Esteri
La casa dove due bambini stanno lentamente morendo di fame
Redazione- In un angolo dell’Afghanistan, dentro una casa che dall’esterno potrebbe sembrare uguale a migliaia di altre, un padre guarda ogni sera i suoi due figli e cerca di nascondere qualcosa persino a se stesso: la paura. La paura del giorno dopo. La paura che una mattina i suoi bambini non abbiano più la forza di alzarsi. I suoi due figli sono malati. Ma la loro malattia non è comparsa all’improvviso. Non è iniziata con una febbre alta, né con un incidente. È entrata lentamente nella loro casa, giorno dopo giorno: quando il cibo sulla tavola ha cominciato a diminuire, quando la madre e il padre hanno iniziato a mangiare meno per lasciare qualcosa ai bambini, quando la carne, le uova e la frutta sono diventate un lusso e il pane e il tè hanno cominciato a sostituire quasi tutto il resto. All’inizio il padre cercava di rassicurarsi. «Passerà. Tra qualche giorno staranno meglio.» Ma i giorni sono diventati settimane. Le settimane sono diventate mesi. Il figlio più grande non gioca più come prima. I suoi giocattoli sono rimasti in un angolo della stanza. Passa gran parte della giornata sdraiato, senza la forza di correre, ridere o inseguire gli altri bambini. La madre gli accarezza il viso e ogni giorno lo sente più magro. Il figlio più piccolo sta ancora peggio. È così piccolo che non riesce a capire perché sua madre, quando gli mette davanti qualcosa da mangiare, non mangi mai insieme a lui. Sa soltanto che sua madre gli ripete sempre: «Mangia tu, figlio mio.» E poi, quando il bambino si volta, lei finge di non avere fame. Ma ha fame. Anche il padre ha fame. In quella casa hanno fame tutti. Solo la fame non sembra mai sazia. La malnutrizione grave non significa semplicemente avere poco da mangiare. Quando il corpo di un bambino non riceve abbastanza energia e nutrienti per un periodo prolungato, comincia a consumare le proprie riserve. Il bambino perde peso, diventa estremamente debole e il suo organismo perde la capacità di difendersi dalle malattie. A quel punto anche un’infezione, una diarrea o una malattia respiratoria possono trasformare rapidamente la fame in un’emergenza. Per quella famiglia, però, tutto questo non è una definizione medica. È la realtà che vedono ogni giorno. Ogni mattina la madre si avvicina ai bambini. Appoggia una mano sulla loro fronte. Guarda i loro occhi. Ascolta il loro respiro. Poi entra nella piccola cucina. A volte trova soltanto un po’ di farina, qualche pezzo di pane e del tè. Divide il pane tra i bambini. Dà il pezzo più grande al più piccolo. Quello che resta al più grande. E per lei? Niente. Quando i bambini le chiedono: «Mamma, tu non mangi?» Lei sorride. «Ho già mangiato.» È una bugia. Una di quelle bugie che una madre affamata racconta per proteggere i propri figli. Ma questa famiglia non è sola. Dietro la porta di quella casa ce ne sono migliaia di altre. Famiglie in cui i genitori fanno ogni giorno lo stesso calcolo doloroso: cosa possiamo togliere a noi stessi per lasciare qualcosa ai nostri figli? La risposta, sempre più spesso, è: tutto. Saltano il pasto. Riducono le porzioni. Vendono ciò che possiedono. Chiedono aiuto. E quando non rimane più nulla da vendere, non rimane nemmeno più nulla da sacrificare. Secondo l’UNICEF, milioni di bambini afghani soffrono di malnutrizione acuta e circa un milione si trova in una condizione di malnutrizione acuta grave, potenzialmente letale senza cure tempestive. Dietro quel numero non ci sono semplicemente statistiche. Ci sono bambini. Ci sono madri. Ci sono padri. Ci sono case in cui ogni notte qualcuno rimane sveglio ad ascoltare il respiro di un bambino. Il padre di questa famiglia, quando i bambini dormono, forse si siede accanto a loro. Prende la mano del figlio più grande. Poi guarda il più piccolo. Le loro mani sono diventate sottili. I loro volti sono cambiati. E per qualche istante, nel silenzio della notte, potrebbe chiedersi: «Come posso salvare entrambi?» È in quel momento che la tragedia va oltre la fame. Perché quando la povertà diventa così profonda, un padre può arrivare al punto di chiedersi quale figlio riuscirà a curare per primo. Non dovrebbe mai accadere. Un bambino non dovrebbe mai essere costretto a competere con suo fratello per un pezzo di pane. Una madre non dovrebbe mai scegliere quale figlio nutrire. Un padre non dovrebbe mai avere paura di aprire gli occhi al mattino perché teme di scoprire che uno dei suoi bambini è diventato troppo debole per svegliarsi. La madre, però, continua a sperare. Ogni giorno prende i bambini tra le braccia. Li accarezza. Li incoraggia. Se trova qualcosa da mangiare, lo conserva per loro. E ogni sera, prima di dormire, forse ripete la stessa preghiera: «Domani andrà meglio.» Ma non sempre domani va meglio. La siccità, le inondazioni, la povertà estrema, la perdita dei mezzi di sostentamento e la riduzione delle risorse umanitarie stanno rendendo ancora più difficile la vita di milioni di famiglie. E proprio quando il bisogno cresce, anche le possibilità di ricevere assistenza possono diminuire. Per una famiglia come questa, la distanza tra la vita e la morte può diventare terribilmente piccola. Può essere la distanza tra avere abbastanza cibo per un giorno e non averne abbastanza per il giorno successivo. Forse un giorno la famiglia riuscirà a raggiungere un centro sanitario. La madre porterà in braccio il bambino più piccolo. Il padre terrà vicino a sé l’altro. Potrebbero camminare per ore. Potrebbero aspettare a lungo. E quando arriveranno, potrebbero trovare altre madri. Altri padri. Altri bambini con gli occhi stanchi e i corpi indeboliti dalla fame. Ed è allora che il padre potrebbe capire che ciò che accade nella sua casa non è soltanto una disgrazia personale. È parte di una tragedia molto più grande. Il dolore più grande, forse, è quello di un bambino che non comprende perché deve avere fame. Non comprende la guerra. Non comprende l’economia. Non comprende la povertà. Non comprende la siccità. Non comprende perché gli aiuti non arrivino. Sa soltanto una cosa: ha fame. E sua madre non ha nulla da dargli. Forse il bambino la guarderà ancora una volta e chiederà: «Mamma, c’è qualcosa da mangiare?» Lei rimarrà in silenzio per qualche secondo. Poi lo stringerà forte tra le braccia. Perché a volte non esiste una risposta abbastanza grande per una domanda così semplice. E forse non c’è immagine più dolorosa di una madre che sa che suo figlio ha fame, ma non ha più nulla nelle mani per sfamarlo. Questa non è soltanto la storia di una famiglia. È la storia di milioni di bambini che, invece di vivere la propria infanzia, stanno imparando troppo presto cosa significa avere paura della fame. E in una casa dove dovrebbe sentirsi la voce dei bambini che giocano, a volte rimane soltanto il rumore di un cucchiaio che tocca il fondo di una ciotola vuota.
Esteri
Iran – minacce a Barron Trump in un video della tv di stato, taglia da dieci milioni
Redazione- La televisione di Stato iraniana ha trasmesso un video che sostiene di seguire gli spostamenti di Barron Trump, il figlio ventenne di Donald Trump, e afferma che sulla sua testa sarebbe stata posta una taglia da 10 milioni di dollari (8,5 milioni di euro).
Le immagini, diffuse da media legati ai Guardiani della Rivoluzione e mandate in onda sul Canale 3 della tv di Stato iraniana, hanno per titolo “Where and how should we kill Barron Trump?”.
Il filmato sostiene di mostrare la posizione della sua università, i veicoli di scorta e la disposizione degli agenti del Secret Service, e afferma che i suoi movimenti sarebbero stati ‘completamente monitorati’. La notizia sulla taglia non ha potuto essere verificata in modo indipendente al momento della pubblicazione.
Il video sostiene inoltre che ‘una ragazza’ sarebbe riuscita a eludere la protezione del Secret Service, si sarebbe seduta con Barron Trump in un incontro privato e avrebbe passato informazioni agli autori del programma.
Afferma anche che Barron Trump comunicherebbe in privato tramite messaggi vocali e di testo su Xbox, lontano dal controllo della sua scorta. Euronews non ha potuto verificare in modo indipendente nessuna di queste affermazioni.
La trasmissione segue un video simile diffuso a luglio dall’agenzia Tasnim, legata ai Guardiani della Rivoluzione, intitolato “Where and how is Melania Trump accessible?”, che descriveva i movimenti di Melania Trump a New York e indicava presunte falle nel suo sistema di sicurezza. Alla fine di maggio, il New York Post ha riferito di un presunto complotto contro Ivanka Trump.
I media statali iraniani hanno inoltre diffuso minacce dirette contro lo stesso Trump. A luglio, un cartellone nella piazza della Rivoluzione islamica a Teheran mostrava Trump apparentemente morto in una bara, con la scritta in inglese “We will kill Trump”.
Un altro video, diffuso in precedenza, sosteneva di tracciare il percorso del corteo di Trump tra gli aeroporti e le sue residenze in Florida e a New York. Il Secret Service statunitense ha confermato di star esaminando le immagini.
Nel gennaio 2020 un attacco con droni statunitensi ha ucciso il comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, Qassem Soleimani, all’aeroporto internazionale di Baghdad. L’operazione era stata autorizzata da Trump durante il suo primo mandato.
Le autorità iraniane promisero vendetta per l’uccisione di Soleimani e da allora hanno ribadito più volte quelle minacce.
Il secondo, e più recente, fattore scatenante è la morte dell’ayatollah Ali Khamenei nei raid statunitensi-israeliani del 28 febbraio, il primo atto della guerra in corso.
Alcune figure dei media statali iraniani hanno inquadrato le minacce personali contro Trump esplicitamente nel concetto giuridico islamico di “qisas”, o giustizia retributiva, sostenendo che l’uccisione della guida della Repubblica islamica crea l’obbligo di uccidere la persona ritenuta responsabile.
Mohammad-Javad Larijani, commentatore della televisione di Stato iraniana, ha definito il qisas un “diritto inalienabile” della Repubblica islamica. Parlando di chi ritiene responsabile della morte di Khamenei, ha affermato: “Faremo tutto ciò che è in nostro potere e non esiste alcun ostacolo legale internazionale che possa fermarci”.
“Se non applichiamo il qisas a Trump, se non puniamo l’uccisore della nostra guida, l’attuale guida e i dirigenti della Repubblica islamica dovranno sempre vivere nascosti”, ha dichiarato Mohsen Ghanbarian, un altro volto abituale dell’emittente statale.
Trump ha avvertito che qualsiasi tentativo di ucciderlo provocherebbe una dura risposta degli Stati Uniti. Il 20 gennaio ha dichiarato che, in caso di un attentato contro di lui, “l’intero Paese Iran esploderà”. Ha aggiunto di aver impartito ordini tali da garantire che gli Stati Uniti “cancelleranno la Repubblica islamica dalla faccia della Terra” se le minacce dovessero concretizzarsi.
Esteri
Spagna – e’ morto Carlos Rodriguez, l’uomo allevato dai lupi
Redazione- Il famoso “ragazzo lupo” Marcos Rodriguez, spagnolo è morto la settimana scorsa all’età di 80 anni al termine di una vita straordinaria cominciata con gli anni trascorsi con un branco di lupi.
Nato nel 1946 in un Paese che si stava appena riprendendo da una guerra civile e da una guerra mondiale, Marcos Rodríguez Pantoja sembra avere incarnato il personaggio di Mowgli, il protagonista de Il libro della giungla e di altre opere di Rudyard Kipling.
La vita di Rodríguez è stata segnata da povertà, fame e maltrattamenti. Il padre riusciva a malapena a sfamare la famiglia, mentre la matrigna lo trattava con brutalità.
A sei anni il padre lo vendette a un pastore di capre. L’uomo lo lasciò in una valle isolata, dove avrebbe dovuto badare al bestiame insieme a un vecchio pastore. Il pastore gli insegnò come sopravvivere in montagna e come utilizzare le risorse disponibili.
Quando il pastore morì poco dopo, Marcos rimase completamente solo. Con il tempo trasformò la natura selvaggia nella sua casa e trovò una famiglia negli animali che lo circondavano.
Per dodici anni Rodríguez visse senza alcun contatto umano e sviluppò propri sistemi di comunicazione. Conosceva i versi degli animali, dal canto degli uccelli al richiamo dei cervi, ed era convinto di poter dialogare facilmente con volpi, lupi e perfino serpenti. In tutti quegli anni preferì restare lontano dalla civiltà. Fuggiva o si nascondeva quando sentiva voci umane tra le montagne.
Il bambino conquistò la fiducia di un branco di lupi, nutrendo i cuccioli e ululando quando percepiva un pericolo.
L’antropologo Gabriel Janer Manila lo intervistò per diversi mesi nell’ambito di uno studio di scienze sociali per la Facoltà di Filosofia dell’Università di Palma di Maiorca. I colloqui si svolsero tra novembre 1975 e aprile 1976.
A suo giudizio Rodríguez era riuscito a sopravvivere grazie all’intelligenza e alla capacità di immaginare. Nella sua tesi di dottorato Janer descrisse le diverse fasi della vita di Rodríguez: come sia diventato poco a poco parte di quella comunità, come ne abbia imparato le regole e il linguaggio dell’ambiente e come abbia trattato gli animali come suoi pari.
“Io piangevo e loro mi saltavano addosso… poi mi hanno mostrato la strada verso la loro tana, il rifugio dei lupi”, raccontò Rodríguez a Janer. In quel racconto descriveva come i cuccioli di lupo gli girassero intorno e saltassero in alto per salutarlo.
Col tempo, a quanto pare, si creò una sorta di simbiosi tra lui e i lupi.
“Quando volevo pescare, andavo al fiume e pescavo, quando volevo un coniglio ne prendevo uno, quando volevo un cervo chiamavo i miei genitori, i lupi, lanciavo un ululato, mi nascondevo nel fiume e i lupi spingevano la selvaggina fino a me”, raccontò Rodríguez.
Janer pubblicò in seguito la sua ricerca in Spagna in un libro intitolato He jugado con lobos (Ho giocato con i lupi).Nel 2010 una squadra del programma di TVE Informe Semanal parlò con Rodríguez nel suo paese natale, Añora. In quel momento tornava lì per la prima volta dopo 60 anni. Ripensando al periodo trascorso in montagna, davanti alla telecamera disse: “Stavo benissimo. Non sapevo che cosa fosse il denaro, ma avevo sempre abbastanza da mangiare”.Quando nel 1965, a 19 anni, fu scoperto dalla Guardia Civil, dovette riabituarsi a una vita in mezzo agli esseri umani: un processo di adattamento difficile e lungo. In seguito Rodríguez ha ripetuto più volte di essere stato felice in montagna. A suo dire, le vere sofferenze erano iniziate solo quando era stato trovato e costretto a integrarsi nella società.La sua storia è stata portata anche sul grande schermo nel film Entrelobos uscito nelle sale spagnole il 26 novembre 2010.
Esteri
Addio a Dolly Parton, l’immortale regina del country dal cuore d’oro: si spegne a 80 anni la vera voce dell’America
Il mondo della musica è in lutto: si è spenta a 80 anni la grande Dolly Parton, l’intramontabile Regina del Country! 🎸 💔 La voce dell’America più profonda e vera si è zittita per sempre. Dolly Parton è morta serenamente nella sua casa di Nashville, chiudendo una carriera leggendaria fatta di oltre 100 milioni di dischi venduti, 10 Grammy e più di 3.000 canzoni scritte (tra cui capolavori immortali come “Jolene” e “I Will Always Love You”). Nata in povertà tra le montagne del Tennessee in una famiglia di 12 figli, è diventata un’icona mondiale senza mai piegarsi alle regole del “politicamente corretto”. Amatissima anche al cinema (“Dalle 9 alle 5”, “Fiori d’acciaio”), verrà ricordata soprattutto per il suo cuore d’oro: per onorare il padre analfabeta aveva fondato un’associazione che ha regalato oltre 200 milioni di libri ai bambini poveri di tutto il mondo. Un’imprenditrice geniale, una donna forte, ironica e orgogliosa delle proprie radici, capace di unire tutti quanti. Leggi la sua formidabile storia nel nostro articolo-tributo. 👇 🦋 Qual è la vostra canzone preferita di questo mito assoluto della musica?
Redazione – Il mondo della musica, del cinema e della cultura popolare si ferma in un rispettoso, lunghissimo e commosso silenzio. All’età di 80 anni si è spenta Dolly Parton, l’indiscussa e ineguagliabile regina della musica country mondiale. A darne il doloroso annuncio, in un toccante video ripreso dal New York Times, è stato il nipote Bryan Seaver. La stella si è spenta serenamente circondata dai suoi affetti nella sua amata casa di Nashville, in Tennessee, proprio in quella terra del Sud dove tutto era meravigliosamente cominciato.
Con la sua scomparsa, l’America e il mondo intero perdono molto più di una semplice cantante: perdono un pilastro inossidabile della cultura popolare, una donna capace di attraversare le epoche restando sempre se stessa, senza mai piegarsi alle ipocrisie del “politicamente corretto” o alle rigide mode del momento. «Si può essere una donna straordinariamente forte anche indossando un rossetto molto acceso, abiti sgargianti e mantenendo un cuore gentile», ripeteva sempre. Ed è esattamente così che ha vissuto fino all’ultimo giorno.
Dalle montagne del Tennessee alla leggenda della musica
La storia di Dolly Parton è l’incarnazione più pura e cristallina del vero “sogno americano”. Nata in una misera baita tra le montagne del Tennessee, quarta in una modestissima famiglia di ben dodici figli, è riuscita a trasformare le sue umilissime origini nella più grande cavalcata trionfale della storia della musica d’oltreoceano. Fiera delle sue radici popolari, non le ha mai rinnegate.
I numeri della sua formidabile carriera fanno letteralmente venire i brividi: oltre mezzo secolo di ininterrotta attività artistica, più di 100 milioni di dischi venduti in ogni angolo del globo, 49 album pubblicati, 10 prestigiosi Grammy Awards e il rarissimo onore di essere introdotta sia nella Country Hall of Fame che nella Rock and Roll Hall of Fame. Un patrimonio artistico sterminato, con oltre 3.000 canzoni scritte di suo pugno e 25 singoli schizzati al primo posto delle classifiche mondiali.
Jolene e I Will Always Love You: capolavori immortali
La sua voce (un soprano limpido, squillante e immediatamente riconoscibile tra mille) ha saputo raccontare come nessun’altra l’amore, la povertà, l’importanza della famiglia, la fede e la resilienza umana, senza mai usare inutili filtri o vuota retorica. Capolavori assoluti e intramontabili come Jolene, Coat of Many Colors e l’iconica I Will Always Love You hanno marchiato a fuoco la storia della musica. Proprio quest’ultima ballata struggente, scritta e cantata originariamente da Dolly nel lontano 1974, divenne poi un successo planetario nel 1992 grazie alla potente, indimenticabile e maestosa reinterpretazione cinematografica di Whitney Houston, diventando uno dei singoli più venduti di tutti i tempi.
Il trionfo al cinema: un’icona di emancipazione femminile
Ma il talento di Dolly strabordava dai confini della musica, seducendo immancabilmente anche il cinema e la televisione. Come attrice protagonista, ha recitato in pellicole cult come Dalle 9 alle 5, orario continuato (al fianco di icone come Jane Fonda e Lily Tomlin), un film che è diventato un inno generazionale all’orgoglio dei lavoratori e al reale riscatto femminile. Così come resta assolutamente indimenticabile, per intensità e ironia, la sua magnifica performance in Fiori d’acciaio.
L’impero di Dollywood e la generosità immensa per i bambini
A rendere Dolly Parton una figura storica non è stato solo l’inconfondibile talento vocale o l’ironia tagliente. Oltre alla sua immagine patinata, si celava una lucidità imprenditoriale geniale abbinata a una generosità d’animo fuori dal comune. Amata da tutti (ricchi e poveri, conservatori repubblicani e liberali democratici, unendo un’America spesso divisa), ha costruito un impero economico colossale inaugurando, nel 1986, Dollywood: un celebre parco a tema nel Tennessee che oggi dà lavoro a ben 3.000 persone.
Ma la sua ricchezza è sempre stata al servizio degli ultimi. Nel 1995 fondò la Imagination Library, un progetto straordinario nato per onorare il padre analfabeta, che ha distribuito gratuitamente ad oggi oltre 200 milioni di libri ai bambini delle aree più disagiate del mondo per promuovere l’alfabetizzazione. Una generosità silenziosa e pragmatica, confermata anche durante il buio della pandemia, quando donò spontaneamente un milione di dollari per accelerare la ricerca sul vaccino Moderna.
Oggi si chiude per sempre una pagina memorabile del nostro immaginario collettivo, ma la sua profonda lezione di libertà, autoironia e amore per il prossimo resterà per sempre un’eredità immortale.
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