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Il ritorno a Rambàgo e i segreti sepolti nel nuovo romanzo di Alfonso Fanella

🔥 Quindici anni dopo, il ritorno a Rambàgo svela segreti che bruciano ancora. Alfonso Fanella firma un romanzo profondo sulla ricerca dell’identità e sul potere distruttivo dei ricordi.

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ALFONSO FANELLA

Redazione-  Rambàgo, un borgo adagiato sulle colline pisane, diventa lo scenario di un mosaico letterario che scava a fondo nella psiche umana. È qui che si ambienta Il fuoco che abbiamo sepolto, l’ultima opera di Alfonso Fanella, autore nato in Sicilia nel 1989 e genovese d’adozione. Il racconto prende le mosse dal ritorno di Alberto Gastaldi, che dopo quindici anni di lontananza decide di rimettere piede nel suo paese natale per fare i conti con un passato rimasto in sospeso. Quel luogo, immerso tra le pendenze toscane che guardano verso la provincia di Pisa, non è solo una cornice geografica, ma una cassa di risonanza per i traumi che il protagonista ha vissuto durante la sua giovinezza.

Il peso del passato tra le colline pisane

La narrazione riporta il lettore a un’estate lontana, quando Alberto, poco più che ventenne, si trovò a incrociare due figure che avrebbero mutato il corso della sua esistenza. Da un lato c’è Milan Juric, un ex combattente della guerra in Bosnia Erzegovina che ha cercato rifugio lontano dalle macerie e dai fantasmi balcanici. Dall’altro compare Elisa, una donna giunta dal Regno Unito con il cuore spezzato per la perdita del figlio. La dinamica tra questi tre personaggi si sviluppa come un gioco di specchi dove ognuno cerca, in modo disperato, una forma di riscatto. Juric attira Alberto verso le ombre cupe della violenza e della forza bruta, mentre tra il giovane e Elisa si intreccia una corrispondenza che scivola rapidamente in un legame ambiguo e viscerale.

Il paese, con le sue strade silenziose e le piazze che nascondono segreti dietro le imposte chiuse, assiste impotente a un’escalation che culmina con la scomparsa di Elisa. Questo evento drammatico segna la rottura definitiva dell’equilibrio locale, spingendo Alberto verso un pellegrinaggio interiore necessario per comprendere cosa sia realmente accaduto in quella stagione estiva. Il titolo del libro non è casuale: il fuoco di cui scrive Fanella rappresenta quella forza primordiale che, a seconda dell’uso che ne facciamo, può illuminare il cammino o ridurlo in cenere.

Riflessioni sulla natura umana e la memoria

Alfonso Fanella, forte di una formazione accademica in Storia conseguita nel 2013 con una tesi focalizzata sul conflitto serbo-croato, riversa nel romanzo le sue competenze analitiche. Non si ferma alla trama gialla o alla cronaca di provincia, ma proietta il lettore verso istanze filosofiche profonde. Citando Elsa Morante e le teorie di Sigmund Freud sulle pulsioni distruttive, l’autore si interroga sulla natura umana. La vita viene descritta come un processo di perenne trasformazione, un’alternanza continua tra la distruzione di ciò che siamo stati e la ricostruzione dell’identità.

Il ricordo, secondo Fanella, agisce come uno scalpello: uno strumento utile per plasmare il carattere, ma capace di trasformarsi in un’arma pericolosa se maneggiato con troppa rabbia. Il rancore, l’immobilismo emotivo e la depressione sono le reazioni più comuni alla “dittatura dei ricordi” che ingabbia molti personaggi. Attraverso la vicenda di Alberto, il libro indaga quale sia la giusta misura da adottare in un mondo contemporaneo sempre più polarizzato, dove le posizioni nette sembrano schiacciare ogni possibilità di sfumatura. Con questa pubblicazione, che segue il suo esordio con Storia di un fiume in piena edito da De Ferrari, l’autore genovese si conferma una voce capace di unire il rigore storico alla sensibilità narrativa. Il romanzo invita a un confronto senza filtri con il proprio dolore, sottolineando che non tutti riescono a navigare la tempesta dei propri traumi con la stessa facilità. La storia di Rambàgo resta, in ultima analisi, un invito a non temere di affrontare le braci ancora calde che ognuno di noi porta con sé, consapevole che solo accettando il proprio conflitto interiore è possibile ricominciare a vivere.

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Il coraggio di essere sotto l’ombrellone

C’è un momento, sotto l’ombrellone, in cui il mare smette di essere semplicemente mare. Succede quando abbassiamo finalmente il telefono, quando le conversazioni intorno diventano un rumore lontano e davanti a noi rimane soltanto quella linea sottile in cui l’acqua sembra incontrare il cielo. È allora che comincia la mia filosofia dell’anima. Non servono grandi trattati. Non servono cattedre. Non servono parole difficili, a volte basta osservare il mare per comprendere una verità che durante l’anno facciamo di tutto per evitare: possiamo fuggire da molti luoghi, ma non possiamo andare in vacanza da noi stessi; ed è forse questa la grande contraddizione dell’estate contemporanea.

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Donna sotto l'ombrellone

Redazione-  C’è un momento, sotto l’ombrellone, in cui il mare smette di essere semplicemente mare. Succede quando abbassiamo finalmente il telefono, quando le conversazioni intorno diventano un rumore lontano e davanti a noi rimane soltanto quella linea sottile in cui l’acqua sembra incontrare il cielo. È allora che comincia la mia filosofia dell’anima. Non servono grandi trattati. Non servono cattedre. Non servono parole difficili, a volte basta osservare il mare per comprendere una verità che durante l’anno facciamo di tutto per evitare: possiamo fuggire da molti luoghi, ma non possiamo andare in vacanza da noi stessi; ed è forse questa la grande contraddizione dell’estate contemporanea.
Partiamo per riposare, ma portiamo con noi tutto ciò da cui avremmo bisogno di riposare.
Il telefono, le notifiche, le fotografie. Il bisogno di raccontare dove siamo, cosa mangiamo, con chi siamo. La necessità quasi compulsiva di dimostrare agli altri che stiamo bene. Abbiamo trasformato perfino la felicità in qualcosa che deve essere documentato.
Una volta conservavamo i ricordi, oggi, troppo spesso, li produciamo pensando già a chi dovrà guardarli e mentre cerchiamo l’inquadratura perfetta del tramonto, rischiamo di perderci il tramonto. Non è nostalgia del passato e non è una guerra contro la tecnologia; sarebbe una posizione troppo facile e anche poco intelligente. La tecnologia è una straordinaria conquista dell’uomo e l’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il nostro modo di lavorare, conoscere e comunicare.
Il problema comincia quando gli strumenti che abbiamo creato per servirci iniziano a decidere il ritmo delle nostre giornate.
Quando sappiamo essere raggiungibili da chiunque, ma diventiamo irraggiungibili a noi stessi. Quando conosciamo ciò che accade dall’altra parte del mondo e non ci accorgiamo del silenzio della persona seduta accanto a noi. Quando abbiamo migliaia di contatti e sempre meno persone alle quali telefonare alle tre del mattino dicendo semplicemente: “Ho bisogno di te”. Questa estate, allora, provo a farmi una domanda diversa. Che cosa resta di noi quando nessuno ci guarda? È una domanda scomoda, perché viviamo nella società dell’esposizione,il successo deve essere mostrato, il dolore possibilmente nascosto, la fragilità corretta, il corpo filtrato, l’età combattuta, la solitudine mascherata.
Dobbiamo sembrare sempre felici, efficienti, desiderabili, occupati, ma l’anima non conosce filtri. L’anima sa perfettamente quando siamo stanchi. Sa quali assenze continuiamo a chiamare distrazioni. Sa quali ferite abbiamo coperto con il lavoro.
Sa quante volte abbiamo detto “sto bene” soltanto perché spiegare il contrario sarebbe stato troppo complicato e forse proprio sotto un ombrellone, mentre intorno qualcuno ride, qualcuno legge, qualcuno dorme e qualcuno continua a scorrere uno schermo, possiamo concederci il lusso più rivoluzionario del nostro tempo:
non fare niente, non produrre,
non pubblicare, non rispondere,
non dimostrare,semplicemente essere.
Abbiamo confuso per troppo tempo il valore con la prestazione, se non produciamo ci sentiamo inutili. Se ci fermiamo ci sentiamo in colpa. Se non rispondiamo immediatamente temiamo di perdere qualcosa e invece alcune delle cose più importanti della vita accadono proprio quando apparentemente non sta accadendo nulla.
Un pensiero che finalmente trova spazio. Una paura che riusciamo a chiamare per nome.
Un figlio che comincia a raccontarci qualcosa perché, per una volta, non stiamo guardando altrove.
Due anziani che camminano lentamente sulla battigia tenendosi per mano e ci ricordano, senza saperlo, che forse il vero successo nella vita non è arrivare primi, ma avere ancora qualcuno accanto quando il passo diventa più lento. Queste sono le immagini che mi interessano, non quelle perfette, quelle vere.
Perché siamo entrati in un’epoca capace di costruire macchine sempre più intelligenti, ma la grande sfida del futuro sarà conservare esseri umani capaci di sentire.
Capaci di compassione.
Capaci di indignarsi.
Capaci di aspettare.
Capaci di perdonare.
Capaci perfino di annoiarsi.
Sì, annoiarsi perché dall’infanzia abbiamo quasi cancellato persino la noia. Ogni vuoto deve essere riempito da uno schermo. Ogni attesa anestetizzata. Ogni silenzio occupato, eppure proprio dalla noia sono nate fantasie, domande, giochi, libri, amori, invenzioni. Forse dovremmo restituire ai nostri figli anche il diritto di guardare il mare senza sapere immediatamente cosa fare. Lasciarli costruire un castello destinato a essere distrutto dall’acqua. È una piccola lezione filosofica: impegnarsi profondamente in qualcosa pur sapendo che non durerà per sempre.
In fondo è quello che facciamo tutti, costruiamo, amiamo,
perdiamo, ricominciamo.
La vita non ci promette permanenza, ci offre presenza,
ed è una differenza enorme.
Il mare questo lo insegna da millenni: arriva un’onda, cancella ciò che sembrava definitivo e subito dopo la spiaggia torna disponibile per una nuova storia, forse crescere significa proprio questo.
Non diventare invulnerabili, ma imparare a ricominciare senza trasformare le ferite in muri.
Per questo la mia filosofia dell’anima sotto l’ombrellone non contiene formule per essere felici; diffido profondamente delle ricette della felicità.
La felicità non è un protocollo,
è fatta di frammenti,
una risata improvvisa. Una mano cercata senza pensarci. Un pranzo troppo lungo. Una telefonata inattesa. Il profumo della crema solare che un giorno, tra vent’anni, ci riporterà inspiegabilmente a questa estate e allora forse la domanda non è quanto dureranno le vacanze.
La domanda è quanto di noi riusciremo a riportare a casa,
perché settembre arriverà.
Torneranno gli appuntamenti, il traffico, le responsabilità, le password, le scadenze e quella velocità assurda con cui abbiamo organizzato il mondo,
ma sarebbe bello tornare diversi, non abbronzati, più presenti. Con qualche certezza in meno e qualche domanda in più. Con meno bisogno di essere approvati e maggiore coraggio di essere autentici.
Con la consapevolezza che non tutto ciò che conta può essere fotografato, misurato, archiviato o trasformato in un dato.
Esistono ancora territori dell’essere umano che nessun algoritmo può abitare al nostro posto.
Il dolore di una perdita.
La vertigine di un amore.
La paura davanti a una scelta.
La tenerezza di una madre.
La dignità di chi cade e decide di rialzarsi.
Il bisogno profondissimo di essere guardati da qualcuno non per ciò che rappresentiamo, ma semplicemente perché esistiamo.
Quella è la parte di umanità che dobbiamo difendere, non dalle macchine.
Da noi stessi, quando cominciamo a comportarci come macchine.
Così oggi resto qualche minuto a guardare il mare.
Il telefono può aspettare.
Il mondo continuerà perfettamente anche senza di me. E questa, paradossalmente, è una sensazione bellissima.;
perché quando smettiamo per un momento di voler essere indispensabili al mondo, possiamo finalmente tornare indispensabili alla nostra vita.
Il mare continua ad andare e venire, non chiede attenzione,
non cerca consenso, non conta quanti lo stanno guardando,
esiste e forse, dopo aver trascorso tanto tempo a imparare come apparire, questa estate potremmo provare a imparare qualcosa dal mare: avere il coraggio, semplicemente, di essere.

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Alma Pal Ndoj: l’arte come rifugio dell’anima. La toccante poesia di una donna in perenne ricerca di libertà

L’arte che guarisce l’anima: il lungo viaggio della poetessa albanese Alma Pal Ndoj e i suoi meravigliosi versi sulla ricerca della libertà interiore! 📖 🕊️ Ci sono vite in costante movimento, viaggi che attraversano intere nazioni ma che trovano sempre “casa” nel potere salvifico della parola scritta. Oggi vi raccontiamo la meravigliosa storia di Alma Pal Ndoj, scrittrice nata e cresciuta in Albania (a Derven), emigrata a soli 19 anni in Grecia e poi trasferitasi in Belgio. Mamma di due figlie e donna cosmopolita (parla ben 5 lingue, tra cui l’italiano), Alma ha trovato nella poesia la sua più grande medicina interiore contro le amarezze della vita. Autrice della raccolta “Frammenti di felicità – Vicino al mare e al sogno”, nei suoi versi affronta i temi universali del dolore, del coraggio e della speranza. Nella sua struggente poesia intitolata “Se solo…” (che abbiamo analizzato per voi), l’autrice esplora il bisogno fortissimo di scappare dal “rumore del mondo” per rifugiarsi in un posto segreto dell’anima, estirpando la tristezza alla radice per far tornare a respirare il cuore con l’ossigeno puro della libertà. Leggi l’analisi completa della poesia nel nostro articolo! 👇 ✍️ E a voi capita mai di desiderare un “luogo segreto” in cui rifugiarvi per chiudere fuori lo stress e il rumore della quotidianità?

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Alma Pal Ndoj

Redazione – Ci sono vite che somigliano a lunghi e instancabili viaggi, esistenze in continuo movimento che, pur attraversando nazioni e confini geografici, mantengono salde le proprie radici interiori grazie alla forza salvifica dell’arte e della parola. La storia personale e letteraria di Alma Pal Ndoj è proprio una di queste: un inno alla resilienza, alla maternità e al potere curativo della poesia.
Nata il 10 ottobre del 1986, Alma è cresciuta a Derven, un piccolo centro vicino a Fushë-Krujë, nella suggestiva terra d’Albania. Ma il destino aveva in serbo per lei un percorso da cittadina del mondo. Dopo aver terminato gli studi nella sua amata patria d’origine, a soli 19 anni ha trovato il coraggio di emigrare in Grecia, dove ha vissuto e lavorato per ben 15 anni, assorbendone la cultura e le sfumature. Nel 2018, la bussola della sua vita ha puntato ancora una volta verso nord, portandola a trasferirsi in Belgio, Nazione in cui vive attualmente e felicemente insieme alla sua famiglia.

La poesia come medicina e rifugio interiore

Oggi Alma è la fiera madre di due figlie, ma il suo ruolo materno si intreccia indissolubilmente con una profondissima e divorante passione per tutte le forme d’arte. La musica, la danza e (soprattutto) la scrittura rappresentano per lei molto più di un semplice passatempo: sono una vera e propria fonte di serenità e di guarigione interiore.
Il suo legame con i versi affonda le radici negli anni del liceo. Come spesso accade nella vita degli artisti, la routine e gli impegni quotidiani l’avevano costretta a una temporanea pausa dalla scrittura, ma il fuoco sotto la cenere non si è mai spento. Grazie al provvidenziale e caloroso sostegno di alcuni amici artisti, Alma ha ripreso in mano la penna, dando finalmente libero sfogo a una voce poetica matura e consapevole.
Donna cosmopolita (parla fluentemente diverse lingue, tra cui l’italiano, l’inglese, il greco, lo spagnolo e l’olandese), la Ndoj ha riversato nei suoi versi i temi universali dell’esistenza umana: le emozioni trattenute, il dolore inespresso, la ricerca disperata della libertà e l’ostinata speranza nella felicità. Il suo talento si è già concretizzato nella pubblicazione del libro poetico “Frammenti di felicità – Vicino al mare e al sogno”, a cui ha fatto subito seguito una seconda e attesissima opera letteraria.

L’analisi di “Se solo…”: l’inno alla libertà del cuore

Per comprendere a fondo la delicatezza e l’intensità dell’anima di Alma Pal Ndoj, è sufficiente immergersi nella lettura della sua struggente lirica intitolata “Se solo…”.
La poesia si apre con il desiderio, universale e condivisibile da ogni essere umano, di possedere un “luogo immaginario” e segreto in cui potersi rifugiare per sfuggire al “rumore del mondo”. L’autrice non cerca una banale fuga geografica, ma un esilio spirituale in cui poter compiere un’operazione quasi alchemica: raccogliere i “frammenti del dolore” accumulati nel corso della vita per sostituirli magicamente con quelli della felicità.
Nei versi centrali, emerge fortissimo il tema del coraggio. L’autrice sogna di fuggire là dove vivono i ricordi più puri, per poter finalmente guardare in faccia i propri demoni (“affronterei la paura dentro di me”) e dichiarare la propria vittoria esistenziale: “ce l’ho fatta”.

Estirpare il dolore alla radice

La chiusura della poesia è un potentissimo e disperato grido di speranza. L’autrice invoca un “potere soprannaturale” capace di strappare via, “una radice alla volta”, i sentimenti negativi e l’angoscia che spesso invadono la nostra interiorità.
Il finale è un affresco luminoso di pace totale: “Ah, se solo un giorno il mio cuore fosse libero, quanto felicemente vivrebbe… non conoscerebbe più né dolore né lacrime, respirerebbe soltanto aria di libertà”. In questi versi si condensa tutta l’essenza della poesia di Alma: la consapevolezza che il dolore fa parte del viaggio, ma anche l’incrollabile certezza che l’anima umana è stata creata per respirare l’ossigeno purissimo della libertà. Un respiro che l’autrice albanese ha saputo magistralmente intrappolare sulla carta, regalandolo per sempre ai suoi fortunati lettori.

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Butta una manciata di sale grosso nel WC prima di andare a dormire: il trucco segreto che ti farà risparmiare centinaia di euro

Strisce gialle di calcare e cattivi odori in bagno? Butta una manciata di sale grosso nel WC prima di dormire: il risultato al mattino ti lascerà senza parole! 🚽 ✨ Smettila di intossicarti i polmoni con la candeggina e di spendere decine di euro in inutili prodotti chimici! Per avere un water sempre bianchissimo, senza incrostazioni e libero dai fastidiosi odori di fogna, la soluzione si nasconde nella tua dispensa della cucina. Prendi una generosa manciata di comune sale grosso (magari con l’aggiunta di un cucchiaio di bicarbonato) e buttala nel gabinetto la sera, subito prima di andare a dormire. Durante la notte, il sale farà una vera e propria magia: scioglierà il calcare depositato sulle pareti e neutralizzerà i batteri che causano le puzze di risalita! Al mattino ti basterà tirare lo sciacquone per vedere il bagno brillare come nuovo. È un trucco ecologico, a costo quasi zero e che allunga la vita delle tue tubature. Leggi la spiegazione completa e come farlo correttamente nel nostro articolo! 👇 💡 Conoscevate già questo fenomenale “trucco della nonna”? Taggate chi ha bisogno di questo consiglio nei commenti!

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Ale grosso nel water

Redazione – Tenere la casa pulita e igienizzata è una delle sfide quotidiane più stancanti e dispendiose per milioni di famiglie italiane. Tra tutte le stanze, il bagno rappresenta sicuramente il “campo di battaglia” più arduo, e il water (WC) è il nemico numero uno da sconfiggere. Nonostante le pulizie quotidiane, ci ritroviamo spessissimo a lottare contro due problemi apparentemente invincibili: la formazione di quelle antiestetiche striature gialle di calcare sul fondo della tazza e il persistente risalire di cattivi odori dalle tubature, soprattutto durante le giornate di pioggia o forte umidità.
La reazione istintiva è quella di riempire il carrello della spesa con litri di candeggina corrosiva, acidi pericolosi e costosi disgorganti chimici. Eppure, la soluzione per avere un bagno perfetto, igienizzato e profumato si nasconde nella tua dispensa alimentare e costa letteralmente pochi centesimi: stiamo parlando del formidabile trucco del sale grosso.

Il dramma del calcare e l’inquinamento dei detersivi

Prima di svelare il segreto, è importante capire perché i normali detersivi spesso falliscono. L’acqua delle nostre reti idriche è spesso “dura”, ovvero ricchissima di minerali che, depositandosi giorno dopo giorno, creano una crosta calcarea sul fondo del WC. Questa crosta porosa diventa il nido perfetto per la proliferazione dei batteri responsabili dei cattivi odori.
Gettare continuamente acidi o candeggina nel gabinetto non solo è un enorme salasso economico a fine mese, ma danneggia gravemente le guarnizioni interne delle tubature (costringendovi poi a chiamare un costoso idraulico) e inquina pesantemente le nostre falde acquifere. La natura, invece, ci offre un alleato imbattibile, ecologico e straordinariamente economico: il cloruro di sodio, ovvero il comune sale grosso da cucina.

Come funziona la magia del sale grosso di notte

Il procedimento è di una semplicità disarmante, ma per funzionare a dovere deve essere eseguito rigorosamente la sera, prima di andare a dormire, quando sapete che il bagno non verrà utilizzato per diverse ore.
Tutto ciò che dovete fare è prendere una grossa manciata di sale grosso (circa 100 grammi) e spargerla generosamente all’interno delle pareti della tazza del WC, facendola cadere anche sul fondo, dove ristagna l’acqua. Per potenziare l’effetto in caso di incrostazioni particolarmente ostinate, potete aggiungere alla manciata di sale anche un cucchiaio di bicarbonato di sodio.
A questo punto, andate tranquillamente a dormire e lasciate che la miscela naturale compia la sua silenziosa magia durante la notte.

Il risveglio: un bagno splendente e tubature libere

Ma cosa succede esattamente mentre dormite? Il sale grosso ha delle straordinarie proprietà igroscopiche, assorbenti e leggermente abrasive. A contatto con l’acqua, innesca una reazione prolungata che scioglie letteralmente i depositi di calcare in eccesso, ammorbidendo le incrostazioni gialle. Inoltre, assorbe totalmente l’umidità in eccesso e neutralizza in modo definitivo i batteri responsabili degli odori sgradevoli di fogna che risalgono dai tubi.
La mattina seguente, al vostro risveglio, non dovrete fare altro che tirare semplicemente lo sciacquone. Se il calcare era molto vecchio, vi basterà passare leggermente lo scopino per vedere le incrostazioni staccarsi senza alcuna fatica.
Ripetendo questo semplice, ecologico ed economico trucchetto della nonna almeno due volte a settimana, manterrete le tubature del vostro WC sempre libere, disincrostate e profumate. Smetterete di intossicarvi i polmoni respirando esalazioni di candeggina e, soprattutto, risparmierete centinaia di euro all’anno in costosi (e inutili) prodotti chimici da supermercato. Un piccolo gesto di astuzia che farà sorridere il vostro portafogli e l’ambiente!

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