Trento – Ci sono biografie che non chiedono il permesso di essere raccontate, ma si impongono con la veemenza testimoniale di chi ha vissuto i drammi della storia contemporanea incisi direttamente sulla propria carne. La parabola esistenziale e civile di Pavlo Polyev è l’emblema limpido di una gioventù che rifiuta la rassegnazione, che non ha mai atteso scorciatoie né favori e che ha saputo tramutare la complessità delle proprie radici culturali e le lacerazioni geopolitiche del nostro tempo in una quotidiana missione di libertà, giustizia sociale e impegno repubblicano. Nato a Luhansk, nel cuore conteso di quel bacino minerario del Donbass diventato epicentro dell’aggressione russa, Pavlo custodisce nel proprio albero genealogico una preziosa eredità mista – ucraina, russa ed ebraica – che lo rende un osservatore d’eccezione delle grandi faglie del ventunesimo secolo.
Giunto in Italia da bambino grazie al coraggio visionario dei genitori – determinati a strappare il loro unico figlio alla spirale della violenza e a garantirgli un futuro di pace –, Polyev ha piantato le sue radici a Salerno, città in cui ha vissuto per ben diciotto anni compiendo l’intero ciclo scolastico, dall’asilo fino al diploma di maturità. Da qualche anno ha scelto Trento come nuova patria d’elezione, città alpina in cui lavora e milita attivamente. Con oltre vent’anni trascorsi nel nostro Paese, Pavlo ha mantenuto con fierezza la propria cittadinanza ucraina: non un mero timbro burocratico impresso sul passaporto, ma una scelta etica, un presidio di resistenza democratica. Se fosse rimasto a Luhansk, la brutale dinamica dell’occupazione lo avrebbe inchiodato a un destino tragico, arruolato a forza nella carneficina delle trincee. Invece, in Italia, Pavlo ha trasformato la sua voce in una cassa di risonanza per i diritti di tutti.
«Donbas/s, uno dei regni perduti»: il libro che lacera il fronte familiare
Nel settembre del 2024 Pavlo Polyev ha dato alle stampe la sua prima grande opera letteraria e saggistica: un denso romanzo autobiografico di 348 pagine intitolato «Donbas/s, uno dei regni perduti». Il volume intreccia il memoir intimo alle dinamiche della macro-storia: la fuga verso l’Occidente, la complessa fatica dell’integrazione linguistica e culturale in Campania, l’amore viscerale per l’Italia e il baratro in cui è sprofondata la sua terra natale dal 2014 a oggi. Ma il conflitto bellico, prima ancora di esplodere sui telegiornali, Pavlo lo ha sperimentato all’interno delle mura domestiche, subendo l’ostilità e il rigetto di alcuni rami familiari filorussi che sono giunti a bollarlo come un «traditore della patria».
A questa infamante accusa, la replica di Polyev è scolpita con la forza della dignità civile: «Cresciuto per vent’anni in Italia, cittadino ucraino che si batte senza sosta per la sua terra libera, democratica ed europea… quale traditore della patria?». Nel saggio, l’autore lancia un appello appassionato alla Generazione Z, chiamata a difendere i valori dell’Illuminismo e della democrazia liberale contro le sirene del tradizionalismo reazionario, dell’imperialismo neo-sovietico e dell’integralismo ideologico del Cremlino. Una testimonianza preziosa che lo ha portato ad essere protagonista di seguitissime interviste mediatiche, tra cui risalta il celebre confronto pubblico con l’avvocato Susanna Tosi per Avvocatocittadinanza.it, portato come modello virtuoso di cittadinanza attiva.
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Un impegno a trecentosessanta gradi: dal sindacato in fabbrica ai diritti civili
A contraddistinguere la figura di Pavlo Polyev è un attivismo trasversale, privo di rendite di posizione o conformismi ideologici, maturato a contatto diretto con i bisogni materiali delle comunità. Già nel 2017 a Salerno si distingue per quattro anni di volontariato sul campo a tutela degli animali abbandonati. Successivamente sceglie di spendersi per i diritti dei lavoratori all’interno del sindacato UIL, ricoprendo con efficacia per quattro anni il ruolo di delegato sindacale tra i reparti produttivi di una fabbrica, battendosi per la sicurezza e la dignità salariale delle tute blu.
In prima linea nelle battaglie antiproibizioniste con l’associazione Meglio Legale – esperienza che lo ha visto contestare a viso aperto le posizioni del Senatore Maurizio Gasparri, ricevendone una querela nel 2025 in seguito a un vivace scambio social –, Pavlo ha militato per un biennio nei Giovani Democratici e nel Partito Democratico, animando le mobilitazioni del movimento Italiani Senza Cittadinanza a sostegno del referendum per la riforma dello ius scholae. Una vocazione istituzionale perfezionata a Trento con il conseguimento del diploma presso la prestigiosa scuola di formazione politica «Codice Sorgente», focalizzata sull’autonomia regionale e sul diritto comunitario.
Non meno significativa è la sua capacità di autocritica ed evoluzione politica: dopo aver vissuto in età giovanile un’esperienza triennale nel centrodestra tra Fratelli d’Italia e Gioventù Nazionale, ne è uscito con nettezza, offrendo poi ai microfoni di Fanpage una testimonianza dall’interno lucida e non faziosa. Sul versante dei diritti civili, dopo due anni di militanza in Arcigay, ha scelto di proseguire le sue battaglie con l’associazione Certi Diritti: una transizione motivata dalle tensioni registrate durante alcuni Pride, dove era stato ingiustamente contestato da frange Pro-PAL per la sua posizione laica a favore del dialogo israelo-palestinese. Forte delle sue radici ebraiche, Polyev ha ribadito con coerenza il diritto all’esistenza e alla difesa dello Stato d’Israele, rifiutando le semplificazioni propagandistiche e invocando percorsi reali di riconciliazione tra i due popoli.
Il 9 Maggio europeista: la risposta federalista alla parata del Cremlino
Tra le iniziative più feconde promosse da Polyev, rilanciata all’interno del suo libro in stretta sinergia con i Giovani Federalisti Europei (GFE), spicca la battaglia per la risignificazione del 9 Maggio. In netta antitesi con la retorica bellicista della parata militare sulla Piazza Rossa di Mosca – utilizzata dal Cremlino come clava nazionalista –, Pavlo propone di trasformare la Giornata dell’Europa in una data festiva ufficiale, segnata in rosso sul calendario di tutti i ventisette Paesi membri dell’Unione Europea e degli Stati candidati all’adesione.
L’obiettivo è edificare un autentico «patriottismo europeo» che affianchi le feste nazionali (come il 2 Giugno o il 25 Aprile in Italia), colmando un vuoto simbolico che impedisce alle giovani generazioni di riconoscersi in un destino condiviso. Per Polyev, gli Stati Uniti d’Europa non sono un’utopia burocratica di Bruxelles, ma l’unica corazza geopolitica capace di proteggere i diritti delle minoranze, lo stato di diritto e la libertà economica dalle mire espansionistiche degli imperi autocratici d’Oriente.
Il profilo televisivo e intellettuale di cui l’Italia ha bisogno
Con le sue apparizioni in trasmissioni televisive regionali e nazionali e le frequenti analisi diffuse sui media online, Pavlo Polyev si sta imponendo come una delle figure più lucide, carismatiche e coraggiose della sua generazione. La sua voce si distingue nel dibattito pubblico perché lontana anni luce dal cinismo degli opinionisti da talk show: non parla per schemi preconfezionati, ma porta nei salotti mediatici l’odore delle fabbriche, la disperazione dei parenti sotto i bombardamenti, la concretezza del volontariato e la visione dell’Europa federale.
In un momento storico in cui la politica nazionale ed europea necessita disperatamente di ritrovare credibilità e contatto con la Generazione Z, figure come Pavlo Polyev incarnano la speranza di un rinnovamento autentico: un giovane intellettuale che ha scelto di stare dalla parte della libertà, dimostrando che le radici non sono una condanna al passato, ma il trampolino per costruire il futuro.