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Cultura

L’arte che unisce il mondo: l’8 settembre a Roma si svelano i vincitori del Praemium Imperiale 2026, il “Nobel” della Cultura

È considerato il vero e proprio “Premio Nobel” delle Arti: l’8 settembre a Roma si sveleranno al mondo i vincitori del Praemium Imperiale 2026! 🎨 🎼 Da Federico Fellini ad Akira Kurosawa, da Sophia Loren all’architetto Zaha Hadid. Entrare nell’albo d’oro del Praemium Imperiale significa iscrivere il proprio nome nella leggenda della cultura mondiale! Il prossimo 8 settembre, in contemporanea mondiale con Tokyo, Londra e New York, verranno finalmente svelati a Roma i 5 nuovi vincitori della 37ª edizione del premio per le categorie: pittura, scultura, architettura, musica e teatro/cinema. Un premio nato in Giappone nel 1988 per un fine nobilissimo: utilizzare l’universalità dell’Arte per costruire la pace e far dialogare i popoli della Terra. 🕊️ Oltre ai grandi maestri (l’Italia vanta già ben 17 clamorosi vincitori nella storia della competizione!), verrà assegnata anche l’ambitissima Borsa di Studio per i Giovani Artisti emergenti! Scopri la storia di questo meraviglioso riconoscimento internazionale nel nostro speciale culturale! 👇 🎬 Qual è l’artista italiano (regista, pittore, musicista) che secondo voi meriterebbe di vincere quest’anno? Scrivetelo nei commenti!

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Bonanotte ©The Japan Art Association_The Sankei Shimbun

Roma – Ci sono Federico Fellini e Akira Kurosawa. Ci sono Leonard Bernstein e Claudio Abbado, Willem de Kooning e David Hockney. Ci sono Louise Bourgeois, Marina Abramović, Kenzo Tange, Frank Gehry e l’immensa Zaha Hadid. A leggere i loro nomi, sembra di sfogliare l’enciclopedia definitiva della genialità umana del ventesimo e ventunesimo secolo. Artisti lontani anni luce per provenienza geografica, formazione accademica e linguaggio espressivo, ma indissolubilmente uniti da una capacità quasi divina: quella di attraversare il proprio tempo e trasformare radicalmente il modo in cui noi tutti guardiamo, ascoltiamo e interpretiamo il mondo. È proprio attraverso le orme lasciate da questi giganti che si può ripercorrere la gloriosa storia del Praemium Imperiale, considerato universalmente come uno dei più prestigiosi e ambiti riconoscimenti artistici a livello internazionale (il vero e proprio “Premio Nobel” delle Arti).
L’attesa per l’edizione di quest’anno è febbrile: il prossimo martedì 8 settembre 2026, alle ore 11.00 presso le lussuose sale dell’Hotel Excelsior di Roma (in contemporanea mondiale con Tokyo, Berlino, Londra, New York e Parigi), verranno finalmente svelati i vincitori assoluti della sua trentasettesima edizione.

Una storia nata in Giappone per costruire la pace

La storia di questo premio è di per sé un romanzo meraviglioso, che affonda le sue radici nella millenaria cultura del Sol Levante. Il Praemium Imperiale viene istituito ufficialmente nel 1988, in occasione dello storico centenario della Japan Art Association (la più antica e prestigiosa fondazione culturale del Paese, nata nel 1887). Ma alle sue origini c’è soprattutto una convinzione profondamente umanistica: quella del principe Nobuhito Takamatsu, fratello minore dell’imperatore Hirohito.
Secondo la visione visionaria e pacifista del principe, il Giappone (dopo le tragedie del secolo scorso) avrebbe dovuto contribuire attivamente alla costruzione e al mantenimento della pace nel mondo proprio attraverso l’universalità delle arti. È in questa poetica visione che risiede ancora oggi il significato più profondo del Praemium Imperiale: l’arte intesa non come mero esercizio estetico, ma come uno spazio neutrale e sacro nel quale le differenze culturali possono incontrarsi, dialogare e fondersi senza annullarsi a vicenda. Un formidabile strumento di diplomazia culturale capace di scavalcare i muri della politica.

Cinque categorie per cinque giganti della cultura mondiale

Il prossimo 8 settembre, cinque nuove straordinarie personalità entreranno a far parte di questo esclusivo Olimpo della cultura, che dal 1989 compone una straordinaria mappa emotiva del nostro pianeta. I vincitori vengono rigorosamente selezionati e assegnati all’interno di cinque discipline fondamentali della creazione umana: pittura, scultura, architettura, musica e teatro/cinema.
Ma come si vince il Praemium Imperiale? I vincitori non vengono scelti esclusivamente per la perfezione tecnica dei risultati raggiunti, bensì per la profonda influenza che hanno saputo esercitare sulla società civile internazionale. Ad essere premiata è dunque la rara capacità dell’arte di generare nuovi significati condivisi e di incidere sul futuro della collettività.

L’orgoglio tricolore: da Fellini a Sophia Loren, i 17 italiani nella leggenda

L’Italia ha sempre recitato un ruolo da protagonista assoluta in questa competizione globale. Diciassette sono i nostri connazionali entrati a pieno diritto in questa storia internazionale dal 1989 al 2025: personalità del calibro di Umberto Mastroianni, Federico Fellini, Arnaldo Pomodoro, Gae Aulenti, Renzo Piano, Luciano Berio, Giuliano Vangi, Mario Merz, Claudio Abbado, Enrico Castellani, Maurizio Pollini, Sophia Loren, Cecco Bonanotte, Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone, Riccardo Muti e Giulio Paolini.
Per celebrare questo immenso patrimonio nazionale, la cerimonia di annuncio romana sarà accompagnata da una meravigliosa mostra fotografica che ripercorrerà, attraverso i loro volti scolpiti dal tempo, la storia dei personaggi italiani premiati.

Uno sguardo al futuro: la Borsa di Studio per i Giovani Artisti

Ma il Praemium Imperiale non vive di soli ricordi. Accanto ai maestri già capaci di incidere sulla storia passata, l’istituzione giapponese guarda con estrema attenzione a chi quella storia dovrà ancora scriverla. Dal 1997, infatti, in concomitanza con l’annuncio dei vincitori principali, verrà svelato anche il destinatario della prestigiosa Borsa di Studio per Giovani Artisti, un fondo creato per sostenere materialmente gruppi e istituzioni impegnati nella formazione delle nuove generazioni. Un passaggio di testimone ideale e romanticissimo, che mette in relazione la preziosa memoria dei giganti del passato con i nuovi, rivoluzionari linguaggi ancora da scoprire.
Per maggiori informazioni sull’evento, è possibile visitare il sito ufficiale: www.praemiumimperiale.org/en/

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Cultura

“La lingua langue”: il viaggio poetico di Tiziana Colusso, un seme di speranza che vola libero oltre le frontiere (A cura di Angela Kosta)

In un mondo diviso dalle guerre, la Poesia resta l’unico “seme di speranza” capace di volare oltre ogni frontiera. 🕊️ 📖 È da poco uscito un libro meraviglioso: si intitola “LA LINGUA LANGUE”, ed è il diario poetico di 20 anni di viaggi della grandissima scrittrice Tiziana Colusso. Un’opera immensa, in cui le poesie dell’autrice sono state tradotte in una miriade di lingue diverse (dall’arabo, al giapponese, dallo spagnolo al lettone) in occasione dei più prestigiosi Festival Letterari di tutto il mondo. A curare per noi questa bellissima segnalazione culturale è la giornalista e promotrice Angela Kosta. Scopri la storia di Tiziana Colusso (ex dirigente del Sindacato Nazionale Scrittori) e leggi due delle sue più emozionanti poesie (“Tra due rive del Baltico” e “Migranti semi di nessun lignaggio”) nel nostro articolo dedicato alla grande letteratura! 👇 ✍️ Voi scrivete mai poesie per dare sfogo ai vostri sentimenti?

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Tiziana Colusso

Redazione – In un mondo sempre più frammentato da conflitti geopolitici, muri invisibili e incomprensioni, esiste ancora uno strumento capace di scavalcare ogni barriera e di unire i popoli attraverso la pura forza dei sentimenti: la Poesia. A ricordarci il valore salvifico della parola scritta è l’ultimo, affascinante lavoro di Tiziana Colusso, prolifica autrice di narrativa, poesia, testi teatrali e saggistica, dal titolo “LA LINGUA LANGUE”.
Un’opera maestosa, un vero e proprio ponte tra nazioni, magistralmente recensita per noi da Angela Kosta (giornalista, poetessa e instancabile promotrice culturale globale, nonché Direttore Esecutivo della Rivista MIRIADE).

Vent’anni di viaggi e traduzioni: la genesi di “La lingua langue”

Il volume “LA LINGUA LANGUE” (acquistabile sul sito www.tizianacolusso.it) è molto più di una semplice antologia: è il diario di bordo di un’intera vita. Raccoglie infatti testi originariamente scritti in italiano dall’autrice e poi tradotti in una miriade di lingue straniere (dall’arabo al giapponese, dall’ucraino allo slovacco), in occasione della sua partecipazione a prestigiosi Festival internazionali e Convegni letterari. Le traduzioni coprono un arco temporale sbalorditivo di ben venti anni, dal 2004 al 2024.
La lingua di raccordo dell’intero volume, pensata per consentire una fruizione autenticamente internazionale, è l’inglese. Il titolo stesso è un geniale jeux de mots (un gioco di parole) tra l’italiano e il francese: “langue” come voce del verbo languire, ma anche come sostantivo “lingua” in francese. Un commosso omaggio alla Francia, nazione in cui l’autrice ha studiato e vissuto. La copertina, non a caso, la ritrae sul portale del suggestivo Castello di Smolenice in Slovacchia, durante un Seminario Internazionale di Poesia del 2012.

Una vita dedicata alla scrittura: chi è Tiziana Colusso

Il bagaglio culturale della Colusso è immenso. Dopo la laurea in Letteratura Comparata alla Sapienza di Roma, si è specializzata alla Sorbonne di Parigi. Per quasi un decennio (dal 2005 al 2011) ha seduto nel Direttivo dello European Writers’ Council a Bruxelles. Fondatrice della rivista telematica FORMAFLUENS, vanta innumerevoli pubblicazioni di successo, tra cui Ogni respiro un mondo (Primo Premio “Paesaggio Interiore” 2023). Alla scrittura affianca da anni un profondo percorso di ricerca spirituale e interdisciplinare, praticando il Tai Chi, il Qi Gong e studiando attivamente le forme di meditazione Vipassana, Zen e di consapevolezza buddhista.

Due poesie, due mondi: dal Mar Baltico ai silenzi del lockdown

Per comprendere l’anima cosmopolita di questa raccolta, Angela Kosta ci propone due testi diversissimi per stile e periodo storico. Il primo, “Tra due rive del Baltico” (tradotto in lettone), è un inno crudo e disilluso al viaggio, scritto nel 2009:

Tra due rive del Baltico dispersa
mediterranea navigo a vista,
tra Visby e Ventspils, terre gemelle
spartite da chissà quale remoto cataclisma
in due archi simmetrici
nel Baltico blu cobalto.

Io Odissea senza Itache, alla quête o questua
d’una patria anche semifredda
con pensieri incastonati in ambra impura,
fossile tra geologici coralli fuori latitudine,
meteorite caduta a Kaali da galassie ignote,
io da lingue gutturali distratta al dolce favellare:

ma ormai cagna di mafiosi e occhiuti servi
la patria mia diventa e resta, e non vedo
oltre le mura e gli archi caro Leo
manco un’unghia di gloria o storia degna;
e nemmeno una vigna
per ritirarsi alla Lucius Quinctius Cincinnatus
mi par che resti ormai –
dunque di forzose odissee è la mia stirpe
di infiniti check-in ed alti lài.

Il secondo testo, molto più intimo, s’intitola “Migranti semi di nessun lignaggio”. È nato durante il doloroso isolamento del lockdown da Covid-19, quando il mondo poteva essere osservato solo attraverso il vetro di una finestra, ed è stato poi mirabilmente tradotto in spagnolo da Stefania Di Leo:

Migranti semi di nessun lignaggio
in fragili patrie interstiziali
parìa delle fessure e delle crepe
nutriti di astinenze ai davanzali
vi ascolto, creo spazio nel frastuono
m’inchino al vostro sole-miniatura
tocco i vostri stami, sobrio linguaggio

Entrambi i componimenti affrontano il viaggio, esplorato però da due prospettive umane diametralmente opposte. “LA LINGUA LANGUE” è in fondo questo: un infinito viaggio interiore tra lingue, paesaggi umani e incontri indimenticabili. Certo, in questi venti anni il mondo è innegabilmente cambiato, e purtroppo non in meglio. Ma, come ci ricorda meravigliosamente Angela Kosta, la poesia è e resterà sempre un seme inarrestabile di speranza, destinato a volare libero oltre ogni meschina frontiera.

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Cultura

“Il Tormento dell’Universo”: la poesia di Mujë Buçpapaj dà voce al dolore del Kosovo (con la splendida traduzione di Angela Kosta)

“Se sapete cosa significa sentirsi a casa, questo libro vi spezzerà il cuore”. Arriva in Italia l’opera d’arte che racconta il dolore della guerra in Kosovo. 📚 🕊️ Per raccontare il dolore indicibile della guerra, la perdita di una casa e il rumore dei silenzi, serve la Poesia. Arriva in Italia, grazie alla bellissima traduzione curata da Angela Kosta (per PAV Edizioni – Roma), l’attesa raccolta poetica “IL TORMENTO DELL’UNIVERSO” dell’autore albanese Mujë Buçpapaj. Un’opera struggente, che dà voce sia ai vivi che ai morti del Kosovo e dell’Albania. Le sue poesie, come scrive la poetessa americana Laura Bowers nella prefazione, sono “i frammenti frastagliati del cuore del poeta”: raccontano campi di grano e rovine, tramonti meravigliosi e fughe nel buio, l’amore per la madre e il terrore della distruzione. Mujë Buçpapaj (eroico pioniere della libertà di stampa in Albania durante la caduta del comunismo) usa l’arte per trionfare sulle brutture del mondo e salvare la memoria della sua nazione dall’oblio. Scopri di più su questo capolavoro nel nostro articolo! 👇 📖 Qual è il libro o la poesia che più vi ha emozionato negli ultimi anni?

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Libro di Mujë Buçpapaj

Redazione– Ci sono dolori così profondi, vasti e laceranti che il normale linguaggio quotidiano non è in grado di contenere. Per raccontare lo strazio della guerra, la perdita della propria casa e l’eco lontana di chi non c’è più, serve un linguaggio diverso: serve la Poesia. È esattamente questo il miracolo letterario compiuto dalla raccolta “IL TORMENTO DELL’UNIVERSO”, opera magna dell’autore albanese Mujë Buçpapaj, recentemente pubblicata in Italia dalla Casa Editrice PAV Edizioni (Roma).
A rendere accessibile al pubblico italiano questa straordinaria e straziante opera è stata la sapiente e delicata traduzione di Angela Kosta (editore di cinque riviste e instancabile promotrice culturale globale). La raccolta si presenta come un ritratto in versi, crudo e al tempo stesso dolcissimo, della sofferenza di un popolo e di un Paese colpiti con inaudita ferocia dalla guerra. A dare voce a morti e vivi in Kosovo ci pensa proprio la penna magistrale di Buçpapaj: i suoi versi sono istantanee del dolore di un popolo martoriato, ma segnano parallelamente il trionfo stupefacente ed eterno della bellezza dell’arte sulle infinite crudeltà del mondo.

La prefazione di Laura Bowers: “Un ritratto che vi spezzerà il cuore”

A introdurre il lettore in questo viaggio tra le cicatrici dell’anima è la poetessa americana Laura Bowers, autrice di una prefazione densa di commozione e di ammirazione per il collega albanese.
«Se sapete come ci si sente ad essere a casa, Il Tormento dell’Universo di Mujë Buçpapaj vi spezzerà il cuore», scrive la Bowers. «È un ritratto bello e intimo di un popolo e di un paesaggio dilaniato dalla guerra e delle cicatrici che rimangono. Buçpapaj diventa la voce inquietante di moltitudini, sia vivi che morti, che hanno vissuto la guerra in Kosovo».
Secondo la critica americana, ciò che unifica e innalza queste poesie è lo spirito umano: l’infinita nostalgia della casa com’era una volta, l’assoluta e impotente tristezza nel sapere che ormai si tratta solo di un ricordo destinato a sbiadire, separato da noi “solo da una sottile, ma irremovibile cortina del tempo”.

L’urgenza della memoria e il potere dello stile poetico

Ciò che colpisce maggiormente della poetica di Buçpapaj non è solo il contenuto, ma la forma stessa in cui il dolore viene riversato sulla pagina. Le sue liriche, quasi mai lunghe più di una pagina, si interrompono spesso all’improvviso.
Come osserva brillantemente la Bowers: «Le linee tipicamente corte e le conclusioni spesso improvvise ci lasciano un po’ storditi, come correre dal bordo della terra nello spazio. A quel punto ci rendiamo conto di ciò che Buçpapaj aveva in mente fin dall’inizio: strappare le solide fondamenta da sotto di noi per farci sentire ciò che lui e tanti altri hanno provato per le grandi perdite che hanno subito».
L’autore intreccia metafore vivide e disarmanti. Pagine che traboccano di tramonti, montagne, uccelli e dorati campi di grano, ma che improvvisamente si trasformano in rovine abbandonate, esodi inghiottiti dall’oscurità e mani fangose e congelate di bambini senza più una casa. Tra i versi struggenti dedicati alla madre e il ricordo dei fuochi dell’odio che hanno bruciato la bellezza del Kosovo, l’autore si fa portavoce audace della sofferenza universale.

Chi è Mujë Buçpapaj: la lotta per la libertà di espressione

Il coraggio narrativo di questo autore non nasce per caso, ma è forgiato da una vita passata in prima linea a difendere la libertà di pensiero. Nato a Tropojë (Albania) nel 1962, Dr. Mujë Buçpapaj si è laureato presso la Facoltà di Lingua e Letteratura Albanese dell’Università di Tirana. Dottore in Scienze Letterarie (con una tesi fondamentale sulla sopravvivenza della poesia albanese durante la ferrea censura comunista), è stato storicamente uno dei fondatori del pluralismo politico e della libertà di stampa nella sua nazione nel lontano 1990.
Oggi Direttore del giornale “Nacional” e dell’omonima Casa Editrice, Buçpapaj continua la sua instancabile battaglia per la verità. Nonostante la morte e le macerie, la voce del suo popolo non è stata messa a tacere. E la pubblicazione in Italia de “Il Tormento dell’Universo” ne è la prova più splendida, immortale e luminosa.

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Cultura

“Per te America”: il paesaggio onirico e surreale della poetessa Emi Krosi. Un viaggio tra disillusione e radici

Un viaggio surreale e onirico tra i grattacieli di New York e il dramma dell’emigrazione: scopri il bellissimo poema “Per te America” della poetessa albanese Emi Krosi! 🗽 📖 Una lettura che scuote l’anima. La nota traduttrice e critica Angela Kosta ci accompagna nell’analisi di un’opera straordinaria, un mosaico poetico che fonde la mitologia con le strade fredde di Manhattan, le “spie di Enver”, la solitudine dei fast food e la disillusione del “sogno americano”. Un testo che si ispira alla Beat Generation e che racconta il senso di smarrimento di chi, arrivato in una grande metropoli mondiale, si sente solo “un granello di riso”, in bilico tra due mondi e due lingue. Leggi l’analisi e il testo integrale della poesia nel nostro nuovo articolo dedicato alla Cultura! 👇 🖋️

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Emi Krosi

Redazione  – Esistono opere letterarie capaci di trascinare il lettore in un vortice di visioni, illusioni e crude realtà, scuotendo l’anima e costringendo a guardarsi dentro. È esattamente ciò che accade leggendo “Per te America”, il potente poema scritto dalla poetessa albanese Emi Krosi. Un testo complesso, disarticolato ma affascinante, che la critica e traduttrice Angela Kosta ha minuziosamente analizzato, svelandone i legami nascosti con la mitologia, la Beat Generation e la poesia modernista di T.S. Eliot.

L’analisi di Angela Kosta: un viaggio tra i grattacieli e l’anima

L’opera di Krosi si apre su un paesaggio surreale e onirico, dove l’orizzonte si fonde con metafore audaci: gli “albini della terra degli indiani rossi” e le “nuvole come cavalieri”. Angela Kosta sottolinea come l’autrice ci connetta immediatamente alla Terra Desolata di Eliot, accentuando un senso di decadenza cosmica. È l’America del disincanto, dove il “globo abortisce immigrati” e l’identità di chi arriva da lontano si smarrisce tra i freddi grattacieli e i crani vetrati di Manhattan.

Nel suo viaggio letterario, Krosi non risparmia critiche sociali feroci, tipiche della poetica di Allen Ginsberg. Il poema esplora la solitudine delle metropoli, l’alienazione nei vagoni del treno, la dura realtà di quartieri come Harlem (tra povertà e perdizione) e lo sfruttamento delle donne afroamericane. La Statua della Libertà stessa subisce una rilettura carnale e trasgressiva, simbolo ambiguo di un’era moderna piena di vizi.

Ma al centro di tutto resta il dramma del migrante. Krosi si sente “un granello di riso nella grande New York”. La barriera linguistica (incarnata dal cameriere messicano a cui non sa rispondere in inglese) e i ricordi dei traumi storici del suo Paese natio (le “spie di Enver”) la intrappolano in un limbo. Alla fine, il freddo insopportabile dell’inverno newyorkese non è solo climatico, ma emotivo. L’ultimo verso, “Addio, oppure Good Bye!”, rappresenta l’eterna esitazione di chi vive diviso tra due mondi, preferendo però, in cuor suo, il calore della propria terra d’origine.


PER TE AMERICA (di Emi Krosi)

(Con gratitudine per il Presidente Bill Clinton)
Recensione e traduzione a cura di Angela Kosta

1.
Oltre le coste dell’Atlantico,
l’orizzonte grigio si effonde
sulle natiche dei albini della terra dei indiani rossi,
le nuvole come cavalieri nelle isole dei celi corrono.
I antri dei pianeti,
con mani miopi le altalene del sole oscillano,
invece il tempo con le stampelle cammina,
sulla terra desolata di Eliot.
Gelida l’aria dove scheletri di stelle si nascondono,
e la luna con le zampe, fiorini di limoni germoglia
sulla riva con onde e schiuma,
poiché le attempate carezze degli ulivi
i pianeti con le unghie strappano.

2.
mi sveglio dall’ombra del cactus,
mentre i cigni impollinano l’acqua,
le impronte sono ombre, che, sugli asfalti brinati si sillabano in pace grigia.
Il globo abortisce dai pannolini inzuppati di pipì immigrati di ogni colore e razza:
europei, asiatici, africani, indiani, nei vergini margini, gli indiani rossi,
mentre i cavalli pezzati sellano come asceti taciturni,
le profezie leggono, sotto la cenere.
L’America degli indiani, con foreste soleggiate,
e cavalli stalloni, sulla fronde delle foglie, castani le pellicce degli alberi,
le aquile bianche, le ali stormiscono,
nelle mattinate con cascate di luci,
come muta, l’alfabeto sillabo per scrivere il destino del mondo,
nonché il destino della mia terra, perché no, pure il mio destino!

3.
… e i miei sogni, che come monaci con apocrifi si svegliano,
in posaceneri con mozziconi di sigarette, polverose le strade, con teschi sui marciapiedi,
tribolano i pioppi qualora indossai la pelle dell’immaginazione,
sul volo con il Boing, umidi le voragini degli oceani,
con pancia di lucciole, sulla piattaforma di J. F. Kennedy,
sulla soglia della tarda sera con la vecchia valigia, aspettando un taxi, verso Brooklyn NY.
Femminile la Statua della Libertà, come il diavolo al peccato mi invita,
mentre i glutei gelidi come iena le accarezzo, una piccola Saffo lesbica.
I grattacieli sulle coppe, le nuvole salate bevono, dai monsoni dell’Atlantico,
quando le dita delle foglie leccano nei tramonti umidi,
che come facchini stendono le colombe bianche,
in teschi di alberghi, motel e casinò, sui treni notturni per addormentarsi,
da un angolo all’altro di New York,
ubriachi, omosessuali, cinesi,
e gli occhi nell’oscurità spalanco, per abbozzare qualche somiglianza,
con la mia lontana patria povera, con capanne di plastica,
solo illusioni fumanti da Hollywood, come farfalle d’albori
che sui petali si immergono, nella platea di Madison Square Garden,
oltre i crani vetrati di Manhattan, il cadavere di me stessa cerco,
nelle folli disperse del ponte di Brooklyn, in mezzo a Wall Street!

4.
i semi dei cieli, negli becchi degli uccelli, sui pelli dei prati,
nude sono le fragranze del rigoglio mentre tra le cavità di Central Park si nascondono,
i cervi sulla neve, sui semafori che si masturbano, nelle lunghe attese,
asfalti inceneriti, numeri chilometrici, cartelli stradali,
numeri di autostrade, margini di confini, croci di cattedrali,
e io che vago… vago, sugli orizzonti carnosi d’America,
il mio orologio, con il fosforo invecchiato non scintilla sotto la scia fredda della pioggia,
il mio tempo grigio, sopra una ciliegia germoglia, come un frutto maturo.
Con i glutei in su una ragazza di colore, ricciuta, senza calzini color carne a gennaio,
le grosse cosce con cellulite, espone sull’enorme stazione, del “Grande Central Terminal”.

5.
si sono carbonizzate le sigarette, mentre nella mia vecchia posacenere di legno litigano,
il gatto le cosce nude mi solletica,
quando le notti si accorciano come tristi putane nelle mie anime,
mille amori sono deceduti, quando i rifiuti sbadigliano, quando le paci balbettano,
quando muoiono gli odi, dai fossili dei deserti,
là, una vecchia melodia, la luna mi prese, tramite i caffè ritardati,
i denti d’oro di fine giornata, nelle strade di Harlem,
sbronzi con schiume d’orgasmi scuri, e droga, e sesso,
e i bambini colmi di polvere con folli sorde, poiché il tanfo di whisky,
come vulcani in eruzione, dalle danzatrici di colore, così, rossicce fino all’alba.

6.
mi sono persa nei giardini di Babilonia… salgono le scale Divine, tra piumi avvolti,
i colossi giganti della pace,
(là sulle rocce di Mount Rushmore, in Black Hills, così illuminate,
le mani il tempo reggono, come una fiaccola),
come gabbiani d’acqua, fiori sbocciano le immensità,
mentre i precipizi dei miei sogni, pigmenti d’arcobaleni versano,
e come lupa ulula la libertà insanguinata,
poiché le piogge nelle notti ardenti si sminuiscono,
quando un gancio di luna la luce sui pozzi fa cadere,
quando i spettatori taciturni, oltre gli angoli delle prostitute,
incuranti l’estasi eiaculano, paradossalmente, ciecamente, sordamente,
quando le ragazze si stuprano, quando si uccidono i bambini, quando si rovinano le nazioni,
una ragazza… una ragazza albanese, sulle vie oniriche, le mani allunga
verso le stelle polverose, con colmi mantelli galattici sconosciuti
sotto un’enorme cielo americano pieno di caos,
dove le alture, l’ozono sotto il cielo deglutiscono!

7.
oggi non c’è nemmeno foglia in Park Avenue,
(adesso ad aprile è caduta la neve, e una bionda a Manhattan,
senza calze di nylon, vestita leggera al freddo),
stava nutrendo il suo cane con pelle di porpora mentre scuoteva i fianchi,
tra migliaia persone che solamente corrono, invece io mastico una gomma.
Là, a Long Island, fiocchi di neve come uova di gallina,
brr-brr… che freddo, e le mani con il respiro scaldo,
perché il clima del mio paese mediterraneo,
(là, ha iniziato la spiaggia, arrossati dal sole come sandwich schiacciato),
sull’autostrada nell’America di Allen Ginsberg, cerco solo qualche centesimo,
in un negozio cinese, con oggetti economici, oppure un intero supermercato,
con cibo di alligatori, rettili,
“solo un’acqua, – per favore, – un’acqua aspra: “Made in USA”,
non credo a essere di qualche canale, poiché alcune alghe marce, sono bagnate,
così come questo mezzogiorno con telai di colori, con milioni di ombre che via vanno…
…via vanno, alcune correndo, alcune con i passi, con il metro, l’autobus,
invece, un vagabondo che i fianchi mi toccò, mentre mormorava: “love, love America…”
in mezzo ai taxi notturni scompare, per appuntamenti segreti tra amanti.

8.
non ho tempo a raccogliere papaveri, sui semafori con degli occhi gonfi,
quando leggo il Times o guardo i film di Steven Spielberg,
in mezzo alla pioggia invano cammino poiché un granello di riso sono, nel Grande New York,
Midtown, Bronx, Queens, Brooklyn e Manhattan,
(nel Bronx, pettegolezzi con alcuni albanesi, di questioni politiche, finché tra noi ci siamo azzuffati
poiché X e Y sono spie, si, si, spie di Enver, all’ONU oppure al Capitol Hill),
nelle raggianti dintorni della Casa Bianca, incontrerò oggi Trump?
Bush, o anche Clinton?!

9.
non voglio essere straniera, diamine, non ho più internet,
altrove in un angolo, un McDonald’s “to eat breakfast”, un hot-dog,
ma no, – sono a dieta, non lo voglio il colesterolo eccessivo,
hm… sono in ritardo, il mio biglietto, il numero del gate,
il numero del volo, il numero del barcode, ma non ho rete e non riesco a connettermi,
quando un cameriere messicano mi sorride:
– Come stai? – chiede, mentre come il diavolo mi affascina.
– Non parlo inglese, – gli rispondo nervosa, faccio finta di inserire il codice hi-fi,
ma lui, furtivamente, capisce il mio problema, il mio problema, dico,
il mio problema, il problema per un selfie su tik-tok, su instagram,
ma lui sta aspettando, per l’ordinazione, per il conto, per la mia partenza,
per l’ultima fermata, per l’orario del taxi (perché i taxi a New York, sono terribilmente lenti).
– Ancora non mi hai detto, di dov’è signora?
– Cosa… io signora? Vai a quel paese, – (gli rispondo in albanese).
Sì, sì, sono albanese e mediterranea, che fumo solo sigarette,
non faccio sesso orale, né fumo marijuana, solo caffè espresso, non un Long Black,
oltre una tabella ferroviaria, degli esseri spogliate nelle strade gelide
ghiaccio, ghiaccio, sotto l’ultima nevicata!

10.
nell’ultimo viaggio durante la notte, dove il midollo dell’aria è ammuffita,
le antenne degli insetti dormono, quando i satelliti sopra il fiume Hudson volano,
e il mio essere sprofondato nell’oscurità della velocità del treno,
dove la nullità diventa respiro, ronfi,
il ringhio di un cane o di un gatto, che le zampe glielo divora
il fruscio dei binari arrugginiti, con onde d’argento dall’oceano,
nel mio andare oltre gli abissi, oltre gli abissi di me stessa,
della paura, degli adii, degli abbracci, dei grattacieli, delle amebe polverose,
che impiumano le stagioni grigie, grigie, grigie di New York.
Addio, oppure Good Bye!

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