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Cronaca

PAURA TRA I CAMPI: AGRICOLTORE MORSO DA UNA VIPERA, CORSA CONTRO IL TEMPO E RICOVERO IN RIANIMAZIONE

Morso da una vipera nelle campagne di Montecilfone: un 60enne corre in farmacia, ma scopre che il siero si somministra solo in ospedale. Ora è fuori pericolo.
#Montecilfone #Cronaca #Vipera #Salute #Emergenza

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Vipera

Redazione-   La tranquillità di una giornata di lavoro tra le campagne di Montecilfone si è trasformata in un incubo improvviso per un agricoltore di 60 anni. L’uomo, impegnato nelle consuete attività agricole, è stato vittima di un incontro ravvicinato con una vipera che, sentendosi minacciata, lo ha morso inaspettatamente. Quello che inizialmente poteva sembrare solo un incidente di percorso si è rivelato in pochi minuti una corsa disperata verso la sopravvivenza.

Avvertendo il dolore acuto e i primi sintomi del veleno che iniziava ad agire, l’agricoltore non ha perso la lucidità: ha abbandonato immediatamente gli attrezzi ed è risalito sul proprio mezzo per raggiungere il centro abitato. Guidato dall’istinto di chi cerca una soluzione rapida, l’uomo si è diretto dritto verso la farmacia del paese, convinto di poter reperire lì il siero antivipera.

È qui che si è consumato un momento di forte confusione. Una volta arrivato in farmacia, l’uomo ha dovuto fare i conti con una realtà normativa che in molti ignorano: il siero antivipera non è più un farmaco reperibile nelle farmacie territoriali. Da anni, infatti, le severe disposizioni ministeriali hanno rimosso il prodotto dai banchi delle farmacie al pubblico. La ragione è di natura precauzionale: la somministrazione dell’antidoto comporta un rischio elevato di shock anafilattico e gravi reazioni allergiche che possono risultare fatali senza la necessaria strumentazione rianimatoria. Il siero, pertanto, deve essere iniettato esclusivamente in ambiente ospedaliero, sotto l’occhio vigile di medici pronti a intervenire in emergenza.

Compresa la gravità della situazione, il personale della farmacia ha agito con tempestività, allertando immediatamente il 118. In pochi istanti, un’ambulanza è giunta sul posto per prestare i primi soccorsi, stabilizzare il paziente e trasferirlo d’urgenza presso l’ospedale “San Timoteo” di Termoli.

Una volta raggiunto il nosocomio termolese, il sessantenne è stato preso in carico dall’équipe medica, che ha provveduto alla somministrazione del siero salvavita. Dopo le cure iniziali, l’uomo è stato trasferito nel reparto di Rianimazione per un monitoraggio costante delle sue condizioni cliniche. Secondo quanto appreso, il paziente è fortunatamente fuori pericolo, ma i medici hanno preferito mantenere alta la soglia di attenzione per escludere complicazioni sistemiche legate all’azione del veleno.

L’episodio accende inevitabilmente i riflettori sulla pericolosità delle vipere, specie nei mesi caldi, quando il rettile è più attivo. Gli esperti raccomandano di non tentare mai il “fai da te” in caso di morso: non incidere la ferita, non cercare di succhiare il veleno e, soprattutto, evitare di perdere tempo cercando antidoti non autorizzati. La regola d’oro resta quella di mantenere la calma, limitare il movimento dell’arto colpito — per rallentare la diffusione del veleno — e chiamare immediatamente i soccorsi sanitari. Per l’agricoltore di Montecilfone, grazie alla rapidità dei soccorsi e alla competenza dei professionisti del “San Timoteo”, il peggio sembra ormai alle spalle.

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Cronaca

Orrore a Torino, cadavere fatto a pezzi nel cemento: fermata una professoressa reatina

Sconvolgente delitto a Torino, dove un 39enne è stato brutalmente massacrato a bastonate e il suo cadavere fatto a pezzi, nascosto nei sacchi neri e occultato sotto colate di cemento in un appartamento. Per l’efferato omicidio, maturato nel mondo della droga, sono finite in manette tre persone, tra cui la proprietaria di casa: si tratta di Nicole Formichetti, 46enne originaria di Rieti e insospettabile professoressa di italiano. Leggi i dettagli del macabro ritrovamento👇

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volante-carabinieri

Rieti – Un macabro, agghiacciante e oscuro giallo di sangue e violenza efferata sta letteralmente scuotendo nel profondo le coscienze dell’intero asse cittadino compreso tra la placida provincia laziale e il freddo capoluogo piemontese. Quella che in apparenza sembrava essere una normalissima e banale abitazione torinese, situata in via Gulli 46, si è improvvisamente e drammaticamente rivelata agli occhi degli increduli investigatori come la scena raccapricciante e sanguinolenta di uno dei delitti più cruenti, brutali e spietati degli ultimi anni. A finire direttamente e pesantemente nell’occhio del ciclone mediatico e giudiziario, scatenando un’onda d’urto emotiva fortissima anche in centro Italia, c’è un’insospettabile donna: la professoressa Nicole Formichetti, 46 anni, stimata professionista originaria proprio della città di Rieti. La donna, che da anni ricopriva orgogliosamente e quotidianamente il ruolo di seria insegnante di lettere e lingua italiana presso le aule dell’istituto tecnico e professionale statale “D’Oria” della cittadina di Ciriè (in provincia di Torino), si trova attualmente e formalmente in stato di fermo restrittivo fin dalla tarda serata di ieri, rinchiusa in attesa di giudizio. La reatina, infatti, risulta essere una delle tre misteriose persone fermate e gravemente indagate a vario titolo dalla Procura nell’ambito dell’intricata e complessa inchiesta giudiziaria aperta d’urgenza sulla tragica e brutale morte di Fabio Colapietro, un uomo di 39 anni residente a Settimo Torinese. Il cadavere del povero trentanovenne, in uno scenario da film dell’orrore, è stato infatti rinvenuto barbaramente fatto a pezzi, martoriato e accuratamente occultato all’interno del perimetro casalingo dell’appartamento di via Gulli, un’abitazione che risulta essere formalmente nella disponibilità e in cui viveva proprio la stimata docente laziale.

Il macabro ritrovamento: bastonate mortali, sacchi neri e colate di cemento

I dettagli operativi e cruenti che stanno lentamente e inesorabilmente emergendo a galla dalle delicatissime e primissime fasi delle indagini condotte a spron battuto dalla polizia scientifica delineano a tinte fosche un quadro di inaudita e cieca ferocia criminale.
Secondo la primissima, frammentaria ma solida ricostruzione effettuata dagli investigatori della Omicidi intervenuti sul posto, la vittima, il 39enne Fabio Colapietro, non avrebbe avuto alcuna possibilità di scampo o di difesa. L’uomo sarebbe stato brutalmente, vigliaccamente e ripetutamente colpito alla testa e al corpo con la violenza cieca di un pesante bastone, un’aggressione furibonda che non gli avrebbe lasciato via di fuga e che ne avrebbe decretato la rapida morte per trauma cranico sul pavimento dell’appartamento. Ma l’orrore puro si è materializzato soprattutto nella fredda e calcolata fase successiva, quella legata alla gestione e all’occultamento post-mortem del corpo. Nel macabro e maldestro tentativo di far letteralmente e per sempre sparire nel nulla ogni traccia fisica e biologica del povero uomo, i killer si sono improvvisati carnefici: i resti della povera vittima sono stati infatti orrendamente e chirurgicamente sezionati e fatti a pezzi con armi da taglio, per poi essere frettolosamente e igienicamente nascosti all’interno di normalissimi e capienti sacchi neri condominiali per la raccolta dell’immondizia. Non paghi di questa mutilazione, e nel folle e disperato intento di sigillare per sempre gli odori e le prove, i carnefici hanno successivamente gettato e stipato i sacchi ricolmi di resti umani all’interno di grossi e pesanti secchi da muratore, riempiendoli fino all’orlo con spesse colate di denso cemento a presa rapida, trasformandoli in veri e propri blocchi inespugnabili di morte da far sparire.

Chi è Nicole Formichetti: la prof accusata di soppressione di cadavere

La presenza e l’attivo coinvolgimento logistico all’interno di questo orrendo e malavitoso scenario criminale della 46enne di origine reatina rappresenta senza dubbio l’elemento più disturbante, straniante e sociologicamente incomprensibile dell’intera e triste vicenda di sangue.
Nicole Formichetti, una donna dal solido percorso culturale, che ogni mattina si recava in classe per insegnare con dedizione la grammatica e la nobile letteratura italiana a giovani studenti in formazione, si trova ora a dover rispondere penalmente di accuse gravissime e infamanti. Al momento attuale dell’inchiesta torinese, la Squadra Mobile ha proceduto al fermo della docente e di altre due persone presenti sul luogo: un giovanissimo ragazzo di 26 anni e un’altra giovane donna, la cui identità non è stata ancora completamente divulgata. I ruoli all’interno della stanza della morte appaiono però, agli occhi degli inquirenti, già tristemente e chiaramente ben delineati. Il ragazzo di 26 anni risulta essere formalmente e gravemente indiziato e sospettato di essere l’esecutore materiale dell’efferato e cruento omicidio a bastonate. La professoressa reatina Formichetti e l’altra giovane complice donna, invece, sono state tratte in arresto in quanto indiziate e formalmente accusate dalla Magistratura di favoreggiamento aggravato e del gravissimo reato di concorso morale e materiale nella feroce e barbara soppressione, mutilazione e occultamento del cadavere dell’uomo di Settimo Torinese. Un crollo morale e civile spaventoso, che getta un’ombra lunghissima, nera e incomprensibile sulla doppia vita che l’insegnante pare conducesse segretamente lontano dalle sicure mura e dalle aule della scuola tecnica piemontese.

La confessione shock alla madre nel cuore della notte e il movente della droga

L’intero, orribile, solido e imperdonabile castello di carte criminale eretto faticosamente e minuziosamente dagli assassini con secchi e cemento armato è però crollato miseramente, e in pochissime ore, non a causa di un banale errore logistico o di un indizio incastrato sotto le unghie della vittima, ma per colpa o merito di un imprevedibile e pesantissimo crollo psicologico e nervoso interno.
A far crollare il muro di omertà ea portare a colpo sicuro gli agenti di polizia e la scientifica a bussare direttamente e prepotentemente alla porta dell’appartamento degli orrori in via Gulli, infatti, è stata la telefonata disperata di una madre coraggio. Nel cuore della fonda notte di giovedì, la madre del presunto killer 26enne, in preda allo shock più totale, all’angoscia e al panico genitoriale, ha composto con le dita tremanti il numero di emergenza 112. Lo ha fatto pochissimi minuti dopo che il proprio stesso figlio, evidentemente schiacciato dall’enorme peso della colpa e della situazione macabra in cui si era ficcato, aveva avuto un repentino cedimento emotivo e le aveva laconicamente e freddamente confidato al telefono la mostruosa verità: “Mamma, abbiamo fatto un casino, abbiamo ucciso una persona in via Gulli”. Una soffiata disperata che ha immediatamente e provvidenzialmente fatto scattare il blitz notturno e irruzione a sirene spiegate delle Volanti, permettendo di bloccare la scena del crimine prima che i secchi di cemento venissero occultati all’esterno. Sebbene la tenace e meticolosa Squadra Mobile di Torino stia ancora faticosamente e febbrilmente lavorando senza sosta per cercare di ricostruire e incastrare in maniera cronologica e inoppugnabile i singoli e fatali ruoli, i movimenti esatti e le singole responsabilità penali dei tre fermati durante quella notte di follia, il movente dell’efferato massacro appare già tristemente chiaro. Gli inquirenti collocano infatti saldamente e senza ombra di alcun dubbio il brutale delitto all’interno di un sordido, disperato e violento contesto criminale di bassofondo metropolitano, strettamente e unicamente legato e correlato all’ambiente dello spaccio, del consumo e del letale traffico di sostanze stupefacenti e droga pesante.

Le indagini della Procura: si attendono le decisioni sulle misure cautelari

Attualmente, la macchina inesorabile e implacabile della giustizia piemontese si è messa in rapido ed efficace movimento per blindare l’inchiesta.
I tre fermi di polizia giudiziaria (compreso quello riguardante l’insospettabile insegnante originaria del reatino) sono stati immediatamente disposti e vidimati in via d’urgenza dal Pubblico Ministero di turno, al fine evidente di impedire possibili e probabili fughe, pericolosi inquinamenti inquinamenti delle prove sul luogo del delitto o reiterazioni del reato. L’intera inchiesta giudiziaria, che scuote pesantemente anche la comunità laziale, è ora in attesa dei prossimi, cruciali e imminenti passaggi tecnici legali. Nelle prossime e decisive ore di attesa, infatti, la Procura della Repubblica di Torino chiederà ufficialmente e formalmente al Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) del tribunale cittadino di procedere con gli interrogatori di garanzia, di convalidare definitivamente i fermi effettuati nella notte e di applicare in maniera definitiva e dura le dovute misure cautelari in carcere per tutti gli indagati. Resta ancora tutto da chiarire il ruolo psicologico o l’eventuale grado di sudditanza che può aver spinto una matura, affermata e stimata professoressa di lettere del centro Italia a sporcarsi le mani di cemento e di sangue all’interno del proprio appartamento, coprendo e agevolando uno degli omicidi più crudi e barbari che le cronache nere del torinese ricordino a memoria d’uomo. Un enigma umano e criminale oscuro che solo i lunghi interrogatori nei corridoi del carcere potranno forse, lentamente, riuscire a sciogliere in maniera definitiva.

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Cronaca

Emergenza lupi in Italia: bracconaggio in Toscana e la lotta per salvare i cuccioli in Umbria

La convivenza con i grandi predatori si trasforma in una spietata guerra aperta nelle campagne italiane. Nel Pisano, una femmina di lupo in fase riproduttiva è stata brutalmente uccisa a colpi di fucile: ritrovata agonizzante in via del Paduletto (Vecchiano), la carcassa è ora sotto esame autoptico, mentre a poca distanza è stato trovato morto anche un cucciolo. Gli ambientalisti puntano il dito contro l’apertura della stagione venatoria e il bracconaggio, mentre gli allevatori toscani (che hanno segnalato oltre mille lupi negli ultimi 4 anni) lamentano danni incalcolabili alle greggi a causa dello stress da predazione. Nel frattempo, si è da poco aperto il via libera politico del Ministero agli abbattimenti controllati (fino a 180 lupi in Italia). Il biologo Marco Del Frate lancia però l’allarme: uccidere un lupo adulto distrugge la struttura del branco, lasciando “giovani inesperti e scalmanati” che attaccano le prede più facili, aggravando i danni. Una teoria tragicamente confermata dal dramma che si sta vivendo in queste ore in Umbria, dove 5 piccoli lupi orfani vagano denutriti e malati: uno è morto investito, uno è spirato per stenti, due sono dispersi e l’unica sopravvissuta, la cucciola Zira, lotta tra la vita e la morte con una zampa fratturata e la rogna. Leggi l’approfondimento sul problema lupi in Italia e scopri come aiutare i volontari umbri a salvare la vita di Zira👇

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Lupi

Pisa – Il delicatissimo, aspro e sempre più polarizzato dibattito nazionale sulla complessa convivenza forzata tra i grandi predatori selvatici e le attività umane continua purtroppo ad arricchirsi di pagine drammatiche e inchieste penali, trasformandosi sempre più spesso in un vero e proprio scontro a fuoco aperto nelle nostre campagne. La tensione sociale, da tempo latente tra le associazioni ambientaliste e il mondo agricolo e venatorio, è definitivamente esplosa in seguito a due gravissimi fatti di cronaca che hanno macchiato di sangue le regioni del Centro Italia, accendendo i riflettori su una vera e propria emergenza gestionale. L’ultimo e più macabro ritrovamento è avvenuto nella giornata di martedì scorso, quando la carcassa insanguinata di una femmina di lupo, confermata dai veterinari come un prezioso e raro esemplare in fase riproduttiva, è stata rinvenuta abbandonata e priva di vita in una brulla zona sottomonte situata all’interno della provincia di Pisa. L’animale selvatico è stato brutalmente giustiziato a colpi di arma da fuoco mentre si trovava in via del Paduletto, nel territorio comunale di Vecchiano. Un’esecuzione crudele e spietata che non le ha concesso una morte pietosa e rapida: secondo le primissime e raccapriccianti indiscrezioni trapelate, la lupa non sarebbe morta subito dopo l’impatto letale del proiettile, ma avrebbe agonizzato atrocemente per diverse ore prima di spirare definitivamente a causa delle gravissime ferite riportate. L’intera e pesante carcassa è stata immediatamente posta sotto rigoroso sequestro giudiziario e trasferita in giornata dai Carabinieri Forestali presso le strutture specializzate dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale, che provvederà ad eseguire una meticolosa autopsia balistica per cercare di risalire all’arma utilizzata dal bracconiere.

Orrore nel Pisano: femmina riproduttiva e cucciolo uccisi a fucilate

A sollevare pubblicamente il caso e a presentare un formale esposto-denuncia contro ignoti presso le autorità competenti è stato Maurizio Baglioni, attivissimo e determinato responsabile nazionale del Sindacato per la Biodiversità e gli Ecosistemi.
Le dichiarazioni di Baglioni dipingono un quadro a tinte fosche, rivelando un dettaglio ancora più inquietante: non si tratterebbe affatto di un caso isolato. Il sindacalista ha infatti denunciato apertamente il contemporaneo e sospetto ritrovamento di un giovanissimo cucciolo di lupo, trovato morto non molto distante dalla carcassa della madre riproduttiva, precisamente nella località di Arena Metato (nel limitrofo comune di San Giuliano Terme). In questo secondo caso, le indagini formali sulle reali cause del decesso sono attualmente ancora in pieno corso, ma l’ombra scura del bracconaggio organizzato si allunga minacciosa sull’intero territorio pisano. Il sindacato ambientalista non usa mezzi termini e fa strategicamente corrispondere, calendario alla mano, la tempistica del vile e mortale ferimento della lupa esattamente «al giorno dell’apertura generale e ufficiale della stagione venatoria in tutta la regione Toscana». «L’evidente coincidenza temporale con l’apertura della caccia», ha tenuto a precisare diplomaticamente ma fermamente Baglioni, «non costituisce, da sola e giuridicamente, una prova inconfutabile della colpevolezza e della responsabilità diretta di un singolo cacciatore o dell’intera categoria venatoria. Tuttavia, alla luce dei fatti, riteniamo assolutamente e urgentemente necessario che venga minuziosamente verificato dalle Forze dell’Ordine chi fosse formalmente autorizzato, presente e armato in quell’esatta area territoriale interessata dal crimine, per capire quali attività venatorie o di altra natura fossero in corso. Il fucile illegale non è gestione del territorio, non è prevenzione dei danni, e certamente non è convivenza civile».

Agricoltori e politica: i danni alle greggi e il via libera agli abbattimenti

I due lupi brutalmente uccisi a colpi di fucile nel territorio pisano si inseriscono in un contesto sociale già fortemente esasperato dal moltiplicarsi esponenziale dei casi di avvistamenti notturni nei centri abitati e dalle crescenti, rabbiose lamentele provenienti dal mondo agricolo e pastorale toscano.
«Il vero, drammatico problema economico non è limitato soltanto alla conta del singolo animale d’allevamento fisicamente ucciso e sbranato dai lupi», ha denunciato pubblicamente Luciano Nucci, presidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca Toscana. «Subire un improvviso e feroce attacco notturno da parte di un lupo o di un ibrido selvatico provoca uno shock e uno stress psicofisico enorme sull’intero gregge superstite, una condizione patologica che può arrivare a compromettere definitivamente e irreparabilmente l’intero ciclo produttivo e vitale degli animali, causando nei mesi successivi una netta riduzione della preziosissima produzione di latte e ingenerando gravissimi problemi anche nella normale riproduzione stagionale». I numeri snocciolati dall’associazione di categoria parlano chiaro: dal 2021 fino ai primissimi mesi del 2025, sono arrivate sulle scrivanie regionali toscane ben 1.096 segnalazioni certificate e complete di esatta geolocalizzazione satellitare relative alla presenza del lupo. Una pressione numerica altissima, che ha recentemente spinto politicamente il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ad accogliere e ratificare ufficialmente il controverso “declassamento” giuridico (in gergo tecnico downlisting) dello status di protezione rigorosa e intoccabile della specie. La nuovissima normativa nazionale ha persino individuato matematicamente il numero massimo di lupi selavatici legalmente “prelevabili” (ossia abbattibili) annualmente per contenere l’emergenza: un tetto fissato a 180 esemplari in tutta Italia, di cui 22 riservati esclusivamente alla Toscana.

L’allarme del biologo: “Uccidere a caso distrugge il branco e peggiora i danni”

Di fronte alla rabbia degli allevatori e alle scellerate e criminali iniziative dei bracconieri armati, la scienza cerca faticosamente di far sentire la propria voce razionale e competente.
Il biologo esperto Marco Del Frate, che collabora stabilmente e attivamente con il Parco di San Rossore per l’attento monitoraggio e la tutela della specie, invita tutti alla massima prudenza, ricordando che «esiste un rigido protocollo normativo ben preciso, dettato da leggi europee, che porta alla valutazione scientifica del grado di confidenza o di effettiva pericolosità di un singolo individuo problematico. Solo dopo questa analisi si può attivare una catena di intervento che può passare dall’utilizzo di metodi incruenti di dissuasione acustica fino alla rimozione definitiva (generalmente tramite la cattura incruenta in gabbia) di individui considerati specifici e pericolosi». Del Frate lancia però un fortissimo e preoccupato allarme contro il bracconaggio selvaggio e incontrollato: la cosiddetta giustizia “fai da te” armata di fucile a pallettoni non è solo un gravissimo reato penalmente perseguibile ed eticamente sbagliato, ma è soprattutto un enorme e autolesionistico errore gestionale. «Sparare a caso nel mucchio rischia seriamente di acuire in maniera drammatica una situazione già di per sé molto problematica», avverte severamente il biologo. «L’uccisione indiscriminata di determinati individui adulti, infatti, determina inesorabilmente la completa e disastrosa destrutturazione interna dell’intero branco. All’interno di un branco consolidato, la perdita repentina e violenta di alcuni soggetti dominanti può alterarne per sempre i fragili equilibri sociali e venatori. Rimanendo improvvisamente orfani e privi della guida degli individui più adulti ed esperti nella caccia alle grandi prede selvatiche, gli esemplari più giovani si trasformano in un incontrollabile gruppo di adolescenti scalmanati abbandonati a se stessi, che, incapaci di cacciare nel bosco, finiscono inevitabilmente per attaccare le prede umane più facili, ovvero i greggi chiusi nei recinti, causando ancora più danni economici agli allevatori rispetto a prima».

Il dramma in Umbria: la mobilitazione per salvare la cucciola Zira

La terribile teoria del biologo toscano trova una tragica e straziante conferma pratica in quanto sta accadendo in queste drammatiche ore nella vicina regione Umbria, dove cinque giovanissimi cuccioli di lupo, tutti piccoli fratelli inermi facenti parte originariamente della medesima e numerosa cucciolata, sono improvvisamente rimasti orfani della madre, vagando completamente sperduti nei boschi in condizioni disperate di forte denutrizione e gravemente affetti dalla terribile rogna sarcoptica.
Per questi fragili e indifesi animali è iniziata una disperata, commovente e tragica corsa contro il tempo. Purtroppo, uno dei piccoli è stato ritrovato esanime e senza vita ai margini di una strada dopo essere stato brutalmente investito nella notte da un’auto pirata, mentre un secondo fratellino (soprannominato Twin) non è purtroppo sopravvissuto alla fame e alla malattia, spirando tragicamente dopo giorni di inutile agonia nonostante le assidue cure ricevute. Una terza cucciola, affettuosamente ribattezzata Zira dai suoi salvatori, è invece fortunatamente ancora viva e lotta come una leonessa per non arrendersi, assistita giorno e notte senza sosta dagli instancabili e generosi volontari dell’associazione di recupero Wild Umbria. Gli ultimi due fratelli dispersi, purtroppo, sono ancora liberi sul territorio e, nonostante le incessanti chiamate e segnalazioni dei cittadini, non sono ancora stati individuati dai soccorritori. A raccontare la straziante genesi dell’emergenza è stata la stessa onlus sulla propria seguitissima pagina social. “Cinque fratelli, una sola e debole possibilità di salvezza”, è il triste e rassegnato incipit del lungo e commosso post con cui Wild Umbria ha ufficialmente lanciato una necessaria e urgente raccolta fondi pubblica per riuscire a sostenere le altissime e gravose spese mediche delle cure destinate alla piccola superstite.
«Zira presentava una grave zampa fratturata, un quadro clinico fortemente denutrito ed era letteralmente e dolorosamente devastata su tutto il corpicino dalla rogna». La lupa è stata immediatamente sottoposta a un delicatissimo e costoso intervento chirurgico ortopedico e ora si trova in degenza controllata presso il centro di recupero specializzato per animali selvatici dell’associazione, dove viene amorevolmente assistita. «Il lunghissimo e ripido percorso riabilitativo che Zira ha davanti a sé è ancora terribilmente incerto. In pochissimi giorni questa enorme emergenza locale ha già richiesto importanti e non preventivate risorse economiche vitali per pagare le insostenibili cure veterinarie chirurgiche, per acquistare i farmaci specifici salvavita e per garantire una complessa e costosa alimentazione dedicata». Per questo motivo, l’appello disperato dei volontari è rivolto al cuore grande di chiunque possa permettersi di contribuire con una minima donazione monetaria, ma anche a chi, pur non avendo disponibilità, può semplicemente aiutare la causa decidendo di condividere il link della raccolta fondi sui propri profili social. «Per lei, oggi, possiamo ancora fare la nostra piccola ma vitale parte per restituirle, un domani, il bosco e la libertà», conclude speranzosa Wild Umbria.

Per chiunque volesse contribuire a salvare la piccola Zira, è possibile donare visitando la pagina ufficiale: https://gofund.me/ed61d8bff

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Cronaca

Tragedia al Colosseo: sette indagati per la morte del rocciatore abruzzese Andrea Moretti

La piaga delle morti sul lavoro insanguina il simbolo d’Italia: il Colosseo. Sette persone sono state iscritte nel registro degli indagati, con l’accusa di omicidio colposo, per la morte di Andrea Moretti, il giovanissimo e brillante rocciatore di 22 anni, originario di Crognaleto (in Abruzzo), precipitato fatalmente nel vuoto durante un turno di lavoro notturno. Il ragazzo, precipitato per dieci metri mentre cablava il nuovo sistema di illuminazione tra il secondo e il terzo anello dell’Anfiteatro, lavorava in quota appeso alle funi per conto di una ditta teramana che aveva ottenuto il subappalto dei lavori (finanziati dalla Tod’s e in via di inaugurazione il 9 ottobre). La Procura di Roma ha posto sotto sequestro l’attrezzatura e sta indagando sull’imbracatura: secondo i primi rilievi, la fune di sicurezza vitale sarebbe risultata tragicamente slegata al momento dell’impatto. La famiglia, accorsa a Roma, difende la memoria del ragazzo: “Non era uno sprovveduto, era un rocciatore molto esperto”, mentre i sindacati insorgono chiedendo maggiore tutela e controlli stringenti nei delicatissimi e pericolosi cantieri dei beni culturali. Leggi tutti i drammatici sviluppi dell’inchiesta capitolina👇

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Andrea Moretti

Roma – La drammatica e mai risolta piaga delle morti bianche, gli incidenti mortali sui luoghi di lavoro che insanguinano quasi quotidianamente l’Italia, colpisce ancora una volta, andandosi tragicamente a consumare all’ombra del monumento più celebre e iconico del nostro Paese. La spaventosa e inaspettata morte di Andrea Moretti, un giovanissimo e brillante rocciatore specializzato di appena 22 anni, precipitato fatalmente nel vuoto durante il turno notturno all’interno del cantiere di restauro e modernizzazione del Colosseo, ha profondamente scosso l’opinione pubblica nazionale e aperto un enorme e doveroso faro giudiziario sulle dinamiche dei lavori in quota. Per cercare di comprendere appieno e fare chiarezza sulle reali cause che hanno innescato la tragedia, la magistratura romana ha deciso di muoversi in maniera rapida e incisiva, puntando immediatamente la propria lente d’ingrandimento sulle stringenti normative di sicurezza adottate sul ponteggio e sull’intricata, complessa e spesso opaca catena dei subappalti. Nelle scorse ore, in seguito alle primissime indagini, ben sette persone sono state formalmente iscritte nel registro ufficiale degli indagati con la pesantissima ipotesi di reato di omicidio colposo in concorso. La vasta e minuziosa inchiesta penale è stata tempestivamente aperta dalla Procura della Repubblica di Roma con il fine primario di accertare tutte le eventuali responsabilità dirette o indirette per la morte prematura di Andrea, un ragazzo originario della piccola e laboriosa comunità abruzzese di Crognaleto e stabilmente residente nella vicina frazione di Tottea (in provincia di Teramo), la cui scomparsa ha letteralmente gettato nella totale disperazione amici, colleghi e l’intero comprensorio montano.

Il volo mortale di dieci metri: l’inchiesta su appalti e sicurezza

La fredda e spietata cronaca dei fatti ci riporta alla notte maledetta trascorsa tra martedì e mercoledì scorso.
Il giovane Andrea Moretti si trovava regolarmente al lavoro all’interno dell’Anfiteatro Flavio, impegnato in un’operazione tecnica di estrema precisione e delicatezza: stava provvedendo alle complesse attività di cablaggio notturno indispensabili per ultimare la realizzazione del nuovissimo e ipertecnologico impianto di illuminazione monumentale del Colosseo. Improvvisamente, per cause che gli inquirenti sono ora disperatamente chiamati a chiarire, il ventiduenne è inesorabilmente precipitato nel vuoto, compiendo un fatale e terribile volo di oltre dieci metri d’altezza che non gli ha purtroppo lasciato alcuna via di scampo, andandosi a schiantare tragicamente in un’area buia e impervia situata tra il secondo e il terzo anello dello storico monumento romano.
Gli inquirenti e gli ispettori del lavoro, coordinati costantemente dal procuratore aggiunto capitolino Antonino Di Maio, stanno letteralmente e meticolosamente passando al setaccio tutta la documentazione relativa all’intera e fitta catena degli appalti principali e dei subappalti operativi. L’obiettivo primario della magistratura è fare luce assoluta sulle reali norme di sicurezza fisiche applicate quotidianamente e notturnamente nel cantiere, verificando se vi siano state carenze gestionali, omissioni di controllo da parte dei preposti, o pressioni indebite sulle tempistiche di consegna capaci di abbassare la soglia di attenzione dei lavoratori impegnati in quelle estenuanti e pericolosissime mansioni “in quota” sui beni architettonici.

Il giallo dell’imbracatura: la fune di sicurezza era slegata?

Allo stato attuale delle indagini, il vero e inquietante nodo centrale dell’intera inchiesta romana ruota drammaticamente attorno a un singolo, fondamentale dispositivo salvavita: l’imbracatura di protezione regolarmente indossata dal giovane operaio abruzzese al momento del sinistro.
In particolare, l’attenzione degli esperti della scientifica e dei tecnici dell’Ispettorato del Lavoro è totalmente focalizzata sulla fune di sicurezza principale (la cosiddetta linea vita), quel robusto cavo tecnico che avrebbe dovuto matematicamente, fisicamente e obbligatoriamente trattenerlo nel vuoto arrestando bruscamente la sua caduta in caso di malore o di involontaria perdita di equilibrio. Secondo le prime, allarmanti indiscrezioni trapelate in seguito ai meticolosi rilievi effettuati sul posto nell’immediato post-incidente, la vitale fune di ancoraggio sarebbe purtroppo risultata tragicamente slegata dal punto di appoggio o, peggio ancora, non agganciata in maniera idonea e corretta nel preciso momento in cui si è verificata la repentina caduta mortale.
Un mistero tecnico e procedurale gravissimo, che apre scenari inquietanti: si è trattato di un fatale e tragico errore umano in una frazione di secondo da parte del lavoratore, di un difetto strutturale improvviso del moschettone, oppure di una disastrosa e colpevole mancanza di punti di ancoraggio idonei predisposti dai direttori dei lavori sulle antiche pietre del monumento? Per cercare di chiarire e ricostruire con un grado di totale e scientifica esattezza la dinamica biomeccanica dell’incidente, la Procura ha immediatamente disposto un’approfondita perizia e una consulenza tecnica specializzata sull’intera attrezzatura da lavoro utilizzata dalla vittima, e ha contestualmente fissato per la giornata di lunedì lo svolgimento del fondamentale esame autoptico presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università La Sapienza, esame che dovrà chiarire, tra le altre cose, l’eventuale presenza di un malore improvviso antecedente alla caduta.

Il dolore della famiglia: “Andrea era giovane ma molto esperto”

Il dramma giudiziario e tecnico si scontra violentemente con l’incolmabile strazio umano e affettivo dei familiari, precipitati in un abisso di dolore. Nelle scorse ore sono arrivate a Roma, visibilmente e comprensibilmente distrutte dal lutto, la giovane fidanzata ventiduenne di Andrea e sua madre.
Proprio la coraggiosa madre della giovane vittima ha voluto fin da subito rilasciare una netta, chiara e perentoria dichiarazione pubblica agli organi di stampa, per tutelare fermamente e orgogliosamente la memoria professionale e lavorativa del proprio amato figlio. La donna ha infatti tenuto a specificare in maniera inequivocabile che, nonostante la giovanissima età anagrafica, Andrea non era assolutamente il classico operaio sprovveduto, improvvisato o messo alle prime armi su un cantiere difficile per risparmiare sui costi di manodopera, ma era al contrario un tecnico rocciatore altamente qualificato e già molto esperto nel delicato e pericolosissimo settore del lavoro acrobatico su fune.
La sua immensa e bruciante passione per l’arrampicata, unita a una solida e rigorosa formazione tecnica, lo rendeva un lavoratore preparatissimo e consapevole dei rischi, rendendo la tesi della fatale negligenza o distrazione personale ancora più incomprensibile e difficile da accettare per chi lo conosceva intimamente. Il giovane talento abruzzese lavorava regolarmente e con contratto per la ditta specializzata di proprietà di un parente stretto, una solida realtà imprenditoriale fondata nel 1968 e avente sede legale nel comune di Basciano (Teramo).

I subappalti Tod’s e la rabbia esplosiva dei sindacati laziali

L’azienda teramana per cui Andrea lavorava alacremente aveva recentemente e regolarmente ottenuto, all’interno della famigerata e complessa filiera edilizia, la gestione in subappalto delle delicate fasi finali dei lavori tecnici di illuminazione al Colosseo. L’imponente opera di restauro generale e di modernizzazione del sito, come noto, è stata direttamente commissionata dal Ministero della Cultura italiano ed è stata generosamente finanziata con fondi privati (per milioni di euro) dal noto gruppo della moda Tod’s, nell’ottica di un lodevole e massiccio piano di mecenatismo culturale. I lavori, peraltro, erano oramai giunti praticamente al termine, tanto che la sfarzosa e attesissima inaugurazione ufficiale del nuovo impianto illuminotecnico dell’Anfiteatro era già stata formalmente messa a calendario per il prossimo 9 ottobre.
E mentre la fredda macchina giudiziaria indaga sul rigoroso rispetto delle normative antinfortunistiche previste dal Testo Unico sulla Sicurezza per i lavori in quota, l’incidente mortale ha fatto inevitabilmente e fragorosamente esplodere la rabbia e l’indignazione delle parti sociali. Nelle scorse ore, i battaglieri sindacati confederali Cgil di Roma e del Lazio hanno sollevato una durissima protesta pubblica, invocando l’apertura immediata di un tavolo di confronto istituzionale urgente. L’obiettivo delle sigle sindacali è quello di tutelare realmente e concretamente, e non solo a parole, i diritti fondamentali, i ritmi di lavoro e soprattutto la sicurezza fisica di tutti quegli operatori “invisibili” che, spesso di notte e appesi a un filo nel buio, vengono quotidianamente impiegati nella fondamentale salvaguardia e nel delicatissimo restauro del nostro immenso patrimonio culturale nazionale. L’ennesima tragedia sul lavoro che si consuma sotto gli occhi del mondo impone, ora più che mai, di fermare la strage.

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