé.

Uno studio pubblicato su Frontiers in Public Health (2025), condotto su 114.364 studenti, ha rilevato che uno scarso coinvolgimento genitoriale è associato a un maggiore rischio di binge drinking. Al contrario, comunicazione, presenza affettiva, regole chiare e conoscenza delle frequentazioni dei figli rappresentano importanti fattori protettivi.

 

Oltre il No per un dialogo consapevole tra genitori e figli, cosa ne pensa al riguardo?

 

I “no” servono e sono necessari, ma devono essere accompagnati da buone maniere, affetto, ascolto, spiegazioni e coerenza attraverso il proprio comportamento. Il limite psicologico, utile per la crescita, non è soltanto un divieto, ma una funzione protettiva che aiuta l’adolescente a contenere l’impulsività e, nel tempo, a interiorizzare la capacità di prendersi cura di sé.

Dialogare significa riconoscere il suo bisogno di autonomia senza rinunciare al ruolo adulto. Non equivale, quindi, a concedere il consumo di alcol. Uno studio su Addictive Behaviors (2025), condotto per nove anni su 387 adolescenti, ha infatti associato il bere con il permesso dei genitori a un maggiore consumo e a più conseguenze negative nella giovane età adulta.

In che modo, è possibile trasformare il dialogo in uno strumento di protezione, evitando di cadere nel proibizionismo sterile che allontana il ragazzo in alcuni casi dai propri genitori?

 

Il dialogo diventa protettivo quando unisce ascolto e limiti chiari. Dal punto di vista psicoanalitico, ascoltare significa aiutare l’adolescente a trasformare in parole la paura di essere escluso, il bisogno di appartenenza e l’insicurezza che possono spingerlo a bere. In questo modo, l’alcol non diventa l’unico strumento per sentirsi accettato.

Il genitore non deve né giudicare né rinunciare al proprio ruolo, ma mostrare comprensione e fermezza. Il disimpegno genitoriale e l’eccessiva durezza possono favorire ansia, depressione, solitudine e purtroppo anche l’avvicinamento a gruppi problematici. Questo aumenta il rischio successivo di avvicinarsi al consumo di alcol e al fumo di sigaretta.

E nello specifico, può spiegare come l’ascolto attivo può aiutare a decodificare le pressioni sociali che i ragazzi vivono, affinché non vedano l’alcol in alcuni contesti, come il lasciapassare per l’accettazione nel gruppo?

 

L’ascolto attivo aiuta l’adolescente a riconoscere e mettere in parole la paura dell’esclusione, il bisogno di appartenenza e il desiderio di sentirsi adulto. Dal punto di vista psicoanalitico, ciò che viene pensato e condiviso ha meno bisogno di essere agito impulsivamente.

Accogliendo il racconto senza giudicare, il genitore può aiutare il ragazzo a distinguere il desiderio personale dalla pressione del gruppo e a costruire modalità alternative per sentirsi accettato. In questo modo, rifiutare l’alcol non viene vissuto come una rinuncia, ma come una scelta autonoma e protettiva. ( Journal of Applied Developmental Psychology, 2025).

 

Quali strategie efficaci possono adottare al riguardo, in particolare,  le Famiglie e la Scuola?

 

Famiglia e scuola devono costruire una vera alleanza educativa, fondata sulla comunicazione regolare, sulla fiducia e sullo scambio reciproco delle osservazioni sul ragazzo. Non dovrebbero incontrarsi soltanto quando emerge un problema, ma condividere informazioni, segnali di disagio e strategie preventive, offrendo messaggi coerenti sui rischi dell’alcol.

Dal punto di vista psicologico, questa collaborazione crea intorno all’adolescente una rete di contenimento affettivo. Sentire che gli adulti dialogano e collaborano, senza accusarsi reciprocamente, rafforza il senso di sicurezza e facilita la richiesta di aiuto. La scuola può promuovere incontri continuativi sull’alcol, sulle emozioni e sulla pressione del gruppo, mentre la famiglia può proseguire il dialogo a casa con ascolto e regole chiare.

Una ricerca pubblicata sull’International Journal of Educational Research (2025), basata sull’analisi di 32 studi, ha rilevato in 28 di essi un’associazione tra il coinvolgimento dei genitori nella vita scolastica e un minore disagio psicologico negli adolescenti. Il dato conferma il valore protettivo di una collaborazione positiva e continuativa tra famiglia e scuola.

 

Quale messaggio si sente di dare ai ragazzi?

Dire di no all’alcol è un atto di libertà e forza in cui scegliete di proteggere voi stessi e il vostro futuro, la conoscenza rende liberi e salva la vita;

-Parlate con i genitori o con un adulto di fiducia, soprattutto quando vi sentite in difficoltà;

-Scegliete amici che rispettino le vostre decisioni e non vi spingano a bere per sentirvi accettati;

-Se vi sentite tristi, depressi o molto ansiosi, rivolgetevi a uno psicoanalista, a uno psichiatra o a un altro specialista, come il vostro medico di medicina generale;

-Informatevi sui danni reali che l’alcol può provocare al cervello, alla mente e alla salute fisica;

-Coltivate sport, attività creative, amicizie e relazioni affettive autentiche;

-Cercate emozioni nei legami affettivi. Tuffatevi nell’ amore, non c’è lo “sballo” più bello, duraturo, naturale e creativo di quello che viene dai sentimenti, teneri e forti, intensi, che fanno sentire vivi.

Lucattini

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Salute

Roma, Policlinico Umberto I | inaugurata la nuova Terapia Intensiva ad Alto Biocontenimento

🚨 SANITÀ D’AVANGUARDIA A ROMA: INAUGURATA LA NUOVA TERAPIA INTENSIVA AL POLICLINICO UMBERTO I! Straordinario passo in avanti per la medicina pubblica laziale. Consegnato oggi alla cittadinanza un nuovo reparto ad Alto Biocontenimento presso la IV Clinica Chirurgica. Un investimento strutturale da 3,7 milioni di euro finanziato con i fondi del PNRR. 20 posti letto hi-tech, tra cui 8 camere singole con zone filtro per l’isolamento bidirezionale a pressione controllata. Il reparto è dotato di macchinari di ultima generazione per il supporto extracorporeo ECMO e telemetria multiparametrica h24. A gestire l’assistenza ci sarà un’équipe multidisciplinare stabile con 8 anestesisti e 50 infermieri, unendo innovazione e umanizzazione delle cure. Tutti i dettagli 👇#policlinicoumbertoi | #terapiaintensiva | #biocontenimento | #sanitàlazio | #pnrr | #fabriziodalba | #ecmo | #romaospedali | #pagineutili

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Nuova Terapia Intensiva ad Alto Biocontenimento

L’investimento di 3,7 milioni di euro finanziato attraverso le risorse del Pnr r e della Regione

Roma – Un imponente, accurato e quanto mai prezioso percorso di ammodernamento delle strutture ospedaliere metropolitane e valorizzazione delle reti di urgenza ed emergenza clinica della penisola, incentrato sulle riforme dei palinsesti della sanità pubblica e sulla necessità impellente di allestire reparti ad altissima tecnologia per fronteggiare le infezioni biologiche e tutelare la salute dei cittadini fragili dei corpi sociali, ha registrato lo sblocco di un cantiere fondamentale. All’interno degli spazi monumentali della Quarta Clinica Chirurgica del Policlinico Umberto I di Roma, afferente al Dipartimento di Emergenza-Accettazione, si è svolta la solenne cerimonia di inaugurazione del nuovo blocco di Terapia Intensiva ad Alto Biocontenimento. L’opera pubblica, dotata di venti posti letto complessivi, ha richiesto lo schieramento di un investimento economico pari a tre milioni e settecentomila euro, attingendo ai canali straordinari del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in attuazione delle delibere della Regione Lazio per deliziare i pazienti.

Il direttore generale dell’azienda ospedaliera universitaria capitolina, Fabrizio d’Alba, ha illustrato gli obiettivi strategici del progetto spiegando che la struttura capitalizza l’esperienza scientifica maturata durante le emergenze epidemiche passate, ponendosi come il primo tassello di un ospedale moderno, sostenibile ed umano per i consumatori mobili.

Le otto camere singole per l’isolamento bidirezionale ed i percorsi di telemetria multiparametrica

I faldoni tecnici descrivono una architettura medica d’avanguardia progettata per azzerare il rischio di complicanze infettive correlate all’assistenza interna, avvalendosi di dispositivi pneumatici per il controllo costante della pressione atmosferica delle sale e di flussi di deambulazione rigidamente separati. Lo schieramento ricettivo mette a disposizione dei malati otto camere singole dotate di speciali zone filtro d’ingresso, una configurazione ingegneristica che consente l’attivazione di un isolamento bidirezionale, utile sia per proteggere le barriere immunologiche del degente dall’ambiente esterno sia per confinare gli agenti patogeni ad alta trasmissibilità respiratoria della provincia. Sul fronte tecnologico, la bacheca del reparto segnala lo spiegamento di apparecchiature computerizzate per il supporto vitale extracorporeo mediante sistemi Ecmo, la ventilazione meccanica dello shock cardiogeno, la dialisi continua e la purificazione epatica delle tossine.

Il monitoraggio clinico continuativo risulterà garantito h24 da una rete informatica di telemetria multiparametrica a circuito chiuso, collegata direttamente alle centrali visive dei medici per tracciare i parametri biologici degli utenti e segnalare repentine variazioni dei flussi ematici sul display delle postazioni.

L’équipe multidisciplinare coordinata da anestesisti presenti h24 ed il rispetto dell’umanizzazione

L’efficienza operativa del padiglione romano risulterà presidiata da uno schieramento organico di prim’ordine, potendo contare sulla presenza fissa di un team multidisciplinare composto da otto medici anestesisti operativi sui turni delle ventiquattro ore, affiancati stabilmente da cinquanta infermieri professionali, fisioterapisti della riabilitazione e psicologi clinici. I progettisti del Ministero e della scuderia sanitaria hanno dedicato una cura meticolosa ai criteri di umanizzazione delle cure, allestendo ambienti luminosi irradiati da fonti di luce naturale e concependo zone di transito protette per consentire l’accesso sicuro dei nuclei familiari anche all’interno dei percorsi di biocontenimento biologico della provincia. Questa cooperazione paritetica tra tecnologia assistenziale e benessere psicologico eleva l’indice di competitività della sanità laziale, offrendo risposte veloci alle riforme del welfare.

L’allestimento di una sala d’attesa dedicata e di un ufficio riservato ai colloqui intimi con i medici d’area garantisce la massima trasparenza etica, dimostrando come l’autorevolezza della medicina pubblica consenta di allestire presidi di eccellenza capaci di tutelare l’incolumità della popolazione nazionale in totale sicurezza contrattuale.

Il monitoraggio dei LEA nelle reti sanitarie regionali ed i collegamenti con i portali della Salute

L’attivazione di questi reparti ad alta specializzazione costituisce un pilastro strategico fondamentale per incrementare l’efficienza complessiva dei Livelli Essenziali di Assistenza in Italia, assicurando la protezione dei diritti civili fondamentali e consolidando le riforme della medicina intensiva dello Stato. Per esaminare i registri statistici sui ricoveri d’urgenza, verificare le mappe dei presidi ospedalieri d’Abruzzo e del Lazio o consultare i bollettini epidemiologici sulle patologie infettive della provincia, i cittadini e i professionisti del settore medico possono collegarsi direttamente alla piattaforma informatica del Ministero della Salute per esaminare i documenti e le comunicazioni istituzionali.

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Salute

Sanità nel Lazio, Francesco Rocca inaugura la terapia intensiva ad Alto Biocontenimento al Policlinico Umberto I

🚨 SANITÀ LAZIO: INAUGURATA LA NUOVA TERAPIA INTENSIVA AD ALTO BIOCONTENIMENTO ALL’UMBERTO I! Grande traguardo per la sanità della Capitale. Il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, insieme al Direttore Generale Fabrizio D’Alba e alla Rettrice di Sapienza Antonella Polimeni, taglia il nastro del nuovo reparto d’avanguardia al Policlinico Umberto I. Una struttura ingegneristica d’eccellenza con sistemi a pressione negativa e monitoraggio telematico in tempo reale, progettata per gestire in massima sicurezza le emergenze infettive e proteggere il personale e i pazienti. Tutti i dettagli 👇#policlinicoumbertoI | #francescorocca | #sanitàlazio | #terapiaintensiva | #fabriziodalba | #antonellapolimeni | #biocontenimento | #romaospedali | #pagineutili

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Il taglio del nastro a Roma con il direttore Fabrizio D’Alba e la rettrice Antonella Polimeni

Roma – Un imponente, accurato e quanto mai felice percorso di potenziamento strutturale e valorizzazione dell’assistenza clinica della capitale, incentrato sulle riforme dei palinsesti della sanità pubblica e sulla necessità impellente di innalzare gli indici di sicurezza biologica all’interno dei grandi ospedali della penisola, si appresta a vivere una giornata storica. Presso i monumentali spazi del Policlinico Umberto I di Roma prenderà ufficialmente il via la piena operatività del nuovo e tecnologico reparto dedicato alla terapia intensiva ad alto biocontenimento. L’atteso appuntamento istituzionale, programmato nella mattinata di mercoledì quindici luglio a partire dalle ore dieci e trenta, vedrà lo schieramento delle massime autorità regionali e accademiche della città, richiamando l’attenzione dei professionisti del settore e dei medici della scuderia ospedaliera per deliziare i passeggeri della salute.

La cerimonia ufficiale di inaugurazione registrerà la presenza e l’intervento sul campo del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, affiancato dal Direttore Generale del nosocomio Fabrizio D’Alba e dalla Rettrice dell’Università degli Studi Sapienza Antonella Polimeni, riuniti per illustrare gli investimenti finanziari stanziati per lo sviluppo strutturale.

La sicurezza biologica delle stanze d’isolamento per il monitoraggio delle patologie infettive

L’apertura della nuova area di degenza intensiva, situata all’interno del plesso di viale del Policlinico, rappresenta una risposta d’avanguardia ingegneristica per fronteggiare la gestione delle patologie infettive ad altissima diffusibilità, garantendo l’isolamento dei pazienti mediante sistemi di ventilazione a pressione negativa. I moduli logistici e le barriere di filtraggio dell’aria consentono di operare in totale sicurezza biochimica, impedendo la dispersione degli agenti patogeni e salvaguardando l’incolumità del personale medico, degli infermieri e della cittadinanza attiva all’interno dei reparti attigui della scuderia. La filosofia costruttiva applicata dai programmatori risponde ai più rigidi protocolli di contenimento europei, dotando ogni singola postazione di sofisticati monitor multiparametrici per il controllo telematico in tempo reale delle funzioni vitali dei consumatori.

La cooperazione tra i dipartimenti universitari di ricerca e la direzione strategica aziendale ha permesso di allestire un centro didattico d’eccellenza, dove gli specializzandi della facoltà di medicina potranno formarsi sul campo applicando le riforme della diagnostica predittiva.

Il piano straordinario per i Livelli Essenziali di Assistenza ed il benessere del personale medico

L’efficienza della nuova terapia intensiva ad alto biocontenimento costituisce un pilastro strategico fondamentale per incrementare l’indice di competitività della sanità laziale, elevando la qualità delle prestazioni erogate e riducendo il divario storico con i sistemi ospedalieri del Nord. La stabilità dei servizi di urgenza richiede un sostegno continuo alle dotazioni organiche dei reparti, e l’inaugurazione odierna si inserisce all’interno di un più ampio quadro di investimenti strutturali volti a stabilizzare la rete dei pronti soccorso e a valorizzare le competenze professionali interne. La disponibilità di tecnologie mediche avanzate permette di ottimizzare le tempistiche di intervento clinico in fase acuta, offrendo risposte veloci ed efficaci alle richieste di assistenza medica espresse dalle famiglie e dai nuclei familiari della provincia.

La sinergia tra la giunta regionale ed i manager della sanità pubblica consente di attivare programmi di sorveglianza epidemiologica avanzati, sfruttando le risorse informatiche per tracciare l’evoluzione delle malattie e garantire la sicurezza sanitaria dello Stato.

I calendari delle attività cliniche ospedaliere ed i collegamenti con i siti della Regione Lazio

La promozione di queste eccellenze scientifiche rappresenta un elemento di rilievo per elevare il prestigio della ricerca biomedica italiana, dimostrando la reattività delle strutture pubbliche dinanzi alle riforme della transizione digitale della nazione. I dettagli organizzativi sulle tabelle orarie dei servizi assistenziali, i testi integrali dei protocolli di biocontenimento e i link per consultare i decreti di finanziamento della sanità sono liberamente consultabili online visitando la piattaforma informatica ufficiale della Regione Lazio per verificare le comunicazioni istituzionali regionali e monitorare lo stato dei lavori pubblici.

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