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Esteri

L’epidemia silenziosa che il mondo ignora: i morsi di serpente uccidono fino a mezzo milione di persone ogni anno

Altro che squali: i serpenti uccidono mezzo milione di persone all’anno! I dati spaventosi (e fino a ieri nascosti) del nuovo studio scientifico internazionale 🐍 🚨 Quando si parla di animali pericolosi, i morsi di serpente si confermano i veri e propri killer silenziosi dell’umanità! Uno studio pazzesco (a cui ha partecipato anche la Svizzera) appena pubblicato sulla rivista “PLOS Medicine” ha sganciato una bomba statistica: i morti causati dal veleno dei rettili non sarebbero “solo” i 100mila calcolati finora, ma potrebbero arrivare all’incredibile cifra di 513.000 all’anno! Come mai una strage simile è passata inosservata? Il motivo è drammatico: la stragrande maggioranza delle vittime sono poveri contadini delle aree rurali dell’Africa subsahariana e dell’Asia, persone che muoiono nei campi senza poter raggiungere un ospedale e senza mai finire nelle statistiche sanitarie ufficiali. Per fortuna, alle nostre latitudini (Italia e Svizzera), la situazione è totalmente sotto controllo: sebbene le vipere mordano qualche decina di malcapitati ogni estate in montagna, grazie ai soccorsi moderni i decessi sono rarissimi (in Svizzera si conta un solo morto dal lontano 1961!). Leggi tutti i numeri e i dettagli sulla mappa del rischio nel nostro articolo! 👇 🥾 E voi, avete mai incontrato una vipera durante una passeggiata in montagna? Vi fanno paura i rettili?

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Serpente

Redazione – Quando pensiamo alle cause di morte più diffuse a livello globale, la nostra mente corre immediatamente a terribili malattie virali, incidenti stradali o grandi conflitti armati. Eppure, nascosta tra le pieghe delle aree più povere e remote del nostro pianeta, esiste un’epidemia strisciante e letale di cui i media occidentali parlano pochissimo. Il numero di persone che ogni anno perdono la vita nel mondo a causa dei morsi di serpente potrebbe essere infinitamente più elevato e drammatico di quanto la scienza medica avesse stimato finora.
A lanciare l’allarme è un imponente studio internazionale (con un’importante partecipazione svizzera) appena pubblicato sulle autorevoli pagine della rivista scientifica «PLOS Medicine». I numeri emersi da questa ricerca sono letteralmente sconvolgenti: i decessi mondiali dovuti al veleno dei rettili sarebbero in realtà almeno 274.000 all’anno, con picchi vertiginosi che potrebbero arrivare addirittura fino a 513.000 morti annue.

Perché le statistiche ufficiali mentono: il dramma rurale

Come è possibile che centinaia di migliaia di morti siano “sfuggite” ai radar dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per così tanto tempo? La notevole (e tragica) differenza rispetto alle stime precedenti è dovuta alla grande difficoltà nel rilevare i casi sul territorio.
Le normali statistiche ufficiali e i dati estrapolati dai registri ospedalieri tendono infatti a sottostimare pesantemente il fenomeno. Il motivo è dolorosamente legato alla povertà: la stragrande maggioranza delle persone che vengono morse lavora a mani nude nei campi agricoli e vive in aree rurali profondamente isolate, lontane decine di chilometri dal primo ospedale disponibile. Molte vittime non ricorrono affatto alle strutture sanitarie, ma si affidano (purtroppo invano) a rimedi locali o muoiono prima di raggiungere un medico. Le nuove indagini a tappeto, condotte dai ricercatori direttamente all’interno delle piccole comunità, hanno finalmente permesso di far emergere il numero reale dei casi, portando alla sconvolgente stima di mezzo milione di morti.

La mappa globale del veleno: l’Africa è la più colpita

Il fenomeno, ovviamente, è distribuito in modo assai disomogeneo sul globo terrestre. A pagare il prezzo di sangue più alto è senza dubbio l’Africa subsahariana, a cui è incredibilmente attribuibile il 45% di tutti gli avvelenamenti e dei decessi mondiali. Il tasso di incidenza in questa regione è quasi tre volte superiore a quello dell’Asia meridionale, che risulta comunque la seconda area più colpita al mondo (seguita dal Sud-est asiatico).
A essere maggiormente esposti al rischio, rileva lucidamente l’indagine scientifica, sono i contadini e gli abitanti dei Paesi a basso reddito. Per effettuare questa complessa stima, i ricercatori hanno analizzato migliaia di studi scientifici pubblicati a partire dal 2007, elaborando sofisticati modelli geostatistici. Nonostante questo sforzo enorme, le lacune informative restano considerevoli: su 170 Paesi in cui sono attualmente presenti in natura serpenti velenosi, ben 91 non dispongono di dati solidi sulle intossicazioni umane e 100 non hanno registri affidabili sui decessi.

La situazione in Europa: i rassicuranti dati svizzeri e italiani

Di fronte a numeri così spaventosi, è normale chiedersi quali siano i rischi reali alle nostre latitudini. Sebbene in Europa esistano diverse specie velenose (principalmente del genere Vipera), la situazione è totalmente sotto il controllo sanitario e non deve destare alcun allarme incontrollato.
Prendendo ad esempio la vicina Svizzera, il Centro di coordinamento nazionale rettili (karch) ricorda che sul territorio elvetico vivono due specie velenose: il marasso (Vipera berus) e la vipera comune (Vipera aspis), entrambe presenti anche nel vicino Canton Ticino e in ampie zone del Nord Italia.
Queste due specie sono effettivamente protagoniste, ogni anno, di alcuni casi isolati di morsicatura durante le escursioni estive. Tuttavia, a differenza di quanto accade nei Paesi in via di sviluppo, grazie alla tempestività del nostro sistema di soccorso e alle odierne ed efficaci cure mediche (come la somministrazione ospedaliera del siero antiofidico), il morso non rappresenta quasi mai un pericolo mortale per un adulto sano. Le statistiche sono estremamente rassicuranti: dal lontano 1961 si è verificato in Svizzera un solo incidente mortale riconducibile al morso di una vipera. In caso di incontro in montagna, dunque, la regola d’oro resta solo una: massimo rispetto per l’animale, nessun tentativo di ucciderlo e allontanarsi lentamente in direzione opposta.

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Tragedia apocalittica in Nepal: l’alluvione fa 157 morti e quasi 600 dispersi. Salvi per miracolo due italiani

Scene da apocalisse in Nepal: un’improvvisa alluvione spazza via decine di villaggi. 157 i morti, si cercano 600 dispersi, salvi per miracolo due italiani! 🇳🇵 🌊 La natura ha colpito ancora una volta con inaudita violenza. Una mostruosa bomba d’acqua e fango (causata probabilmente da una grossa frana innescata da un terremoto) ha fatto esondare il fiume Bhote Koshi, nel nord del Nepal, cancellando dalla faccia della Terra interi villaggi, dighe e decine di ponti. Il bilancio è a dir poco drammatico: i morti accertati sono 157, ma si teme il peggio per i quasi 600 dispersi, tra cui tantissimi turisti stranieri che facevano trekking nella zona. Salvi per miracolo due italiani, Giovanni Fassini e Marco Lombardi, rimasti intrappolati per 8 ore su un autobus mentre l’acqua continuava a salire spaventosamente attorno a loro: “Ci è andata incredibilmente bene, siamo vivi e possiamo raccontarlo”, hanno dichiarato al Tg1. Ora è in corso una disperata corsa contro il tempo degli elicotteri militari per salvare chi è rimasto isolato in alta montagna. L’Unione Europea ha attivato i propri satelliti per aiutare le ricerche. Leggi il racconto completo dei superstiti italiani e i dettagli della tragedia nel nostro articolo! 👇 💔 Un pensiero e una preghiera di solidarietà per le famiglie delle vittime e per i coraggiosi soccorritori.

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Inondazione in Nepal

Nepal – Le immagini catturate dalle telecamere di sicurezza mostrano scene che sembrano uscite da un film catastrofico, ma che purtroppo sono drammaticamente reali. Un’imponente ondata d’acqua, fango e detriti ha improvvisamente investito il nord del Nepal, accanendosi in particolare sul distretto montuoso di Rasuwa (nella provincia di Bagmati), a ridosso del confine con il Tibet cinese. Il bilancio provvisorio è terrificante, destinato tragicamente a salire con il passare delle ore: si contano almeno 157 morti accertati e quasi seicento dispersi.
La gigantesca piena improvvisa del fiume Bhote Koshi (arrivata verso le 9:15 del mattino) ha letteralmente cancellato dalle mappe interi villaggi millenari come Timure, Rasuwagadhi e Syabrubesi, trascinando via con una forza brutale ponti, bacini e povere persone in fuga.

“Otto ore bloccati sul bus”: il racconto dei sopravvissuti italiani

In questo scenario infernale, l’Italia tira un sospiro di sollievo per i propri connazionali. Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha rassicurato il Paese confermando che i due italiani direttamente coinvolti nel disastro sono fortunatamente in buone condizioni di salute (la Farnesina sta comunque monitorando altri 90 connazionali registrati in zona).
I due superstiti, Giovanni Fassini e Marco Lombardi, hanno vissuto ore di autentico terrore mentre tornavano verso Katmandu a bordo di un autobus turistico. «L’autobus si è fermato improvvisamente perché la strada era sbarrata», ha raccontato Fassini al Tg1 con la voce rotta dall’emozione. «All’inizio non avevamo capito il perché, ma poi ci siamo accorti che il fiume di fianco a noi saliva, saliva sempre di più in modo minaccioso. A monte non si poteva andare, indietro nemmeno. Siamo rimasti per ben 8 ore fermi e intrappolati sull’autobus, pregando che l’acqua non ci lambisse. Ci è andata incredibilmente bene, siamo vivi e possiamo raccontarlo, ma sappiamo che ci sono molti dispersi, la situazione è una vera e propria tragedia».

Centinaia di turisti inghiottiti: la frana innescata dal sisma

Il conto dei dispersi mette i brividi. Sul lato nepalese non si hanno notizie di 484 turisti, dei quali 391 stranieri (tra cui indiani, statunitensi, australiani, britannici, francesi e spagnoli). Nel calderone dei dispersi figurano anche decine di membri dell’esercito, poliziotti e lavoratori impegnati in alcuni cantieri idroelettrici, i cui impianti (appena ultimati) sono andati completamente distrutti, insieme a ben 80 ponti (tra carrabili e pedonali). L’emergenza, peraltro, ha scavalcato i confini, interessando gravemente anche la vicina Cina, dove si contano altri 265 dispersi.
Ma cosa ha scatenato un simile inferno d’acqua? Se in un primo momento si era ipotizzata la spaventosa rottura di un lago glaciale, il ministro degli Esteri nepalese ha indicato come causa primaria un terremoto di magnitudo 4.4, registrato poco prima del disastro. Il sisma avrebbe provocato una colossale frana, la quale avrebbe bloccato temporaneamente il corso del fiume per poi cedere di schianto, rilasciando a valle una bomba d’acqua inarrestabile.

La disperata macchina dei soccorsi e l’aiuto europeo

Ora è il momento della speranza e del dolore. Il governo locale ha dichiarato per tre mesi lo stato di area disastrata, mobilitando ogni elicottero militare e privato disponibile per cercare di raggiungere i feriti e le persone rimaste intrappolate nei villaggi isolati, trasferendole in zone sicure. Fino a questo momento, i soccorritori (eroi che stanno lavorando in condizioni estreme) hanno salvato un centinaio di persone per via aerea.
Di fronte a questa enorme sciagura, la comunità internazionale non è rimasta a guardare. L’Unione Europea (tramite la presidente Ursula von der Leyen) ha attivato il sistema satellitare Copernicus per mappare le aree distrutte dall’alto, mentre la Federazione Internazionale della Croce Rossa ha già stanziato oltre un milione di euro di fondi d’emergenza. Il mondo intero prega oggi per il Nepal, una terra tanto meravigliosa quanto fragile, sperando che il fango possa restituire il maggior numero di sopravvissuti.

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La casa dove due bambini stanno lentamente morendo di fame

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Bambino denutrito

Redazione- In un angolo dell’Afghanistan, dentro una casa che dall’esterno potrebbe sembrare uguale a migliaia di altre, un padre guarda ogni sera i suoi due figli e cerca di nascondere qualcosa persino a se stesso: la paura. La paura del giorno dopo. La paura che una mattina i suoi bambini non abbiano più la forza di alzarsi. I suoi due figli sono malati. Ma la loro malattia non è comparsa all’improvviso. Non è iniziata con una febbre alta, né con un incidente. È entrata lentamente nella loro casa, giorno dopo giorno: quando il cibo sulla tavola ha cominciato a diminuire, quando la madre e il padre hanno iniziato a mangiare meno per lasciare qualcosa ai bambini, quando la carne, le uova e la frutta sono diventate un lusso e il pane e il tè hanno cominciato a sostituire quasi tutto il resto. All’inizio il padre cercava di rassicurarsi. «Passerà. Tra qualche giorno staranno meglio.» Ma i giorni sono diventati settimane. Le settimane sono diventate mesi. Il figlio più grande non gioca più come prima. I suoi giocattoli sono rimasti in un angolo della stanza. Passa gran parte della giornata sdraiato, senza la forza di correre, ridere o inseguire gli altri bambini. La madre gli accarezza il viso e ogni giorno lo sente più magro. Il figlio più piccolo sta ancora peggio. È così piccolo che non riesce a capire perché sua madre, quando gli mette davanti qualcosa da mangiare, non mangi mai insieme a lui. Sa soltanto che sua madre gli ripete sempre: «Mangia tu, figlio mio.» E poi, quando il bambino si volta, lei finge di non avere fame. Ma ha fame. Anche il padre ha fame. In quella casa hanno fame tutti. Solo la fame non sembra mai sazia. La malnutrizione grave non significa semplicemente avere poco da mangiare. Quando il corpo di un bambino non riceve abbastanza energia e nutrienti per un periodo prolungato, comincia a consumare le proprie riserve. Il bambino perde peso, diventa estremamente debole e il suo organismo perde la capacità di difendersi dalle malattie. A quel punto anche un’infezione, una diarrea o una malattia respiratoria possono trasformare rapidamente la fame in un’emergenza. Per quella famiglia, però, tutto questo non è una definizione medica. È la realtà che vedono ogni giorno. Ogni mattina la madre si avvicina ai bambini. Appoggia una mano sulla loro fronte. Guarda i loro occhi. Ascolta il loro respiro. Poi entra nella piccola cucina. A volte trova soltanto un po’ di farina, qualche pezzo di pane e del tè. Divide il pane tra i bambini. Dà il pezzo più grande al più piccolo. Quello che resta al più grande. E per lei? Niente. Quando i bambini le chiedono: «Mamma, tu non mangi?» Lei sorride. «Ho già mangiato.» È una bugia. Una di quelle bugie che una madre affamata racconta per proteggere i propri figli. Ma questa famiglia non è sola. Dietro la porta di quella casa ce ne sono migliaia di altre. Famiglie in cui i genitori fanno ogni giorno lo stesso calcolo doloroso: cosa possiamo togliere a noi stessi per lasciare qualcosa ai nostri figli? La risposta, sempre più spesso, è: tutto. Saltano il pasto. Riducono le porzioni. Vendono ciò che possiedono. Chiedono aiuto. E quando non rimane più nulla da vendere, non rimane nemmeno più nulla da sacrificare. Secondo l’UNICEF, milioni di bambini afghani soffrono di malnutrizione acuta e circa un milione si trova in una condizione di malnutrizione acuta grave, potenzialmente letale senza cure tempestive. Dietro quel numero non ci sono semplicemente statistiche. Ci sono bambini. Ci sono madri. Ci sono padri. Ci sono case in cui ogni notte qualcuno rimane sveglio ad ascoltare il respiro di un bambino. Il padre di questa famiglia, quando i bambini dormono, forse si siede accanto a loro. Prende la mano del figlio più grande. Poi guarda il più piccolo. Le loro mani sono diventate sottili. I loro volti sono cambiati. E per qualche istante, nel silenzio della notte, potrebbe chiedersi: «Come posso salvare entrambi?» È in quel momento che la tragedia va oltre la fame. Perché quando la povertà diventa così profonda, un padre può arrivare al punto di chiedersi quale figlio riuscirà a curare per primo. Non dovrebbe mai accadere. Un bambino non dovrebbe mai essere costretto a competere con suo fratello per un pezzo di pane. Una madre non dovrebbe mai scegliere quale figlio nutrire. Un padre non dovrebbe mai avere paura di aprire gli occhi al mattino perché teme di scoprire che uno dei suoi bambini è diventato troppo debole per svegliarsi. La madre, però, continua a sperare. Ogni giorno prende i bambini tra le braccia. Li accarezza. Li incoraggia. Se trova qualcosa da mangiare, lo conserva per loro. E ogni sera, prima di dormire, forse ripete la stessa preghiera: «Domani andrà meglio.» Ma non sempre domani va meglio. La siccità, le inondazioni, la povertà estrema, la perdita dei mezzi di sostentamento e la riduzione delle risorse umanitarie stanno rendendo ancora più difficile la vita di milioni di famiglie. E proprio quando il bisogno cresce, anche le possibilità di ricevere assistenza possono diminuire. Per una famiglia come questa, la distanza tra la vita e la morte può diventare terribilmente piccola. Può essere la distanza tra avere abbastanza cibo per un giorno e non averne abbastanza per il giorno successivo. Forse un giorno la famiglia riuscirà a raggiungere un centro sanitario. La madre porterà in braccio il bambino più piccolo. Il padre terrà vicino a sé l’altro. Potrebbero camminare per ore. Potrebbero aspettare a lungo. E quando arriveranno, potrebbero trovare altre madri. Altri padri. Altri bambini con gli occhi stanchi e i corpi indeboliti dalla fame. Ed è allora che il padre potrebbe capire che ciò che accade nella sua casa non è soltanto una disgrazia personale. È parte di una tragedia molto più grande. Il dolore più grande, forse, è quello di un bambino che non comprende perché deve avere fame. Non comprende la guerra. Non comprende l’economia. Non comprende la povertà. Non comprende la siccità. Non comprende perché gli aiuti non arrivino. Sa soltanto una cosa: ha fame. E sua madre non ha nulla da dargli. Forse il bambino la guarderà ancora una volta e chiederà: «Mamma, c’è qualcosa da mangiare?» Lei rimarrà in silenzio per qualche secondo. Poi lo stringerà forte tra le braccia. Perché a volte non esiste una risposta abbastanza grande per una domanda così semplice. E forse non c’è immagine più dolorosa di una madre che sa che suo figlio ha fame, ma non ha più nulla nelle mani per sfamarlo. Questa non è soltanto la storia di una famiglia. È la storia di milioni di bambini che, invece di vivere la propria infanzia, stanno imparando troppo presto cosa significa avere paura della fame. E in una casa dove dovrebbe sentirsi la voce dei bambini che giocano, a volte rimane soltanto il rumore di un cucchiaio che tocca il fondo di una ciotola vuota.

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Iran – minacce a Barron Trump in un video della tv di stato, taglia da dieci milioni

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Barron Trump

Redazione-  La televisione di Stato iraniana ha trasmesso un video che sostiene di seguire gli spostamenti di Barron Trump, il figlio ventenne di Donald Trump, e afferma che sulla sua testa sarebbe stata posta una taglia da 10 milioni di dollari (8,5 milioni di euro).

Le immagini, diffuse da media legati ai Guardiani della Rivoluzione e mandate in onda sul Canale 3 della tv di Stato iraniana, hanno per titolo “Where and how should we kill Barron Trump?”.

Il filmato sostiene di mostrare la posizione della sua università, i veicoli di scorta e la disposizione degli agenti del Secret Service, e afferma che i suoi movimenti sarebbero stati ‘completamente monitorati’. La notizia sulla taglia non ha potuto essere verificata in modo indipendente al momento della pubblicazione.

Il video sostiene inoltre che ‘una ragazza’ sarebbe riuscita a eludere la protezione del Secret Service, si sarebbe seduta con Barron Trump in un incontro privato e avrebbe passato informazioni agli autori del programma.

Afferma anche che Barron Trump comunicherebbe in privato tramite messaggi vocali e di testo su Xbox, lontano dal controllo della sua scorta. Euronews non ha potuto verificare in modo indipendente nessuna di queste affermazioni.

La trasmissione segue un video simile diffuso a luglio dall’agenzia Tasnim, legata ai Guardiani della Rivoluzione, intitolato “Where and how is Melania Trump accessible?”, che descriveva i movimenti di Melania Trump a New York e indicava presunte falle nel suo sistema di sicurezza. Alla fine di maggio, il New York Post ha riferito di un presunto complotto contro Ivanka Trump.

I media statali iraniani hanno inoltre diffuso minacce dirette contro lo stesso Trump. A luglio, un cartellone nella piazza della Rivoluzione islamica a Teheran mostrava Trump apparentemente morto in una bara, con la scritta in inglese “We will kill Trump”.

Un altro video, diffuso in precedenza, sosteneva di tracciare il percorso del corteo di Trump tra gli aeroporti e le sue residenze in Florida e a New York. Il Secret Service statunitense ha confermato di star esaminando le immagini.

Nel gennaio 2020 un attacco con droni statunitensi ha ucciso il comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, Qassem Soleimani, all’aeroporto internazionale di Baghdad. L’operazione era stata autorizzata da Trump durante il suo primo mandato.

Le autorità iraniane promisero vendetta per l’uccisione di Soleimani e da allora hanno ribadito più volte quelle minacce.

Il secondo, e più recente, fattore scatenante è la morte dell’ayatollah Ali Khamenei nei raid statunitensi-israeliani del 28 febbraio, il primo atto della guerra in corso.

Alcune figure dei media statali iraniani hanno inquadrato le minacce personali contro Trump esplicitamente nel concetto giuridico islamico di “qisas”, o giustizia retributiva, sostenendo che l’uccisione della guida della Repubblica islamica crea l’obbligo di uccidere la persona ritenuta responsabile.

Mohammad-Javad Larijani, commentatore della televisione di Stato iraniana, ha definito il qisas un “diritto inalienabile” della Repubblica islamica. Parlando di chi ritiene responsabile della morte di Khamenei, ha affermato: “Faremo tutto ciò che è in nostro potere e non esiste alcun ostacolo legale internazionale che possa fermarci”.

“Se non applichiamo il qisas a Trump, se non puniamo l’uccisore della nostra guida, l’attuale guida e i dirigenti della Repubblica islamica dovranno sempre vivere nascosti”, ha dichiarato Mohsen Ghanbarian, un altro volto abituale dell’emittente statale.

Trump ha avvertito che qualsiasi tentativo di ucciderlo provocherebbe una dura risposta degli Stati Uniti. Il 20 gennaio ha dichiarato che, in caso di un attentato contro di lui, “l’intero Paese Iran esploderà”. Ha aggiunto di aver impartito ordini tali da garantire che gli Stati Uniti “cancelleranno la Repubblica islamica dalla faccia della Terra” se le minacce dovessero concretizzarsi.

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