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Stellantis Melfi, nuovo stop alla produzione il 22, 23 e 26 ottobre per carenza componenti. Allarme UGL: «Basta incertezze, servono investimenti certi per salvare fabbrica e indotto lucano»

Stellantis Melfi, nuova tegola sui lavoratori: produzione completamente ferma il 22, 23 e 26 ottobre per carenza componenti. Allarme rosso dell’UGL su cassa integrazione e tenuta dell’indotto lucano: «Basta incertezze, servono investimenti reali». Tutti i dettagli nell’articolo di Cavaliere News! 👇

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Stabilimento Stellantis di Melfi

Melfi – Si allunga nuovamente l’ombra della cassa integrazione e della paralisi produttiva su uno dei poli industriali più strategici e tecnologicamente avanzati dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Lo stabilimento Stellantis di San Nicola di Melfi, in provincia di Potenza, si prepara ad affrontare una nuova e pesante battuta d’arresto delle proprie linee di montaggio. A causa di una persistente e cronica carenza di componenti essenziali lungo la catena di approvvigionamento internazionale, le attività produttive del sito lucano rimarranno totalmente sospese nelle giornate di giovedì 22, venerdì 23 e lunedì 26 ottobre 2026. Un blocco operativo su tre turni lavorativi che getta nello sconforto migliaia di tute blu e riaccende i riflettori sulla drammatica fragilità del comparto automotive nazionale.

L’ennesima fermata programmata non rappresenta un fulmine a ciel sereno, ma si inserisce all’interno di una sequenza ormai logorante di “stop and go” che da mesi scandisce i ritmi dello stabilimento lucano, minando alla base la serenità economica e psicologica dei lavoratori e delle loro famiglie. A denunciare con toni di vibrante preoccupazione la gravità del momento è l’UGL Metalmeccanici Basilicata, che attraverso la voce della segretaria regionale Florence Costanzo ha sollevato un grido d’allarme sulle ripercussioni a lungo termine di questa continua instabilità. L’organizzazione sindacale chiede con forza che le generiche rassicurazioni verbali lascino spazio a impegni industriali vincolanti, verificabili e capaci di garantire la tenuta occupazionale dell’intera regione.

«Siamo profondamente preoccupati per il ripetersi sistematico delle fermate e per un quadro produttivo generale che continua a non offrire le necessarie certezze ai lavoratori e a tutta la comunità lucana. Non possiamo e non dobbiamo più considerare questi stop come episodi tecnici isolati o momentanei», ha evidenziato con fermezza Florence Costanzo. «Ogni singola interruzione delle linee incide pesantemente sull’organizzazione del lavoro, penalizza il reddito delle famiglie a causa del ricorso agli ammortizzatori sociali, vanifica la programmazione industriale a lungo termine e rischia di dare il colpo di grazia alla tenuta economica e finanziaria delle decine di aziende che compongono l’indotto locale».

La filiera dell’indotto al collasso: componentistica e logistica sull’orlo del baratro

Il timore più acuto espresso dalle rappresentanze dei lavoratori riguarda infatti la straordinaria capillarità dell’ecosistema produttivo che ruota attorno ai cancelli di Melfi. Se per i dipendenti diretti del gruppo automobilistico la cassa integrazione rappresenta comunque una rete di protezione, per le imprese dell’indotto — dalla componentistica stampata alla plastica, dai cablaggi elettrici ai servizi di logistica integrata e trasporti — ogni giornata di fermo dello stabilimento capofila si traduce in una perdita secca di fatturato insostenibile. Molte piccole e medie realtà del territorio lucano, nate e cresciute in simbiosi con l’impianto fin dalla sua inaugurazione negli anni Novanta, si trovano oggi sull’orlo del baratro, strozzate dal calo dei volumi e dall’impossibilità di pianificare investimenti a medio e lungo termine.

L’UGL Metalmeccanici ha ribadito che qualsiasi piano di rilancio non potrà dirsi credibile se non integrerà al proprio interno un patto di ferro per la salvaguardia dei fornitori locali. «Le fermate dello stabilimento principale si ripercuotono a cascata lungo tutta la filiera, mettendo sotto pressione competenze professionali di altissimo livello costruite in oltre tre decenni di sacrifici operativi», prosegue il sindacato. «È fondamentale che Stellantis definisca condizioni commerciali e temporali che consentano alle aziende dell’indotto di programmare le produzioni e salvaguardare fino all’ultimo posto di lavoro, evitando che la transizione ecologica si trasformi in una vera e propria desertificazione industriale del Mezzogiorno».

A complicare ulteriormente il quadro generale è l’incertezza che regna sovrana sui mercati europei, dove il rallentamento della domanda di vetture full-electric e le discussioni sui vincoli normativi comunitari stanno spingendo i vertici delle case automobilistiche a frenare sui programmi di espansione.

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Economia e Industria

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La sfida europea e la richiesta di un tavolo urgente a Palazzo Chigi

Il sindacato lucano guarda con estrema attenzione anche al complesso dibattito in corso a Bruxelles sulla revisione del Green Deal e sulle scadenze relative allo stop ai motori a combustione interna per il 2035. Secondo l’UGL, le recenti aperture europee volte a introdurre maggiore flessibilità tecnologica e neutralità carbonica devono tradursi immediatamente in scelte industriali tangibili e allocate sul territorio italiano. Melfi possiede tutte le credenziali strutturali per ospitare la produzione di modelli ibridi e termici avanzati accanto ai veicoli a batteria previsti sulla nuova piattaforma STLA Medium, garantendo la saturazione degli impianti e l’azzeramento dei tempi morti.

«Chiediamo a Stellantis di fare finalmente chiarezza e di abbandonare le dichiarazioni di principio. Servono date precise, numeri incontrovertibili e investimenti verificabili», tuona la Costanzo. «La tenuta di un grande colosso manifatturiero non si misura con promesse a mezzo stampa, ma con il numero esatto delle vetture che escono dai cancelli, con le giornate effettivamente lavorate dagli operai, con l’avvio delle nuove linee e con la capacità di difendere l’occupazione. Melfi non può vivere con la clessidra alla gola, aspettando passivamente che decisioni calate dall’alto determinino la morte lenta del suo tessuto sociale».

Da qui l’appello perentorio rivolto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), affinché venga riconvocato con urgenza il tavolo nazionale dell’automotive con la presenza dei vertici aziendali e delle parti sociali. Il tempo delle attese è ormai scaduto: la Basilicata pretende risposte chiare per scongiurare un disimpegno industriale che lascerebbe ferite insanabili nel cuore del Mezzogiorno.

Un futuro che si costruisce con il lavoro: la mobilitazione continua

Nelle prossime ore l’UGL Metalmeccanici Basilicata proseguirà la propria azione di monitoraggio capillare all’interno dei reparti di Melfi e tra le aziende dell’indotto, pronta a concordare con i lavoratori le opportune forme di mobilitazione e sensibilizzazione pubblica qualora dal gruppo guidato da Carlos Tavares non dovessero pervenire rassicurazioni formali sul cronoprogramma dei nuovi modelli.

«Melfi non può affidare il proprio destino esclusivamente alle fluttuazioni congiunturali del mercato globale o ai labirinti burocratici dell’Unione Europea. Le grandi sfide della transizione ecologica devono diventare opportunità concrete di lavoro e di sviluppo per i nostri giovani», conclude la segretaria regionale Florence Costanzo. «Su questi risultati misureremo la serietà delle scelte aziendali. Difendere Melfi significa difendere il futuro produttivo di tutta l’Italia».

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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CallMat Matera, vertenza al bivio: UGL Telecomunicazioni accoglie l’apertura di TIM ma chiede certezze occupazionali e continuità industriale per 350 lavoratori

CallMat Matera, vertenza per 350 lavoratori: l’UGL Telecomunicazioni accoglie l’apertura di TIM ma chiede garanzie industriali certe al MIMIT. 👇

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Stefano CONTI, Segretario Nazionale UGL TLC

Matera – La complessa vertenza che coinvolge il sito operativo di CallMat a Matera registra un primo e significativo spiraglio istituzionale, ma il sindacato mantiene alta la guardia e respinge con nettezza l’illusione che la crisi possa considerarsi risolta senza un accordo strutturale vincolante. Al centro del tavolo, il destino occupazionale e umano di circa 350 lavoratrici e lavoratori lucani, da mesi sospesi nell’incertezza della cassa integrazione e nell’angoscia per il rischio di licenziamenti di massa. La disponibilità manifestata dal colosso delle telecomunicazioni TIM, a seguito del vertice svoltosi con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, di assegnare nuovi volumi di traffico e di attività al polo materano rappresenta indubbiamente un segnale incoraggiante, ma per l’UGL Telecomunicazioni la strada per garantire un futuro solido è ancora tutta da percorrere.

Il segretario nazionale dell’UGL Telecomunicazioni, Stefano Conti, è intervenuto con una nota dettagliata e perentoria, chiarendo la posizione dell’organizzazione sindacale: «La disponibilità di TIM rappresenta certamente un passo positivo, scaturito dal pressing istituzionale e dalla mobilitazione dei lavoratori, ma la vertenza non è affatto chiusa. Non possiamo assolutamente considerare conclusa una partita che attende ancora impegni precisi, verificabili e formalizzati. Le lavoratrici e i lavoratori di CallMat non hanno bisogno di soluzioni tampone o di pannicelli caldi della durata di poche settimane: hanno il diritto sacrosanto di ottenere certezze industriali sul proprio futuro».

Superare l’emergenza: il ruolo di TIM, MIMIT e Regione Basilicata

La preoccupazione principale espressa dall’UGL risiede nel rischio che l’assegnazione temporanea di volumi di chiamate o di servizi di assistenza clienti si trasformi in una mera proroga dello stato di agonia aziendale, senza affrontare i nodi di fondo che penalizzano il settore del customer care in Italia. Per Stefano Conti, l’obiettivo irrinunciabile del sindacato è trasformare la disponibilità mostrata da TIM in un piano industriale pluriennale e sostenibile, capace di favorire il rapido rientro in servizio del personale attualmente collocato in ammortizzatore sociale e di scongiurare una volta per tutte ogni ipotesi di ridimensionamento degli organici.

«Occorre però che ciascun attore coinvolto si impegni fattivamente a fare la propria parte senza sottrarsi alle proprie responsabilità – ammonisce il segretario nazionale dell’UGL Telecomunicazioni –. Chiamiamo in causa la Regione Basilicata e il MIMIT affinché accompagnino questo percorso con strumenti dedicati di politica attiva del lavoro, investimenti sulla riqualificazione delle competenze digitali e clausole sociali stringenti nei bandi pubblici». Nelle prossime settimane, il confronto regionale annunciato dalle istituzioni locali e il tavolo nazionale sui call center convocato presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy dovranno diventare la sede formale in cui mettere nero su bianco il piano di rilancio del polo lucano.

Per la Basilicata, territorio storicamente fragile dal punto di vista dell’occupazione terziaria e già provato dalle tensioni nel comparto dell’automotive a Melfi, perdere 350 posti di lavoro qualificati significherebbe infliggere un colpo mortale all’economia della città dei Sassi e dell’intera provincia. Il settore dei servizi avanzati e del contact center ha rappresentato per anni una fondamentale valvola di sfogo per l’occupazione giovanile e femminile sul territorio, un argine concreto contro lo spopolamento e l’emigrazione forzata verso il Nord o l’estero.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
LAVORO & SOCIOLOGIA DEL LAVORO

Il lavoro nel XXI secolo – Domenico De Masi

Il saggio magistrale sulle trasformazioni del lavoro moderno, le crisi occupazionali nei servizi e la necessità di difendere i diritti e la dignità delle persone nell’era digitale.

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La crisi strutturale delle TLC e la responsabilità dei committenti

La vicenda di CallMat Matera non è un caso isolato, ma la spia rossa di una crisi sistemica che attraversa l’intero comparto delle telecomunicazioni e dei servizi esternalizzati di call center in Italia. Le continue gare al massimo ribasso, la concorrenza sleale del dumping salariale, la delocalizzazione selvaggia e l’avvento pervasivo dell’intelligenza artificiale generativa nei servizi di primo livello stanno comprimendo i margini delle società di gestione, con il risultato che a pagare il conto sono invariabilmente le maestranze.

Per l’UGL Telecomunicazioni è giunto il momento di richiamare i grandi gruppi committenti a una precisa responsabilità sociale d’impresa: le strategie di riorganizzazione e di razionalizzazione dei costi non possono essere scaricate unilateralmente sui lavoratori delle aziende partner. Quando una grande azienda delle telecomunicazioni o un’utenza energetica assegna le commesse di assistenza, deve garantire volumi congrui e compensi equi, capaci di assicurare contratti stabili e retribuzioni conformi ai contratti collettivi nazionali di lavoro firmati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

La frammentazione degli appalti ha creato per troppi anni una sacca di precariato endemico, trasformando i contact center in ammortizzatori sociali informali privi di prospettiva. Superare questo modello distorto è l’unica garanzia per impedire che vertenze simili a quella di CallMat si ripresentino ciclicamente a ogni scadenza contrattuale, gettando nello sconforto centinaia di famiglie incolpevoli.

La determinazione dell’UGL: «Non chiediamo promesse ma garanzie stabili»

La determinazione del sindacato a difesa del presidio materano è totale: l’UGL non intende accettare soluzioni transitorie che rimandino il problema di qualche mese senza risolverlo alla radice. «La nostra posizione è limpida e non negoziabile – ribadisce con forza Stefano Conti –: non chiediamo promesse verbali, ma pretendiamo garanzie concrete ed esigibili. Non vogliamo gestire la crisi mese dopo mese rincorrendo l’ennesima cassa integrazione in deroga; vogliamo superarla definitivamente attraverso un progetto di sviluppo vero».

«TIM e le istituzioni nazionali e regionali – incalza il dirigente sindacale – devono concorrere in modo compatto a costruire una prospettiva certa e duratura per CallMat. Dietro quei 350 posti di lavoro non ci sono numeri o statistiche da bilancio, ma ci sono competenze professionali maturate in anni di attività, dignità operosa e centinaia di famiglie lucane che meritano rispetto e risposte immediate. Tutti i posti di lavoro devono essere salvaguardati fino all’ultimo dipendente e il sito produttivo di Matera deve conservare la propria centralità industriale».

La mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori di CallMat proseguirà dunque con fermezza, in attesa che il tavolo ministeriale convocato al MIMIT traduca le intenzioni manifestate da TIM in precisi accordi vincolanti. La difesa del lavoro nel Mezzogiorno passa dalla capacità di tutelare presidi avanzati come quello di Matera, evitando che la transizione digitale si trasformi nell’ennesima occasione di impoverimento per il Sud. L’UGL ha già fatto sapere che non arretrerà di un millimetro fino a quando non saranno siglate garanzie definitive su volumi, orari e stabilità occupazionale per tutti i dipendenti coinvolti.

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Ex ILVA, vertenza al Ministero del Lavoro: l’UGL Metalmeccanici chiede garanzie certe per lavoratori, indotto e previdenza nell’incontro con il Capo di Gabinetto Nori

Ex ILVA, vertenza al Ministero del Lavoro: l’UGL Metalmeccanici chiede tutele per l’indotto, cassa integrazione puntuale e norme sull’amianto. 👇

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Ex Ilva

Roma – La vertenza dell’ex ILVA, snodo nevralgico della siderurgia nazionale e simbolo delle complesse sfide che attraversano la politica industriale italiana, torna al centro dell’agenda istituzionale con un confronto di primo piano svoltosi presso la sede del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Al tavolo con il Capo di Gabinetto del dicastero, il dottor Mauro Nori, si è seduta una qualificata delegazione dell’UGL Metalmeccanici guidata dal vicesegretario nazionale con delega specifica alla siderurgia Daniele Francescangeli, affiancato dal dirigente nazionale Adelmo Barbarossa e dal segretario confederale Aurelio Melchionno. Al centro del tavolo, la necessità inderogabile di definire un perimetro di certezze operative ed economiche a salvaguardia dei livelli occupazionali, del reddito delle tute blu e della tenuta dell’intero tessuto produttivo dell’indotto, in una fase cruciale per il futuro degli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure e delle altre sedi collegate.

L’incontro si inserisce all’interno del più vasto piano di protezione e rilancio del settore dell’acciaio promosso dal governo, chiamato a bilanciare la complessa transizione ecologica con la continuità produttiva e la tutela sociale. Per l’organizzazione sindacale, il momento storico non consente ulteriori dilazioni: l’incertezza prolungata rischia di logorare irreversibilmente le professionalità operaie e di mandare in crisi centinaia di piccole e medie imprese fornitrici che costituiscono la spina dorsale della logistica e della manutenzione impiantistica.

La siderurgia a ciclo integrale rappresenta un asset non negoziabile per l’autonomia strategica dell’Italia, seconda potenza manifatturiera d’Europa. Privarsi della capacità di produrre acciaio primario significherebbe consegnare l’industria meccanica, automobilistica, navale ed edilizia alla mercé delle forniture estere, esponendo le nostre filiere a rincari incontrollabili e a colli di bottiglia logistici. In questo scenario, la tutela del lavoro e quella dell’apparato produttivo viaggiano su binari strettamente paralleli.

Cassa Integrazione diretta e ammortizzatori sociali flessibili per l’indotto

La delegazione dell’UGL Metalmeccanici ha posto in cima alle proprie rivendicazioni la questione urgente della sostenibilità economica quotidiana per migliaia di famiglie legate al destino degli impianti siderurgici. I rappresentanti dei lavoratori hanno ribadito con forza l’esigenza di interventi tempestivi, a partire dall’erogazione diretta e puntuale delle indennità di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, evitando i consueti intoppi procedurali e i ritardi amministrativi che troppo spesso lasciano i dipendenti privi di reddito per intere settimane. Su questo fronte, il sindacato ha sollecitato chiarimenti precisi e scadenze certe in merito alle risorse finanziarie stanziate e ai tempi di effettiva anticipazione dei trattamenti integrativi salariali.

Accanto alla vertenza diretta dei dipendenti dell’ex gruppo industriale, un’attenzione prioritaria è stata riservata all’universo delle aziende dell’indotto, spesso trascurate dai riflettori della cronaca nazionale ma determinanti per l’operatività quotidiana del ciclo dell’acciaio. L’UGL ha chiesto al Ministero del Lavoro un deciso rafforzamento delle misure di sostegno alle imprese fornitrici e appaltatrici, attraverso l’introduzione di criteri di accesso agli ammortizzatori sociali più flessibili, snelli e realmente parametrati alle gravi asimmetrie economiche che stanno soffocando il comparto locale, soprattutto nell’area ionica e nelle comunità limitrofe.

Garantire liquidità e copertura previdenziale alle ditte terze significa preservare un patrimonio di competenze tecniche senza il quale nessun piano industriale di rilancio o di riconversione ecologica potrà mai trovare concreta attuazione negli stabilimenti. Le aziende fornitrici non possono essere lasciate sole a sostenere il peso dei crediti incagliati e delle commesse sospese, pena il crollo occupazionale di intere province industriali.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
ECONOMIA & STORIA INDUSTRIALE

Storia economica dell’Italia contemporanea – Valerio Castronovo

L’opera fondamentale per comprendere la nascita dell’industria siderurgica, le trasformazioni del lavoro operaio e le grandi sfide produttive del nostro Paese dal dopoguerra a oggi.

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Tutela previdenziale, mansioni usuranti e capitolo amianto

Un capitolo di assoluto rilievo affrontato durante il confronto al dicastero ha riguardato il versante della tutela previdenziale e della salute nei luoghi di lavoro. L’UGL Metalmeccanici ha formalizzato la richiesta di una revisione organica e aggiornata dei criteri di riconoscimento delle mansioni usuranti. L’ambiente siderurgico a ciclo integrale è caratterizzato da fattori di gravosità estrema, che spaziano dal lavoro notturno continuativo e a turni avvicendati, all’esposizione a escursioni termiche severe, fumi pesanti e polveri metalliche, fino al costante sforzo fisico richiesto lungo le linee di colata e nei reparti a caldo.

In tale contesto, la delegazione sindacale ha richiamato l’attenzione del Ministero sulla drammatica e mai risolta problematica dell’esposizione all’amianto. Per i metalmeccanici dell’UGL è doveroso garantire il pieno e rapido riconoscimento dei benefici previdenziali a tutti i lavoratori che nel corso della propria carriera sono stati esposti a sostanze cancerogene e fibre asbestiformi, superando le rigide strettoie burocratiche che hanno penalizzato ingiustamente centinaia di tute blu nel conteggio degli anni di servizio ai fini del pensionamento.

La salute e la sicurezza sul lavoro non possono essere subordinate alle logiche di bilancio. Chi ha sacrificato decenni di fatica e salute accanto agli altiforni ha diritto a un trattamento pensionistico dignitoso che tenga conto della reale usura fisica e dei rischi ambientali corsi ogni giorno all’interno dello stabilimento.

La posizione dell’UGL e l’impegno del Ministero del Lavoro

A margine della riunione romana, il vicesegretario nazionale dell’UGL Metalmeccanici con delega alla siderurgia, Daniele Francescangeli, ha sintetizzato lo spirito della mobilitazione sindacale: «In una fase così delicata di transizione ecologica e di complessa ristrutturazione industriale, non possiamo assolutamente permettere che i ritardi burocratici o le incertezze decisionali pesino sulle spalle delle famiglie e sul futuro dei lavoratori dell’acciaio e del relativo indotto – ha dichiarato Francescangeli –. Servono tempi certi di erogazione delle spettanze, risorse finanziarie adeguate e provvedimenti legislativi concreti capaci di dare stabilità a territori già duramente provati».

Da parte sua, il Capo di Gabinetto Mauro Nori ha recepito nel dettaglio l’insieme delle istanze sollevate dai rappresentanti sindacali, confermando la piena disponibilità del Ministero del Lavoro a mantenere un canale di confronto costante e strutturato, assicurando che nei prossimi giorni verranno forniti riscontri puntuali sui singoli punti presentati dal tavolo.

«Continueremo a sollecitare con determinazione le istituzioni governative affinché le richieste avanzate oggi trovino una rapida e tangibile attuazione – ha concluso Francescangeli –, garantendo prima di tutto la tutela dell’occupazione, la sicurezza del reddito e la dignità umana e professionale dei lavoratori, elementi inscindibili da qualsiasi autentico progetto di rilancio e sovranità della siderurgia italiana».

La vertenza ex ILVA resta così sotto stretta osservazione sindacale, in attesa dei prossimi passaggi parlamentari e ministeriali che dovranno definire il nuovo assetto societario e il cronoprogramma degli investimenti green. L’obiettivo comune resta quello di scongiurare la desertificazione industriale di poli produttivi storici, preservando la coesione sociale e il futuro delle nuove generazioni di lavoratori.</p

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Vertenza CallMat a Matera, i sindacati: «Da TIM e Urso un segnale positivo, ora servono garanzie definitive per tutti i 350 lavoratori»

Vertenza CallMat a Matera, i sindacati: da TIM e Urso un segnale positivo, ora garanzie definitive per 350 lavoratori al tavolo del 12 novembre. 👇

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Vertenza Callmat Matera

Matera – Uno spiraglio incoraggiante che riapre i canali del confronto istituzionale, allontana lo spettro immediato dei licenziamenti collettivi ma non basta ancora a considerare chiusa la partita più delicata dell’economia lucana. Le segreterie regionali di Basilicata di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UIL-FPC e UGL Telecomunicazioni prendono atto con favore della disponibilità manifestata dal gruppo TIM – a seguito dell’incontro diretto promosso dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – ad assegnare nuovi e consistenti volumi di commesse operative alla sede di CallMat a Matera per i prossimi mesi. Un passaggio fondamentale per garantire continuità produttiva immediata, sul quale però le organizzazioni sindacali mantengono altissima la guardia in vista di un accordo strutturale e duraturo.

In una nota congiunta dai toni fermi e costruttivi, i segretari regionali Bruno Giordano, Anna Russelli, Donato Piccinni e Giuseppe Letterelli riconoscono con lealtà l’incisività del ruolo svolto dal ministro Urso nel riaprire il dossier industriale con i vertici dell’ex monopolista telefonico. Al contempo, le sigle esprimono apprezzamento per la costante vigilanza assicurata dalle istituzioni regionali della Basilicata, a partire dal presidente Vito Bardi e dall’assessore alle Attività Produttive Francesco Cupparo, affinché la vertenza imbocchi un sentiero risolutivo per l’intero presidio occupazionale della Città dei Sassi.

«Non confondiamo un’apertura con la soluzione»: il rifiuto delle proroghe ponte

Nonostante il clima di rinnovata fiducia, la posizione dei sindacati lucani è improntata alla massima lucidità rivendicativa: «Siamo fiduciosi che oggi esistano le condizioni politiche e industriali per centrare una soluzione positiva – scandiscono all’unisono Giordano, Russelli, Piccinni e Letterelli –, ma guai a confondere un’apertura negoziale con una vertenza definitivamente risolta. La disponibilità manifestata per i prossimi mesi deve tramutarsi al più presto in un piano industriale solido, credibile e pluriennale, sostenuto da volumi di traffico adeguati a tutelare fino all’ultimo dei circa 350 posti di lavoro oggi attivi nel sito di Matera».

Il sindacato rigetta con fermezza la prospettiva di soluzioni temporanee o parziali che si limitino a rinviare la crisi di qualche mese: «Non sono più tollerabili rinvii a singhiozzo, intese tampone o accordi ponte che spostano semplicemente l’emergenza in avanti nel calendario. Chiediamo trasparenza totale sulle motivazioni che hanno condotto alla progressiva contrazione delle commesse destinate alla Basilicata e pretendiamo certezze assolute sulle prospettive industriali del polo di Matera».

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Diritto del Lavoro & Politiche Industriali

Diritto del Lavoro e Gestione delle Crisi Aziendali: Tutele Occupazionali, Ammortizzatori e Vertenze di Settore

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La dignità delle lavoratrici e dei lavoratori: il patrimonio umano di CallMat

Un passaggio fondamentale della presa di posizione unitaria è dedicato alla straordinaria prova di compostezza offerta dai dipendenti dell’azienda di contact center, in larghissima parte donne e giovani professionisti che rappresentano spesso l’unica fonte di sostentamento economico per interi nuclei familiari del territorio materano. «Vogliamo ringraziare pubblicamente le lavoratrici e i lavoratori di CallMat per la dignità, la compostezza, la pazienza e la determinazione con cui stanno affrontando lunghi mesi di logorante incertezza – sottolineano i segretari –. È nei loro confronti che la committenza, l’azienda e le istituzioni hanno un debito di responsabilità morale: restituire serenità a trecentocinquanta famiglie che hanno sempre garantito elevatissimi standard di efficienza qualitativa nelle risposte all’utenza».

La vicenda di CallMat si inserisce nella più ampia vertenza che attraversa l’intero comparto del customer care e dei servizi telefonici nel Mezzogiorno d’Italia, schiacciato tra le logiche delle gare al massimo ribasso, le delocalizzazioni e l’impatto dell’automazione digitale. Per le organizzazioni dei lavoratori, difendere il polo di Matera significa porre un argine invalicabile alla desertificazione produttiva delle aree interne del Sud, ribadendo la centralità della clausola sociale e della responsabilità sociale d’impresa dei grandi committenti nazionali.

Verso il vertice decisivo del 12 novembre al MIMIT: la mobilitazione non si ferma

La roadmap della trattativa entra ora nella sua fase più delicata. Dopo i tavoli tecnici a livello regionale, l’attenzione generale converge sulla data di giovedì 12 novembre 2026, giorno in cui è convocato a Roma, presso la sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy in via Veneto, il tavolo plenario nazionale alla presenza del ministro Adolfo Urso, dei vertici aziendali di TIM e CallMat, delle delegazioni sindacali e della Regione Basilicata.

«Continueremo a garantire la massima disponibilità al confronto istituzionale, ma senza rinunciare alla nostra autonomia né allo stato di agitazione già proclamato – concludono le segreterie di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UIL-FPC e UGL TLC –. Il dialogo non significa abbassare la guardia, ma vigilare affinché ogni parola spesa diventi impegno nero su bianco. Non chiediamo promesse generiche ma accordi vincolanti: CallMat deve continuare a vivere e lavorare a Matera, e nessuno dei trecentocinquanta posti di lavoro dovrà essere sacrificato».

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