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Cultura

Il potere curativo delle parole gentili: la poetessa veronese Barbara Anna Gaiardoni conquista la celebre Wikipoesia

“LE PAROLE E LA NARRAZIONE POSSIEDONO IL POTERE CURATIVO DELLA MUSICA… ARRIVANO DRITTE IN QUEI POSTI DELL’ANIMA DOVE TUTTO IL RESTO FALLISCE INESORABILMENTE!”. La bravissima Pedagogista, Autrice e Scrittrice Veronese Barbara Anna Gaiardoni fa il Suo “Trionfale” Ingresso Ufficiale nella Prestigiosa Wikipoesia! Un immenso vanto e Patrimonio per la nostra Cultura! 🌸 ✍️ 📚 In un’Epoca moderna Incredibilmente caotica, violenta e “Cinica”, in cui accendiamo la Televisione (O apriamo i Social) e veniamo Immediatamente Inondati e soffocati da notizie Pessime, urla e Rabbia Sociale inaudita… sentiamo tutti noi il disperato, Fisiologico e immenso bisogno di Trovare un Piccolo, ma Fortissimo, “Rifugio di Pace” per far riposare e rigenerare la nostra Anima ferita! Questa piccola e Magica Scialuppa di Salvataggio si chiama “Poesia e Gentilezza”! Ed è seguendo ostinatamente Questa Magnifica e Altissima Missione di Vita che la Bravissima e Amatissima Pedagogista veronese BARBARA ANNA GAIARDONI è riuscita in queste ore a Tagliare e festeggiare un Traguardo Meraviglioso: L’accreditamento Ufficiale (E l’ingresso come Autrice) all’Interno dell’Enciclopedia Poetica Nazionale WIKIPOESIA! Un riconoscimento pazzesco a una Carriera immensa (Le Sue opere sono addirittura amate e arrivate fino agli Editori d’Oltreoceano!). Barbara Anna è infatti specializzata in progetti Pedagogici, narrazione (Le mitiche e immortali FAVOLE) per grandi e Bambini… ed è abilissima nello scrivere L’elegantissima “Poesia In Stile Giapponese” (Fatta di parole rapide, brevi e folgoranti che catturano i Sentimenti!). La Scrittrice Veneta ha ringraziato, ricordando una dura ma Bellissima Lezione di Vita a tutti i suoi Lettori: “Le Buone Pratiche (Ossia il Rispettare le Persone e prendersi Cura della Comunità) non sono delle idee Teoriche campate In Aria… Vanno Mantenute e dimostrate Ogni Giorno tramite la Dolcezza dell’Ascolto della Parola e del nostro Impegno Comune!!”. Leggi tutta l’appassionante Carriera, l’Intervista e il bellissimo Metodo di Lavoro dell’Autrice Veronese nel Nostro Articolo Culturale! 👇 🗣️ A cosa credete? Siete Profondamente d’Accordo con L’Insegnamento “Vitale e preziosissimo” diffuso dalla Bravissima Scrittrice (Che usa le Favole e la Poesia per Aiutarci), e pensate Anche Voi che in Un mondo “Impazzito” Fatto unicamente di Liti e di Cattiverie la Vera e Unica Rivoluzione rimasta sia “L’Essere Gentili col Prossimo” e Riscoprire le antiche Emozioni della Lettura? Diteci la Vostra Sviscerando tutto il Vostro Sentimento nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo Formidabile Articolo Sulle Vostre Bacheche per Fare un Silenzioso, Fortissimo e Meritato Applauso a Barbara per aver conquistato “L’Olimpo” di Wikipoesia!

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Barbara Anna Gaiardoni

Verona – In un’epoca storica caotica e frenetica, in cui il nostro quotidiano bombardamento mediatico è spessissimo dominato da notizie oscure, violente, difficili e cariche di immotivata rabbia sociale, c’è un bisogno disperato e vitale di ritrovare un “porto sicuro” in cui far riposare l’anima. La cultura, la gentilezza e l’arte letteraria si confermano ancora oggi, fortunatamente, come il più grande e incrollabile rifugio e un indispensabile presidio di speranza concreta e palpabile. Ed è muovendosi esattamente in nome di questo spirito illuminato e compassionevole che la brillantissima Barbara Anna Gaiardoni (stimata pedagogista, formidabile autrice e raffinata poetessa veronese) ha potuto finalmente annunciare, con immensa soddisfazione, il suo ufficiale accreditamento su Wikipoesia, la più grande, consultata e prestigiosa Enciclopedia Poetica del panorama letterario.

Il Rifugio di Speranza: la missione di Barbara Anna Gaiardoni

L’ingresso ufficiale in questa vera e propria “Hall of Fame” della poesia contemporanea non è un semplice e arido traguardo burocratico, ma il giustissimo e sudato riconoscimento a un percorso artistico e umano profondissimo, da sempre saldamente e fieramente radicato nel meraviglioso territorio di Verona. Tutto il lavoro e la sensibilità della Gaiardoni sono infatti religiosamente votati a una convinzione profonda, meravigliosa e incrollabile: la bontà, la cura e la bellezza non sono e non devono mai essere vissuti come dei lontani e inafferrabili “concetti astratti”. Al contrario, sono delle vere e proprie pratiche quotidiane d’amore, degli “esercizi” che richiedono estrema costanza, un immenso spirito di ascolto e la straordinaria capacità di saper coinvolgere e affascinare tutti. A partire dai cuori più puri (quelli dei bambini più piccoli), per arrivare a curare l’anima di chi, ahimè, per colpa dell’età adulta piccolo non lo è più da tanto tempo.

La poesia in stile giapponese e l’Eco Oltreoceano

Il talento letterario di questa autrice possiede sfumature finissime e originali. Fortemente specializzata nella difficilissima e meravigliosa poesia in stile giapponese (quella fatta di poche e folgoranti parole capaci di cogliere l’essenza dell’universo), la Gaiardoni è anche instancabile autrice di dolcissime favole e di importantissimi progetti di educazione e iniziazione alla narrazione pedagogica. La poetessa porta orgogliosamente avanti un’idea di poesia accessibile, popolare, “rigenerativa”, e pensata esclusivamente come uno strumento di felice incontro e condivisione. Grazie a questa forza magnetica e al suo stile inconfondibile, la sua voce ha già da tempo abbattuto e varcato i nostri confini nazionali, arrivando addirittura a dialogare con importantissimi e curiosi editori d’oltreoceano, rimasti totalmente affascinati da questa magica fusione tra la sua finissima sensibilità poetica e l’eco rassicurante delle vecchie tradizioni popolari italiane.

Il potere narrativo: “La parola arriva dove tutto il resto fallisce”

A spiegare il segreto intimo di questa sua inarrestabile missione culturale è stata la stessa bravissima scrittrice veronese, regalandoci una riflessione densa di significato: «La narrazione scritta, esattamente come succede con le note della musica, ha il potere immenso di arrivare dritta in quei posti dell’anima dove le altre cose non riescono ad arrivare», racconta dolcemente l’autrice. «Credere ciecamente nelle buone pratiche e nel “Prendersi Cura” dell’altro significa, però, sceglierle tenacemente ogni santo giorno! Significa mettersi costantemente in gioco per anni, e saperle condividere. Solo così potremo trasformarle in un “ponte vivo e pulsante” per chi si sente parte di questa immensa e faticosa esistenza».

L’invito alla Comunità: riscopriamo l’arte dell’Ascolto

Ecco perché il trionfale accreditamento su un portale enciclopedico e prestigioso come Wikipoesia non rappresenta in alcun modo un freddo riconoscimento biografico fine a se stesso. Quello della Gaiardoni è un vero e proprio abbraccio e un sentito invito rivolto all’intera comunità: fermiamoci un attimo e proviamo tutti a riscoprire il valore curativo della parola gentile. Coltiviamo la virtù preziosa dell’ascolto e dell’osservazione pedagogica, per fare in modo che la Poesia (in un mondo dominato dal cinismo) torni ad essere considerata come un “bene comune”, libero, bellissimo e accessibile a chiunque desideri, anche per un solo istante, mettersi davvero in profondo ascolto del mondo.

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Cultura

Il grido contro l’uomo bestia e la dolcezza dell’autunno: l’emozionante viaggio poetico dell’autrice albanese Gjelina Maçi Keci

“SEI PEGGIO DI UNA BESTIA E SEI UN UOMO A METÀ! PICCHI LA MADRE DAVANTI ALLA BAMBINA PERCHÉ HAI IL MALE NEL SANGUE… MA RICORDA CHE È STATA UNA DONNA A DARTI LA VITA!”. La durissima, meravigliosa e “Spietata” denuncia in Versi Poetici della scrittrice Albanese Gjelina Maçi Keci contro la vergogna Infinita della Violenza Domestica! 🥀 ✍️ 🍂 La vera e Grande “Poesia”, quando viene maneggiata e Scritta da Anime superiori ed Estremamente Sensibili, ha il Potere enorme di trasformarsi in un Grido assordante di Rabbia contro le ingiustizie della nostra Società (Per poi accarezzarci e consolarci con la Bellezza della Natura!). È proprio questo l’immenso “Viaggio Emozionale” (Fatto di Schiaffi in faccia e Dolci Carezze Malincoche) che ci Regala oggi la Penna della bravissima Poetessa Contemporanea Albanese GJELINA MAÇI KECI! Nel primo componimento poetico, l’autrice albanese “Esplode” in una disperata (e Sacrosanta) denuncia contro l’orribile e Inaccettabile piaga Femminicidi e della Violenza Maschile! L’Autrice definisce senza pietà l’uomo violento come un “Uomo Bestia” (Anzi, PEGGIO di una bestia), un essere Ipocrita e Viglicco che sfoga la sua Rabbia repressa Maledicendo e Picchiando a Morte la Moglie, magari di fronte agli occhi terrorizzati dei figli! La poetessa lancia un anatema Durissimo contro questi “Mezzi Uomini”: “Ricordatevi poveretti, voi che Esaltate e fate i Galli fuori in Società fingendo di essere Bravi, che siete stati Generati dal ventre di una Donna! E che avete Sorelle e Figlie!”. Un Testo Duro e meraviglioso che ci fa stringere lo stomaco! Dopo questo Pugno durissimo, Gjelina ci riporta però la “Pace nel Cuore” col suo Secondo Testo Poetioco intitolato “Affidamento Autunnale”! Una Lettera e una dedica commovente scritta ai Colori dell’Autunno e alle Foglie che cadono Gialle in Inverno… Una magnifica metafora della nostra Esistenza: Anche quando tutto Sembra “Morire e spogliarsi”, in realtà i Fiori attendono solo di Rinascere Meravigliosi in Primavera! Non Muore mai la Speranza! Leggi le Due Formidabili Poesie e l’analisi letteraria di Questa Autrice nel nostro Bellissimo Articolo Dedicato all’Arte! 👇 🗣️ A cosa credete? Anche Voi Vi Sentite il “Sangue Ribollire” nelle vene, e Siete d’Accordo con la durissima Definizione della Poetessa, secondo la Quale gli Uomini che usano la Forza fisica per Spaventare e maltrattare le proprie Donne andrebbero Chiamati semplicemente “BESTIE MALVAGIE”? Siete d’Accordo col Fatto che in Italia le Pene Giudiziarie per combattere i Maltrattamenti e i Femminicidi siano ancora Troppo Basse o Lente per Spaventare Questi Vigliacchi? E infine, Vi emozionano i colori nostalgici e caldi dell’Autunno come ha scritto L’Autrice? Diteci la Vostra sviscerando il Vostro parere nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo Formidabile Articolo Sulle Vostre bacheche per Fare Un Meraviglioso e Fortissimo Applauso a Gjelina per i Suoi due Capolavori di Scrittura!

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Gjelina Maçi Keci

Roma – La grande Poesia, quando è maneggiata da anime sensibili e dotate di uno sguardo profondo sulla realtà, possiede un potere quasi sovrannaturale: quello di trasformarsi in un grido di dolore assordante contro le ingiustizie del mondo e, immediatamente dopo, in una dolce e malinconica carezza capace di guarire lo spirito. È esattamente questa l’altalena di emozioni fortissime che ci regala la bravissima poetessa contemporanea albanese Gjelina Maçi Keci, una penna ammirevole, moderna e affilata. Attraverso i suoi versi, l’autrice ci riporta in primissimo piano non solo la gigantesca e fondamentale figura della Donna (colonna portante dell’universo), ma la sbatte violentemente contro il muro della tragica attualità odierna. La sua prima opera è infatti una durissima, cruda e sacrosanta denuncia contro la violenza di genere, una piaga insopportabile che, pur vivendo nel XXI secolo, non accenna affatto a fermarsi. Tutti i giorni, infatti, i telegiornali ci restituiscono la cronaca di una donna uccisa senza pietà da chi possiede “il male” nel sangue.

La denuncia spietata contro l’uomo-bestia

La figura del carnefice, dell’uomo (o presunto tale) capace di commettere simili vili atti di violenza, sia verbali che fisici, viene dipinta dall’autrice con un inchiostro nerissimo, adatto esclusivamente per descrivere un “uomo-bestia”. «Oltrepassi persino la bestia», recita uno dei versi più crudi, definendo la patetica figura di chi sfoga la propria frustrazione e rabbia distruggendo tutto, ma che poi non riesce a vivere senza quella stessa donna che ha chiesto in sposa. La poetessa lancia un monito pesantissimo e inappellabile agli aguzzini: non dimenticate mai che fu una donna a donarvi la vita, che avete delle sorelle e delle figlie femmine. Siete uomini a metà, privi di veri sentimenti e pieni di malvagità nascosta.
Ecco il testo del potente componimento:

STOP ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

La prossima vittima ora cerchi
Cambierò spesso dici
Ma sempre lo stesso rimani.
Povera colei che con te si innamorò.

Tu che la violenza nel sangue possiedi
La donna “la tua ricchezza” chiami
Alcuna forza hai di starle lontano.
Poiché senza essa,
alcuna luce nei occhi avrai.

Anche alla bestia oltrepassi
Distruggi tutto ciò di fronte ti appare.
Davanti agli occhi della bambina
La madre violenti.
E quando in te ritorni, in lacrime scoppi.

Sappi che fu una donna donarti la vita.
E un’altra la tua sorella lo è.
Alla donna sposarla chiedesti,
pover’uomo.
L’altra “figlia” chiamasti.

Essere uomo ti manca
Perciò i sentimenti per loro non conosci.
Ti vanti, esalti fuori la società,
Ma non puoi nascondere
quanto sei malvagio.

La rinascita Autunnale: una metafora della Speranza

Dopo averci scosso violentemente l’anima con la denuncia civile, Gjelina Maçi Keci ci accompagna dolcemente in una dimensione diametralmente opposta, quella della contemplazione della Natura. Nella seconda poesia l’autrice dipinge l’autunno, riportando un paesaggio mite, misto di nostalgia e di dolce malinconia.
La stessa esistenza umana viene paragonata all’autunno: le foglie che cadono e si perdono, i colori che svaniscono nel freddo dell’inverno, per poi lasciare spazio ai fiori che di nuovo germoglieranno. È la rappresentazione più alta della grande speranza, quella che non muore mai. Con questa elegantissima similitudine, l’autrice verseggia la continuità inarrestabile del futuro. L’amore puro che l’autrice nutre per tutto ciò che Dio e la natura ci hanno donato esplode nei versi finali, in cui si affida premurosamente all’autunno affinché non dimentichi nessuna foglia, aspettando con ansia la primavera per tornare a fiorire.
Ecco il bellissimo testo conclusivo:

AFFIDAMENTO AUTUNNALE

L’ultimo passo come un uomo
Più bello di un dipinto
Dolore sente ogni foglia
Nel mezzo del cambiamento,
si perde ogni incanto.

Gli alberi si spogliano in bianco e nero
Svaniscono i colori presso l’inverno
Dolce autunno pieno d’amore
Quando tu te ne vai,
Il raggio di sole si perde.

Ad una donna tanto assomigli
Un po’ alla volta sacrifichi
L’inverno inviti, le feste riporti
La foglia al fiore riporti.

A prendersi cura a te affido
Nessuna foglia non dimenticare
Con ansia in primavera ti aspetto
Qualche fiore in più donarmi.

Il tuo vino d’inverno gelo berrò
E se un po’ mi ubriacherò mi perdonerai.
È difficile senza di te stare
Poiché tu persino dal fogliame
accendi il fuoco…

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Cultura

Linda Lercari, quando la scrittura diventa un viaggio nell’anima del Giappone

Ci sono libri che nascono da un’idea e altri che, invece, sembrano arrivare da lontano, quasi come se attendessero il momento giusto per essere raccontati. È il caso di «Kaijin – L’ombra di cenere», romanzo di Linda Lercari, che ha conquistato il primo posto su Amazon nella categoria dedicata alla storia giapponese.

Scrittrice e residente a Lucca dal 2020, Lercari ha trasformato una passione coltivata negli anni per la cultura nipponica in un’opera narrativa costruita attraverso ricerca, studio e immaginazione. Un percorso che affonda le proprie radici anche nella pratica del Kendo e negli insegnamenti del maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca.

La sua conoscenza del Giappone non nasce dunque soltanto dai libri, ma anche dall’esperienza, dall’ascolto e dalla volontà di comprendere una cultura lontana attraverso i suoi simboli, i suoi rituali e la sua filosofia.

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Linda Lercari

«Kaijin» conquista Amazon e porta il lettore nel cuore del Giappone medievale

Redazione-  Ci sono libri che nascono da un’idea e altri che, invece, sembrano arrivare da lontano, quasi come se attendessero il momento giusto per essere raccontati. È il caso di «Kaijin – L’ombra di cenere», romanzo di Linda Lercari, che ha conquistato il primo posto su Amazon nella categoria dedicata alla storia giapponese.

Scrittrice e residente a Lucca dal 2020, Lercari ha trasformato una passione coltivata negli anni per la cultura nipponica in un’opera narrativa costruita attraverso ricerca, studio e immaginazione. Un percorso che affonda le proprie radici anche nella pratica del Kendo e negli insegnamenti del maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca.

La sua conoscenza del Giappone non nasce dunque soltanto dai libri, ma anche dall’esperienza, dall’ascolto e dalla volontà di comprendere una cultura lontana attraverso i suoi simboli, i suoi rituali e la sua filosofia.

Abbiamo contattato telefonicamente Linda Lercari per parlare di «Kaijin», della scrittura, del Giappone e di quel sottile filo che unisce la ricerca storica alla dimensione più intima dell’essere umano.

Linda Lercari

Linda Lercari, la scrittura spesso nasce quando qualcosa dentro di noi chiede di essere ascoltato. Quando ha compreso che raccontare storie sarebbe diventato per Lei molto più di una semplice passione?

«Scrivo da quando avevo più o meno dieci, dodici anni. La scrittura è stata presente nella mia vita molto prima che diventasse una professione. Da bambina rappresentava uno spazio nel quale potevo osservare il mondo, immaginare situazioni, costruire personaggi e dare una forma a pensieri che magari non riuscivo ancora a esprimere diversamente. Nel 2016, poi, questa passione ha assunto una dimensione professionale, quando sono arrivati i primi contratti. Da quel momento ho iniziato a vivere la scrittura anche con una maggiore consapevolezza. Ho sempre letto molto e, attraverso la lettura, ho imparato che ogni storia può diventare una porta: a volte conduce verso un altro luogo, altre volte verso un’altra epoca, ma molto spesso conduce soprattutto dentro noi stessi».

 

Prima di incontrare il Giappone, c’è stato un Oriente che ha saputo parlare alla Sua sensibilità. Che cosa rappresenta per Lei questa parte del mondo?

«Il mio interesse per l’Oriente è nato più o meno durante gli anni delle scuole superiori, inizialmente attraverso la Cina. Successivamente, grazie a mio marito, ho iniziato ad avvicinarmi al Giappone. È stato lui a farmi conoscere il Kendo, una disciplina che praticava e pratica ancora oggi. Da quel momento è iniziato un percorso che non è stato soltanto culturale, ma anche umano. Il Giappone mi ha affascinata perché dietro ogni gesto, ogni tradizione e ogni disciplina sembra esserci una filosofia. È una cultura che invita a guardare oltre la superficie delle cose».

 

Quanto può insegnarci una disciplina come il Kendo sul significato della vita?

«Il Kendo mi ha dato moltissimo, anche dal punto di vista della scrittura. Attraverso il maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca, ho avuto modo di conoscere non soltanto una disciplina, ma un universo fatto di principi, rispetto, concentrazione e consapevolezza. Durante le lezioni ci raccontava massime e modi di dire giapponesi che andavano ben oltre la pratica della spada. Una volta parlò del suono prodotto dalla spada quando fende l’aria: quella riflessione mi colpì profondamente. Da quel momento ho iniziato a pensare alla spada non soltanto come a un’arma, ma come a uno strumento capace di rappresentare una scelta, una direzione, una ricerca interiore. Forse è proprio questo che mi ha spinto verso ‘Kaijin’».

È possibile che una storia inizi realmente quando un’immagine, una frase o un’emozione riescono a risvegliare qualcosa che avevamo dentro senza saperlo?

«Credo assolutamente di sì. Nel mio caso è accaduto proprio questo. Quell’immagine della spada che fende l’aria ha rappresentato una sorta di illuminazione. Non è stata semplicemente un’idea narrativa: è stato il momento in cui ho percepito che c’era una storia che doveva essere raccontata.

A volte la scrittura funziona così: non siamo noi a cercare una storia, ma è la storia a trovare noi. E quando questo accade, diventa difficile ignorarla».

«Kaijin» ci conduce nel Giappone del 1300. Quanto è difficile raccontare un’epoca lontana senza trasformarla in una semplice ricostruzione del passato?

 

«È stato un lavoro molto impegnativo. Ho impiegato quattro anni per scrivere questo libro, proprio perché desideravo ricostruire un mondo che fosse credibile e coerente. Ho cercato di approfondire gli usi e i costumi, la quotidianità, la cucina e naturalmente il pensiero dei protagonisti.

Ambientare una storia nel 1300 significa confrontarsi con una società molto diversa dalla nostra. Bisogna fare attenzione a non guardare quel mondo esclusivamente con gli occhi dell’uomo contemporaneo. Il vero lavoro consiste nel cercare di comprendere la mentalità delle persone di allora».

 

 

La storia può diventare una lente attraverso la quale comprendere meglio anche il presente?

«Sicuramente. Il passato cambia il nostro modo di osservare il presente. Quando incontriamo persone vissute secoli fa, apparentemente lontanissime da noi, ci accorgiamo che alcune domande sono invece universali: il bene e il male, la paura, il coraggio, la perdita, l’onore, l’amore, il desiderio di sopravvivere e quello di trovare un senso alla propria esistenza. Le epoche cambiano, ma l’essere umano conserva interrogativi profondi che attraversano il tempo».

Nel Suo romanzo ci sono due samurai del periodo Kamakura. Che cosa rappresenta, simbolicamente, il samurai nell’immaginario che ha costruito?

«Il samurai rappresenta una figura estremamente affascinante perché racchiude in sé forza e disciplina, ma anche fragilità e responsabilità. Dietro la figura del guerriero esiste un essere umano chiamato continuamente a confrontarsi con le proprie scelte. Ed è proprio questo che mi interessava raccontare: non soltanto ciò che accade fuori dai personaggi, ma soprattutto ciò che accade dentro di loro».

Lucca sembra avere avuto un ruolo importante nella nascita di «Kaijin». Quanto può influenzare un luogo la creatività di uno scrittore?

 

«Molto. Lucca possiede un sottotesto giapponese importante. Ci sono persone giapponesi che lavorano e vivono qui e che hanno portato il loro contributo. Inoltre, la presenza della Scuola Kendo e di altre arti marziali ha creato nel tempo un rapporto particolare con la cultura nipponica. Io stessa, dopo la laurea, ho scritto una tesi sull’influenza della cultura nipponica nell’opera di Giovanni Pascoli. Quindi il rapporto tra Lucca, la letteratura e il Giappone rappresenta per me qualcosa di molto significativo».

La letteratura nasce spesso dall’incontro tra luoghi apparentemente lontani. Lucca e il Giappone possono essersi incontrati proprio attraverso la Sua scrittura?

«Penso di sì. La scrittura ha la capacità straordinaria di mettere in comunicazione mondi che sembrano lontani. Un luogo può diventare una soglia verso un altro luogo. Lucca mi ha offerto un contesto concreto, fatto di incontri, persone, esperienze e conoscenze. Il Giappone mi ha offerto invece un patrimonio culturale e filosofico nel quale immergermi. ‘Kaijin’ nasce anche dall’incontro di queste due dimensioni».

Linda Lercari

 

 

Il successo su Amazon, con il primo posto nella categoria dedicata alla storia giapponese, che cosa ha rappresentato per Lei?

«È stata una sorpresa. Naturalmente ogni scrittore spera nel successo, ma nel mio caso non me lo aspettavo in modo particolare. Non essendo una persona molto conosciuta e non avendo un nome particolarmente altisonante, raggiungere questo risultato è stato qualcosa che mi ha davvero emozionata. Sono veramente entusiasta, soprattutto perché questo risultato arriva dopo quattro anni di lavoro. È una soddisfazione vedere che una storia nella quale hai investito tanto riesce a incontrare i lettori».

Quando un libro raggiunge il lettore, la storia smette di appartenere soltanto al suo autore. Che cosa spera che rimanga nell’animo di chi legge «Kaijin»?

 

«Mi piacerebbe che rimanesse soprattutto un’emozione. Vorrei che il lettore, una volta terminato il libro, portasse con sé qualcosa dei personaggi, delle atmosfere e del mondo che ho cercato di ricostruire. Un romanzo, secondo me, non deve necessariamente fornire risposte. Può anche lasciare domande. E talvolta sono proprio le domande che continuano a vivere dentro di noi dopo aver chiuso l’ultima pagina».

Lei ha definito particolarmente importante la componente cinematografica del romanzo. Da dove nasce questa scelta?

«Credo che derivi dal mio modo di immaginare le scene. Mentre scrivo, visualizzo molto ciò che accade. Vedo i luoghi, i movimenti, le atmosfere. Questo mi permette di costruire una narrazione nella quale il lettore possa quasi avere la sensazione di trovarsi davanti alle immagini. È una caratteristica che alcuni lettori hanno apprezzato e che probabilmente contribuisce a rendere la storia più immediata».

 

 

Il finale, a quanto pare, ha sorpreso molti lettori. Quanto è importante, per uno scrittore, avere il coraggio di non concedere al pubblico ciò che si aspetta?

«È molto importante. Se il lettore riesce a prevedere tutto ciò che accadrà, forse viene meno una parte della magia della narrazione. Io volevo accompagnarlo lungo una strada che sembrasse riconoscibile e poi portarlo altrove. Il fatto di essere riuscita a sorprendere i lettori mi fa particolarmente piacere, perché significa che la storia ha conservato una propria autonomia e non si è lasciata condizionare dalle aspettative».

La scrittura può essere anche una forma di disciplina, proprio come il Kendo?

«Sì, assolutamente. Anche la scrittura richiede costanza, pazienza e allenamento. Non basta avere un’idea: bisogna lavorarci, correggere, studiare, ricominciare. In questo senso vedo una forte affinità con il Kendo. Ci sono gesti che devono essere ripetuti molte volte prima di diventare naturali. Nella scrittura accade qualcosa di simile: ogni pagina, ogni frase e ogni revisione contribuiscono alla costruzione dell’opera».

Dopo quattro anni di lavoro, che cosa ha imparato Linda Lercari da «Kaijin»?

«Ho imparato che le storie hanno bisogno di tempo. Viviamo in una società nella quale tutto deve essere veloce, mentre un romanzo storico richiede l’opposto: lentezza, studio, ricerca e attenzione. Ho imparato anche che una passione può diventare una strada. Il Kendo, una città come Lucca, la cultura giapponese e la mia esperienza di scrittrice si sono incontrati quasi naturalmente. E da quell’incontro è nato questo libro».

 

 

Se dovesse racchiudere «Kaijin» in una sola parola, quale sceglierebbe?

 

«Direi “viaggio”. Perché è un viaggio nel Giappone del 1300, ma anche un viaggio dentro i protagonisti e, in qualche modo, dentro noi stessi. Ogni lettore può percorrerlo in maniera diversa».

 

E quale messaggio vorrebbe affidare ai lettori che stanno per aprire per la prima volta le pagine di «Kaijin»?

«Di lasciarsi guidare dalla storia senza cercare immediatamente di capire dove li porterà. Di entrare nel mondo dei personaggi con curiosità e senza pregiudizi. Perché credo che leggere significhi anche questo: concedersi il tempo di abitare per qualche ora una vita diversa dalla propria e, magari, tornare alla propria con uno sguardo nuovo».

 

Linda Lercari

La storia di Linda Lercari e di «Kaijin – L’ombra di cenere» dimostra come la letteratura possa nascere dall’incontro tra passione, studio, esperienza e territorio. Quello che inizialmente poteva sembrare soltanto un interesse per una cultura lontana è diventato, attraverso il Kendo, la ricerca storica e il legame con Lucca, materia narrativa.

Il successo raggiunto su Amazon rappresenta dunque non soltanto un riconoscimento commerciale, ma anche la risposta di un pubblico che ha scelto di entrare in un universo distante nel tempo e nello spazio.

E forse è proprio questa la forza più autentica della letteratura: permetterci di attraversare secoli e confini senza muoverci dal luogo in cui siamo, facendoci scoprire che, dietro culture, epoche e tradizioni differenti, continuano a vivere le medesime domande che da sempre accompagnano l’essere umano.

In fondo, come una spada che attraversa l’aria lasciando dietro di sé un suono, anche una storia può attraversare il tempo e lasciare una traccia. «Kaijin» nasce da quella traccia e oggi, attraverso i suoi lettori, continua il proprio viaggio.

 

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Cultura

Il diluvio dell’arte travolge la Biblioteca Vaticana, la svolta epocale di don Giacomo Cardinali: con “AQVA” l’antico sposa JR, Bill Moran e lo chef Pierangelini

La Biblioteca Apostolica Vaticana si rivoluziona e apre le porte all’arte contemporanea internazionale! 🏛️🌊✨ Dal 25 settembre prende il via “AQVA”, la straordinaria mostra inaugurale del ciclo quinquennale “Catastrofe e Meraviglia” curato da don Giacomo Cardinali. Un evento immersivo pazzesco reso possibile da Fondazione Roma e Intesa Sanpaolo, che vede la facciata del ‘500 coperta da un’onda monumentale dell’artista JR, i pesci tipografici di Bill Moran e i racconti gastronomici dello chef Fulvio Pierangelini dedicati ai 470 anni del trattato di Salviani. Un viaggio unico tra manoscritti papali rari e tecniche di restauro per riflettere sulla crisi climatica. Scoprite tutti i dettagli del programma nel nostro articolo! 👇❤️📖

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Catastrofe e Meraviglia_Aqvatilivm animalivm historiae di Ippolito Salviani_ph.Olivia Rainaldi_AQVA

Città del Vaticano – Ci sono luoghi sacri dove il silenzio dei secoli e la maestosità della memoria collettiva non si limitano a custodire la storia dell’umanità, ma si trasformano in giganteschi laboratori di pensiero capaci di far collidere il patrimonio antico con i linguaggi dirompenti della contemporaneità. La Biblioteca Apostolica Vaticana, da sempre scrigno universale di legalità, filologia e sapere teologico aperto agli studiosi di tutto il pianeta, si appresta a inaugurare una rivoluzione culturale ed espositiva senza precedenti. Da venerdì 25 settembre 2026 fino al 14 maggio 2027, le storiche sale papali ospiteranno AQVA, il primo e attesissimo capitolo di “Catastrofe e Meraviglia”, un monumentale ciclo espositivo quinquennale concepito per esplorare come gli elementi naturali fungano da specchio trasparente per le paure, i dubbi e le speranze del nostro tempo.

Il progetto, curato con rigore scientifico da don Giacomo Cardinali, Simona De Crescenzo, Francesca Giannetto e Delio Proverbio, è realizzato grazie a una prestigiosa collaborazione istituzionale con la Fondazione Roma e con il fiero supporto di Intesa Sanpaolo. L’orizzonte della rassegna è strutturato come un cammino transnazionale e interdisciplinare attraverso le minacce che da sempre insidiano la carta e la memoria libraria — dall’acqua al fuoco, dalla luce agli insetti fino all’impatto distruttivo dell’uomo — invitando il pubblico a superare il torpore dell’ansia climatica per riscoprire nuove possibilità di rinascita e futuro. Un’opera di squadra eccezionale che mette a confronto la fragilità dei supporti fisici con l’immensità del pensiero creativo, offrendo una risorsa terapeutica di altissimo spessore etico.

L’onda monumentale di JR sulla facciata del ‘500 e i LetterFish di Bill Moran

Il percorso espositivo si preannuncia come un’esperienza immersiva e totalizzante di forte urto emotivo. L’apertura del cammino è affidata all’installazione monumentale Diluvium firmata dal celebre artista francese JR, che ricoprirà l’intera facciata cinquecentesca della Biblioteca con un’onda visiva di sconvolgente impatto, metafora della vulnerabilità del sapere di fronte alle forze della natura. «C’è qualcosa di quasi mistico nei libri», confessa JR, svelando i retroscena delle sue installazioni Diluvium e Undae allestite a ridosso dei corridoi del Papa. «Questi oggetti fragili racchiudono i pensieri del mondo, trasportano voci e conoscenze attraverso i secoli. La carta non oppone resistenza agli elementi: portando un’onda nella Biblioteca Vaticana mettiamo a confronto questo paradosso. Che cosa può sopravvivere e cosa scegliamo di preservare?».

Accanto alle provocazioni visive di JR, l’EP della mostra si arricchisce delle creazioni d’avanguardia del maestro tipografo americano Bill Moran. Attraverso i suoi acclamati LetterFish, Moran trasforma i caratteri mobili in legno d’epoca e le attrezzature tradizionali della sua famiglia in un linguaggio visivo tridimensionale, dando vita a bizzarre e affascinanti creature marine composte interamente da lettere, numeri e segni paragrafematici. Un ponte perfetto che unisce la rigidità dei caratteri da stampa alla fluidità dell’elemento acquatico, celebrando il merito e l’onestà del gesto artigianale in un mercato dominato dall’asfissia degli schermi digitali e degli algoritmi artificiali.

I 470 anni del trattato di Salviani: lo chef Fulvio Pierangelini sale in cattedra

Il cuore scientifico e il fulcro simbolico dell’intero itinerario risiede nell’esposizione di un capolavoro assoluto dell’editoria rinascimentale romana: l’Aquatilium animalium historia del medico Ippolito Salviani, finito di stampare a Roma nel 1557 proprio per iniziativa e a spese della stessa Biblioteca Vaticana. «La mostra AQVA è anche l’occasione per celebrare i 470 anni dalla pubblicazione di questo bellissimo trattato sui pesci», spiega con orgoglio e spavaldo ottimismo don Giacomo Cardinali, Vice Prefetto e Commissario delle Attività Espositive della Vaticana, evidenziando il dovere di affrontare le paure con l’ingegno. «Ci siamo affidati a tre creativi dall’intuito straordinario, scoprendo orizzonti inattesi proprio in ciò che abitualmente ci atterrisce».

A dialogare con il trattato di Salviani e con i tesori del De re coquinaria di Apicio e i diari di viaggio di Giovanni Battista Ramusio sarà il genio culinario di Fulvio Pierangelini. Lo chef d’élite esplorerà il legame ancestrale tra l’acqua, la cucina e la memoria dei territori attraverso una serie di racconti gastronomici e ricette inedite, condite con un filo di sofisticata ironia e rispetto sacrale per la materia prima. Il percorso espositivo si chiuderà nella suggestiva Sala Barberini, trasformata in un tempio di contemplazione, e all’interno delle stanze del Laboratorio di Restauro della Biblioteca, dove l’acqua svelerà l’ultimo tassello della sua duplice natura: causa di degrado ma anche strumento clinico fondamentale per lavare, rigenerare e salvare i manoscritti. La mostra sarà visitabile il venerdì e il sabato secondo uno specifico calendario: spegnete gli smartphone e preparate il taccuino, la Santa Sede vi aspetta a braccia aperte per ricordarvi che la meraviglia nasce sempre nel cuore della catastrofe.

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