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Attualità

Amatrice, 10 anni dal sisma: il dolore senza fine di una terra ferita. Macerie, burocrazia e l’infinita attesa di una ricostruzione a metà

24 Agosto 2016 – 24 Agosto 2026: 10 anni dal dramma di Amatrice. Tra promesse e burocrazia, il nostro reportage in una terra ancora in attesa di rinascere 🖤 🏚️ Sono passati esattamente dieci anni da quella maledetta notte delle ore 3:36, quando un potentissimo sisma ha spazzato via Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, spezzando 299 vite. Ma a che punto è oggi la ricostruzione? La realtà è amara e stringe il cuore. Mentre a Roma i Governi firmano decreti per la “fine dello stato di emergenza”, nel cratere sismico il tempo sembra essersi fermato. Nel centro di Amatrice c’è solo un’enorme spianata vuota. E nelle frazioni più piccole, come a Capricchia, le macerie sono ancora lì, avvolte dalle erbacce. La ricostruzione non è mai partita e i pochi abitanti rimasti, riuniti in una coraggiosa Pro Loco, sono costretti a combattere perfino contro l’assurdità della burocrazia pur di non far morire il loro paese e far tornare chi aveva perso tutto. Leggi il nostro lungo speciale a cuore aperto dedicato all’Appennino Centrale, per non dimenticare MAI. 🙏 👇

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Amatrice

Redazione  – Ci sono date che rimangono scolpite nella memoria collettiva di una Nazione come cicatrici indelebili. Il 24 agosto 2016 è una di queste. Alle ore 3:36 di quella drammatica notte, mentre il mondo dormiva, una scossa di terremoto di magnitudo 6.0 ha squarciato il silenzio e devastato per sempre il cuore dell’Appennino Centrale. In manciata di pochissimi e interminabili secondi, interi borghi ricchi di storia e tradizioni sono stati spazzati via, polverizzati come se fossero fatti di sabbia. Il bilancio di quella notte fu apocalittico: 299 vittime innocenti. Amatrice fu il comune che pagò il prezzo di sangue più atroce, con 237 vite spezzate sotto le macerie. Oggi, a esattamente dieci anni di distanza da quel disastro, siamo tornati a viaggiare in quei territori per capire cosa è cambiato. E purtroppo, lo scenario che si è parato davanti ai nostri occhi è fatto ancora di un’infinita, logorante e desolante attesa.

Non fu un solo sisma: la terra spaccata per 70 chilometri

La memoria collettiva ricorda questa enorme tragedia semplicemente come “il terremoto di Amatrice”. Ma la verità scientifica è molto più cruda: quella notte di dieci anni fa fu solo l’innesco di una delle sequenze sismiche più lunghe, complesse e devastanti mai registrate in tutta la storia d’Europa. Fu l’inizio di un catastrofico “effetto domino” che riattivò un intero sistema di faglie sotterranee adiacenti. Nei mesi successivi, l’incubo non smise mai di tormentare i sopravvissuti.

Ci furono migliaia di scosse. Come dimenticare il 26 ottobre, con magnitudo superiore a 5 vicino Visso e Ussita? E soprattutto il mostruoso colpo di grazia del 30 ottobre, con magnitudo 6.5 ed epicentro a Norcia, il terremoto più violento registrato in Italia dopo quello dell’Irpinia del 1980. Tra agosto 2016 e gennaio 2017, la terra tremò con magnitudo sopra il grado 5 per ben sette volte. Alla fine dell’incubo si contarono oltre 124.000 scosse. Le fratture del sottosuolo raggiunsero un’estensione di oltre 70 chilometri, spaccando la terra fino in superficie con voragini profonde 10 chilometri che ancora oggi, in alcuni punti, sono visibili a occhio nudo.

Fine dello stato di emergenza, ma la realtà è desolazione

Oggi si parla tanto di “rinascita”, di progetti e di fondi sbloccati. I primi di agosto il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto di misure con una programmazione burocratica che arriva fino al 2029. Si è stabilito, sulla carta, che il 31 dicembre 2026 segnerà la fine formale dello “stato di emergenza nazionale”, sancendo il passaggio allo “stato di ricostruzione”. Dal 2027 cesseranno le attività residue della Protezione Civile, che verranno trasferite a una nuova struttura commissariale operativa fino al 2029.

Questo è ciò che si legge nei freddi e rassicuranti decreti emessi dal Governo a Roma. Ma la realtà che si respira camminando tra la polvere del cratere sismico è diametralmente opposta. Il centro di Amatrice, oggi, è nient’altro che un’enorme spianata deserta, la famosa “zona rossa” da cui svetta, solitario e malinconico, solo il campanile superstite.

Il caso di Capricchia: frazioni abbandonate tra erbacce e macerie

Basta allontanarsi dal centro nevralgico e addentrarsi nelle frazioni circostanti per trovarsi di fronte a uno scenario agghiacciante, letteralmente congelato a quella maledetta notte del 24 agosto 2016. A Capricchia, una delle 69 storiche frazioni di Amatrice (che oggi conta appena 15 abitanti d’inverno e circa 150 irriducibili d’estate), la ricostruzione è partita solo per tre o quattro abitazioni isolate. Tutto il resto del paese è un cimitero di mattoni. Le macerie sono ancora lì, immobili, avvolte da un’erba sempre più alta e incolta che sembra voler abbracciare pietosamente ciò che resta di case sventrate, abbandonate da un decennio.

La resilienza della gente: “Ci siamo salvati da soli”

In questo abbandono istituzionale, la vera e unica forza motrice è l’amore viscerale della gente per la propria terra. A Capricchia la Pro Loco locale non si è arresa e ha deciso di fare da sola. Nel luglio 2017 ha costruito un piccolo villaggio indipendente, fatto di casette su ruote donate da benefattori. Oggi quel villaggio ospita quello che viene definito “il popolo delle seconde case”, persone che pur non avendo più nulla tornano lì ogni estate per mantenere vivo il respiro del paese.

Le maglie della burocrazia, però, sembrano fatte apposta per complicare le cose: «Alcune casette di emergenza (le SAE) sono ormai vuote, perché le persone anziane sono morte o le famiglie hanno trovato un’altra sistemazione stabile», raccontano i responsabili della Pro Loco. «Abbiamo chiesto di poterle prendere in gestione noi, per metterle in affitto a chi veniva qui solo per l’estate, in modo da ripopolare il paese. Ma il Comune ci ha risposto di no, perché essendo di proprietà della Protezione civile la cosa non è burocraticamente possibile». E così, un villaggio nato nell’emergenza per non far morire la comunità, è diventato l’unico vero punto di riferimento per chi, tra lentezze statali e cantieri inesistenti, continua disperatamente ad amare il proprio paese. A dieci anni dal buio, la luce della rinascita è ancora troppo, troppo lontana.

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Esteri

Dall’idea all’impresa: la giovane afghana che ha digitalizzato i biglietti degli autobus a Kabul

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Dall’idea all’impresa: la giovane afghana che ha digitalizzato i biglietti degli autobus a Kabul

Redazione- In un Paese segnato da difficoltà e limitazioni, una giovane imprenditrice afghana ha scelto di affidarsi alla tecnologia per rendere più semplice un gesto quotidiano: acquistare un biglietto dell’autobus.

È Sadaf Afghan, giovane imprenditrice che a Kabul ha fondato “Qased”, una piattaforma online che consente ai passeggeri di prenotare i biglietti degli autobus senza doversi recare personalmente al terminal. Il servizio prevede inoltre la consegna del biglietto direttamente a domicilio.

“Qased” è stata fondata circa un anno fa, mentre il servizio di vendita online dei biglietti è entrato ufficialmente in funzione cinque mesi dopo. L’attività, iniziata con appena tre persone, oggi conta un team di otto dipendenti, quattro dei quali sono donne.

In un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, Sadaf Afghan ha spiegato che la società si occupa di acquistare online i biglietti richiesti dai passeggeri e di consegnarli direttamente a casa. Ma il suo progetto va oltre la semplice vendita digitale: l’obiettivo è ampliare “Qased” e aprire filiali in altre province dell’Afghanistan, creando nuove opportunità di lavoro sia per le donne sia per gli uomini.

Avviare un’impresa innovativa in un Paese in cui molti servizi vengono ancora gestiti attraverso procedure tradizionali e in presenza non è semplice. Nonostante le difficoltà, però, Sadaf Afghan sostiene che la risposta della popolazione sia incoraggiante.

«Ogni attività è difficile all’inizio, ma non dobbiamo arrenderci. Nel complesso, le persone ci sostengono», ha dichiarato.

Il trasporto su strada continua a rappresentare uno dei principali mezzi di collegamento tra le città afghane. La limitata presenza di infrastrutture ferroviarie e di sistemi di trasporto pubblico moderni rende gli autobus interurbani essenziali per milioni di persone.

Per molti passeggeri, acquistare un biglietto significa ancora recarsi fisicamente al terminal e pagare in contanti. È proprio su questa necessità che “Qased” ha costruito la propria proposta: utilizzare gli strumenti digitali per rendere il processo più semplice, rapido e accessibile.

Sadaf Afghan auspica inoltre che le autorità talebane possano contribuire al miglioramento del sistema dei trasporti e sostenere le imprese che cercano di offrire nuovi servizi alla popolazione.

Il progetto, tuttavia, non si ferma ai biglietti degli autobus. In futuro, la giovane imprenditrice vorrebbe estendere l’attività anche al trasporto aereo, permettendo ai clienti di acquistare online i biglietti dei voli e riceverli direttamente a casa.

Accanto alla dimensione tecnologica e imprenditoriale, “Qased” rappresenta anche una possibilità concreta di lavoro per alcune giovani donne afghane.

Tra i dipendenti c’è Mohammadi, 20 anni, che ogni giorno si sposta in motocicletta per le strade di Kabul consegnando ai clienti i biglietti ordinati attraverso la piattaforma. Dopo aver frequentato la scuola fino alla decima classe, racconta che il lavoro fuori casa e la possibilità di svolgere autonomamente le proprie mansioni gli hanno dato un maggiore senso di indipendenza e fiducia nel futuro.

Con l’espansione dell’attività, Mohammadi spera che possano nascere nuove opportunità professionali, soprattutto per le giovani donne.

La storia di “Qased” è, in apparenza, quella di una semplice piattaforma per la vendita online di biglietti. In realtà, racconta qualcosa di più: la scelta di una giovane donna di trasformare una difficoltà quotidiana in un’opportunità, utilizzando la tecnologia per creare un servizio, generare occupazione e aprire nuovi spazi di partecipazione economica.

In un contesto complesso come quello afghano, iniziative di questo tipo mostrano come l’innovazione e l’imprenditorialità possano ancora diventare strumenti capaci di creare opportunità e immaginare nuove possibilità per il futuro.

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Esteri

Egitto, condannata a morte la conduttrice televisiva Sarah Khalifa

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Sarah Khalifa

Redazione- Un tribunale penale del Cairo ha condannato a morte per impiccagione Sarah Khalifa, 39 anni, nota conduttrice e produttrice televisiva egiziana, insieme ad altre 11 persone, nell’ambito di un maxi-processo legato alla produzione e al traffico di stupefacenti.

Secondo quanto riportato dalla stampa egiziana, tra cui il quotidiano statale Al-Ahram, gli imputati avrebbero fatto parte di una banda criminale organizzata accusata di importare dall’estero sostanze e materie prime destinate alla produzione di droghe sintetiche, per poi lavorarle e distribuirle sul mercato. Gli investigatori avrebbero inoltre sequestrato ingenti quantità di sostanze stupefacenti e materiali utilizzati per la loro produzione, oltre ad armi da fuoco e munizioni detenute illegalmente.

Sarah Khalifa è conosciuta soprattutto per il programma televisivo «Mission Impossible», dedicato a temi legati alla criminalità e alla sicurezza. La conduttrice ha respinto le accuse nei suoi confronti.

Nel procedimento erano complessivamente 28 gli imputati. Oltre alle 12 condanne a morte, il tribunale ha inflitto l’ergastolo a nove persone, mentre altre sette sono state assolte.

La condanna a morte non è ancora definitiva. Il legale di Sarah Khalifa ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso, chiedendo alla magistratura di riesaminare il caso.

La vicenda aveva già attirato l’attenzione dei media egiziani nelle scorse settimane, per il coinvolgimento di una figura televisiva conosciuta e per la gravità delle accuse contestate agli imputati.

Foto: Instagram/ sara_khaliifa

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Attualità

“Bisogna coltivare il nostro giardino”: l’istinto segreto delle volpi e il richiamo di Voltaire nel Mattutino del Castello Sforzini

“La salvezza non arriverà magicamente da lontano. Rimbocchiamoci le maniche, smettiamola di parlare e ricominciamo a coltivare il Nostro Giardino!”. La bellissima e toccante lezione di filosofia del “Mattutino” del Castello Sforzini! 🦊 🌻 Quanti di noi passano le intere giornate (sui social network o al bar) a spettegolare, a lamentarsi per le decisioni degli altri o ad attendere che la nostra vita si risolva miracolosamente, magari sperando in un aiuto che arriva “da lontano”? Purtroppo la società moderna ci ha tolto la voglia di “sporcarci le mani” con la realtà di tutti i giorni. Questa domenica, a risvegliare brutalmente e meravigliosamente le nostre coscienze ci ha pensato la profonda rubrica letteraria del “Mattutino” (diffusa storicamente dal bellissimo Castello Sforzini di Castellar Ponzano). Tre massime ermetiche, brevi ma potentissime, ci hanno ricordato i veri valori della vita! Nel testo si ricorda che “Le volpi conoscono scorciatoie che sulle carte non compaiono”. Un invito meraviglioso a usare il nostro astuto istinto per uscire dagli schemi noiosi che la società ci impone, trovando le nostre strade personali per essere felici! Ma la chiusura è la più emozionante di tutte, e cita la celebre e bellissima frase finale del filosofo Voltaire: “Tutto questo è ben detto, ma ora bisogna coltivare il nostro giardino!”. Significa che dopo tante chiacchiere, dobbiamo pensare alle cose VERE: il nostro piccolo orticello, la nostra famiglia, l’amore, la casa e le cose tangibili che ci danno la felicità e scaldano il cuore. Leggete e scoprite il significato profondo di questo aforisma nel nostro articolo completo! 👇 🍂 Voi riuscite ancora a ritagliarvi del tempo per “coltivare” le cose semplici della vostra vita (magari curando davvero le piante o dedicandovi alle vostre passioni), oppure vi sentite schiacciati dalla vita frenetica di tutti i giorni? Fermatevi un attimo, diteci la vostra nei commenti e condividete questa stupenda lezione di vita!

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Il Mattutino del 6 settembre 2026

Castellar Ponzano (AL) – In una società iper-connessa in cui siamo costantemente bombardati da migliaia di messaggi vocali, notifiche invadenti, fiumi di parole inutili e immagini vuote che scorrono febbrilmente sugli schermi dei nostri cellulari, esiste ancora un piccolissimo e prezioso rifugio dove il pensiero umano prova a rallentare. Questo rifugio immateriale è Il Mattutino, la raffinata e profonda rubrica letteraria curata dalle antiche mura del Castello Sforzini di Castellar Ponzano.
In questa domenica mattina del 6 settembre 2026, il consueto appuntamento con le riflessioni dell’anima si è presentato ai lettori in una veste meravigliosamente ermetica, quasi zen. Tre brevissime frasi, tre pennellate di inchiostro sferzanti come schiaffi al vento, capaci di scavare nei meandri più oscuri della nostra coscienza per risvegliare l’antico e sopito istinto della sopravvivenza umana. Parole che, se lette con la giusta chiave filosofica, ci costringono a fare i conti con la rotta che abbiamo dato alla nostra esistenza.

Il mistero del fuocherello e le voci dall’estero

Il Mattutino si apre con una frase sibillina, sospesa tra la nostalgia del passato e l’illuminazione del presente: «Le telefonate dall’estero non servivano a nulla. Ora, fuocherello». Quante volte, nel corso della nostra vita, abbiamo atteso ossessivamente una risposta, una soluzione o una salvezza che potesse arrivare magicamente da lontano?
Abbiamo creduto (e continuiamo a credere) che le grandi risposte risiedano “all’estero”, fuori da noi stessi, cercandole disperatamente nelle telefonate, negli aiuti altrui o nei modelli di vita irraggiungibili che la società ci impone. E invece, come ci ricorda saggiamente questa prima riflessione, tutto questo vociare lontano non serve assolutamente a nulla per scaldare l’anima. La vera e unica consolazione non è una telefonata, ma è quel piccolo “fuocherello” che riusciamo ad accendere oggi, qui e ora, con le nostre stesse mani infreddolite, guardando bruciare la legna nel focolare della nostra dimensione interiore.

L’istinto della volpe: scorciatoie oltre le mappe

Il secondo, potentissimo aforisma domenicale scende ancora più in profondità nei meandri dell’intelligenza: «Le volpi conoscono scorciatoie che sulle carte non compaiono». È un meraviglioso e orgoglioso inno all’istinto primordiale di sopravvivenza e all’anticonformismo.
Noi esseri umani moderni siamo ormai ossessionati dalle regole, dai percorsi prestabiliti, dai navigatori satellitari e dalle “mappe” che la società ha tracciato per noi (nasci, studia, lavora, obbedisci, consuma e muori). Eppure, i veri spiriti liberi (le astutissime volpi della nostra metafora) sanno perfettamente che per sfuggire ai cacciatori e alle trappole della routine non bisogna mai seguire i sentieri battuti dalla massa. L’intuizione geniale, il coraggio di osare e di battere percorsi inesplorati (e non presenti sulle cartine geografiche) è l’unica arma a nostra disposizione per mantenere viva la scintilla della nostra unicità emotiva e intellettuale.

Il richiamo di Voltaire e la terra sotto le unghie

Ma è la chiusura del testo domenicale a regalare il brivido filosofico più grande, richiamando in modo esplicito la celeberrima frase finale del capolavoro assoluto “Candido” del filosofo illuminista Voltaire: «Tutto ciò è ben detto, ma bisogna coltivare il nostro giardino».
Dopo esserci persi per anni in infinite teorie astratte, discussioni infinite sui massimi sistemi o sterili polemiche sui social network (osservando morbosamente la vita degli altri), arriva inesorabile il momento in cui le chiacchiere stanno a zero. Bisogna smettere di parlare e ricominciare a sporcarsi le mani di terra buona. Dobbiamo occuparci strenuamente del “nostro giardino”: la nostra famiglia, le nostre radici, i nostri veri amici, il nostro lavoro quotidiano e la nostra anima. Una dichiarazione di guerra alla fuffa mediatica moderna. Non a caso, il bellissimo messaggio conclusivo del Castello Sforzini è l’augurio di una giornata fondata proprio su tre insindacabili pilastri: “libertà, responsabilità e coraggio”. Buona semina a tutti noi.

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