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Attualità

Il Principe, le cornacchie e il Granducato: Luca Sforzini e il “vizio” del Toscano-centrismo nella politica italiana

“L’Italia non è un Granducato: qualcuno avvisi i nuovi strateghi politici che Firenze non è più Capitale!”. L’editoriale al vetriolo di Luca Sforzini. ⚜️ 📜 Torna la penna tagliente di Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) con un’analisi durissima sui mali della politica italiana. Nel suo ultimo editoriale, Sforzini si scaglia contro il “Toscano-centrismo” e la “sindrome del cerchio magico” che affligge molti leader. Il problema? I cattivi consiglieri (le famigerate “cornacchie nere”) che restringono l’orizzonte del leader fino a farlo coincidere con la propria rubrica telefonica! “Trasformano la prossimità geografica in un merito, riempiono i palazzi di amici degli amici e convincono il Principe che il mondo finisca sulle rive dell’Arno”, accusa Sforzini (con chiari riferimenti ai “gigli magici” della politica contemporanea). Ma l’Italia è grande, e per governarla serve un respiro nazionale, non un cortiletto rinascimentale fatto di patti segreti. “La Capitale si è spostata a Roma nel 1871, mandate una circolare a questi strateghi!”. Leggi l’editoriale completo nel nostro articolo! 👇 🗣️ E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo sul fatto che troppi politici si circondino solo di cortigiani “fedeli” e non di persone davvero competenti?

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Il Principe, le cornacchie e il Granducato

Redazione-  – La geografia, a volte, può trasformarsi da semplice dato anagrafico a vera e propria prigione culturale. Lo sa bene Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che nel suo ultimo, tagliente editoriale intitolato “Il Principe, le cornacchie e il Granducato di Toscana”, sviscera con chirurgica ironia uno dei mali endemici della politica italiana contemporanea: il “toscano-centrismo” e la perniciosa sindrome del cerchio magico. Un testo denso di riferimenti storici, che parte da Machiavelli per arrivare alle stanze segrete del potere di oggi, puntando il dito contro chi scambia l’orizzonte nazionale con la propria rubrica telefonica.

Quando Firenze torna a sentirsi (segretamente) Capitale

L’analisi di Sforzini parte da un nobile paradosso storico: «La Toscana ha avuto un merito raro nella storia italiana: è stata molte volte al centro senza avere bisogno di credersi il centro». Firenze, culla del Rinascimento, capitale di banche e pensiero, laboratorio di riforme con Pietro Leopoldo e, soprattutto, fugace ma gloriosa Capitale d’Italia. Una città che seppe compiere il gesto più difficile: smettere di essere Capitale quando la storia chiamò a Roma.
Eppure, nota Sforzini con pungente sarcasmo, oggi sembra che qualcuno abbia stracciato la Convenzione di settembre: «Firenze sembra tornata capitale. Non formalmente, s’intende. Il Quirinale può stare “sereno”. Ma esiste una capitale più discreta, fatta di incontri, consiglieri, strategie, investiture e improvvise vocazioni nazionali che sembrano maturare con singolare frequenza fra l’Arno e le colline». Un chiaro, seppur velato, riferimento alle stagioni politiche (passate e presenti) nate nei salotti fiorentini, da Rignano sull’Arno fino ai costruttori e demolitori di maggioranze che popolano il nostro Parlamento.

La “sindrome di corte” e la geometria del potere

Ma qual è il vero problema di questa nuova, presunta “scuola toscana”? Non è l’appartenenza geografica, ma il metodo. Secondo il Presidente del Centro Studi, si sta facendo largo l’idea (tutta rinascimentale, ma nel senso peggiore del termine) che per governare la penisola sia sufficiente controllare i corridoi di una corte. «La convinzione che una buona conversazione fra pochissimi possa sostituire un vasto consenso fra molti», sottolinea Sforzini, evidenziando il distacco siderale tra i palazzi del potere (Palazzo Vecchio) e la folla, che spesso manifesta «opinioni meno sofisticate».
Si rischia, in sostanza, di trasformare l’Arno nel confine del mondo, esattamente l’opposto di ciò che fecero i grandi toscani del passato: «Machiavelli scriveva da Firenze pensando la politica universale; Galileo guardava il cielo, non il campanile. Qualche stratega contemporaneo sembra invece tentato dall’esperimento opposto: far terminare l’Arno in tutta Italia».

Il ritorno delle “cornacchie nere”: la prossimità come unico merito

Ed è a questo punto dell’analisi che tornano in scena le famigerate “cornacchie nere”, metafora tanto cara a Sforzini per descrivere i pessimi consiglieri politici.
Ogni leader che voglia davvero fare la storia ha bisogno di uomini che lo spingano a guardare oltre il proprio naso. Al contrario, i cattivi consiglieri fanno l’esatto opposto: «Restringono progressivamente il mondo finché il mondo coincide con la loro rubrica telefonica». Si circondano di “amici degli amici”, promuovono chi hanno a portata di mano e, soprattutto, trasformano la banale “prossimità geografica” in un merito politico assoluto, scambiando la consuetudine per competenza. «Alla fine», chiosa amaramente l’autore, «persuadono il Principe che il panorama visibile dalla sua finestra sia l’intero regno».

L’Italia non è un Granducato: serve un respiro nazionale

La conclusione dell’editoriale è una formidabile lezione di educazione civica e politica. Si può essere provinciali a New York e cosmopoliti in un paesino sperduto, perché il provincialismo è una categoria dello spirito, non della geografia. Tuttavia, quando la geografia diventa un’abitudine di potere, genera inevitabilmente solo dei “cortigiani”.
«L’Italia non è mai stata un Granducato. Per metterla insieme fu necessario uscire dai propri confini», ricorda Sforzini, lanciando un ultimo, affilato avvertimento ai manovratori politici di oggi. «Firenze fu capitale d’Italia dal 1865 al 1871. Se qualcuno non ha ricevuto la circolare con cui la capitale fu trasferita a Roma, sarebbe cortese fargliene avere una copia. Possibilmente prima del prossimo Consiglio del Granducato».

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Politica

Jonghi Lavarini gela la Fiamma Tricolore e striglia Futuro Nazionale: “Basta derive antifasciste, rispetto per i vecchi missini”

“Basta derive antifasciste, state facendo infuriare i vecchi missini! Voglio chiarezza”. Roberto Jonghi Lavarini rifiuta le avance della Fiamma Tricolore e striglia Futuro Nazionale! 🇮🇹 ⚡ C’è grande fermento nel mondo della destra milanese! Roberto Jonghi Lavarini ha appena diramato un durissimo comunicato stampa per fare chiarezza sul suo futuro. Dopo aver ringraziato la Fiamma Tricolore per un’importante proposta politica (ricordando quando, nel 1999, Pino Rauti lo candidò alla Provincia di Milano, risultando poi decisivo per far vincere Ombretta Colli), Jonghi Lavarini ha deciso di declinare l’invito, almeno per il momento. Il motivo? Vuole vederci chiaro sulle mosse di Futuro Nazionale! “Non ho mai rinnegato i miei ideali. Spero che Futuro Nazionale diventi la casa di tutta la destra diffusa, ma i suoi dirigenti devono occuparsi di Milano e smetterla di dire ‘cazzate antifasciste’ per compiacere qualcuno, perché così fanno solo infuriare lo zoccolo duro storico della Destra!”, ha tuonato Lavarini, attaccando duramente l’entourage della dirigenza. Leggi il comunicato integrale e la nostra analisi politica nell’articolo! 👇 🗳️ E voi, credete che la “destra diffusa” riuscirà a trovare un nuovo leader in grado di unire tutti?

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Jonghi Lavarini

Redazione – Nel frastagliato, complesso e sempre in fermento universo della destra politica milanese e nazionale, le mosse sullo scacchiere non sono mai casuali, ma pesano come veri e propri macigni. Nelle scorse ore, una nota ufficiale diramata dal noto esponente politico Roberto Jonghi Lavarini ha letteralmente infiammato il dibattito interno agli ambienti della destra radicale e conservatrice. Con un comunicato schietto, diretto e senza alcun pelo sulla lingua (come nel suo inconfondibile stile), Jonghi Lavarini ha voluto rispondere pubblicamente alle avance politiche ricevute dalla Fiamma Tricolore, cogliendo però l’occasione per lanciare un durissimo avvertimento ai vertici di Futuro Nazionale.

Il ringraziamento alla Fiamma e il ricordo storico del 1999

La dichiarazione si apre con un sincero riconoscimento umano e politico verso chi gli ha teso la mano. «Ringrazio i camerati della Fiamma Tricolore per la loro stima, stima che è ampiamente ricambiata, e per la loro proposta politica che mi lusinga e mi stimola moltissimo», esordisce Jonghi Lavarini, dimostrando un profondo rispetto per la storia e per i simboli di quell’area politica.
Ma è guardando al passato che si capisce il peso specifico del presente. L’esponente politico rievoca infatti una storica battaglia elettorale che cambiò le sorti di Milano: «Già nel lontano 1999 fui candidato proprio con loro alla presidenza della Provincia di Milano, su proposta diretta e personale dell’indimenticato Pino Rauti. In quell’occasione ottenni un piccolo, ma dal peso specifico straordinario, 1,9%. Quel risultato si rivelò poi matematicamente determinante, al momento del ballottaggio, per riuscire a fare eleggere Ombretta Colli». Un pezzo di storia della politica ambrosiana che ricorda a tutti come i voti della “destra dura e pura” siano sempre stati l’ago della bilancia per le vittorie del centrodestra allargato.

Ideali immutati e l’attacco ai “collaboratori incapaci”

Se i tempi storici, le leggi elettorali e i precari equilibri dei palazzi romani sono radicalmente cambiati, Jonghi Lavarini rivendica con orgoglio di essere rimasto esattamente l’uomo di sempre: «Io non ho mai cambiato né i miei valori né i miei ideali, e ho continuato ininterrottamente a fare politica militante sul territorio con la stessa immutata passione del primo giorno».
Tuttavia, il clima si surriscalda quando il mirino si sposta sulle recenti dichiarazioni politiche emerse sulla stampa. Entrando nel merito di alcune uscite attribuite a Burgio (figura di spicco dei nuovi movimenti a destra), Jonghi Lavarini usa il fioretto per salvare il leader e la sciabola per colpire l’entourage: «Non credo assolutamente che tutte quelle riportate dai media siano veramente dichiarazioni di Burgio. Sono molto più probabilmente il frutto della penna di qualche suo zelante quanto incapace collaboratore, qualcuno che nella vita non si è evidentemente mai occupato di vera militanza sul campo e di comunicazione politica seria».

Lo scossone a Futuro Nazionale: “Basta cazzate antifasciste!”

Ma è nel finale che il comunicato si trasforma in un vero e proprio manifesto politico e in un avvertimento categorico per chi cerca di costruire una nuova grande casa per i conservatori. L’obiettivo dichiarato di Jonghi Lavarini è che Futuro Nazionale (movimento nato sull’onda del fenomeno Vannacci) possa davvero diventare il partito di riferimento elettorale di tutta la grande e frastagliata “destra diffusa”. Ma le condizioni per il suo appoggio sono rigide e non negoziabili.
«Spero che i dirigenti di Futuro Nazionale si occupino seriamente del presente e del futuro della città di Milano, abbandonando sterili dibattiti sulla storia passata», tuona l’esponente politico. Poi, la stoccata finale, durissima e senza filtri, rivolta ai tentativi di “annacquare” l’identità del movimento per compiacere i salotti buoni: «Basta con queste cazzate antifasciste, che non fanno altro che infuriare e allontanare lo storico zoccolo duro dei vecchi missini!».
La conclusione è una porta socchiusa, ma che richiede risposte immediate: «Per ora, quindi, declino l’invito ufficiale e resto in attesa di doverosi chiarimenti politici». La palla, adesso, passa inevitabilmente ai vertici del partito. Il dibattito a destra è più aperto che mai.

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Attualità

“Trasmettiamo un messaggio speciale”: dal Castello Sforzini echi di Radio Londra e geniali citazioni di Brancaleone

“Trasmettiamo un messaggio speciale: sei un ladro e un simoniaco!”. L’esilarante dispaccio dal “Castello Sforzini” tra echi di Radio Londra e L’Armata Brancaleone! 📻 🗡️ La satira politica può essere colta e divertentissima allo stesso tempo! Lo dimostra il nuovo e geniale “messaggio in codice” diramato da Luca Sforzini dal suo Castello di Castellar Ponzano. Ricalcando i famosi dispacci segreti di Radio Londra, l’autore ha messo in scena un surreale scambio di battute di stampo medievale che omaggia l’immortale capolavoro cinematografico “L’Armata Brancaleone”. Da una parte un prete che urla “Sei venduto all’imperatore!”, dall’altra un improbabile cavaliere che si difende millantando la sua partecipazione alla “prima e alla terza Crociata”. Una metafora geniale (e molto attuale) per sbeffeggiare i potenti di oggi che, per giustificare i propri misfatti, sbandierano vecchie medaglie impolverate! Leggi l’analisi di questo “messaggio speciale” nel nostro articolo! 👇 🏰 E voi, quale citazione dei film di Mario Monicelli portate sempre nel cuore?

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Il Mattutino del 26 agosto 2026

Redazione  – Ci sono comunicazioni che non hanno bisogno di lunghi discorsi o di noiosi trattati politici per strappare un sorriso e, contemporaneamente, far riflettere a fondo il lettore. È la magia dell’ironia colta, quell’arma affilatissima che pochi sanno maneggiare con vera destrezza. Tra questi c’è sicuramente Luca Sforzini che, dal suo “feudo” intellettuale, ha appena diramato un dispaccio tanto breve quanto geniale, destinato a diventare un piccolo cult per i nostri lettori.
“Qui Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Trasmettiamo un messaggio speciale”. Inizia così l’ultima irriverente provocazione letteraria, che ricalca in tutto e per tutto la mitica e solenne formula dei messaggi in codice trasmessi da Radio Londra durante la Seconda Guerra Mondiale. Un incipit che prepara il terreno a un dialogo surreale, capace di catapultarci indietro nel tempo, dritto nel cuore del Medioevo, ma con un occhio strizzato furbescamente all’attualità politica.

Ladri, simoniaci ed ex-combattenti: l’omaggio a Brancaleone

Il cuore del “messaggio in codice” è uno spassosissimo scambio di battute al fulmicotone:
— “Sei ladro e Simoniaco, venduto all’Imperatore, quel porco!”
— “Come ti permetti, prete? Sono ex-combattente, ho fatto la prima crociata e anche la terza!”
Chi ama la grande storia del cinema italiano non potrà non aver colto l’immediato e meraviglioso omaggio all’universo immortale de L’Armata Brancaleone, il capolavoro assoluto diretto da Mario Monicelli. Sforzini pesca a piene mani dall’immaginario dei monaci fanatici (come il mitico Zenone) e dei cavalieri cialtroni, impoveriti e un po’ millantatori alla Brancaleone da Norcia. L’insulto “simoniaco” (ovvero chi compra e vende cariche spirituali per denaro) e l’accusa di essersi svenduti al potere temporale (“venduto all’Imperatore”) rappresentano la sintesi perfetta, grottesca e divertentissima, delle infinite e sanguinarie lotte tra Guelfi e Ghibellini che hanno forgiato il carattere rissoso dell’Italia.

Il paradosso del potere: cosa ci insegna l’ironia medievale

Dietro la scoppiettante facciata cinematografica e medievale, però, si nasconde come sempre una raffinatissima metafora del nostro tempo. L’ex-combattente che, per difendersi dalle pesantissime accuse di corruzione morale e politica, non trova di meglio che sbandierare il proprio curriculum vitae millantando partecipazioni alle Crociate (saltando astutamente la seconda per convenienza), è la fotografia spietata di una certa classe dirigente italiana contemporanea.
Quante volte, nei moderni dibattiti televisivi o nei palazzi della politica romana, assistiamo a scene identiche? Di fronte a critiche puntuali sul proprio operato, ci si difende sventolando medaglie impolverate del passato, rivendicando meriti antichi per giustificare le miserie del presente. Ieri si giurava fedeltà all’Imperatore o al Papa; oggi si giura fedeltà a segreterie di partito, a potenze straniere o ai sondaggi, ma la tragicommedia umana resta meravigliosamente e disperatamente immutata.

L’arte di Sforzini: far riflettere i lettori con un sorriso

“Qui Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Abbiamo trasmesso un messaggio speciale”, conclude il dispaccio. E il messaggio è arrivato forte e chiaro a chi ha orecchie per intendere.
Con questo breve, fulminante intervento, Sforzini ci ricorda che la satira, quando è sorretta da solide basi culturali, è l’unico vero antidoto contro la noia del politicamente corretto e contro la retorica asfissiante dei moralisti a senso unico. Attraverso l’eco di una finta trasmissione radiofonica clandestina, ci invita a guardare le ipocrisie del potere con l’arma più distruttiva che l’uomo abbia mai inventato: una sana, clamorosa risata. In attesa del prossimo “messaggio speciale” dal Castello, non ci resta che sorridere e sperare di non imbatterci mai in falsi eroi da Crociata.

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Esteri

Iran – minacce a Barron Trump in un video della tv di stato, taglia da dieci milioni

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Barron Trump

Redazione-  La televisione di Stato iraniana ha trasmesso un video che sostiene di seguire gli spostamenti di Barron Trump, il figlio ventenne di Donald Trump, e afferma che sulla sua testa sarebbe stata posta una taglia da 10 milioni di dollari (8,5 milioni di euro).

Le immagini, diffuse da media legati ai Guardiani della Rivoluzione e mandate in onda sul Canale 3 della tv di Stato iraniana, hanno per titolo “Where and how should we kill Barron Trump?”.

Il filmato sostiene di mostrare la posizione della sua università, i veicoli di scorta e la disposizione degli agenti del Secret Service, e afferma che i suoi movimenti sarebbero stati ‘completamente monitorati’. La notizia sulla taglia non ha potuto essere verificata in modo indipendente al momento della pubblicazione.

Il video sostiene inoltre che ‘una ragazza’ sarebbe riuscita a eludere la protezione del Secret Service, si sarebbe seduta con Barron Trump in un incontro privato e avrebbe passato informazioni agli autori del programma.

Afferma anche che Barron Trump comunicherebbe in privato tramite messaggi vocali e di testo su Xbox, lontano dal controllo della sua scorta. Euronews non ha potuto verificare in modo indipendente nessuna di queste affermazioni.

La trasmissione segue un video simile diffuso a luglio dall’agenzia Tasnim, legata ai Guardiani della Rivoluzione, intitolato “Where and how is Melania Trump accessible?”, che descriveva i movimenti di Melania Trump a New York e indicava presunte falle nel suo sistema di sicurezza. Alla fine di maggio, il New York Post ha riferito di un presunto complotto contro Ivanka Trump.

I media statali iraniani hanno inoltre diffuso minacce dirette contro lo stesso Trump. A luglio, un cartellone nella piazza della Rivoluzione islamica a Teheran mostrava Trump apparentemente morto in una bara, con la scritta in inglese “We will kill Trump”.

Un altro video, diffuso in precedenza, sosteneva di tracciare il percorso del corteo di Trump tra gli aeroporti e le sue residenze in Florida e a New York. Il Secret Service statunitense ha confermato di star esaminando le immagini.

Nel gennaio 2020 un attacco con droni statunitensi ha ucciso il comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, Qassem Soleimani, all’aeroporto internazionale di Baghdad. L’operazione era stata autorizzata da Trump durante il suo primo mandato.

Le autorità iraniane promisero vendetta per l’uccisione di Soleimani e da allora hanno ribadito più volte quelle minacce.

Il secondo, e più recente, fattore scatenante è la morte dell’ayatollah Ali Khamenei nei raid statunitensi-israeliani del 28 febbraio, il primo atto della guerra in corso.

Alcune figure dei media statali iraniani hanno inquadrato le minacce personali contro Trump esplicitamente nel concetto giuridico islamico di “qisas”, o giustizia retributiva, sostenendo che l’uccisione della guida della Repubblica islamica crea l’obbligo di uccidere la persona ritenuta responsabile.

Mohammad-Javad Larijani, commentatore della televisione di Stato iraniana, ha definito il qisas un “diritto inalienabile” della Repubblica islamica. Parlando di chi ritiene responsabile della morte di Khamenei, ha affermato: “Faremo tutto ciò che è in nostro potere e non esiste alcun ostacolo legale internazionale che possa fermarci”.

“Se non applichiamo il qisas a Trump, se non puniamo l’uccisore della nostra guida, l’attuale guida e i dirigenti della Repubblica islamica dovranno sempre vivere nascosti”, ha dichiarato Mohsen Ghanbarian, un altro volto abituale dell’emittente statale.

Trump ha avvertito che qualsiasi tentativo di ucciderlo provocherebbe una dura risposta degli Stati Uniti. Il 20 gennaio ha dichiarato che, in caso di un attentato contro di lui, “l’intero Paese Iran esploderà”. Ha aggiunto di aver impartito ordini tali da garantire che gli Stati Uniti “cancelleranno la Repubblica islamica dalla faccia della Terra” se le minacce dovessero concretizzarsi.

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