Redazione- Chissà perche’ in Italia dietro ai grandi condottieri si nascondono sempre mezze figure, mezze calzette, cattivi consiglieri che cercano di far loro imboccare la strada sbagliata. Non è un fenomeno isolato, è oramai una costante quella dei cerchi magici, dei gigli magici, dei cerchi tragici.
Ce lo aveva chiarissimo Silvio Berlusconi, uomo di autentica genialità.
Le mosse migliori – fondare tre reti nazionali, scendere in campo politicamente – le ha fatte avendo i suoi più stretti collaboratori contro. Invecchiando, pero’, oltre a venir privato dell’uso del proprio cellulare e ad essere relegato dal cosiddetto “cerchietto magico” in una sorta di isolamento fintamente protettivo, anche nei confronti degli amici più stretti, e anche rispetto ai giornali e alle notizie che gli venivano sapientemente censurate, perse questa certezza e ne fu travolto.
Anche Stalin aveva Rasputin, e Putin ha Dugin. Ma parliamo di un livello filosofico altissimo, ben diverso dai mentori nostrani.
Il popolo italiano ha guizzi di intraprendenza, è popolo di inventori, di innovatori, di sperimentatori e poi attorno ai leader si raggruppano spesso figure opache, scialbe e smunte, che non solo non hanno proprio lo stesso livello del leader a cui dovrebbero fare da consigliori, ma sembrano quasi essere posti li da “sapienti manine” con lo scopo precipuo di indurli in errore. E spesso portano a termine, determinati e silenti, la loro mission, senza essere nemmeno scoperti.
Accade molto spesso che queste manine si diano molto da fare quando si accorgono di fenomeni nuovi, emergenti. E lì tentano di infilarsi, di piazzare loro adepti (chiamati in gergo “sondini”, di fatto “spie”) al fine di carpire informazioni il più possibile precise per poi provare prima a manovrare dall’esterno per influenzare gli eventi e le decisioni cicero pro domo loro, e infine cercare di penetrare sempre di più all’interno, e poi da una posizione dominante valutare il da farsi, tutto ovviamente per trarne un bieco profitto personale o di cordata, non certo nell’interesse del fenomeno emergente.
Con la legge elettorale che c’è oggi in Italia, tutta ispirata al modello Toscano, cioè alla legge elettorale nata nel 2014 dall’accordo tra Matteo Renzi (allora segretario del PD) e Denis Verdini (allora coordinatore di Forza Italia) gli spazi di democrazia sono davvero molto ridotti.
Ma il fantasma di Denis Verdini aleggia ancora fuori e dentro i Palazzi, è sempre stato presente nei momenti chiave della vita del Paese, vedi ad esempio alla vigilia della rielezione del Presidente della Repubblica nel 2022 quando – pur essendo ai domiciliari fu protagonista di una serie di incontri importanti su Roma presso il ristorante del figlio PaStation nella piazzetta in fondo a Via Uffici del Vicario – scrisse una lettera aperta indirizzata a Dell’Utri e Confalonieri indicando a Silvio Berlusconi la strategia da seguire circa i nomi da individuare per la carica di Presidente della Repubblica, suggerendo di lasciare a suo genero Salvini la possibilità di fare da kingmaker per l’occasione.
Verdini ha attraversato da protagonista occulto decenni di storia politica di questa nazione. Ha ricoperto ruoli di rilievo e la sua forte personalità ha determinato eventi e condizionato governi e coalizioni. Celebri sono rimaste le canzoncine che dedicava ogni mattina a Matteo Renzi, per indirizzarne le mosse.
Strategico il suo fondare nel 2015 il gruppo centrista ALA, scindendosi da Forza Italia, con l’obiettivo di offrire appoggio esterno alle riforme del governo Renzi, una sorta di prosecuzione in proprio del Patto del Nazareno che coinvolse Silvio Berlusconi ma che si ruppe nel 2015 proprio sul nome da designare per la carica di Presidente della Repubblica.
Verdini fu fondamentale anche al tempo del Primo Governo Conte-Salvini. I bene informati narrano di riunioni tenutesi coi capigruppo di Camera e Senato della Lega proprio alla vigilia della mitica crisi del Papete. Ebbene, anzichè andare alle elezioni come molti pensavano, vi fu lo schema delle porte girevoli: fuori la Lega e dentro il Pd.
Chissà che l’influenza di Verdini sul genero non si faccia sentire anche oggi.
Il generale Vannacci è pur sempre toscano e intrattiene coi toscani rapporti privilegiati. Uomo di grande fascino, rappresenta bene la novità. Le sue oltre 500 mila preferenze, ottenute alle elezioni europee da lui e soltanto da lui, senza l’ausilio della Lega, lo rendono un fenomeno oggi unico in Italia: da solo pesa molto di più del partito di Lupi che non arriva al 2 per cento. Per non parlare dei comitati pro-Vannacci che sono nati in tutta Italia, in maniera spontanea, dal basso, sull’onda del grande entusiasmo che il generale suscita e che lo hanno travolto appena ha reso noto la notizia della sua fuoriuscita dal partito di Salvini, sintomo evidente che il generale Vannacci incarna non solo la novità, ma anche la speranza per quei tanti italiani stanchi di vedersi scippare la democrazia e che vorrebbero tornare a far contare il proprio voto, e che hanno la volontà di scegliere i propri rappresentanti evitando che vengano designati preventivamente a tavolino dalle segreterie dei partiti o da non ben precisati gruppi di potere.
E’ nato spontaneamente anche un Centro Studi, sempre sull’entusiasmo suscitato da Vannacci. E’ il Centro Studi Rinascimento Nazionale che ha sede presso il Castello Sforzini di Castellar Ponzano ed è un think tank nato dalla proposta di Luca Sforzini, esperto d’arte e mecenate che ha visto nel generale una risorsa della Repubblica in grado di raddrizzare le sorti di questo Paese.
E qui nasce il paradosso. Perchè sulla scia del libro “il Mondo al contrario” nasce il Mac come movimento che porta avanti le idee che il generale Vannacci ha ben esplicitato nel suo libro rivoluzionario. Ma il Mac non diventa partito perchè nasce improvvisamente Futuro Nazionale. Viene annunciato per errore in una chat e solo dopo ne viene resa edotta la stampa.
Dopo di che cominciano a circolare su Fb e su internet tre strane circolari nate in Toscana e un regolamento che ben poco ha a che vedere con il concetto di democrazia. Coloro che sono politicamente smaliziati riconoscono il marchio di fabbrica, una manina ben nota alle cronache. Ma sarebbe un vero peccato se il generale – che ha avuto nel suo curriculum ben altri e più insidiosi nemici e ben altre e più pericolose trincee – anziché resistere come fece Ulisse al canto suadente e solo apparentemente rassicurante delle sirene, e procedere per la retta via della Politica con la P maiuscola, cedesse come ha fatto Salvini alla irresistibile tentazione di appartenere a una ristrettissima e influentissima casta di potere.
Perchè il consenso politico e la fiducia degli italiani sono alchimie difficilmente ripetibili. E non vanno traditi perchè… scivolare è un attimo!