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Salute

Esami di Maturita’: “si’, ma senza panico!” come gestire e superare con efficacia l’ansia da prestazione intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

Lucattini: “Oggi i ragazzi affrontano la Maturità immersi in una cultura esasperata della performance e della competizione, dove il voto finale rischia erroneamente di sovrapporsi al valore della persona”.

Lanciando il suo augurio ai Maturandi, la psicoanalista avverte: “Ricordate che il voto non coincide con il vostro valore. La Maturità valuta la preparazione in generale e il percorso scolastico ma non è un giudizio sulla persona nella sua totalità”.
Intervista di Marialuisa Roscino

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Redazione-  Nelle settimane che precedono le prove di Maturità, nei ragazzi può subentrare a volte, un’emotività eccessiva che si traduce poi in ansia da prestazione. “Le tecnologie sono utili se restano strumenti; diventano dannose quando prendono il posto del pensiero, del silenzio, dell’attesa e della fiducia. Imparare a governare lo smartphone, i social e l’ansia da connessione è già una forma di maturità” – evidenzia Lucattini -. Tra la paura della “pagina bianca”, il timore del giudizio della commissione e il carico di aspettative personali e familiari, il rischio di un blocco emotivo può così farsi sentire. E allora, come affrontarlo e superarlo con efficacia? Ne parliamo oggi in questa intervista con la Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

Dott.ssa Lucattini, quali sono secondo Lei i principali fattori e meccanismi psicologici che alimentano l’ansia da prestazione e lo stress da esame nei ragazzi che affrontano la Maturità?

L’ansia dei maturandi non nasce soltanto dalla quantità di studio o dalla paura di non ricordare. Naturalmente questi aspetti contano, ma l’esame di Maturità mobilita qualcosa di più profondo, è una prova simbolica, in cui l’adolescente sente di essere guardato, valutato e, in qualche modo, “misurato” nel proprio valore.

La Maturità riattiva il rapporto con il giudizio: il giudizio degli insegnanti, dei genitori, dei compagni, ma soprattutto quello interno, troppo spesso severo. In molti ragazzi si accende una voce interiore esigente, severa e giudicante. È questa pressione interna, più ancora della prova in sé, a trasformare l’esame in una minaccia.

La Maturità è anche una separazione. Finisce la scuola come luogo conosciuto, con i suoi ritmi, i suoi spazi, la classe, i professori, le amicizie quotidiane. Il ragazzo non teme solo l’esame: teme ciò che viene dopo. L’università, il lavoro, la scelta, l’autonomia. L’ansia allora diventa il segnale di un passaggio evolutivo, qualcosa si chiude e qualcosa di nuovo deve ancora prendere forma.

C’è poi un altro aspetto narcisistico importante, molti studenti vivono il voto come se coincidesse con il proprio valore. Un risultato non pienamente soddisfacente può essere percepito non come una valutazione scolastica, ma come una ferita personale, è fondamentale aiutare i ragazzi a distinguere il rendimento dal valore di sé. Per questo è importante trasmettere un messaggio positivo e non superficiale che l’ansia non va negata bensì compresa. Il coraggio non consiste nel presentarsi all’esame senza paura, ma nel riuscire a pensare, parlare e restare presenti anche mentre si prova paura. La Maturità, se contenuta emotivamente e non caricata di aspettative eccessive, può diventare un’esperienza trasformativa, non soltanto una prova da superare, ma un’occasione per scoprire di poter reggere il giudizio, tollerare l’incertezza.

Può spiegare come l’uso smisurato  dei dispositivi digitali e dei social network durante il ripasso può influire sui livelli di ansia dei maturandi e sulla loro capacità di concentrazione e memoria a lungo termine?

 

Le nuove tecnologie sono ormai parte integrante della vita degli adolescenti e non possono essere considerate soltanto un pericolo. Possono aiutare nello studio, offrire strumenti di ricerca, facilitare il ripasso, sostenere l’organizzazione e rendere più accessibili contenuti complessi. Tuttavia, nel periodo della Maturità, il loro uso può diventare ambivalente: da strumento di aiuto può trasformarsi in un fattore di dispersione, dipendenza e aumento dell’ansia.

Lo smartphone non è solo un oggetto tecnologico, ma spesso diventa un oggetto psichico: rassicura, distrae, consola, riempie il vuoto, attenua l’attesa. Il problema nasce quando il ragazzo non lo utilizza più soltanto per cercare informazioni, ma per sedare l’angoscia. Controllare continuamente messaggi, notifiche, gruppi di classe, video e social può diventare un modo per non restare solo con la propria paura dell’esame.

In questo senso, la tecnologia può interferire con una funzione fondamentale della Maturità, la capacità di raccogliersi, pensare, tollerare l’incertezza e sostenere il proprio tempo interno. L’esame richiede concentrazione, memoria, continuità dell’attenzione, capacità di collegare concetti e di esporli davanti a una commissione. L’uso frammentato e compulsivo dei dispositivi, invece, abitua la mente a passare rapidamente da uno stimolo all’altro, rendendo più difficile la profondità del pensiero.

C’è poi il tema del confronto. I social amplificano l’ansia prestazionale perché espongono continuamente ai risultati, ai metodi di studio, alle apparenti sicurezze degli altri. L’adolescente rischia così di spostare il centro da sé agli altri, dal proprio percorso al confronto continuo.

Anche il sonno è decisivo. Studiare fino a tardi con il telefono accanto, addormentarsi dopo video, chat o notifiche, controllare lo smartphone appena svegli significa non permettere alla mente di riposare e di consolidare ciò che ha appreso. Nei giorni della Maturità, proteggere il sonno è una vera misura di salute mentale e anche di efficacia nello studio.

Per questo non bisogna demonizzare la tecnologia, ma restituirle un limite. Il limite non è una punizione, è una forma di protezione dell’Io. Spegnere il telefono per alcune ore è un atto di libertà, non di rinuncia. Le tecnologie sono utili se restano strumenti; diventano dannose quando prendono il posto del pensiero, del silenzio, dell’attesa e della fiducia. Il messaggio da dare ai ragazzi è positivo: possono usare il digitale con intelligenza, senza esserne dominati. Imparare a governare lo smartphone, i social e l’ansia da connessione è già una forma di maturità (Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 2026).

Dott.ssa Lucattini, l’esame di Maturità viene vissuto dai ragazzi non solo come un test accademico, ma come la fine di un’era protetta. In che misura, l’ansia attuale è in realtà legata alla paura del futuro, delle scelte universitarie o lavorative, e come si gestisce questo senso di vertigine?

La prima postura mentale è non combattere l’ansia come se fosse un nemico. L’ansia va ascoltata, compresa e trasformata. In una certa misura, è il segnale che lo studente sta attraversando un passaggio importante: non soltanto una prova scolastica, ma una soglia evolutiva. La Maturità chiude un tempo protetto e conosciuto, quello della scuola superiore, e apre a una fase più autonoma della vita. L’ansia da esame nasce spesso dal conflitto tra il desiderio di riuscire e la paura di fallire, tra l’Io che cerca di organizzarsi e un Super-Io interno che giudica, pretende, confronta, rimprovera. È molto utile aiutarli a dare un nome alla paura: paura di deludere, di non essere abbastanza preparati, di non ricordare, di non piacere alla commissione, di non corrispondere alle aspettative dei genitori o alle proprie.

Una  gestione efficace delle emozioni comincia dalla realtà. Serve un programma e dei tempi di studio possibili, non onnipotenti. Meglio suddividere il lavoro in blocchi brevi e regolari, alternando ripasso, scrittura, esposizione orale e pause. Ripetere ad alta voce è molto importante, perché l’orale non richiede solo memoria, ma capacità di trasformare il sapere in parola. Parlare davanti a un familiare, a un amico o anche da soli aiuta a rendere meno persecutoria la scena dell’esame.

Un’altra strategia fondamentale è proteggere la salute fisica, pensare sempre che abbiamo anche un corpo. Il corpo dell’adolescente, sotto stress, parla: insonnia, mal di testa, tachicardia, nausea, irritabilità, fame nervosa o chiusura dell’appetito sono segnali da non banalizzare. Dormire, mangiare con regolarità, camminare, respirare lentamente, interrompere lo studio quando la mente è satura non sono perdite di tempo, ma strumenti di regolazione emotiva. Un Io stanco pensa peggio; un Io sostenuto riesce a ricordare, collegare e parlare meglio.

È utile anche ridurre i comportamenti di controllo compulsivo: confrontarsi continuamente con i compagni, cercare conferme sui gruppi, controllare programmi, previsioni, voti e simulazioni può dare un sollievo momentaneo, ma spesso aumenta l’angoscia. La Maturità non è una gara narcisistica con gli altri, ma un momento in cui ciascuno porta il proprio cammino. La commissione non valuta una macchina della memoria, ma una persona che ragiona, collega, si orienta.

Sentire l’ansia non significa essere deboli, ma avere un grande investimento emotivo nella Maturità. Attraversarla permette di scoprire che si può restare presenti anche sotto pressione. In questo senso la Maturità diventa davvero una prova di crescita, non perché bisogna essere perfetti, ma perché si impara a sostenere il giudizio senza perdere il contatto con la realtà (School Psychology, 2026).

 

In che modo i genitori possono essere vicini ai propri figli in questo momento delicato?

 

La Maturità riattiva anche nei genitori molte emozioni profonde, il ricordo della propria adolescenza, le aspettative non realizzate, il desiderio di riscatto, la paura che il figlio soffra o fallisca, ma anche l’angoscia della separazione. Il rischio è che la normale ansia degli adulti venga inconsciamente proiettata sui figli, così figli finiscono così per portare non solo la propria ansia, ma anche quella dei genitori.

È importante che i genitori comunichino un messaggio chiaro e assertivo che hanno fiducia nel percorso dei loro figli, l’esame è importante, ma non definisce chi sono, né il loro valore. Questa fiducia ha un effetto profondamente rassicurante, perché permette loro di separare il proprio valore dal voto e affrontare la prova con maggiore libertà interiore.

La funzione genitoriale, in questo momento, è una funzione importantissima di aiutare il figlio a pensare quando l’ansia confonde, a riposare quando il corpo è saturo, a ridimensionare quando la paura diventa catastrofica. Non servono genitori perfetti, servono genitori presenti, capaci di non invadere e di non ritirarsi.

La Maturità è una prova anche per la famiglia, per i figli che imparano a sostenere il giudizio; per i genitori, che imparano a lasciar crescere. Quando l’amore non viene confuso con l’aspettativa, e la fiducia non viene sostituita dal controllo, l’esame può diventare non solo un traguardo scolastico, ma un passaggio evolutivo condiviso (Journal of Health Promotion and Education, 2024).

 

Quale augurio e quali consigli si sente di dare ai ragazzi che affrontano gli esami di Maturità?

-Ricordate che il voto non coincide con il vostro valore. La Maturità valuta una preparazione e un percorso scolastico, non la persona nella sua interezza;

-Imparate ad ascoltare l’ansia senza timore. L’ansia non è un fallimento, riconoscerla aiuta a trasformarla in attenzione, energia e presenza per superare la prova.

-Studiate con metodo. Serve organizzare il tempo, ripassare con regolarità, fare pause e imparare a esporre con chiarezza;

-Proteggete il sonno, il corpo e i ritmi quotidiani. Dormire, mangiare, camminare, fare sport sono parte dello studio. Mens sana in corpore sano;

-Usate la tecnologia con saggezza, ma non fatevi usare da essa. Nei giorni dell’esame ottimizzate il tempo a vostra disposizione;

-Non trasformate l’esame in una gara con gli altri. Ogni studente arriva alla Maturità con la propria storia, il confronto continuo alimenta l’ansia mentre concentrarsi su di sé la riduce.

-Pensate che la Commissione è lì per ascoltarvi; l’esame è un’occasione pensare, collegare, riflettere e crescere.

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Salute

Chirurgia personalizzata all’ospedale San Carlo di Nancy: salvato un giovane paziente oncologico

🏥 Un trentenne con una storia oncologica complessa torna a vivere dopo aver affrontato una calcolosi massiva, grazie all’intervento “su misura” del prof. Alessandro Calarco all’Ospedale San Carlo di Nancy. Un esempio di eccellenza urologica che restituisce dignità e salute oltre ogni previsione.

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#SanCarloDiNancy #Urologia #Medicina #SanitàRoma

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Alessandro Calarco Ospedale San Carlo di Nancy

Redazione-  Il percorso di cura che ha coinvolto A., oggi trentenne, rappresenta una sintesi estrema tra la resilienza del paziente e l’innovazione tecnologica applicata alla pratica clinica urologica. La sua storia, iniziata nell’infanzia con una diagnosi di neoplasia tra vescica e prostata a soli due anni, è un susseguirsi di chemioterapie, cicli di radioterapia e molteplici ricostruzioni chirurgiche dell’apparato urinario. Queste procedure, pur salvandogli la vita in tenera età, hanno lasciato in eredità un’anatomia profondamente alterata, caratterizzata da una fragilità cronica che ha segnato ogni fase della sua giovinezza.

Per decenni, A. ha convissuto con l’incontinenza e le limitazioni funzionali derivanti dagli esiti dei trattamenti oncologici. Tuttavia, la situazione è precipitata quando una calcolosi massiva ha colpito sia la neovescica che i reni. Gli stent, essenziali per il drenaggio urinario, si erano calcificati fino a diventare impossibili da rimuovere con le tecniche operatorie standard. Dopo aver ricevuto il rifiuto da parte di diverse strutture ospedaliere, che consideravano il quadro clinico ormai inoperabile, la svolta è arrivata presso l’Ospedale San Carlo di Nancy, struttura romana accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale e parte di GVM Care & Research.

Un approccio chirurgico sartoriale per sfide complesse

È qui che il giovane ha incontrato il professor Alessandro Calarco, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Urologia. La condizione di A. non richiedeva solo competenza tecnica, ma una visione d’insieme capace di superare i limiti della chirurgia tradizionale. Il paziente, arrivato al pronto soccorso in preda a dolori lancinanti e senza alcuna alternativa terapeutica, ha trovato nel team di Calarco la determinazione necessaria per affrontare una sfida che molti consideravano persa in partenza.

L’intervento risolutivo, eseguito con successo, ha previsto una procedura combinata di straordinaria precisione. I chirurghi hanno operato attraverso accessi simultanei: una tecnica chirurgica percutanea retroperitoneale sui reni, unita a un intervento transaddominale sulla neovescica. Questa modalità ha permesso di bonificare le aree critiche, superando le difficoltà poste da un’anatomia che presentava cicatrici estese e una conformazione interna notevolmente diversa da quella fisiologica. La capacità del team di adattare la chirurgia alle specifiche esigenze del ragazzo ha trasformato un caso clinico giudicato proibitivo in un successo terapeutico.

Il valore della personalizzazione in urologia

Il professor Calarco sottolinea come il successo non sia dipeso solo dalla destrezza manuale, ma dalla volontà di non rassegnarsi a prospettive limitanti. Per i medici di medicina specialistica, la gestione di pazienti con una storia oncologica pregressa così lunga rappresenta un terreno di confronto con i limiti della scienza medica. Ogni centimetro di tessuto operato ha richiesto una valutazione prudente, tale da garantire la massima efficacia senza compromettere l’equilibrio del paziente.

L’eccezionalità di questo approccio è stata riconosciuta anche dalla comunità scientifica di settore: il caso di A. è stato presentato al Congresso Nazionale di Urologia, venendo citato come esempio virtuoso di trattamento personalizzato. La medicina moderna, infatti, tende sempre più verso questa direzione “sartoriale”, dove il protocollo viene adattato al corpo del paziente e non viceversa. Per A., il risultato è un ritorno a una quotidianità finalmente priva del dolore costante che lo aveva perseguitato per mesi.

Nonostante la natura cronica della sua condizione richieda controlli periodici e possibili interventi di revisione futura, il cambiamento nella sua qualità di vita è radicale. Il giovane, che oggi può condurre una quotidianità quasi del tutto normale, definisce questo traguardo come il dono più grande ricevuto dopo anni di battaglie cliniche. La sua testimonianza funge da monito sul valore fondamentale della fiducia tra medico e paziente e sull’importanza di non interrompere mai la ricerca di soluzioni, anche quando le cartelle cliniche sembrano non lasciare più spazio alla speranza.

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Salute

La riforma della disabilità e il ruolo della medicina legale: una valutazione più giusta e vicina alla persona

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Redazione-Roma è stata il fulcro del dibattito nazionale sulla sanità e i diritti civili durante il 47° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA). Al centro della discussione, il dottor Lucio Di Mauro, segretario nazionale della SIMLA, ha delineato i contorni di una trasformazione epocale che punta a riscrivere il rapporto tra istituzioni e cittadini fragili. La riforma della disabilità, che si sta attuando in questa fase in Italia, non rappresenta solo un aggiornamento normativo, ma un cambio di paradigma culturale che sposta l’attenzione dal concetto di invalidità clinica a quello di dignità umana e partecipazione sociale.

La nuova valutazione di base come pilastro del cambiamento

Il cuore pulsante di questa riforma è identificabile nella nuova “valutazione di base” della condizione di disabilità. Fino a oggi, il sistema era spesso percepito come un complesso ingranaggio burocratico, dove la persona veniva ridotta a una serie di codici e percentuali. Il nuovo approccio intende superare questa frammentazione, ponendo al centro l’individuo con le sue necessità quotidiane. Che si tratti di un minore in attesa di un supporto educativo scolastico, o di un adulto che aspira all’inserimento lavorativo, la procedura di valutazione non deve limitarsi a certificare una patologia, quanto piuttosto a comprendere come tale condizione influenzi la vita relazionale e operativa del singolo soggetto.

Questo passaggio di testimone verso un modello biopsicosociale, ispirato alla classificazione ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, presuppone una capacità di analisi più ampia. La medicina legale, in questo contesto, smette di essere un freddo tribunale di accertamento per trasformarsi in un attore proattivo del sistema di welfare. Il compito dei professionisti del settore diventa quello di tradurre le oggettive limitazioni fisiche o sensoriali in bisogni concreti, necessari per costruire un progetto di vita personalizzato.

Medicina legale come garanzia di omogeneità territoriale

Una delle criticità storiche del sistema italiano riguarda la disparità di trattamento. Un cittadino residente in Lombardia potrebbe trovarsi a fruire di percorsi e diritti differenti rispetto a un residente in Sicilia o in un piccolo comune dell’Appennino. La riforma, sotto l’egida dell’uniformità metodologica proposta da SIMLA, mira a eliminare queste divergenze. La medicina legale assume una funzione di garante: l’applicazione di criteri standardizzati su tutto il territorio nazionale è il presupposto di una giustizia sociale reale.

L’omogeneizzazione delle procedure non è solo una nobile ambizione tecnica, ma una necessità pratica. Ridurre il contenzioso giudiziario significa, in primo luogo, sollevare le famiglie dalla pressione di dover ricorrere alle aule di tribunale per veder riconosciuto un diritto che dovrebbe essere già garantito dalla legge. Le lunghe attese, tipiche del passato, sono state spesso causate da interpretazioni discrezionali e difformi del quadro normativo. Attraverso una formazione continua e una condivisione dei protocolli valutativi, i medici legali possono contribuire in modo determinante alla riduzione dei tempi di risposta, garantendo che ogni cittadino riceva una valutazione tempestiva e, soprattutto, equa.

Dalla misurazione all’inclusione sociale effettiva

Il superamento della logica puramente amministrativa è il punto di arrivo di questo percorso. Quando la medicina legale si concentra sull’ambiente che circonda la persona — la scuola, il posto di lavoro, la barriera architettonica nelle città — si trasforma in un presidio di equità. Non si tratta più solo di quantificare il danno, ma di definire quali strumenti siano necessari affinché il cittadino possa esercitare pienamente la propria cittadinanza. Questo approccio richiede che la valutazione sia un processo dinamico, capace di adattarsi ai cambiamenti della vita di una persona, evitando che la certificazione diventi un documento statico e superato.

Il lavoro svolto dai medici legali, in collaborazione con le altre figure sanitarie e sociali, diventa quindi l’anello di congiunzione tra le tutele previste sulla carta e la realtà vissuta. In questo scenario, la dignità della persona non è più un concetto astratto, ma il risultato di una procedura che rispetta la specificità di ogni storia individuale. L’impegno profuso da SIMLA durante il congresso conferma la volontà della categoria di porsi al servizio della collettività, interpretando il proprio ruolo deontologico come strumento per trasformare una pratica burocratica in un’occasione di autentica inclusione, dove il diritto alla salute e il diritto all’integrazione camminano finalmente di pari passo.

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Salute

Il premio Carlo Lauri valorizza le nuove eccellenze della ricerca odontostomatologica alla Sapienza

🦷 La prima edizione del Premio Carlo Lauri celebra il talento dei giovani ricercatori della Sapienza, unendo il ricordo di un professionista esemplare al futuro della ricerca odontostomatologica. Scopri i dettagli della premiazione e l’importanza del connubio tra accademia e territorio.

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#Sapienza #Odontostomatologia #RicercaScientifica #RomaCampidoglio

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 Redazione-  l’Aula Capozzi del Policlinico Umberto I è diventata il palcoscenico di un evento significativo per il mondo accademico e sanitario italiano. Si è tenuta la cerimonia conclusiva della prima edizione del Premio Carlo Lauri, un riconoscimento istituito per premiare le migliori tesi di laurea discusse presso la Sapienza Università di Roma durante l’anno accademico 2023/2024. Il progetto nasce da una collaborazione strategica tra il prestigioso ateneo romano e il Rotary Club Roma Campidoglio, con l’obiettivo dichiarato di sostenere i giovani clinici nel loro percorso di inserimento professionale e scientifico.

Un legame solido tra università e società civile

La giornata ha visto la partecipazione della Magnifica Rettrice, la professoressa Antonella Polimeni, che ha sottolineato il valore simbolico e concreto di questa iniziativa. Nel suo intervento, la Rettrice ha evidenziato come l’assegnazione di borse di studio in memoria di un professionista stimato rappresenti una doppia opportunità: da un lato, preservare l’eredità umana e professionale di Carlo Lauri, offrendolo come modello di integrità ed eccellenza agli studenti; dall’altro, concretizzare il diritto allo studio attraverso il riconoscimento tangibile del merito.

Il concetto di “terza missione” dell’università, ovvero la capacità dell’istituzione di dialogare attivamente con il territorio e le sue realtà sociali, è stato al centro dell’analisi del professor Umberto Romeo, Direttore del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Maxillo Facciali. Secondo il docente, il partenariato con un ente radicato nella comunità come il Rotary Club Roma Campidoglio è fondamentale. Questo ponte tra il bagaglio di conoscenze accademiche e le necessità del tessuto sociale permette di trasformare la ricerca teorica in un contributo utile per la collettività, creando i presupposti per una crescita costante della qualità delle prestazioni sanitarie.

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Memoria, rigore scientifico e futuro clinico

Il momento più intimo della giornata è stato affidato a Carla Testa Lauri, che ha rievocato la figura del marito. La sua testimonianza ha restituito l’immagine di un uomo che, oltre alla competenza tecnica, ha saputo coniugare la professione medica con una profonda passione per la vita e per la libertà, valori che il premio intende tramandare alle nuove generazioni di dentisti e ricercatori. Il ricordo, dunque, non come atto formale, ma come guida etica per chi si affaccia oggi al mondo della sanità.

Sul piano squisitamente accademico, il presidente della commissione esaminatrice, il professor Alberto De Biase, ha tracciato un bilancio tecnico della selezione. Gli elaborati sottoposti al vaglio degli esperti hanno mostrato un livello qualitativo elevato, confermando la solidità del percorso didattico offerto dalla Sapienza. La qualità della ricerca presentata dai giovani neodottori indica una generazione di clinici rigorosa, capace di affrontare le sfide dell’odontostomatologia moderna attraverso l’applicazione di metodologie innovative e un approccio basato sull’evidenza scientifica.

La chiusura della giornata è stata affidata a Gabriele e Giorgio Lauri, che hanno consegnato ufficialmente le borse di studio ai vincitori. Il gesto ha segnato una sorta di passaggio di testimone, consolidando il legame tra la storia professionale e l’avvenire della ricerca. Con questa prima edizione, il Premio Carlo Lauri si propone come un appuntamento fisso nel panorama universitario capitolino, ribadendo l’importanza del sostegno ai talenti emergenti in un settore, quello della salute orale, che richiede un aggiornamento continuo e uno spirito analitico sempre acceso. L’attenzione verso il merito e l’integrazione tra eccellenza scientifica e finalità solidaristiche restano le pietre miliari su cui si fonda questa iniziativa, capace di unire istituzioni diverse in un unico obiettivo condiviso: il miglioramento della formazione medica italiana.

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