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Esteri

Il bluff di Madrid, altro che crisi finita: emergenza a Ceuta, la Spagna chiede i fondi all’Ue e invia 45.000 vaccini urgenti

Il bluff della politica che crolla di fronte alla realtà: altro che emergenza finita, la Spagna invia 45.000 vaccini e batte cassa all’UE per Ceuta! 🇪🇸 💉 Vi ricordate l’impressionante invasione di oltre 80.000 migranti nell’exclave spagnola di Ceuta a fine luglio? All’epoca, il Premier Pedro Sanchez e il Ministero dell’Interno avevano esultato, dichiarando che in “sole 48 ore” l’emergenza era risolta e la normalità ristabilita. Una narrazione smentita dai fatti di oggi. A quasi un mese di distanza, Madrid ha ufficialmente gettato la spugna, chiedendo all’Europa ingenti fondi d’emergenza per proteggere la frontiera e accogliere chi è rimasto (moltissimi minori non accompagnati). Ma a preoccupare maggiormente è il fronte sanitario: a causa del terribile sovraffollamento e delle condizioni igieniche precarie, il Ministero della Sanità è stato costretto a inviare ben 45.000 vaccini per prevenire il diffondersi di tubercolosi, scabbia, morbillo e poliomielite. I medici locali sono allo stremo, dovendo visitare centinaia di disperati al giorno in condizioni difficilissime. Il dossier è tutt’altro che chiuso! Leggi l’analisi politica e umanitaria nel nostro approfondimento. 👇 🌍 Secondo voi l’Unione Europea fa abbastanza per sostenere i Paesi di frontiera (come Spagna e Italia) nella gestione dell’accoglienza?

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Ceuta, migranti

Ceuta– La politica, troppo spesso, cede alla fortissima tentazione di raccontare una realtà edulcorata e rassicurante, sperando che le dichiarazioni istituzionali bastino a cancellare l’evidenza dei fatti. L’esempio più lampante di questa dinamica si sta consumando in queste ore in Spagna, attorno all’emergenza infinita di Ceuta. A sentire le parole del governo spagnolo, l’emergenza migratoria nell’exclave iberica doveva essere considerata “sostanzialmente rientrata” nel giro di sole 48 ore. Questa, perlomeno, era la patinata fotografia fornita dall’esecutivo all’indomani dell’ingresso massiccio e senza precedenti di decine di migliaia di disperati.
Solo il primo agosto scorso, il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska aveva rivendicato con malcelato orgoglio l’efficienza della risposta di Stato, spiegando a gran voce che la normalità stava tornando sovrana. Ma a quasi un mese di distanza da quelle dichiarazioni trionfali, Ceuta continua inesorabilmente a fare i conti con un incubo logistico e umanitario. Con buona pace delle rassicurazioni iniziali del Premier Pedro Sanchez, la tanto decantata normalità sembra ancora un miraggio lontanissimo.

La richiesta di aiuto a Bruxelles: frontiere, sicurezza e accoglienza

Le prove del fallimento di quella narrazione politica risiedono nei documenti ufficiali. La Spagna, infatti, è stata costretta a gettare la spugna e a presentare formalmente alla Commissione Europea una maxi-richiesta di fondi di emergenza. Soldi freschi necessari per affrontare la reale entità della situazione provocata dall’arrivo (avvenuto tra il 30 e il 31 luglio) di oltre 80.000 persone in poche ore. Nonostante una buona parte di essi sia stata respinta in Marocco nelle ore successive, i numeri di chi è rimasto pesano come un macigno sulle casse pubbliche.
Bruxelles dovrà ora valutare insieme alle autorità spagnole l’entità degli aiuti economici necessari. E non si parla soltanto di pura accoglienza umanitaria: i massicci finanziamenti richiesti da Madrid dovrebbero servire attivamente a rafforzare la protezione della frontiera meridionale dell’intera Unione Europea, ad ammodernare le infrastrutture di sicurezza e a finanziare le strutture temporanee destinate ai migranti rimasti bloccati nella città autonoma, con una particolare e delicatissima attenzione alla gestione dei tantissimi minori non accompagnati.

L’allarme sanitario: sovraffollamento, igiene precaria e 45.000 dosi in arrivo

Ma a fotografare ancora meglio la drammaticità della situazione reale è senza dubbio il fronte sanitario. Il Ministero della Sanità spagnolo, in raccordo con le comunità autonome, ha appena disposto l’invio straordinario a Ceuta di ben 45.000 dosi di vaccino: nel dettaglio, 15 mila dosi di trivalente contro morbillo, rosolia e parotite, 10.000 fiale contro difterite e tetano e altrettante contro varicella e terribili malattie come la poliomielite.
Il governo si affretta a precisare che, al momento, non esiste un’emergenza sanitaria pubblica generalizzata per la popolazione di Ceuta. Tuttavia, il vero, enorme problema riguarda le condizioni pietose e drammatiche nelle quali vivono ammassati molti dei migranti: igiene assolutamente insufficiente, spazi iper-affollati e una cronica difficoltà nel garantire controlli medici tempestivi. Tra le patologie che gli infettivologi tengono sotto strettissima osservazione vengono citate l’insorgere di scabbia, gastroenteriti acute, varicella e l’incubo della tubercolosi.

Il grido d’allarme dei medici e la pressione sugli ospedali

Ed è proprio sul terreno, nei pronto soccorso e negli ospedali da campo, che continuano ad arrivare segnali di enorme e allarmante sofferenza. Il Segretario Generale del Sindacato dei Medici di Ceuta, Abdelghani El Amrani El Marini, ha riferito con estrema preoccupazione che i medici e le strutture sanitarie locali continuano, ancora oggi, a visitare centinaia di migranti ogni singolo giorno, denunciando inoltre palesi e gravi problemi di coordinamento gestionale proprio con le alte sfere del Ministero. Non a caso, una delegazione d’urgenza guidata dal Segretario di Stato alla Sanità Javier Padilla è appena sbarcata nella città autonoma per verificare di persona la pressione ormai insostenibile sull’assistenza ospedaliera territoriale.
Insomma, le immagini più impressionanti degli sbarchi di fine luglio saranno forse scomparse dai telegiornali della sera e decine di migliaia di persone saranno pure tornate in Marocco, ma il dossier Ceuta è ben lontano dall’essere chiuso. Venticinque giorni dopo quelle famose (e illusorie) “48 ore”, Madrid batte cassa a Bruxelles e mobilita d’urgenza il suo intero sistema sanitario. Alla faccia della crisi finita.

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Oltre una tragedia familiare; una storia di potere, religione e libertà negata nella vita di Zahra

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Talebani in Afghanistan

Redazione- A Herat, la storia di Zahra non è soltanto il racconto della perdita di una giovane ragazza, ma è diventata il simbolo di un conflitto più profondo tra la scelta personale e le pressioni esterne.

Zahra, una ragazza di 18 anni, viveva in una famiglia semplice nella zona di Shalbafan. Secondo i rapporti, aveva conosciuto Ali-Reza, un giovane sciita hazara, attraverso i social network. Dopo un periodo di conoscenza e dopo il consenso delle famiglie, i due giovani avevano celebrato il loro matrimonio. Per loro, quel legame rappresentava una speranza per costruire una nuova vita insieme.

Ma pochi giorni dopo, la loro scelta privata sarebbe diventata motivo di intervento da parte delle autorità talebane. Secondo quanto riportato, l’ufficio per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio di Herat avrebbe contestato il matrimonio a causa della differenza religiosa tra i due giovani.

Il padre di Zahra, inizialmente contrario all’annullamento del matrimonio della figlia, sarebbe stato arrestato e sottoposto a pressioni affinché accettasse la separazione. Dopo alcuni giorni, per ottenere la libertà, avrebbe dovuto accettare la richiesta di annullare il matrimonio.

Quando Zahra venne a sapere che il matrimonio sarebbe stato cancellato, secondo i racconti della famiglia, non riuscì ad accettare quella decisione. La giovane che aveva immaginato un futuro accanto alla persona scelta si trovò improvvisamente davanti alla perdita di quella possibilità. Nelle ore successive visse un momento di profonda sofferenza emotiva e, secondo quanto riferito, pose fine alla propria vita.

La vicenda di Zahra racconta una realtà più ampia: quella di persone che si trovano tra tradizioni, differenze religiose e poteri che influenzano le loro scelte più intime. Non riguarda soltanto una famiglia, ma apre una discussione sul diritto degli individui di partecipare alle decisioni che determinano il proprio futuro.

La sua storia mostra come, quando la libertà personale viene limitata e il dialogo viene sostituito dalla pressione, le conseguenze possono diventare drammatiche. Zahra è diventata il volto di una domanda ancora aperta: quanto spazio rimane alla scelta individuale quando le decisioni private vengono controllate da forze esterne?

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Dalla California a Ocasio-Cortez: svolta dell’ala sinistra dei democratici verso il centro?

“È triste che i giovani non abbiano capito la verità sul socialismo e sul comunismo. Si tratta di una strada pericolosa e questo è uno dei nostri sforzi per farlo capire alla gente”. Così Mike Johnson, parlamentare repubblicano della Louisiana e speaker della Camera dei Rappresentanti, in un’intervista a Fox News. Johnson ha appena lanciato “Contrast America”, un sito che si propone di spiegare ai giovani e al pubblico in generale quali siano quelli che lui vede come i rischi storici ed economici dei sistemi socialisti.

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Alexandria Ocasio-Cortez

Redazione-  “È triste che i giovani non abbiano capito la verità sul socialismo e sul comunismo. Si tratta di una strada pericolosa e questo è uno dei nostri sforzi per farlo capire alla gente”. Così Mike Johnson, parlamentare repubblicano della Louisiana e speaker della Camera dei Rappresentanti, in un’intervista a Fox News. Johnson ha appena lanciato “Contrast America”, un sito che si propone di spiegare ai giovani e al pubblico in generale quali siano quelli che lui vede come i rischi storici ed economici dei sistemi socialisti.

Attaccare i democratici, e specialmente quelli che usano l’etichetta di Democratici Socialisti, tentando di legarli a ciò che i repubblicani vedono come i fallimenti del passato, è uno dei loro sport favoriti. Donald Trump usa questa linea di attacco non solo per i democratici, applicando gli stessi epiteti a giudici e a chiunque lui vede come avversari. Il problema, però, è che queste etichette, che ricordano la Guerra Fredda, hanno perso buona parte della loro carica, specialmente con le nuove generazioni. Un recente sondaggio in California ce lo conferma. I candidati politici che ricevono più consensi nel Golden State sono quelli che usano l’etichetta di progressista, leggermente avanti rispetto a quelli che si auto definiscono socialisti democratici. Fra questi, come ha intuito Johnson, i giovani sono gli elettori che più sostengono i candidati democratici progressisti, mentre quelli più anziani preferiscono candidati democratici tradizionali, ossia quelli moderati, legati all’establishment del partito.

Il sondaggio dell’UC Berkeley Institute of Governmental Studies/Los Angeles Times ci conferma che, fra gli elettori democratici registrati, il 60% dei giovani preferisce i candidati progressisti, rispetto al 67% degli over 65, che prediligono candidati centristi. Lo stesso sondaggio ci dice che la maggioranza degli elettori californiani, indipendentemente dalla registrazione al partito, preferisce i candidati progressisti. È da ricordare che in California gli iscritti al Partito Democratico sono il 45%, quelli iscritti al Partito Repubblicano il 25%, mentre il 23% non ha un’affiliazione politica definita.

I termini “progressisti” e “socialisti democratici”non spaventano certamente i californiani, come confermano le numerose vittorie di candidati dell’ala sinistra del partito alle recenti primarie. La candidata democratico-socialista Nithya Raman, per esempio, sfiderà a novembre la sindaca centrista in carica Karen Bass. Per quanto riguarda la Camera dei Rappresentanti, i candidati progressisti hanno anch’essi avuto successi. Connie Chan sfiderà il centrista Scott Wiener per l’undicesimo distretto, mentre nel settimo distretto la progressista Mai Wang se la vedrà con la centrista in carica Doris Matsui e, nel ventiduesimo distretto, il candidato progressista Randy Villegas sfiderà il repubblicano in carica David Valadao.

Nonostante questi successi dei progressisti a livello statale, il candidato progressista Tom Steyer non si è qualificato per l’elezione a governatore del Golden State. Xavier Becerra, il candidato centrista, è arrivato primo alle primarie aperte, seguito da Steve Hilton, il candidato repubblicano, arrivato secondo. Steyer potrebbe aver perso notevoli voti a favore di altri candidati progressisti, evitando ai repubblicani l’incubo di avere due candidati democratici all’elezione per governatore. Ciononostante, si prevede la vittoria di Becerra, secondo i sondaggi.

Questo mix di vittorie e sconfitte dei progressisti rispetto ai democratici centristi in California si vede anche a livello nazionale. Nel Michigan, come abbiamo scritto in queste pagine, il candidato progressista Abdul El-Sayed ha sconfitto la centrista Haley Stevens (48,5% contro 47,5%) alle primarie democratiche per un seggio al Senato. Nello Stato del Wisconsin, però, la progressista Francesca Hong ha perso contro David Crowley, anche se di poco, nelle primarie per il governatore (39,81% contro 39,33%). Questi due Stati sono considerati più vicini alla situazione nazionale perché ambedue sono tradizionalmente “swing states”, Stati in bilico, mentre la California è tradizionalmente uno Stato saldamente nel campo dei democratici. Le elezioni presidenziali sono spesso decise in questi e pochi altri Stati che alternano la propria scelta tra il candidato democratico e quello repubblicano. Candidati con ambizioni presidenziali tendono dunque a spostarsi verso il centro.

È proprio in questa luce che va interpretata la recente affermazione di Alexandria Ocasio-Cortez sullo slogan “Woke”. “Woke 1 was crazy” (“La prima fase del Woke era folle”), ha dichiarato la parlamentare in un’intervista alla ABC. Woke, come si ricorda, deriva dal verbo inglese “to wake”, svegliarsi, ed è emerso nelle comunità afroamericane per richiamare l’attenzione sulle ingiustizie. Questa ideologia si è poi estesa a ogni ingiustizia in America, mettendo in risalto i gruppi che hanno sofferto discriminazioni, con un’attenzione accentuata dopo la morte di George Floyd nel 2020. La cultura Woke è sfociata anche in tentativi di cancellare alcuni aspetti della cultura tradizionale, come la demolizione di statue che celebravano individui ritenuti indegni di essere considerati eroi. Alcuni slogan estremisti, come “defund the police” (definanziare la polizia), associati alla cultura Woke, sono stati adottati dalla destra per demonizzare il termine, come ha fatto con il comunismo o il socialismo, caratterizzandoli antitetici alla civiltà occidentale.

Quando Ocasio-Cortez ha parlato dunque di alcune posizioni estremiste della sinistra, non pochi analisti lo hanno interpretato come un passo indietro che le permetterebbe di avvicinarsi al centro. Questo ridimensionamento della sua visione progressista è stato ipotizzato come un segnale che la parlamentare del 14esimo distretto di New York stia pensando a una corsa alla presidenza Usa nel 2028.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Afghanistan: quando la disoccupazione sotto i Talebani trasforma la disperazione in tragedia

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kabul

Redazione- In Afghanistan, dietro molte delle notizie di dolore e violenza si nasconde una crisi più profonda: la mancanza di lavoro, la perdita della speranza e il peso psicologico di una società dove milioni di giovani non riescono a costruire il proprio futuro.

A Kandahar, la morte di Muslim, un giovane di 25 anni che da tempo cercava un’occupazione senza riuscire a trovarla, non è soltanto una tragedia familiare. È il simbolo di una ferita sociale più ampia: quella della disoccupazione crescente e della disperazione che entra nelle case.

Secondo le fonti locali, una discussione familiare è degenerata fino alla morte del giovane. Un padre ha perso il controllo e una vita è stata spezzata. Dietro questo dramma non c’è soltanto un momento di rabbia, ma anche il peso di anni di difficoltà economiche, frustrazione e assenza di prospettive.

In Afghanistan, la disoccupazione non è solo una cifra nei rapporti economici: è il volto di un giovane che cerca inutilmente un lavoro, di una famiglia che vive nell’incertezza e di una generazione che vede il proprio futuro diventare sempre più lontano.

Molti cittadini afghani, soprattutto a Kandahar, attribuiscono l’aumento della crisi economica e della mancanza di opportunità al fallimento dei Talebani nel creare posti di lavoro e nel garantire condizioni economiche migliori per la popolazione. Secondo queste critiche, dopo il ritorno dei Talebani al potere, la situazione occupazionale è peggiorata e molte famiglie hanno dovuto affrontare una pressione sempre maggiore.

La tragedia di Muslim non è soltanto la storia di una famiglia distrutta; è un avvertimento per tutto l’Afghanistan. Quando un giovane perde la possibilità di lavorare, quando la speranza scompare e la povertà aumenta, le conseguenze possono andare oltre la crisi economica e colpire anche i legami umani più profondi.

Dietro ogni numero sulla disoccupazione c’è una persona, un sogno e una vita.
La domanda che rimane è dolorosa: quanti giovani afghani dovranno ancora vivere nell’ombra della disperazione prima che il mondo ascolti il grido silenzioso di una generazione senza futuro?

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