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Salute

Insonnia e disturbi del sonno, a Roma la svolta di Sleep Program: cervello, respiro e alimentazione per rigenerare il corpo

Presentato a Roma presso Longevia Medical Clinic lo «Sleep Program», il primo percorso medico multidisciplinare per sconfiggere l’insonnia partendo da cervello, vie aeree e nutrizione. Il Prof. Di Rienzo Businco, il neurologo Peresson e il nutrizionista Rossi svelano il protocollo con tecnologia Neurorevital per dire addio a notti insonni e apnee notturne. Tutti i dettagli e i dati clinici nell’articolo completo 👇

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da dx Dott Marco Peresson- Prof. Pier Luigi Rossi - Margherita Mikhaylenko -Prof. Lino Di Rienzo Businco

Roma – Svegliarsi con la sensazione opprimente di non aver riposato affatto, lottare contro risvegli notturni continui, convivere con il fastidio del russamento, del digrignamento dei denti o con la nebbia mentale che annebbia memoria e lucidità durante l’orario di lavoro. I disturbi del sonno hanno smesso di essere un disagio passeggero per trasformarsi in una delle più gravi e sottovalutate emergenze di salute pubblica dell’epoca contemporanea. Per rispondere a questa sfida con un approccio clinico all’avanguardia, la Longevia Medical Clinic di Roma ha presentato ufficialmente Sleep Program, il primo percorso medico multidisciplinare integrato concepito specificamente per diagnosticare e curare le cause profonde dell’insonnia e delle alterazioni del riposo, superando la logica del semplice tampone farmacologico per restituire all’organismo la sua naturale capacità autoriparatrice.

La rivoluzione di Sleep Program: curare il sonno partendo da cervello, vie respiratorie e nutrizione

La conferenza di lancio tenutasi nella sede capitolina della clinica ha visto la partecipazione di un board di altissimo profilo scientifico, composto dal professor Lino Di Rienzo Businco, direttore scientifico di Longevia e presidente di Fondazione Integria e UBRI Institute, dal neurologo dottor Marco Peresson e dal professor Pier Luigi Rossi, specialista in Scienza dell’Alimentazione. L’architettura del programma si fonda su un cambio di paradigma radicale: il sonno non è un interruttore che si spegne al tramonto, ma una complessa e finissima sinfonia fisiologica che coinvolge in modo inscindibile l’attività cerebrale, la dinamica respiratoria e il metabolismo gastrointestinale.

Il protocollo terapeutico si articola in due fasi rigorose. La prima è interamente dedicata alla fase diagnostica strumentale e specialistica: il paziente viene sottoposto a visita neurologica, valutazione endoscopica avanzata delle vie aeree superiori, spirometria e polisonnografia notturna per monitorare i cicli del sonno, le oscillazioni dell’ossigeno nel sangue e i microrisvegli cerebrali. A questi esami si affianca una meticolosa mappatura metabolica e della composizione corporea. Solo dopo aver decodificato l’origine multifattoriale del disturbo viene elaborato un percorso terapeutico su misura della durata di tre mesi, affiancando trattamenti osteopatici, piani nutrizionali e monitoraggi seriali.

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I numeri dell’emergenza: dall’insonnia alle apnee ostruttive censite da The Lancet

La necessità di un approccio specialistico integrato è confermata dalla vastità epidemiologica del fenomeno. Secondo un’indagine globale condotta dall’istituto RAND Europe su campioni rappresentativi in sedici nazioni industrializzate, circa un adulto su due manifesta sintomi ricorrenti riconducibili all’insonnia, mentre uno su dodici ne è affetto in una forma cronica invalidante. Lo scenario appare ancora più critico sul fronte delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS), patologia caratterizzata dal collasso temporaneo e ripetuto delle vie aeree durante la notte: una ricerca pubblicata sull’autorevole rivista medica The Lancet Respiratory Medicine ha stimato che quasi un miliardo di adulti tra i 30 e i 69 anni nel mondo convive con questa condizione senza esserne consapevole.

Le conseguenze di un sonno frammentato o ipossico non si limitano alla stanchezza mattutina. Dormire male accelera i processi di senescenza cellulare, scatena uno stato di infiammazione sistemica di basso grado, altera il profilo lipidico e glicemico, moltiplica il rischio di ipertensione arteriosa, infarti e ictus, compromettendo al contempo l’equilibrio neurocognitivo e favorendo l’esordio di ansia e depressione reattiva.

L’asse intestino-cervello e la tecnologia Neurorevital: la diagnosi integrata di Longevia

Uno degli elementi di massima novità clinica dello Sleep Program è l’impiego di tecnologie proprietarie sviluppate in sinergia con l’UBRI Institute e la Fondazione Integria ETS. Tra queste spicca Neurorevital, un innovativo sistema di stimolazione magnetica a basso campo, completamente non invasivo e indolore, studiato per interagire dolcemente con i circuiti neuronali deputati alla regolazione dei ritmi circadiani e della produzione endogena di melatonina.

Accanto alla neurostimolazione, il ruolo primario dell’alimentazione è stato dettagliato dal professor Pier Luigi Rossi: «Il sonno comincia a tavola. Spesso chi soffre di insonnia cerca l’origine del problema esclusivamente nella sfera dello stress emotivo o dei pensieri notturni, ignorando che una parte determinante del disturbo si annida nel tratto gastrointestinale. Il cosiddetto asse intestino-cervello dialoga incessantemente attraverso il nervo vago e la flora batterica: pasti ipercalorici, eccesso di zuccheri raffinati, disbiosi intestinale e orari sregolati provocano picchi glicemici e infiammazioni che mandano in tilt la chimica del sonno. Curare l’alimentazione significa fornire al cervello i precursori biochimici indispensabili per il riposo profondo».

Medicina della longevità e monitoraggio clinico: «Dormire male non è normale, la salute si misura»

Il protocollo proposto da Longevia Medical Clinic si inserisce a pieno titolo nei canoni della moderna medicina della longevità, il cui traguardo non è merely allungare l’aspettativa di vita anagrafica, ma massimizzare l’healthspan, ovvero la quota di anni vissuti in piena salute psicofisica. «Dormire male non è un destino ineluttabile da sopportare in silenzio – ha ammonito il professor Lino Di Rienzo Businco – Durante il sonno il corpo non si arresta, ma attiva formidabili cantieri biologici di riparazione dei tessuti, detossificazione cerebrale dal carico amiloide e potenziamento delle difese immunitarie. Quando questo ingranaggio salta, la qualità della vita si sgretola».

A garantire l’efficacia del percorso vi è un rigido sistema di verifica basato su questionari clinici validati a livello internazionale, somministrati in quattro momenti cardine (prima dell’avvio, a metà ciclo, al termine dei tre mesi e a distanza di un ulteriore trimestre). «I risultati terapeutici non li raccontiamo con le parole, li misuriamo strumentalmente prima, durante e dopo il trattamento», hanno concluso gli esperti. Un passo avanti decisivo che restituisce al sonno il suo ruolo sacro di guardiano supremo della salute e della longevità umana.

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Salute

Dalla rabbia all’odio sociale, quando la violenza diventa nei giovani una difesa contro la fragilità. Il punto di vista di Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association

Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

​Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA). 

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione. Intervista di Marialuisa Roscino

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

 

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Lucattini

Redazione-  Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

​Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione.

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

 

Dott.ssa Lucattini, l’aggressività fa parte della natura umana, ma non equivale necessariamente alla violenza. Cosa accade nel mondo interno di un giovane quando la rabbia smette di essere un segnale di disagio da comprendere e si trasforma in odio strutturato e distruttività verso l’altro?

 

​La rabbia può ancora essere un segnale che chiede di essere riconosciuto e trasformato, mentre l’odio tende a organizzarsi quando il giovane non riesce più a tollerare sentimenti di vulnerabilità, vergogna, impotenza o paura e ha bisogno di collocarli fuori di sé. In questi casi, l’altro può essere vissuto come il responsabile del proprio disagio e trasformarsi in un oggetto persecutorio, contro cui diventa più facile dirigere l’aggressività.

La distruttività compare quando non basta più prendere le distanze da ciò che fa soffrire, ma nasce il bisogno di svalutarlo, ferirlo o annullarlo. È particolarmente nociva perché riduce la capacità di riconoscere l’altro come una persona complessa e separata, trasformandolo sempre più facilmente in un nemico. Quando questo funzionamento si stabilizza, possono diminuire l’empatia, il senso di responsabilità e la possibilità di tollerare sentimenti contrastanti.

Quando si indebolisce la capacità di comprendere e dare significato a ciò che si prova, di dare un nome alle emozioni e di tollerare l’ambivalenza, aumenta il rischio che la tensione venga agita invece che pensata. È proprio questa difficoltà nella regolazione emotiva, che negli adolescenti è associata a maggiore aggressività e favorisce il passaggio dalla rabbia episodica a forme più persistenti di ostilità e distruttività (Scientific Reports, 2025).

 

​In che modo, la paura di mostrarsi vulnerabili può spingere i più giovani a difendersi arroccandosi in gruppi rigidi, arrivando a percepire la diversità dell’altro come una minaccia?

La paura di apparire fragili può spingere un giovane a cercare nel gruppo una forma di protezione che gli permetta di sentirsi più forte, riconosciuto e meno esposto. Quando l’identità, cioè il modo in cui il ragazzo percepisce se stesso, il proprio valore e il proprio posto nelle relazioni, è ancora in costruzione, il bisogno di appartenenza può diventare molto intenso, perché il gruppo offre conferme, regole condivise e un senso di sicurezza.

In alcuni casi, però, questa appartenenza può irrigidirsi e trasformarsi in una difesa, per cui ciò che è simile a sé viene percepito come rassicurante, mentre ciò che è diverso può essere vissuto come destabilizzante o minaccioso. Il gruppo può allora favorire una separazione molto netta tra ciò che viene sentito come familiare e positivo e ciò che viene collocato fuori e percepito come estraneo, ostile o pericoloso.

Per questo l’integrazione autentica, a partire dalla scuola, ha un valore fondamentale. Quando bambini e adolescenti crescono in contesti nei quali la differenza viene conosciuta, incontrata e condivisa nella vita quotidiana, la paura degli altri tende a diminuire, perché ciò che prima appariva estraneo diventa comprensibile e umano. La diversità può allora essere vissuta non come una minaccia alla propria identità, ma come una ricchezza che amplia il modo di vedere se stessi e il mondo. Nei contesti digitali, soprattutto chat e social, al contrario, il rischio è che gruppi molto omogenei confermino, ripetano e amplifichino all’infinito sempre le stesse idee e rendano progressivamente più rigide, e le appartenenze assolute e totali, con le dinamiche del branco, riducendo e in certi casi azzerando il confronto autentico e la capacità di accettare punti di vista differenti (Psychoanalytic Inquiry, 2023).

​Quali meccanismi inconsci scattano, in particolare nei casi di bullismo e cyberbullismo, quando per proteggersi dal dolore i ragazzi finiscono per assimilare proprio i linguaggi e i comportamenti pretestuosi o violenti di chi li spaventa?

 

Quando un ragazzo si sente sopraffatto dalla paura o dall’umiliazione può difendersi identificandosi inconsciamente con chi lo minaccia, perché assumere il linguaggio, i gesti e perfino la durezza dell’aggressore gli consente di sentirsi meno vulnerabile. È il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore descritto dallo psichiatra e psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi agli inizi del Novecento e conosciuto anche come “la Sindrome di Stoccolma” quando riguarda i gruppi, attraverso il quale ciò che inizialmente viene subìto è interiorizzato, condiviso e riprodotto nelle relazioni. Nei fenomeni di bullismo e cyberbullismo questo passaggio può trasformare chi si è sentito impotente in chi cerca di controllare, svalutare o intimidire l’altro, mentre la ripetizione dell’aggressività permette di tenere a distanza sentimenti più dolorosi di vergogna, paura e dipendenza. Quando questo funzionamento si consolida, la distinzione tra difendersi e aggredire può diventare sempre più fragile. Proprio nel bullismo e cyberbullismo è particolarmente evidente nei ragazzi che sono contemporaneamente vittime e aggressori, la sofferenza emotiva e la disregolazione che possono favorire la trasformazione dell’esperienza passiva (aggrediti da qualcuno dentro e fuori alla scuola) in comportamento violento e persecutorio (Societies, 2025).

 

Quali sono in particolare le varie forme in cui può manifestarsi questo fenomeno?

 

Oggi la violenza giovanile assume forme molto differenti e attraversa contesti diversi della vita quotidiana. Può comparire nei gruppi di strada, nelle baby gang e negli episodi legati alla movida, ma anche nelle relazioni tra coetanei nel “dating violence” (l’abuso nelle prima relazioni sentimentali).

A queste forme si aggiungono le challenge social alcune particolarmente rischiose e gli atti di vandalismo gratuito. Un fenomeno sempre più preoccupante è poi violenza performativa, vale a dire le aggressioni realizzate per essere riprese e diffuse online, nelle quali i gesti violenti rappresentano una vera e propria forma di esibizionismo. In questi casi il bisogno di attenzione, consenso o riconoscimento da parte gruppo può oscurare la percezione della sofferenza inflitta alla vittima e trasformare la violenza in qualcosa da mostrare, condividere e soprattutto rendere virale attraverso l’utilizzo dei social. Vi rientrano, inoltre, gli episodi di vandalismo gratuito a scuola, in cui l’aggressività può coinvolgere anche strutture e insegnanti.

 

Dietro molte manifestazioni di violenza, o nella ricerca esasperata di un colpevole, si cela talvolta la difficoltà dei giovani di affrontare perdite, lutti o sofferenze che non riescono a esprimere a parole. Perché quando il dolore non trova un linguaggio per essere pensato e condiviso rischia nella vita dei ragazzi di tradursi sempre più spesso in un gesto impulsivo?

 

Quando il dolore non riesce a diventare parola può restare come un’esperienza interna troppo intensa e poco rappresentabile, che il ragazzo tenta di allontanare attraverso l’azione. Se una perdita, un’umiliazione o una sofferenza non trovano uno spazio mentale e relazionale in cui essere riconosciute, l’affetto può trasformarsi in tensione, rabbia e bisogno di scarica, soprattutto quando la capacità di regolare le emozioni è ancora fragile. In questi casi, il gesto impulsivo può assumere la funzione di liberarsi momentaneamente da qualcosa che non si riesce a contenere dentro di sé, mentre la ricerca di un colpevole permette di dare una forma esterna a un dolore che internamente appare confuso e ingestibile. Gli studi più recenti confermano che nei giovani il lutto complicato e la soppressione emotiva si associano a maggiori difficoltà psicosociali e che la disregolazione emotiva è strettamente collegata ai comportamenti in cui il disagio viene espresso impulsivamente verso l’esterno e pericolosamente aggressivi (European Child and Adolescent Psychiatry, 2026).

Di fronte a un clima di forte contrapposizione, la vera sfida sembra essere per i giovani di oggi, quella di reimparare a tollerare le fragilità e dare valore all’altro. Da dove è possibile, secondo Lei, ripartire, tra famiglia, scuola e comunità, per ricostruire spazi capaci di accogliere l’angoscia che spesso attanaglia i giovani e trasformare la loro rabbia e insoddisfazione, invece, in dialogo?

Occorre ripartire da relazioni positive nelle quali i ragazzi possano sentirsi accolti senza essere immediatamente giudicati, perché è nella presenza di adulti capaci di tollerare i loro voli pindarici, le fantasie e la loro angoscia che diventa possibile trasformare gli impulsi in pensiero. La famiglia può offrire il primo contenimento emotivo, avendo il privilegio di stare con i propri figli, mentre la Scuola e la comunità possono ampliare questa funzione, creando luoghi nei quali il conflitto non venga negato, ma possa essere nominato, ascoltato e condiviso. Quando un giovane incontra adulti che non reagiscono alla sua rabbia con altra rabbia, ma riescono a restituire un significato a ciò che prova, può progressivamente sviluppare una maggiore capacità di regolazione, di riconoscimento dell’altro e di tolleranza della differenza. Gli studi recenti mostrano che ambienti familiari e relazionali più caldi e supportivi favoriscono una migliore regolazione emotiva e che gli interventi psicosociali possono rafforzare proprio queste capacità nei bambini e negli adolescenti (Emotion, 2025).

 

Quali indicazioni e consigli si sente di dare?

-Ascoltare prima di correggere. Capire cosa c’è dietro la rabbia aiuta a trasformare il comportamento in una richiesta comprensibile;

-Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto;

-Dare un nome alle emozioni. Riconoscere paura, vergogna e impotenza rende meno necessario esprimerle attraverso l’aggressività;

-Appartenere senza chiudersi. L’appartenenza deve dare sicurezza senza trasformare la diversità dell’altro in una minaccia;

-Creare spazi reali di parola. Parlare in un contesto non giudicante permette ai ragazzi di esprimere il loro disagio prima di essere “agirlo”;

-Chiedere aiuto il prima possibile per se e per altri. Se rabbia, isolamento o violenza persistono, un intervento tempestivo

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Territorio

Sanità e cultura a Canistro, inaugurata “Le Librerie di Nadia”: all’INI i libri come cura per il benessere e l’anima dei pazienti

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Nadia Faroni

Canistro – Un libro per allentare l’ansia dell’attesa, una storia per ritrovare serenità tra le corsie di un ospedale, qualche pagina stampata per sentirsi meno soli nei momenti di fragilità. Con questo spirito di profonda umanizzazione delle cure mediche è stato ufficialmente inaugurato a Canistro, suggestivo borgo della Valle Roveto in provincia dell’Aquila, il progetto culturale intitolato “Le Librerie di Nadia”. L’iniziativa, promossa dal Gruppo INI (Istituto Neurotraumatologico Italiano), ha visto il tradizionale taglio del nastro all’interno della clinica rovetana convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale, struttura d’eccellenza specializzata nella chirurgia ortopedica e nella riabilitazione, punto di riferimento per l’intero Abruzzo e le regioni contermini.

La visione di Nadia Faroni: curare il corpo senza dimenticare lo spirito

Il progetto nasce dalla sensibilità e dalla ferma volontà di Nadia Proietti Faroni, consorte del compianto professor Delfo Galileo Faroni, illustre fondatore del Gruppo INI scomparso nell’ottobre del 2021. L’obiettivo primario è portare la bellezza della letteratura, della saggistica e del racconto direttamente nei luoghi della degenza sanitaria, trasformando sale d’attesa e corridoi in spazi aperti all’incontro, alla riflessione e alla distensione emotiva. La libreria è a totale e libera disposizione di pazienti, familiari in visita, operatori sanitari e cittadini, offrendo la possibilità di scegliere un volume, leggerlo durante il soggiorno clinico e riconsegnarlo per renderlo fruibile ad altri.

A spiegare con commozione il senso profondo dell’opera è la stessa Nadia Faroni: «Tengo molto a questa iniziativa perché rende ancora più umano l’ambiente di cura, stimola la cultura e, soprattutto, permette di dare una seconda vita: certamente al libro, un’opera culturale che non viene buttata, ma riutilizzata, e magari può dare una seconda vita anche a chi legge». Il meccanismo è tanto semplice quanto rivoluzionario nella sua immediatezza etica: “Lo prendo… e lo rendo!”. Un patto di fiducia e responsabilità condivisa che rispecchia una medicina che mette la persona, e non solo la patologia, al centro dell’intervento terapeutico.

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L’eredità morale del professor Delfo Galileo Faroni e il Gruppo INI

L’approdo del progetto letterario nella struttura di Canistro si inserisce nel solco di una tradizione assistenziale che affonda le proprie radici in quasi ottant’anni di storia della sanità italiana. Fondato dall’intuizione pionieristica del professor Delfo Galileo Faroni, il Gruppo INI costituisce oggi una delle più autorevoli realtà sanitarie private accreditate del Centro-Sud Italia, forte di una rete capillare distribuita tra Abruzzo e Lazio che conta dieci moderne strutture ospedaliere, oltre 1.200 posti letto accreditati e un organico altamente qualificato di circa 2.000 professionisti tra medici, infermieri, terapisti e personale amministrativo.

«L’iniziativa richiama una convinzione profondamente radicata nella storia del Gruppo INI», rimarca Nadia Faroni. «La cura non può limitarsi agli aspetti strettamente clinici, ma deve considerare anche la dimensione psicologica, relazionale ed emotiva di ogni individuo. Un principio che apparteneva alla visione di Delfo Galileo Faroni, secondo cui prendersi cura del corpo significava anche non dimenticare lo spirito». La medicina moderna riconosce ampiamente come il benessere psicologico e la riduzione dei livelli di stress durante il ricovero favoriscano i tempi di recupero post-operatorio, migliorando la compliance terapeutica e la qualità complessiva della degenza.

Il valore sociale per la Valle Roveto e le prossime tappe nel Lazio

Per la comunità di Canistro e per l’intera Valle Roveto, la clinica INI rappresenta molto più di un’eccellenza ortopedica: è un presidio occupazionale e sociale fondamentale per contrastare lo spopolamento delle aree interne montane dell’Abruzzo. Aprire uno spazio dedicato alla cultura all’interno della struttura significa saldare ulteriormente l’alleanza tra la sanità e la popolazione locale, trasformando il presidio in un polo civico accogliente dove la solitudine della malattia viene mitigata dalla solidarietà comunitaria.

L’inaugurazione abruzzese segna l’avvio di un percorso itinerante che toccherà nei prossimi giorni altre storiche strutture del gruppo. Mercoledì 14 ottobre, alle ore 11:30, “Le Librerie di Nadia” aprirà i battenti presso la clinica Villa Alba di Fonte Nuova, alle porte di Roma. L’indomani, giovedì 15 ottobre sempre alle 11:30, sarà la volta della prestigiosa struttura INI Città Bianca-Villa Alba di Veroli, in provincia di Frosinone. Un cammino virtuoso che dimostra come la sanità migliore sia quella capace di unire l’altissima specializzazione chirurgica al calore umano di una pagina ben scritta.

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Salute

Allarme Hiv in Abruzzo, contagi sopra la media nazionale e tra i giovanissimi: al vertice dell’Aquila la svolta delle terapie semestrali e la PrEP gratuita

Allarme Hiv in Abruzzo: contagi superiori alla media nazionale e diagnosi tardive, soprattutto tra giovani e uomini. Al convegno nazionale all’Ordine dei Medici dell’Aquila con il primario Grimaldi e specialisti da tutta Italia presentata la svolta delle terapie iniettabili “long acting” con copertura da due a sei mesi e la PrEP gratuita al San Salvatore. E per tutelare la propria salute con un controllo rapido e anonimo a casa, scoprite i test rapidi di autodiagnosi HIV certificati su Amazon. Leggete l’approfondimento completo sul nostro giornale 👇

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AlessandroGrimaldi

L’Aquila – Un quadro epidemiologico che richiede la massima allerta sanitaria e una rinnovata campagna di sensibilizzazione culturale, affiancato tuttavia da straordinarie e incoraggianti rivoluzioni farmacologiche sul fronte terapeutico. In Abruzzo l’incidenza delle nuove diagnosi da Hiv registra numeri superiori rispetto alla media nazionale, con una preoccupante concentrazione di casi tra la popolazione maschile che si presenta troppo tardi ai controlli clinici (le cosiddette diagnosi tardive o late presenters) e un incremento significativo tra le fasce anagrafiche dei giovanissimi, indice evidente di un abbassamento della guardia e di una pericolosa sottovalutazione del rischio. È questo il bilancio emerso nel corso della terza edizione del convegno nazionale «HIV clinical prAQtice», svoltosi presso il Centro Congressi dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia dell’Aquila (in via Giovanni Gronchi 16).

Il confronto tra le eccellenze infettivologiche all’Aquila

L’assise scientifica, presieduta dal dottor Alessandro Grimaldi — primario del reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale “San Salvatore” dell’Aquila, capo dipartimento di Medicina della Asl 1 Abruzzo e presidente dell’Ordine provinciale dei Medici —, ha visto la responsabilità scientifica del dottor Arturo Ciccullo. L’evento ha riunito nel capoluogo regionale una folta schiera di giovani ricercatori e infettivologi di rilievo nazionale, godendo del patrocinio della Asl Avezzano-Sulmona-L’Aquila, dell’Università degli Studi dell’Aquila, del Comune dell’Aquila e della Regione Abruzzo.

Al tavolo dei relatori si sono confrontati i principali riferimenti della disciplina: il direttore dell’Uoc di Malattie Infettive di Pescara Giustino Parruti; il direttore della struttura di Terni Claudio Ucciferri; l’infettivologo Paolo Vassalini del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma; la dottoressa Chiara Papalini dell’Azienda Ospedaliera di Perugia; la dottoressa Simona Antonelli, dirigente medico dell’Ospedale “San Pio” di Vasto; e la dottoressa Margherita D’Alessandro, responsabile dell’Unità di Malattie Infettive dell’Ospedale di Avezzano. Una sinergia corale che ha fatto il punto sulle nuove frontiere della terapia antiretrovirale (ART) e sulle strategie per intercettare precocemente il virus.

La rivoluzione dei farmaci “Long Acting”: stop alla pastiglia quotidiana

La notizia clinica di maggiore impatto riguarda il cambio di paradigma nella somministrazione dei trattamenti. Come ha spiegato con soddisfazione il primario Alessandro Grimaldi, la ricerca medica ha compiuto passi da gigante nell’affrancare i pazienti dalla schiavitù della terapia orale quotidiana: «È stato un momento di confronto cruciale per l’intera comunità scientifica. Oggi possiamo contare sui farmaci cosiddetti long acting, formulazioni iniettabili a rilascio prolungato che garantiscono una copertura terapeutica efficace per almeno due mesi. Non solo: disponiamo già di molecole innovative capaci di estendere la copertura fino a sei mesi consecutivi».

Si tratta di un’innovazione straordinaria che trasforma radicalmente la qualità della vita delle persone con Hiv, azzerando il peso psicologico dell’assunzione giornaliera dei farmaci, migliorando drasticamente l’aderenza terapeutica ed eliminando il rischio di dimenticanze o fallimenti virologici. Con le terapie moderne, inoltre, il raggiungimento della carica virale non rilevabile nel sangue rende il virus non trasmissibile ai partner sessuali (il principio scientifico internazionalmente validato U=U, Undetectable = Untransmittable).

Screening tempestivo e salute sessuale

La diagnosi precoce è l’arma più potente per proteggere se stessi e gli altri: per effettuare un controllo sicuro, rapido e nel massimo rispetto della privacy, scoprite i Test Rapidi di Autodiagnosi HIV da sangue capillare (Certificati CE per uso domestico) con esito affidabile in soli 15 minuti su Amazon.

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La PrEP gratuita all’Aquila e l’abbattimento dello stigma

Accanto alla cura, il convegno ha posto l’accento sugli strumenti preventivi biomedici, in particolare sulla PrEP (Profilassi Pre-Esposizione). «La PrEP rappresenta un pilastro fondamentale di sanità pubblica per i soggetti a rischio — ha rimarcato Grimaldi —. Consiste nell’assunzione preventiva di specifici farmaci antivirali per impedire al virus di attecchire nell’organismo in caso di rapporti sessuali occasionali o non protetti. È una misura indicata sia per la popolazione eterosessuale sia per quella omosessuale che vive situazioni di potenziale esposizione. All’Ospedale San Salvatore dell’Aquila offriamo questa profilassi in modo totalmente gratuito, garantendo counseling, monitoraggio clinico e massima riservatezza».

L’appello lanciato dagli specialisti abruzzesi ai medici di famiglia e alle istituzioni scolastiche è di superare ogni tabù e favorire l’accesso tempestivo al test. Arrivare alla diagnosi quando il sistema immunitario è già compromesso espone il paziente a complicanze severe che oggi, grazie alle terapie precoci, possono essere agevolmente evitate.

Verso il 2027: L’Aquila polo dei giovani ricercatori

Forte del riscontro ottenuto in questa terza edizione, l’Ordine dei Medici dell’Aquila guarda già al futuro con l’ambizione di consolidare il capoluogo abruzzese come centro di riferimento della ricerca infettivologica italiana. «L’auspicio per il 2027 — ha concluso il presidente Alessandro Grimaldi — è organizzare un congresso di respiro ancora più ampio, che veda protagonisti assoluti i giovani ricercatori e infettivologi provenienti da ogni regione d’Italia». Un impegno strategico per fare dell’Aquila un faro di formazione scientifica e di progresso clinico.

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