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Politica

IL FANTASMA DI DENIS VERDINI E IL BIVIO DI VANNACCI

Saprà il generale resistere come fece Ulisse al canto suadente e solo apparentemente rassicurante delle sirene, e procedere per la retta via della Politica con la P maiuscola, oppure cadrà come Salvini vittima dell’irresistibile tentazione di appartenere a una ristrettissima e influentissima casta di potere?

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IL FANTASMA DI DENIS VERDINI E IL BIVIO DI VANNACCI

Redazione-  Chissà perche’ in Italia dietro ai grandi condottieri si nascondono sempre mezze figure, mezze calzette, cattivi consiglieri che cercano di far loro imboccare la strada sbagliata. Non è un fenomeno isolato, è oramai una costante quella dei cerchi magici, dei gigli magici, dei cerchi tragici.

Ce lo aveva chiarissimo Silvio Berlusconi, uomo di autentica genialità.

Le mosse migliori – fondare tre reti nazionali, scendere in campo politicamente – le ha fatte avendo i suoi più stretti collaboratori contro. Invecchiando, pero’, oltre a venir privato dell’uso del proprio cellulare e ad essere relegato dal cosiddetto “cerchietto magico” in una sorta di isolamento fintamente protettivo, anche nei confronti degli amici più stretti, e anche rispetto ai giornali e alle notizie che gli venivano sapientemente censurate, perse questa certezza e ne fu travolto.

Anche Stalin aveva Rasputin, e Putin ha Dugin. Ma parliamo di un livello filosofico altissimo, ben diverso dai mentori nostrani.

Il popolo italiano ha guizzi di intraprendenza, è popolo di inventori, di innovatori, di sperimentatori e poi attorno ai leader si raggruppano spesso figure opache, scialbe e smunte, che non solo non hanno proprio lo stesso livello del leader a cui dovrebbero fare da consigliori, ma sembrano quasi essere posti li da “sapienti manine” con lo scopo precipuo di indurli in errore. E spesso portano a termine, determinati e silenti, la loro mission, senza essere nemmeno scoperti.

Accade molto spesso che queste manine si diano molto da fare quando si accorgono di fenomeni nuovi, emergenti. E lì tentano di infilarsi, di piazzare loro adepti (chiamati in gergo “sondini”, di fatto “spie”) al fine di carpire informazioni il più possibile precise per poi provare prima a manovrare dall’esterno per influenzare gli eventi e le decisioni cicero pro domo loro, e infine cercare di penetrare sempre di più all’interno, e poi da una posizione dominante valutare il da farsi, tutto ovviamente per trarne un bieco profitto personale o di cordata, non certo nell’interesse del fenomeno emergente.

Con la legge elettorale che c’è oggi in Italia, tutta ispirata al modello Toscano, cioè alla legge elettorale nata nel 2014 dall’accordo tra Matteo Renzi (allora segretario del PD) e Denis Verdini (allora coordinatore di Forza Italia) gli spazi di democrazia sono davvero molto ridotti.

Ma il fantasma di Denis Verdini aleggia ancora fuori e dentro i Palazzi, è sempre stato presente nei momenti chiave della vita del Paese, vedi ad esempio alla vigilia della rielezione del Presidente della Repubblica nel 2022 quando – pur essendo ai domiciliari fu protagonista di una serie di incontri importanti su Roma presso il ristorante del figlio PaStation nella piazzetta in fondo a Via Uffici del Vicario – scrisse una lettera aperta indirizzata a Dell’Utri e Confalonieri indicando a Silvio Berlusconi la strategia da seguire circa i nomi da individuare per la carica di Presidente della Repubblica, suggerendo di lasciare a suo genero Salvini la possibilità di fare da kingmaker per l’occasione.

Verdini ha attraversato da protagonista occulto decenni di storia politica di questa nazione. Ha ricoperto ruoli di rilievo e la sua forte personalità ha determinato eventi e condizionato governi e coalizioni. Celebri sono rimaste le canzoncine che dedicava ogni mattina a Matteo Renzi, per indirizzarne le mosse.

Strategico il suo fondare nel 2015 il gruppo centrista ALA, scindendosi da Forza Italia, con l’obiettivo di offrire appoggio esterno alle riforme del governo Renzi, una sorta di prosecuzione in proprio del Patto del Nazareno che coinvolse Silvio Berlusconi ma che si ruppe nel 2015 proprio sul nome da designare per la carica di Presidente della Repubblica.

Verdini fu fondamentale anche al tempo del Primo Governo Conte-Salvini. I bene informati narrano di riunioni tenutesi coi capigruppo di Camera e Senato della Lega proprio alla vigilia della mitica crisi del Papete. Ebbene, anzichè andare alle elezioni come molti pensavano, vi fu lo schema delle porte girevoli: fuori la Lega e dentro il Pd.

Chissà che l’influenza di Verdini sul genero non si faccia sentire anche oggi.

Il generale Vannacci è pur sempre toscano e intrattiene coi toscani rapporti privilegiati. Uomo di grande fascino, rappresenta bene la novità. Le sue oltre 500 mila preferenze, ottenute alle elezioni europee da lui e soltanto da lui, senza l’ausilio della Lega, lo rendono un fenomeno oggi unico in Italia: da solo pesa molto di più del partito di Lupi che non arriva al 2 per cento. Per non parlare dei comitati pro-Vannacci che sono nati in tutta Italia, in maniera spontanea, dal basso, sull’onda del grande entusiasmo che il generale suscita e che lo hanno travolto appena ha reso noto la notizia della sua fuoriuscita dal partito di Salvini, sintomo evidente che il generale Vannacci incarna non solo la novità, ma anche la speranza per quei tanti italiani stanchi di vedersi scippare la democrazia e che vorrebbero tornare a far contare il proprio voto, e che hanno la volontà di scegliere i propri rappresentanti evitando che vengano designati preventivamente a tavolino dalle segreterie dei partiti o da non ben precisati gruppi di potere.

E’ nato spontaneamente anche un Centro Studi, sempre sull’entusiasmo suscitato da Vannacci. E’ il Centro Studi Rinascimento Nazionale che ha sede presso il Castello Sforzini di Castellar Ponzano ed è un think tank nato dalla proposta di Luca Sforzini, esperto d’arte e mecenate che ha visto nel generale una risorsa della Repubblica in grado di raddrizzare le sorti di questo Paese.

E qui nasce il paradosso. Perchè sulla scia del libro “il Mondo al contrario” nasce il Mac come movimento che porta avanti le idee che il generale Vannacci ha ben esplicitato nel suo libro rivoluzionario. Ma il Mac non diventa partito perchè nasce improvvisamente Futuro Nazionale. Viene annunciato per errore in una chat e solo dopo ne viene resa edotta la stampa.

Dopo di che cominciano a circolare su Fb e su internet tre strane circolari nate in Toscana e un regolamento che ben poco ha a che vedere con il concetto di democrazia. Coloro che sono politicamente smaliziati riconoscono il marchio di fabbrica, una manina ben nota alle cronache. Ma sarebbe un vero peccato se il generale – che ha avuto nel suo curriculum ben altri e più insidiosi nemici e ben altre e più pericolose trincee – anziché resistere come fece Ulisse al canto suadente e solo apparentemente rassicurante delle sirene, e procedere per la retta via della Politica con la P maiuscola, cedesse come ha fatto Salvini alla irresistibile tentazione di appartenere a una ristrettissima e influentissima casta di potere.

Perchè il consenso politico e la fiducia degli italiani sono alchimie difficilmente ripetibili. E non vanno traditi perchè… scivolare è un attimo!

Politica

Caso Lazio, Sforzini (Rinascimento Nazionale) tuona contro Rocca: «La proprietà privata non si decide con l’applausometro, gravissimo rischio di aggiotaggio»

Il Caso Lazio si infiamma: Luca Sforzini demolisce le ingerenze di Rocca e avverte sul rischio “aggiotaggio” in Borsa! 🦅 💼 Non si placa la bufera sulle dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che aveva “invitato” Claudio Lotito a passare la mano e vendere la S.S. Lazio. A intervenire a gamba tesa è ora Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale), con una lezione magistrale di diritto e libertà d’impresa. “La Lazio NON è una partecipata della Regione, la proprietà privata non si decide con l’applausometro!”, tuona Sforzini. Ma l’allarme più grave riguarda il mercato: essendo la Lazio una società quotata in Borsa, le parole di un governatore regionale possono influenzare gli investitori, innescando addirittura il rischio di “AGGIOTAGGIO”. Un durissimo invito a Rocca a occuparsi delle infrastrutture (come il Flaminio) e a non invadere il campo dei privati. Leggi il comunicato integrale e l’analisi politica nel nostro articolo! 👇 🏛️ Siete d’accordo con le parole di Sforzini? Scrivetelo nei commenti!

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Contestazione tifosi della Lazio

Redazione– Il calcio, a Roma, non è mai soltanto un gioco. Spesso si trasforma nell’arena perfetta in cui si consumano scontri politici, si misurano i poteri e si testano i confini delle istituzioni. Ma in queste ore, il dibattito incandescente sul futuro della S.S. Lazio ha superato ampiamente la linea del fallo laterale. Al centro della bufera ci sono le recentissime e pesanti dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, il quale è intervenuto a gamba tesa suggerendo a Claudio Lotito che la sua “stagione” alla guida del club biancoceleste sarebbe di fatto conclusa, invitandolo apertamente a valutare interlocutori interessati a subentrargli. Un’ingerenza pubblica in un affare privato che ha scatenato la reazione durissima e puntuale di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.

Lo scontro istituzionale: quando la politica invade il campo dell’impresa

In un comunicato denso di passione civile e rigore giuridico, Sforzini non fa sconti e riporta la discussione sui binari del diritto: «Con le ultime dichiarazioni di Francesco Rocca è stato superato un limite che riguarda assai meno il calcio di quanto possa sembrare. Il presidente della Regione non si limita più a criticare la “postura” di una società privata, ma arriva addirittura ad affermare che la stagione di Lotito sarebbe conclusa. No. Non funziona così. Non in una società occidentale».

Il presidente di Rinascimento Nazionale chiarisce subito di non voler entrare nelle dispute del tifo laziale o di voler assegnare pagelle sportive alla dirigenza, ma sottolinea l’urgenza di difendere un principio costituzionale sacro: il limite del potere pubblico. «Come Centro Studi esaminiamo dove finisce il potere pubblico e dove cominciano la libertà dell’individuo, dell’impresa e della proprietà. Su questo, il confine va tracciato con il righello».

Il diritto di proprietà: la Lazio non è una “partecipata” della Regione

Il cuore dell’intervento di Sforzini è una difesa a spada tratta della libertà d’impresa. La Lazio, ricorda, non è un ente di Stato. «La Lazio non è una partecipata della Regione, Lotito non è un amministratore nominato da Rocca e il presidente della Regione non è l’assemblea degli azionisti della S.S. Lazio. La proprietà privata non è sottoposta all’applausometro dei tifosi o della politica».

Le regole dell’economia di mercato sono chiare e inossidabili, spiega Sforzini: il proprietario vende solo se vuole, quando vuole e alle condizioni che ritiene di accettare, senza subire pressioni esterne. «Questo si chiama diritto di proprietà. Se domani comparirà un compratore e Lotito riterrà conveniente vendere, sarà il mercato a produrre il passaggio. Se non vorrà farlo, continuerà a esserne il proprietario finché ne avrà titolo. È sorprendente doverlo ricordare nel 2026».

L’allarme gravissimo: il mercato, la Borsa e il rischio di aggiotaggio

Ma c’è un aspetto ancora più delicato e potenzialmente esplosivo che Sforzini porta alla luce: la S.S. Lazio non è una società qualunque, ma è una S.p.A. quotata in Borsa. E in ambito finanziario, le dichiarazioni pubbliche pesano come macigni.

«Quando il presidente di una Regione interviene pubblicamente per sostenere che la stagione del proprietario è conclusa e per prospettare una cessione, le sue parole sono come pietre. Le parole di un’autorità istituzionale possono incidere sulle aspettative e sulle percezioni degli investitori, influenzando il mercato. C’è il rischio aggiotaggio». Un avvertimento durissimo, che rimarca come chi ricopre funzioni pubbliche dovrebbe osservare la massima cautela. Essere quotati significa rispondere alle autorità di vigilanza e agli azionisti, precisa Sforzini, e non significa certo «diventare una società a sovranità limitata sottoposta all’indirizzo del presidente della Regione».

L’appello a Rocca: “Pensi al Flaminio, non allo sconfinamento del potere”

La chiosa finale di Sforzini è un richiamo all’ordine istituzionale. Francesco Rocca ha tutto il diritto di essere un tifoso laziale appassionato e di sognare, nel suo privato, un altro presidente per la propria squadra del cuore. Ma la “disciplina istituzionale” impone di separare i desideri del tifoso dai poteri dell’Istituzione che rappresenta.

«Rocca lavori sul progetto dello stadio Flaminio, sulle infrastrutture e sui servizi della Regione. Non vada oltre: è uno sconfinamento del potere», tuona Sforzini in chiusura. «Ed è precisamente su questo terreno che Rinascimento Nazionale conduce una battaglia culturale che va ben oltre il caso Lazio: lo Stato deve essere forte nelle poche cose che gli competono, e ritirarsi da quelle che non gli competono. Regole chiare e controlli rigorosi, per poi lasciare spazio alla libertà d’impresa e al mercato. Contro ogni sconfinamento del potere, noi staremo sempre dalla parte della libertà».

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Politica

“Merito et Tempore” e la Destra Polifonica: Luca Sforzini risponde al reportage di MillenniuM sul “Romanzo Generale”

“Costruire è infinitamente più difficile che gridare”. Luca Sforzini risponde punto su punto al reportage di MillenniuM su Vannacci e Rinascimento Nazionale! 🖊️ 🏛️ Dopo il lungo approfondimento pubblicato dalla rivista MillenniuM sul “Romanzo Generale”, sulle anime della nuova Destra italiana e sul ruolo del Centro Studi Rinascimento Nazionale, il Presidente Luca Sforzini affida in esclusiva a queste colonne la sua lucida, elegante e tagliente replica. Un editoriale che respinge l’etichetta di “moderato”, rilanciando invece il concetto di “Destra Polifonica”: una forza politica capace di unire liberali, conservatori e identitari senza dover rincorrere anacronistiche nostalgie storiche. “Il fascismo appartiene alla storia: non è un programma per il XXI secolo”, chiarisce Sforzini, che analizza poi il fenomeno Vannacci come veicolo fondamentale per trasformare la protesta e la rabbia degli italiani in una vera proposta istituzionale. E sulle mura del Castello Sforzini aleggia il motto di Ludovico il Moro, “Merito et Tempore”: una bussola per ricordare a tutti che il Centro Studi non sarà mai un salotto obbediente, ma una fucina di idee libere e autonome. Leggi l’editoriale completo nel nostro nuovo articolo! 👇

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Il dilemma del Castellano

Redazione – Riceviamo e pubblichiamo con grande interesse l’ampia e profonda riflessione politica a firma di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, in risposta al recente e discusso reportage pubblicato dalla testata “MillenniuM” dedicato alla figura del Generale Roberto Vannacci, a Futuro Nazionale e al ruolo dello stesso Sforzini.

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Ho letto il lungo reportage che MillenniuM ha dedicato a Roberto Vannacci, a Futuro Nazionale, al Centro Studi Rinascimento Nazionale e, inevitabilmente, anche a me e al Castello Sforzini di Castellar Ponzano. L’ho letto con curiosità, qualche sorriso e nessun fastidio. Un reportage non è un verbale notarile: sceglie una prospettiva, accentua contrasti, costruisce personaggi. E il personaggio che ne esce — questo curioso “castellano” sospeso fra Pavia e Cambridge, Pontida e Fiume, il Partito Repubblicano e Vannacci, il Risorgimento e la massoneria, Ludovico il Moro e De Gaulle — confesso che, in qualche passaggio, ha divertito persino me.

Ma sotto il colore, le battute, i saluti romani, i quattro telefoni e il cavallo di Caligola, c’è una domanda molto seria, probabilmente la domanda più importante che oggi si possa rivolgere a chiunque stia tentando di costruire qualcosa di nuovo a destra: dove vuole andare? È una domanda che riguarda Roberto Vannacci, naturalmente, ma riguarda anche noi.

Né beceri né moderati: la “misura” come vera forza politica

Il reportage definisce Rinascimento Nazionale il pensatoio “meno becero e più moderato” fra quelli che accompagnano questa esperienza. Ringrazio per il “meno becero”; sul “moderato”, invece, continuo a nutrire qualche dubbio. Non considero moderato chiedere una drastica riduzione del peso dello Stato, difendere senza complessi il merito e le eccellenze, rimettere in discussione dogmi europei diventati intoccabili, pretendere un’Europa capace di ricordarsi di essere Occidente, rivendicare l’alleanza atlantica senza trasformarla in sudditanza, difendere Israele senza rinunciare a giudicare le scelte dei suoi governi, immaginare un federalismo autentico, restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti e provare, infine, a ricostruire una cultura politica quando la politica sembra essersi ridotta quasi interamente alla comunicazione. Se questa è moderazione, abbiamo evidentemente cambiato il significato delle parole.

La parola che preferisco è misura. La misura non è debolezza, è esattamente il contrario dell’estremismo perché richiede più forza dell’estremismo: l’estremista ha bisogno di una sola idea e di un nemico, mentre una cultura politica deve riuscire a tenere insieme idee differenti, contraddizioni, storia e futuro. Per questo continuo a parlare di destra polifonica: non una destra annacquata, ma una destra abbastanza grande da contenere la tradizione liberale, liberista, libertaria, cattolica, sociale, federalista, risorgimentale, conservatrice, identitaria, nazionalista e tradizionalista, senza pretendere che una di queste tradizioni cancelli tutte le altre. E soprattutto senza nostalgie.

Il netto rifiuto di ogni nostalgia totalitaria

Su questo il reportage insiste molto, e fa bene. Il fascismo appartiene alla storia italiana: va studiato, compreso, discusso, ma non è un programma per il XXI secolo. Il nazismo, l’antisemitismo, il razzismo e ogni suggestione totalitaria non appartengono alla mia cultura politica e non appartengono al Pantheon di Rinascimento Nazionale. Non perché qualcuno ci chieda un certificato di presentabilità, ma per una ragione assai più semplice: perché non sono le nostre idee.

La questione diventa allora un’altra: che cosa fare di quella vasta parte del Paese che non si riconosce più nella politica tradizionale, che spesso esprime rabbia prima ancora che idee, che ha smesso di votare oppure cerca rappresentanza nelle forme più radicali della protesta? La risposta più comoda sarebbe lasciarla fuori dalla porta. Io penso l’opposto. La politica serve precisamente a trasformare pulsioni in rappresentanza, protesta in proposta, rabbia in istituzioni. Non si tratta di inseguire gli estremismi; si tratta, semmai, di renderli inutili.

Il fenomeno Vannacci: trasformare la rabbia in progetto

È qui che la figura di Vannacci diventa politicamente interessante. Non perché debba essere trasformato nel personaggio che ciascuno vorrebbe, né perché io abbia intenzione di interpretare il ruolo ambizioso di maieuta oppure quello, piuttosto ridicolo, di precettore del generale. Vannacci è Vannacci: ha una sua storia, un suo carattere, una sua visione e un consenso che nessun laboratorio politico ha fabbricato per lui.

Proprio per questo intorno a quella leadership si sta combattendo una partita molto più importante della distribuzione di qualche incarico: capire se quell’energia diventerà una forza politica nazionale oppure rimarrà confinata in un recinto; se parlerà agli italiani oppure soltanto ai già convinti; se saprà costruire oppure si accontenterà di provocare; se diventerà futuro oppure nostalgia. È questa la vera scommessa.

“Merito et Tempore”: l’autonomia culturale del Centro Studi

E qui arrivo al Castello. Nel reportage compare quasi come un personaggio e forse lo è davvero, non perché le pietre abbiano opinioni politiche, ma perché certi luoghi obbligano ad avere una concezione diversa del tempo. Chi vive fra muri che hanno attraversato imperi, rivoluzioni, guerre, restaurazioni e dinastie difficilmente può convincersi che l’ultimo post sui social rappresenti la fine della storia.

Sul Castello campeggia un motto attribuito a Ludovico il Moro: Merito et Tempore. Per merito e a tempo debito, al momento giusto. Mi sembra una risposta sufficientemente precisa anche alla domanda posta da MillenniuM.

Il Centro Studi Rinascimento Nazionale non nasce per correggere cosmeticamente identità politiche altrui, né per conferire rispettabilità a ciò che, per propria natura, non ci appartiene. E non nasce nemmeno per fornire un salotto elegante a una politica altrimenti rumorosa. Nasce per produrre idee, e le idee, quando sono vere, hanno una caratteristica talvolta fastidiosa: non obbediscono. Rinascimento Nazionale conserverà dunque la propria autonomia culturale, la propria libertà di giudizio e persino il proprio diritto all’eresia. Sosterrà ciò che riterrà giusto e criticherà ciò che riterrà sbagliato, senza abiure quotidiane, senza inginocchiatoi e senza bisogno di chiedere il permesso. È anche per questo che continuo a considerare interessante la sfida che abbiamo davanti: perché non sappiamo ancora come finirà, e diffido profondamente delle storie politiche delle quali si conosce già il finale.

Il reportage si chiude contrapponendo due immagini: la filastrocca infantile di Oh che bel castello e quel Merito et Tempore inciso nella nostra storia. Scelgo la seconda, e non soltanto perché il Castello è diventato, per scelta e per destino, il luogo dal quale provo a dare forma a questa esperienza. La scelgo perché in politica, come nella vita, costruire è infinitamente più difficile che gridare: occorrono uomini, idee, studio, errori, correzioni, coraggio e soprattutto occorre tempo.

Il resto è rumore. Merito et Tempore. Vedremo chi avrà avuto merito. E il tempo, come sempre, farà il resto.

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Politica

Il “Risiko” bancario divide la politica. Mazzocchi punzecchia Sforzini: «MPS? Hai ragione sul libero mercato, ma Vannacci che ne pensa?»

Mazzocchi asfalta le contraddizioni dei “Vannacciani” sul caso MPS! 🏦 ⚔️ Il grande Risiko bancario (con l’offerta di Monte dei Paschi su BPM) innesca un durissimo e ironico botta e risposta nella politica italiana! Mazzocchi risponde a muso duro alle dichiarazioni di Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi legato al Gen. Vannacci). “Sforzini ha perfettamente ragione a dire che l’operazione MPS la deve decidere il libero mercato e non la politica, e che non ci servono le vecchie Banche di Stato. Lo Stato deve solo vigilare sui reati!”. Ma poi arriva la stoccata finale, feroce e inaspettata: “Ma come fa Sforzini a coniugare le sue ottime idee liberali sul mercato con le idee del Generale Vannacci? Vannacci fa apertamente il tifo per lo Statalismo più spinto e ha per modelli Mussolini e Putin, autocrati che le banche le volevano controllare totalmente! Misteri del tatticismo politico…”. Un cortocircuito politico clamoroso! Leggi tutta la durissima analisi nel nostro nuovo articolo! 👇

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Redazione – Il grande risiko bancario innescato dalla mossa del Monte dei Paschi di Siena (MPS) su Banco BPM e Banca Generali non sta scuotendo soltanto i freddi grafici di Piazza Affari. Le scosse di assestamento finanziario si stanno abbattendo con forza anche sui palazzi della politica, generando alleanze inaspettate e innescando polemiche al vetriolo. A movimentare il dibattito nelle ultime ore è arrivato il tagliente intervento di Mazzocchi, che ha deciso di replicare direttamente e pubblicamente alle recenti e lucide dichiarazioni rilasciate da Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (vicino alle posizioni del Generale Roberto Vannacci). Un botta e risposta che mescola abilmente alta finanza, visioni economiche e una profonda e irrisolta contraddizione politica interna al mondo sovranista.

Mazzocchi plaude a Sforzini: “Giusto che decidano gli azionisti”

L’intervento di Mazzocchi si apre in maniera sorprendentemente pacifica e distensiva, promuovendo a pieni voti l’analisi strettamente economica fornita poche ore fa da Sforzini riguardo all’ingerenza della politica nelle dinamiche del credito. «Sono pienamente e convintamente d’accordo con il Presidente del Centro Studi, Luca Sforzini, quando afferma con fermezza che, all’interno di un moderno e maturo sistema liberale, la politica bancaria non debba e non possa mai competere allo Stato», esordisce Mazzocchi.

L’accordo sulle regole d’ingaggio del libero mercato è totale. «Sposo completamente e senza riserve la sua netta posizione sull’operazione di Monte dei Paschi di Siena: è giustissimo che a decidere le sorti delle acquisizioni e delle fusioni bancarie siano esclusivamente gli azionisti, gli investitori e le ferree leggi del mercato». Una dichiarazione che rigetta al mittente ogni tentazione di anacronistico dirigismo governativo.

L’ombra dello Stato: un ruolo limitato alla legalità

Nella visione condivisa da Mazzocchi e Sforzini, lo Stato non deve scomparire, ma deve semplicemente cambiare veste: da ingombrante azionista e decisore occulto, deve trasformarsi in un arbitro imparziale. «L’unico, vero compito dello Stato in vicende finanziarie di questa immensa portata – precisa Mazzocchi – deve essere esclusivamente quello di vigilare. Le istituzioni statali devono unicamente supervisionare affinché non si verifichino reati societari, irregolarità o illeciti durante le complesse fasi delle trattative». Regole chiare, mercato libero e nessuna “banca di Stato” salvata con i soldi dei contribuenti.

La stoccata politica: il pensiero liberale contro lo statalismo di Vannacci

Ma è proprio quando il terreno dell’analisi passa dall’economia ai valori puramente politici che Mazzocchi sfodera il fioretto, affondando un colpo durissimo e mirato. La contraddizione sollevata è gigantesca: come può il Presidente di un Centro Studi legato a doppio filo a Roberto Vannacci professare un credo così orgogliosamente e puramente liberale?

«Non comprendo minimamente – attacca frontalmente Mazzocchi – come faccia Sforzini a coniugare e a far convivere questo suo pensiero economico (che ritengo sinceramente liberale, condivisibile e moderno) con la ben nota Weltanschauung, ovvero la visione del mondo, propugnata dal Generale Vannacci».

Tra libero mercato e autarchia: l’incoerenza del “Mondo al Contrario”

L’accusa mossa all’ideologia del Generale è pesante e non lascia spazio a interpretazioni: «Vannacci, in ogni sua uscita pubblica, tifa apertamente e spudoratamente per uno Statalismo spinto ed esasperato. Parliamo di una figura politica che ha ripetutamente indicato come suoi modelli di riferimento personaggi storici e attuali del calibro di Benito Mussolini e Vladimir Putin». Figure autoritarie che, storicamente e fattualmente, non hanno mai lasciato spazio alla libera iniziativa privata.

«Quei modelli politici – ricorda severamente Mazzocchi – sono nei fatti e nella storia per una politica economica e bancaria totalmente, asfissiantemente e rigidamente controllata dall’apparato dello Stato centrale». Altro che libero mercato, azionisti liberi di decidere e rifiuto del protezionismo invocati da Sforzini.

I “misteri del tatticismo”: quale futuro per il Centro Studi?

L’intervento si chiude con una amara e pungente ironia: «Misteri insondabili del tatticismo in Politica…». La stilettata di Mazzocchi lascia il campo aperto a un interrogativo politico enorme che aleggia sul Centro Studi Rinascimento Nazionale: quanto potrà durare la convivenza tra l’anima liberale, borghese e mercatista rappresentata dai vertici intellettuali come Sforzini, e la pancia profondamente statalista, autarchica e muscolare dell’elettorato “vannacciano”? Il Risiko, a quanto pare, non si gioca solo in banca, ma anche nei meandri della politica italiana.

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