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Attualità

Bologna, ha un arresto cardiaco durante la partita di calcetto: rianimato da un cardiochirurgo che poi lo opera

🚨 IL MIRACOLO DEL DESTINO A BOLOGNA! L’avvocato Cesareromano Corti (59 anni) ha un arresto cardiaco in campo durante una partita di calcetto. Dal campo a fianco corrono due medici in pantaloncini: sono Luca Botta (cardiochirurgo) e Nevio Taglieri (emodinamista) del Sant’Orsola. Lo rianimano col defibrillatore e gli salvano la vita. Il giorno dopo il medico viene chiamato in ospedale per una consulenza e scopre che il paziente è lo stesso uomo: lo opera al cuore salvandolo per la seconda volta. Una storia incredibile 👇#bologna #buonasanità #policlinicosantorsola #lucabotta #miracolo #calcetto #sanitàitalia #storieincredibili #cronacanazionale #pagineutili

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Calcetto

Il drammatico malore sul campo da gioco e il miracoloso intervento dei due medici del policlinico Sant’Orsola

Bologna – Una straordinaria, emozionante e incredibile vicenda umana, in cui il confine tra la casualità del destino e l’eccellenza della chirurgia cardiovascolare si è completamente annullato per salvare una vita in extremis, ha catturato l’attenzione dei lettori, trasformandosi nel racconto più condiviso delle ultime ore sui portali web della penisola. Un normale momento di svago e condivisione sportiva tra amici, organizzato all’interno di un centro sportivo emiliano per disputare una partita di calcetto amatoriale tra risate e sano agonismo agonistico, si è improvvisamente trasformato in un drammatico incubo a bordo campo. Poco prima del fischio finale della sfida, il giocatore Cesareromano Corti, stimato avvocato bolognese di cinquantanove anni, si è accasciato improvvisamente a terra sul panno d’erba sintetica, colpito da un arresto cardiocircolatorio fulminante che ha seminato immediatamente il panico tra tutti i presenti in spogliatoio.
La salvezza del professionista è stata determinata dalla presenza contemporanea di due medici specialisti, i quali si trovavano per puro caso a pochi metri di distanza, impegnati a disputare un altro torneo di calcio a sette all’interno del Circolo Italia situato nella zona periferica di Bologna denominata Barca. Il cardiochirurgo in servizio presso il Policlinico Sant’Orsola Luca Botta, affiancato dal collega Nevio Taglieri del reparto di Emodinamica, ha avvertito le urla disperate dei compagni di squadra della vittima che cercavano un dottore e si è fiondato sul posto senza perdere un solo secondo di tempo.

Le manovre d’urgenza con il defibrillatore e l’incredibile diagnosi di coronarografia all’ospedale Maggiore

Trovatisi di fronte al corpo dell’uomo privo di sensi e in arresto respiratorio, i due medici emiliani hanno attivato immediatamente le manovre di rianimazione cardiopolmonare d’emergenza, praticando un massaggio cardiaco continuo abbinato alla respirazione bocca a bocca e all’utilizzo tempestivo del defibrillatore semiautomatico presente nella struttura sportiva. Grazie alla straordinaria reattività dei sanitari e all’attivazione dei soccorritori del centododici, il paziente si è risvegliato dopo circa cinque minuti di terapia d’urgenza, mostrando una perfetta lucidità mentale e l’assenza totale di danni neurologici prima del trasferimento in ambulanza presso il pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore. Il destino ha voluto che le strade del cardiochirurgo Luca Botta e dell’avvocato si incrociassero nuovamente nelle ore successive all’interno dei reparti di degenza specialistica.
Gli accertamenti diagnostici e la coronarografia eseguiti dall’equipe medica del Maggiore hanno infatti rilevato la presenza di una grave forma di malattia coronarica trivasale, rendendo indispensabile un consulto chirurgico d’urgenza. In qualità di consulente esterno per la struttura ospedaliera, il dottor Luca Botta è stato chiamato dai colleghi per una valutazione terapeutica, ritrovandosi davanti lo stesso identico uomo che aveva strappato alla morte sul campo da calcetto soltanto la sera precedente.

L’intervento a cuore aperto con quattro bypass e l’importanza dei corsi di rianimazione per i cittadini

Il paziente è stato trasferito d’urgenza presso il reparto specializzato del Policlinico Sant’Orsola, dove lo stesso Luca Botta ha eseguito personalmente un delicatissimo intervento a cuore aperto per l’applicazione di quattro bypass coronarici, completando l’operazione con successo. Il medico ha descritto il momento del risveglio in terapia intensiva come un evento straordinario, in cui il paziente lo ha riconosciuto immediatamente esprimendo una gratitudine infinita. Questa storia dimostra l’importanza vitale della tempestività dei soccorsi nei casi di infarto, poiché il cervello soffre la mancanza di flusso sanguigno.
Questo episodio eccezionale ci ricorda quanto sia urgente promuovere la diffusione della cultura della prevenzione e organizzare corsi di rianimazione aperti alla cittadinanza, per consentire anche ai normali lavoratori di intervenire nei primi minuti di un malore. La redazione del giornale continuerà a seguire le storie di buona sanità in Italia in modo totalmente neutrale, offrendo un servizio informativo utile e puntuale per aggiornare tutti i lettori d’Abruzzo e della Marsica attenti ai temi della salute, della scuola, del lavoro e dei diritti sociali nella nostra bellissima penisola.

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Politica

“Oltre i vecchi schieramenti tradizionali”: Punta Italia svela il suo nuovo manifesto basato su competenze e concretezza

“Basta con la politica delle false promesse! Noi ripartiamo dal basso”: il nuovo movimento PUNTA ITALIA scrive direttamente alla redazione di Cavaliere News! 🇮🇹 ✉️ Quando il giornalismo libero riesce a stimolare il dibattito politico, è sempre una vittoria per i cittadini! Dopo la nostra recente analisi, i promotori del nuovo e ambizioso progetto politico nazionale PUNTA ITALIA hanno voluto scrivere direttamente alla nostra Redazione per spiegare in anteprima le loro mosse! “Punta Italia è attualmente un progetto politico in fase di studio e costruzione”, ci hanno scritto, dimostrando una rara onestà intellettuale. Nessuna sede nazionale faraonica (per ora) e nessuna leadership imposta dall’alto: prima vogliono ascoltare i cittadini e verificare il reale interesse della base. Ma la cosa più forte è il rifiuto netto di farsi ingabbiare dalla vecchia politica! PUNTA ITALIA non vuole farsi etichettare con i vecchi “schieramenti tradizionali” (destra/sinistra), ma vuole fondare un nuovo metodo basato su “interventi concretamente pianificabili anziché su false promesse”. I 5 pilastri del loro nuovo manifesto? Territorio, Partecipazione, Produttività, Opportunità e Socialità. Insomma, superare le chiacchiere da bar per rimettere in moto l’Italia attraverso le competenze e le capacità produttive della gente che lavora! Leggi il testo integrale della lettera inviata al nostro giornale nell’articolo completo! 👇 🗳️ E voi siete d’accordo con PUNTA ITALIA? È finalmente arrivata l’ora di abbandonare le vecchie etichette ideologiche per concentrarsi solo su progetti concreti e realizzabili?

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Logo ufficiale PUNTA ITALIA

Redazione – Il compito primario di un giornale libero, indipendente e profondamente radicato nel territorio come Cavaliere News non è soltanto quello di raccontare passivamente i fatti, ma di stimolare il dibattito, fare domande e, soprattutto, dare voce ai protagonisti della scena pubblica e politica nazionale. Oggi avevamo dedicato ampio spazio alla nascita di un nuovo, intrigante soggetto politico denominato PUNTA ITALIA, analizzandone i tratti salienti e il forte richiamo al pragmatismo.
La nostra analisi ha colto nel segno, tanto da spingere i promotori di questo innovativo progetto a scriverci direttamente per chiarire, precisare e approfondire con i nostri lettori la natura esatta del loro percorso. Pubblichiamo dunque con grande piacere la lettera giunta in Redazione, che svela in anteprima le mosse future di un movimento che promette di scuotere il panorama politico italiano.

Non un partito preconfezionato, ma un progetto “in costruzione”

La prima, fondamentale precisazione giunta alla nostra testata riguarda la struttura stessa del movimento. In un’epoca in cui nascono partiti personalistici nel giro di una notte, pronti a lanciare slogan a raffica senza avere alcuna base reale, PUNTA ITALIA sceglie orgogliosamente la strada della serietà e della prudenza.
“PUNTA ITALIA è attualmente un progetto politico in fase di studio e costruzione”, si legge nella nota inviata a Cavaliere News. La presentazione del manifesto, circolata in questi giorni, non aveva lo scopo di imporre dall’alto una nuova segreteria o un nuovo leader incontrastato, ma aveva il nobile intento di “introdurne l’identità e i principi fondamentali e, nello stesso tempo, verificarne interesse, condivisione e possibilità di sviluppo”. È proprio per questa profonda onestà intellettuale, in attesa di raccogliere e misurare il consenso della base cittadina, che il movimento non ha ancora formalizzato una struttura dirigenziale definitiva né individuato una sede nazionale fisica. Prima si costruiscono le fondamenta e le idee, poi si scelgono le poltrone: un netto (e apprezzatissimo) cambio di rotta rispetto ai costumi della “vecchia politica”.

Oltre il bipolarismo: il rifiuto degli schieramenti tradizionali

Uno degli aspetti politicamente più dirompenti della lettera inviata alla nostra Redazione riguarda la futura collocazione elettorale del movimento. Dove si posizionerà PUNTA ITALIA? A destra, a sinistra o al centro? La risposta dei promotori è tranchant e rifiuta categoricamente le vecchie e logore etichette del Novecento.
“La collocazione politica non vuole essere definita in questa fase attraverso una semplice appartenenza agli schieramenti tradizionali”, scrivono i portavoce. Il progetto rifiuta l’idea di doversi schierare per partito preso solo per assecondare il gioco delle alleanze o delle risse televisive. L’intento è quello di superare i vecchi steccati ideologici per concentrarsi esclusivamente su ciò che serve realmente al Paese per rimettersi in marcia.

Il Metodo: la politica della concretezza contro le false promesse

Se non ci sono etichette prestabilite, qual è dunque il collante che terrà uniti i futuri militanti e amministratori di PUNTA ITALIA? La risposta risiede in un metodo di lavoro rivoluzionario e basato sulla pura concretezza amministrativa.
Il progetto, si legge nella lettera, nasce per “partire dai territori e costruire, attraverso la partecipazione, competenze e capacità produttive una politica della progettualità e degli interventi concretamente pianificabili”. L’obiettivo dichiarato e ambizioso è quello di mandare definitivamente in soffitta la vecchia e dannosa “politica fondata sulle promesse” (quelle puntualmente non mantenute dopo le elezioni), per sostituirla con la cultura del “fare”, del merito e della progettazione a lungo termine.
A chiudere la missiva indirizzata al nostro giornale, c’è un potente promemoria che funge da vero e proprio manifesto programmatico. I cinque pilastri intoccabili su cui PUNTA ITALIA sta fondando il proprio futuro sono: Territorio, Partecipazione, Produttività, Opportunità e Socialità. Noi di Cavaliere News, che del territorio e della voce dei cittadini abbiamo fatto la nostra bandiera, non possiamo che guardare con enorme interesse e curiosità agli sviluppi futuri di questo promettente e coraggioso cantiere politico.

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Attualità

Santa Monica e Sant’Agostino: quando amare significa non smettere di aspettare

Ci sono figli che crescono accanto a noi e figli che, per diventare adulti, sembrano avere bisogno di allontanarsi da tutto ciò che abbiamo insegnato loro. Ci sono ragazzi che cercano la propria strada percorrendone cento sbagliate, che contestano, provocano, si chiudono, cadono. E ci sono madri e padri che, davanti a quella porta chiusa, continuano silenziosamente ad amare.
La storia di Santa Monica e Sant’Agostino appartiene al IV secolo, eppure possiede qualcosa di terribilmente contemporaneo.
Agostino è giovane, intelligente, inquieto, ba fame di vita, di conoscenza, di piacere, di verità; cerca molto e proprio perché cerca molto spesso cerca nei luoghi sbagliati. Non è il ragazzo perfetto che talvolta costruiamo nelle agiografie,è un uomo che attraversa contraddizioni, passioni, ambizioni, errori. Vuole capire il mondo prima ancora di capire se stesso. Monica, sua madre, assiste a tutto questo e compie forse il gesto più difficile per chi ama davvero: non smette di credere in suo figlio quando suo figlio sembra aver smesso di credere perfino nella possibilità di diventare altro. Non lo salva con la forza, non può.

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Santa Monica e Sant’Agostino

Redazione-  Ci sono figli che crescono accanto a noi e figli che, per diventare adulti, sembrano avere bisogno di allontanarsi da tutto ciò che abbiamo insegnato loro. Ci sono ragazzi che cercano la propria strada percorrendone cento sbagliate, che contestano, provocano, si chiudono, cadono. E ci sono madri e padri che, davanti a quella porta chiusa, continuano silenziosamente ad amare.
La storia di Santa Monica e Sant’Agostino appartiene al IV secolo, eppure possiede qualcosa di terribilmente contemporaneo.
Agostino è giovane, intelligente, inquieto, ba fame di vita, di conoscenza, di piacere, di verità; cerca molto e proprio perché cerca molto spesso cerca nei luoghi sbagliati. Non è il ragazzo perfetto che talvolta costruiamo nelle agiografie,è un uomo che attraversa contraddizioni, passioni, ambizioni, errori. Vuole capire il mondo prima ancora di capire se stesso. Monica, sua madre, assiste a tutto questo e compie forse il gesto più difficile per chi ama davvero: non smette di credere in suo figlio quando suo figlio sembra aver smesso di credere perfino nella possibilità di diventare altro. Non lo salva con la forza, non può.
Non lo converte con un ordine, non potrebbe. Non gli sottrae la libertà per evitargli di sbagliare.
Lo accompagna con quella forma altissima dell’amore che è la presenza, prega, soffre, attende e soprattutto resta.
Quanto abbiamo bisogno, oggi, di riscoprire il verbo restare.
Viviamo in un tempo velocissimo; cambiamo immagini, relazioni, opinioni, amicizie. Basta un gesto sullo schermo per cancellare qualcuno dalla nostra vista, ma un essere umano non è un profilo da bloccare quando diventa complicato. Un ragazzo non è il suo errore. Un adolescente non coincide con la sua ribellione. Una caduta non è una sentenza. Lo imparo continuamente nell’oratorio, stando in mezzo ai giovani.
Chi entra in un oratorio vede palloni, voci, corse, confusione, risate. Io, invece, sempre più spesso penso di vedere domande che camminano.
Dietro un ragazzo apparentemente distratto può esserci una solitudine che nessuno ha ancora riconosciuto. Dietro l’arroganza può nascondersi la paura di non essere abbastanza. Dietro una provocazione può esserci una richiesta disperata: qualcuno si accorge di me? Ed è qui che Monica diventa straordinariamente moderna.
Lei ci insegna che educare non significa fabbricare figli a nostra immagine. Significa custodire una libertà anche quando quella libertà ci fa paura. Agostino deve attraversare la propria notte.
Monica non può attraversarla al posto suo, questa è una verità che ogni genitore, ogni sacerdote, ogni educatore prima o poi deve accettare: possiamo indicare una strada, ma non possiamo camminarla al posto di un altro. Possiamo però lasciare una luce accesa.
L’oratorio, per me, dovrebbe essere proprio questo: una luce accesa. Non una fabbrica di ragazzi perfetti. Non un luogo nel quale si entra soltanto se si possiede già la fede. Non uno spazio riservato ai “bravi”. Al contrario: deve esserci posto anche per chi dubita, per chi contesta, per chi non sa pregare, per chi arriva soltanto per giocare a pallone e magari, senza saperlo, sta cercando qualcuno disposto ad ascoltarlo. Cristo non ha mai avuto paura dell’inquietudine dell’uomo, perché dovremmo averne noi? Agostino, del resto, arriva a Dio attraversando le proprie domande. La sua conversione non cancella l’uomo inquieto che è stato: gli permette finalmente di comprenderlo. Quella sete che lo aveva portato lontano diventa sete dell’Assoluto e qui la sua vicenda incontra profondamente i nostri giovani.
Abbiamo forse commesso l’errore di giudicarli troppo e ascoltarli troppo poco. Diciamo che sono distratti, dipendenti dai telefoni, fragili, incapaci di sacrificio. Qualche volta è vero, ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi qui.
Questa generazione porta addosso anche le contraddizioni che noi adulti le abbiamo consegnato.
Abbiamo costruito una società nella quale bisogna apparire felici mentre molti sono terribilmente soli. Abbiamo moltiplicato le connessioni e impoverito, talvolta, la relazione. Abbiamo insegnato a competere prima ancora che a comprendere. Abbiamo dato ai ragazzi strumenti potentissimi senza sempre offrire loro una ragione per usarli e poi ci stupiamo della loro inquietudine.
Forse dovremmo imparare da Monica, Lei non domanda ad Agostino di essere immediatamente diverso. Continua a vedere in lui qualcosa che il presente ancora non mostra, è questa, in fondo, la pedagogia di Dio.
Dio guarda l’uomo non soltanto per ciò che è, ma anche per ciò che può diventare,
per questo credo che ogni ragazzo incontrato nei nostri oratori debba trovare almeno un adulto capace di guardarlo così. Non qualcuno pronto a catalogarlo, ma qualcuno disposto a scommettere sul bene che ancora non si vede.
Educare significa avere memoria del futuro di un altro.
È sapere che dentro una vita confusa può esistere una grande vocazione; che dietro un adolescente difficile può maturare un uomo straordinario; che una domanda apparentemente insolente può essere l’inizio di una ricerca autentica. Se Monica avesse guardato soltanto il presente di Agostino, avrebbe avuto molte ragioni per disperare.
Lei invece guarda oltre e
Agostino diventerà uno dei più grandi pensatori della storia cristiana, l’uomo che comprenderà come pochi la profondità del desiderio umano. Non perché non abbia conosciuto lo smarrimento, ma forse proprio perché lo ha conosciuto. C’è una lezione immensa in tutto questo,
non sempre chi si perde è perduto, a volte sta cercando,
e noi adulti dobbiamo imparare la differenza.Quando guardo i ragazzi dell’oratorio penso spesso che il nostro compito non sia riempire le loro teste di risposte, ma creare luoghi nei quali non abbiano paura di pronunciare le domande.
Una Chiesa che sa ascoltare i giovani non deve temere le loro inquietudini. Deve temere piuttosto la propria incapacità di accoglierle. Monica e Agostino ci consegnano allora due responsabilità. Ai giovani Agostino dice: non abbiate paura di cercare, ma abbiate il coraggio di chiedervi se ciò che state inseguendo vi rende davvero liberi. A noi adulti Monica dice qualcosa di ancora più difficile: non stancatevi troppo presto dei vostri ragazzi;
quando sbagliano, restate,
quando si chiudono, restate.
Quando sembrano lontanissimi da ciò che avete sperato per loro, continuate ad amarli senza trasformare l’amore in possesso. Perché nessuno conosce il momento segreto nel quale una parola ascoltata anni prima tornerà improvvisamente a bussare al cuore. Forse è questo il miracolo più bello dell’educazione cristiana: seminare senza pretendere di assistere immediatamente al raccolto. Santa Monica morì dopo aver visto ciò per cui aveva pregato tanto a lungo. Ma la grandezza della sua vita non sta semplicemente nell’avere ottenuto la conversione del figlio. Sta nell’averlo amato durante il tempo dell’attesa,
è lì che Monica parla alle madri di oggi, ai padri, agli educatori,
ai sacerdoti, a chiunque abbia davanti un giovane che sembra essersi smarrito. Non chiedetegli soltanto: dove stai andando? Ogni tanto abbiate il coraggio di dirgli:
“Qualunque strada tu stia attraversando, qui troverai ancora qualcuno che crede nel bene che porti dentro.”
Questo vorrei fosse ogni nostro oratorio, una porta aperta,
una casa nella quale tornare.
Una comunità che non domanda anzitutto quanto sei stato bravo, ma quanto bisogno hai di essere ascoltato.
Perché forse, da qualche parte, esiste ancora un Agostino inquieto che cerca senza sapere esattamente cosa e forse esiste una Monica che continua a pregare per lui nel silenzio.
Tra quei due cuori c’è lo spazio della Grazia, ed è proprio lì che noi siamo chiamati a stare.

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Politica

Sforzini: “Cari fratelli in camicia nera, l’errore di Togliatti e il suicidio politico di chi si fa comandare dagli estremisti”

“Cari fratelli in camicia nera…”. Il durissimo editoriale di Luca Sforzini (Centro Studi Rinascimento Nazionale) spiega perché la Destra non deve farsi “comandare” dai suoi estremisti! 🏛️ 📜 Quando un partito politico cerca di rincorrere le sue “frange estreme” per non perdere i loro voti, finisce inevitabilmente per diventare ostaggio delle loro ossessioni e delle loro follie! In un meraviglioso editoriale, denso di storia e di politica pura, Luca Sforzini ripesca dalla memoria il clamoroso “Appello ai fratelli in camicia nera” lanciato nel 1936 da Togliatti, per spiegare un concetto formidabile: se cerchi di blandire gli estremisti parlando come loro, alla fine non sarai tu a conquistare l’estremista, ma sarà l’estremista a conquistare te! Sforzini lancia un monito durissimo contro i “cattivi consiglieri” (le cornacchie nere) che spingono verso l’integralismo religioso: “Non possiamo combattere l’integralismo islamico costruendo un integralismo cristiano! La Destra deve difendere lo Stato di diritto, non tornare all’Ottocento!”. E poi, il capolavoro politico: “Prendere i voti delle frange estreme va bene. Significa portare le periferie dentro la città, ma SENZA CONSEGNARE LORO LE CHIAVI DEL MUNICIPIO. Altrimenti il programma lo scriverà lo scemo del villaggio”. Leggi tutta l’analisi nel nostro articolo! 👇 🇮🇹 E voi, cosa ne pensate? I grandi partiti italiani sono finiti “in ostaggio” delle loro ali più estreme (a destra come a sinistra)?

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Togliatti

Redazione – La grande politica, quella che segna i destini delle Nazioni, non si impara soltanto nei salotti televisivi, ma affonda le sue radici nello studio attento degli errori del passato. Ed è proprio sfogliando il grande libro della storia d’Italia che Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) firma un nuovo, illuminante e spietato editoriale intitolato: “Cari fratelli in camicia nera”.
Il testo si ricollega direttamente al caldissimo dibattito interno al fronte conservatore italiano di questi giorni (scosso dalle polemiche sulle derive estremiste del generale Vannacci), utilizzando un clamoroso e inaspettato parallelismo storico risalente all’agosto del 1936, quando il segretario del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, lanciò una strategia che la destra di oggi farebbe benissimo a studiare a memoria.

Il paradosso di Togliatti: quando il cacciatore diventa preda

Novant’anni fa, ricorda Sforzini, Togliatti pubblicò il celebre “Appello ai fratelli in camicia nera”. Il tentativo era politicamente geniale e spericolato al tempo stesso: parlare direttamente alla base sociale del fascismo per intercettarne il malcontento, cercando di portare i delusi verso il comunismo. Ma il rischio insito in questa mossa era mortale: “Confondere a tal punto linguaggi, rivendicazioni e riferimenti da rendere progressivamente incerto il confine tra chi avrebbe dovuto conquistare e chi avrebbe dovuto essere conquistato”.
È questa la trappola in cui cade ciclicamente ogni partito politico: cosa fare delle proprie ali estreme, dei nostalgici arrabbiati e degli integralisti? La via più facile è blandirli e assecondarli. Ma così facendo, avverte Sforzini, “quasi senza accorgersene si comincia ad adottarne il linguaggio, poi le categorie, infine le ossessioni. A quel punto non si sta più conquistando un elettorato radicale: se ne viene lentamente conquistati culturalmente”.

Parlare al nostalgico senza diventare nostalgici

Il compito di una vera, solida e ambiziosa classe dirigente di destra dovrebbe essere l’esatto opposto: “Parlare al nostalgico senza diventare nostalgica, al tradizionalista senza trasformare la tradizione in un codice penale, al cattolico senza trasformare lo Stato in un confessore, a chi domanda sicurezza senza considerare la libertà un fastidioso intralcio”.
Se non si mantiene questa barra dritta, il partito non allarga il proprio campo d’azione, ma sposta drammaticamente il proprio baricentro verso il precipizio. Ed è in questo vuoto di leadership che si inseriscono le famigerate “cornacchie nere” della politica: i cattivi consiglieri che sussurrano all’orecchio del leader che per crescere bisogna diventare più duri, ortodossi e spietati, spacciando il ritorno al passato per un’idea di futuro.

Da Cavour alla Sharia: il rifiuto dello Stato Etico

L’affondo di Sforzini colpisce durissimo i teorici dell’integralismo religioso applicato alla politica. Assecondare le derive estremiste significa fare un salto indietro dall’era contemporanea all’Ottocento, ipotizzando uno Stato che decida “quali siano le vite giuste, le famiglie giuste, le religioni accettabili e persino le opinioni moralmente autorizzate”.
Una destra simile non sarebbe “conservatrice”, perché conservare significa custodire il bello, non restaurare le macerie superate dalla storia. Il Risorgimento italiano si fonda sulla geniale formula di Camillo Benso conte di Cavour: “Libera Chiesa in libero Stato”. Come ricorda Sforzini in un passaggio da manuale: “Non possiamo combattere l’integralismo islamico costruendo un integralismo cristiano. Non si risponde a una teocrazia con un’altra teocrazia”. Tutti i cittadini (cristiani, musulmani, ebrei o atei) sono egualmente sottomessi alla Legge civile e repubblicana, e nessuna fede può ergersi a codice penale dello Stato.

Aprire le porte della città, ma non consegnare le chiavi

L’editoriale si chiude con una lezione di scienza politica purissima. Il problema non è allontanare i voti degli estremisti (i voti non si rifiutano mai). Il compito della grande politica è prendere le paure, la rabbia e l’insofferenza delle “periferie” per dare loro una forma istituzionale e razionale. In sintesi: “Significa portare le periferie dentro la città, senza consegnare loro il municipio”.
Quando una forza politica si arrende a chi grida più forte, finisce inevitabilmente per scoprire che il proprio programma di governo “non è più stato scritto da chi aveva immaginato il viaggio, ma dallo scemo del villaggio”. Un partito può sopravvivere a mille sconfitte elettorali, ma muore il giorno in cui si fa fagocitare dai suoi estremisti. La lezione finale per i leader di oggi è chiara: allargare i confini del campo è vitale, ma “esiste una differenza decisiva tra aprire le porte della città e consegnarne le chiavi”.

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