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Politica

Roma, l’onorevole Mazzocchi attacca l’assessore Alessandro Onorato: i moderati non voteranno mai la sinistra

🚨 BUFERA POLITICA A ROMA! Il Presidente dei Cristiano Riformisti, on. Mazzocchi, replica duramente all’assessore Alessandro Onorato sulla legge elettorale: “Si metta l’anima in pace, l’elettorato moderato, liberale e cattolico non voterà mai una sinistra massimalista a trazione Schlein-Conte-Bonelli. Difendere i listini bloccati solo per calcoli di coalizione significa avere paura del voto degli italiani. Noi sosteniamo il progetto di Carlo Calenda per restituire le preferenze ai cittadini”. I dettagli del comunicato 👇#roma #cristianoriformisti #onorevolemazzocchi #alessandroonorato #carlocalenda #leggeelettorale #riformestato #ellyschlein #giuseppeconte #centrosinistra #pagineutili

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l’On. Antonio Mazzocchi

La dura replica dei Cristiano Riformisti sulla riforma elettorale e sulle preferenze proposte da Carlo Calenda

Roma – Un rovente, dettagliato e quanto mai strategico scontro politico incentrato sulle future geometrie delle alleanze parlamentari, sulle riforme dell’architettura elettorale e sul posizionamento ideale del voto moderato e cattolico si è aperto ufficialmente nel cuore della capitale. Il Presidente del Movimento dei Cristiano Riformisti, l’onorevole Mazzocchi, ha rilasciato una dura e articolata nota ufficiale per replicare con fermezza alle recenti dichiarazioni pubbliche espresse dall’assessore capitolino Alessandro Onorato. L’esponente del centrosinistra romano, nel corso di una recente intervista giornalistica, si era scagliato apertamente contro il progetto istituzionale elaborato dal leader di Azione Carlo Calenda, incentrato sulla necessità di dare vita a più poli autonomi e di reintrodurre il sistema delle preferenze nominali sulla scheda per restituire centralità decisionale e sovranità agli elettori della penisola.
L’assessore Alessandro Onorato ha liquidato il piano centrista di Calenda sostenendo che la frammentazione dei partiti finirebbe inevitabilmente per favorire la coalizione di governo guidata da Giorgia Meloni. Per i vertici dei Cristiano Riformisti questa lettura viene giudicata come una argomentazione del tutto strumentale, dettata dall’illusione burocratica che l’area politica del Centro rappresenti una sorta di riserva di caccia esclusiva o di proprietà privata delle forze progressiste.

Il rifiuto del cartello di Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli da parte dei cattolici

L’onorevole Mazzocchi ha respinto categoricamente questa interpretazione, evidenziando il profondo, marcato e ormai strutturale distacco che separa l’attuale proposta della sinistra dalle reali istanze economiche del ceto medio e dell’elettorato liberale. Secondo l’analisi del movimento, l’assessore Onorato farebbe meglio a mettersi l’anima in pace in quanto i veri moderati italiani, ai quali la sinistra tenta goffamente di rivolgersi nel tentativo di allargare il proprio bacino civico nelle periferie urbane, non accetteranno mai di sostenere un cartello elettorale a trazione massimalista ed ecologista radicale, guidato stabilmente dall’asse composto da Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli. Per Mazzocchi, difendere l’attuale sistema elettorale bloccato dei nominati, solo per meri calcoli di coalizione o per paura dell’alternanza, significa temere il giudizio sovrano dei cittadini.
I Cristiano Riformisti hanno ribadito l’intenzione di continuare a battersi all’interno delle aule parlamentari per la valorizzazione del merito professionale, per la libertà di scelta degli amministratori locali e per l’edificazione di un Centro forte che guardi allo sviluppo economico della nazione. Questa visione programmatica intende porre al centro dell’agenda politica il buon governo e il sostegno alle imprese private, tenendosi a debita distanza da ogni sottomissione ideologica nei confronti del populismo assistenziale di stampo progressista.

La tutela della sovranità democratica e la pianificazione della griglia pomeridiana del giornale

La convergenza tra il rispetto dei valori cristiani e le riforme istituzionali si preannuncia come un tema di forte stimolo per il dibattito d’area in vista delle prossime scadenze regionali. La redazione del giornale continuerà a seguire le vicende dei movimenti centristi e i successivi tavoli sulla riforma della legge elettorale in modo totalmente neutrale, offrendo un servizio informativo utile e puntuale per aggiornare tutti i lettori attenti ai temi della politica, del lavoro, della scuola e dello sviluppo economico dei territori in Italia.

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Politica

FNV, Jonghi Lavarini lancia la sfida: “Sforzini ha ragione, basta mestieranti. I nostri eletti rinuncino al 50% dello stipendio!”

“Basta mestieranti attaccati alla poltrona! I nostri politici si dimezzino lo stipendio per finanziare il partito!”: la proposta-shock di Jonghi Lavarini che infiamma il dibattito! 🇮🇹 💶 Ricordate il durissimo editoriale in cui Luca Sforzini attaccava gli “impiegati della politica” e i cattivi consiglieri senza spessore? Ebbene, il noto esponente politico milanese Roberto Jonghi Lavarini (Il “Barone Nero”) ha risposto pubblicamente raccogliendo la sfida! “Sforzini ha pienamente ragione: per costruire un vero partito nazional-popolare dobbiamo cacciare i mestieranti e selezionare patrioti intelligenti, liberi e pensanti, che non abbiano bisogno dei soldi pubblici per vivere!”, ha tuonato Jonghi Lavarini. Ma non si è fermato qui, lanciando una provocazione pesantissima ai vertici di FNV: “Diamo un segnale forte agli italiani: obblighiamo tutti i nostri futuri eletti in Parlamento e nelle Regioni a devolvere il 50% del loro lauto stipendio al partito!”. Una proposta rivoluzionaria che rimetterebbe al centro la vera passione politica a discapito dei privilegi. Leggi il botta e risposta completo nel nostro articolo! 👇 ✂️ E voi, siete d’accordo con questa drastica proposta per dimezzare i famosi “stipendi d’oro” dei politici? Votate nei commenti!

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Jonghi Lavarini

Redazione  – Il durissimo, lucido e storico editoriale a firma di Luca Sforzini (in cui si criticava apertamente l’attuale classe politica, elogiando la strategia di Francesco Cossiga e mettendo in guardia i leader dalle “cornacchie nere” e dai cattivi consiglieri che si accontentano degli “yes-men”) non è passato inosservato. Al contrario, ha gettato un pesante sasso nello stagno del dibattito politico nazionale e, in particolar modo, all’interno degli ambienti patriottici e conservatori. A raccogliere per primo il guanto di sfida intellettuale lanciato dal Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale è stato Roberto Jonghi Lavarini, figura storica della destra milanese e noto alle cronache politiche e mediatiche con l’appellativo di “Barone Nero”. Ne è scaturita una riflessione che rilancia, e se possibile amplifica, le critiche feroci all’attuale mediocrità della politica italiana.

Il dibattito: la convergenza inaspettata tra Sforzini e Jonghi Lavarini

Attraverso una nota stampa ufficiale, Roberto Jonghi Lavarini ha voluto rispondere pubblicamente alle provocazioni di Sforzini, mettendo da parte le divergenze per concentrarsi sul bene superiore della Nazione.
«Se è vero che su molte tematiche di natura storica, culturale e squisitamente filosofica mi trovo a dissentire con Luca Sforzini», esordisce onestamente il Barone Nero, «sulle questioni invece puramente metodologiche e organizzative, come quelle brillantemente poste nel suo simpatico e pungente articolo sulle “cornacchie nere”, mi trovo assolutamente d’accordo e concordo in pieno con la sua visione d’insieme».
La diagnosi, insomma, è condivisa da entrambi gli esponenti: il sistema politico italiano soffre di una cronica mancanza di statura. La politica è diventata per molti un vero e proprio “mestiere” per sbarcare il lunario, piuttosto che una nobile missione per cambiare le sorti del Paese.

L’identikit della nuova classe dirigente: “Patrioti liberi e pensanti”

Jonghi Lavarini entra poi nel merito di quello che dovrebbe essere il vero obiettivo per chiunque voglia incidere nel futuro politico dell’Italia (con un riferimento esplicito al movimento FNV).
«Il punto è cruciale: se vogliamo costruire veramente e in maniera solida un grande e stabile partito nazional-popolare, serve elevare drasticamente il livello del dibattito», sottolinea con vigore. Ma come si ottiene questo risultato in un’epoca dominata dai social e dai consensi volatili? La risposta è nella dura selezione alla base. «Dobbiamo selezionare una classe dirigente che non sia composta dai soliti “mestieranti della politica” attaccati alla poltrona, bensì da veri patrioti. Persone intelligenti, profondamente libere dai condizionamenti, altamente preparate. Devono essere sì fedeli al capo e alla linea, ma allo stesso tempo devono rimanere autorevoli e pensanti, capaci di esprimere le proprie idee per migliorare il progetto comune».

L’indipendenza economica come garanzia di libertà morale

L’analisi di Jonghi Lavarini tocca poi un nervo da sempre scopertissimo nell’elettorato italiano: la connessione tra la dipendenza economica dalla politica e la perdita di indipendenza intellettuale del politico stesso. Secondo il Barone Nero, infatti, un buon dirigente dovrebbe essere «meglio se economicamente indipendente dai soldi pubblici e dai ricchi stipendi istituzionali», onde evitare che la paura di perdere il vitalizio lo trasformi nel classico “yes-man” (o “alzamano”, per dirla alla Sforzini) terrorizzato di contraddire i vertici del partito.

La provocazione (e la sfida) lanciata a FNV: taglio del 50% agli stipendi

A conclusione del suo intervento, Jonghi Lavarini lancia una vera e propria “bomba” programmatica, una proposta concreta e clamorosa che farà sicuramente discutere animatamente i militanti e i vertici dirigenziali: «Anzi, faccio una proposta concreta: perché FNV non si impegna fin da subito, statutariamente, ad obbligare i propri futuri eletti in Parlamento e nei vari Consigli Regionali a devolvere il 50% del proprio lauto stipendio direttamente alle casse del movimento? Questo sarebbe di certo un piccolo, ma estremamente chiaro e utilissimo segnale politico di rottura col passato!».
Una provocazione forte che rimette al centro il concetto di sacrificio personale e militanza disinteressata. La palla, ora, passa ai dirigenti. Chi sarà il prossimo ad accogliere la sfida?

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“Dagli straccioni alla feccia, da Cossiga a Vannacci”: la dura lezione di politica di Luca Sforzini (Centro Studi Rinascimento Nazionale)

“Dagli straccioni alla feccia, da Cossiga a Vannacci”: il durissimo editoriale di Luca Sforzini fa a pezzi l’attuale classe politica! 🦅 🇮🇹 Cos’hanno in comune gli “straccioni di Valmy” arruolati da Francesco Cossiga negli anni ’90 e la “feccia” rivendicata oggi dal Generale Vannacci? In un editoriale magistrale e storicamente impeccabile, Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) analizza i mali del trasformismo italiano. Cossiga arruolava i “riciclati”, ma erano uomini politici veri, con una solida scuola di pensiero e un grande mestiere parlamentare alle spalle. Oggi, invece, i leader politici si affidano ai “cattivi consiglieri” (le temibili cornacchie nere). Questi personaggi oscuri riempiono i partiti di yes-men, “alzamanine” e impiegati della politica pronti a tutto pur di non perdere la poltrona, perché hanno il terrore delle persone capaci che “fanno ombra”. “Un vero leader non ha bisogno di cortigiani che lo adulino, ma di uomini così grandi da avere il coraggio di dirgli quando sta sbagliando!”, sentenzia Sforzini. Leggi l’analisi completa, dalla genialità della Prima Repubblica alla pochezza odierna, nel nostro articolo! 👇 📰 E voi, chi considerate un “vero politico” nell’attuale panorama italiano?

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Cossiga

Editoriale di Luca Sforzini“Le parole, in politica, qualche volta hanno un destino curioso”. Inizia con questa riflessione, tanto amara quanto lucida, il nuovo e attesissimo editoriale a firma di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Un’analisi politica spietata e storicamente impeccabile che mette a nudo le fragilità dell’attuale classe dirigente italiana, tracciando un parallelismo audace e provocatorio tra i giganti della fine della Prima Repubblica e le chiacchierate mosse politiche odierne del Generale Roberto Vannacci.

“Dagli straccioni alla feccia”: provocazioni a confronto

Il Presidente Sforzini parte da un accostamento lessicale molto forte. Alla fine degli anni Novanta, l’allora ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiamava ironicamente i suoi fedelissimi gli “straccioni di Valmy” (riferimento alla storica battaglia del 20 settembre 1792, quando gli “straccioni” della Rivoluzione fermarono l’esercito prussiano dando inizio a una nuova era). Quasi trent’anni dopo, un altro leader politico sceglie di rivendicare per i propri seguaci la provocatoria definizione di “feccia”.
“Straccioni e feccia: due provocazioni volutamente irregolari, persino orgogliosamente offensive”, fa notare Sforzini. “Ma sarebbe un errore fermarsi alle parole. Perché, quando le parole si assomigliano, diventa ancora più interessante guardare gli uomini che vi stanno dietro. E, soprattutto, quelli che li scelgono”.
Sforzini ricorda magistralmente come Cossiga, nel suo coraggioso tentativo di rompere il bipolarismo della Seconda Repubblica per ricreare un grande Centro con l’UDR, raccolse uomini provenienti da esperienze diversissime: ex Dc, socialdemocratici, parlamentari in fuga. Erano dei “riciclati”, ammette l’autore. Ma non erano assolutamente degli “scarti”. Attorno al “Picconatore” si muovevano figure del calibro di Rocco Buttiglione, Clemente Mastella, Carlo Scognamiglio e Bruno Tabacci. Uomini ai quali era impossibile negare una cosa fondamentale: erano veri uomini politici, dotati di formazione, mestiere parlamentare e scuole di pensiero alle spalle.

La lezione di Cossiga: una geometria politica, non una tappezzeria

La differenza abissale tra ieri e oggi risiedeva nello spessore del leader. Francesco Cossiga aveva attraversato lo Stato in lungo e in largo, ricoprendo ogni carica istituzionale possibile: “Poteva permettersi il berretto frigio e le picconate perché dietro ogni provocazione c’erano diritto, storia e una concezione sacra dello Stato. Persino quando sbagliava, sbagliava in grande”.
Il fine ultimo di Cossiga non era quello di rubare un paio di parlamentari ad altri partiti per esibire una fotografia sui giornali. Il suo era un disegno architettonico superiore: voleva scardinare un sistema, scomponeva per ricomporre. Sforzini lo riassume con un aforisma tagliente: “Cossiga cercava una nuova geometria, non una nuova tappezzeria”.

Il pericolo delle “cornacchie nere” e dei cortigiani

Ed è qui che la lezione del passato diventa un monito per il presente. Un leader moderno può avere il consenso per rompere gli schemi, ma non può scegliere ogni singolo dirigente da solo. Deve inevitabilmente affidarsi a dei consiglieri. “Ed è lì che ricominciano a volare le cornacchie nere”, avverte duramente Sforzini.
Le cornacchie nere sono quei cattivi intermediari che infestano la politica moderna. “Adorano gli uomini piccoli perché gli uomini piccoli non fanno ombra”. Preferiscono l’obbedienza all’autorevolezza, l’alzata di mano passiva all’uomo dotato di un pensiero critico indipendente. Raccontano al capo di aver scovato una nuova classe dirigente, ma in realtà gli portano solo vecchi impiegati della politica, collezionisti di incarichi che controllano qualche pacchetto di tessere. Questi consiglieri misurano la crescita rubando un eletto al vicino: “Ma se cento sedie hanno semplicemente cambiato stanza, il palazzo non è diventato più grande”, sentenzia inesorabile Sforzini.

La differenza tra classe dirigente e meri esecutori

Il trasformismo non è un male assoluto, se chi cambia casacca porta con sé “un pezzo di Paese, una cultura, un’esperienza”. Ma per farlo, devi essere già Classe Dirigente. Altrimenti resti solo un banale esecutore.
L’appello finale di Sforzini a chiunque abbia davvero l’ambizione di cambiare la politica è cristallino: pretendete dai vostri consiglieri la statura. “Non servono cortigiani che vi dicano quanto siete grandi; servono uomini abbastanza grandi da potervi dire quando una vostra scelta è piccola. I buoni consiglieri rafforzano il capo scegliendo persone all’altezza del suo progetto; quelli cattivi lo indeboliscono scegliendo persone all’altezza di loro stessi”.
Di fronte alla deprimente situazione odierna, in cui si scambia l’oro per ciò che semplicemente luccica, l’autore conclude con un pizzico di amara nostalgia: “Quanto agli straccioni di Valmy, confesso una debolezza: avercene”.

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Politica

FNV, Luca Sforzini avverte i leader: “Attenti alle cornacchie nere, adorano gli uomini piccoli perché non fanno ombra”

“Attenti alle cornacchie nere: adorano gli uomini piccoli perché non fanno ombra!”. Il durissimo e lucidissimo editoriale politico di Luca Sforzini. 🦅 🇮🇹 Cos’hanno in comune gli “straccioni di Valmy” arruolati da Francesco Cossiga negli anni ’90 e la “feccia” rivendicata oggi dal Generale Vannacci? In un editoriale magistrale, Luca Sforzini analizza i mali della politica italiana odierna. Cossiga arruolava i “riciclati”, è vero, ma erano uomini politici veri (come Mastella, Buttiglione, Tabacci), con una scuola di pensiero, esperienza e capacità. Oggi, invece, i leader politici si affidano ai “cattivi consiglieri” (le cornacchie nere), personaggi oscuri che riempiono i partiti di yes-men, “alzamanine” e impiegati della politica pronti a tutto pur di mantenere una sedia. “Un capo forte non ha bisogno di cortigiani che gli dicano quanto è bravo, ma di uomini così grandi da avere il coraggio di dirgli quando sta sbagliando!”, sentenzia Sforzini. Leggi l’analisi completa, dalla Prima Repubblica alle dinamiche del trasformismo odierno, nel nostro articolo! 👇 📰 E voi, sentite la mancanza della “statura politica” dei grandi uomini della Prima Repubblica?

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Luca Sforzini

Editoriale di Luca Sforzini (FNV)“Ce ne fossero degli straccioni di Valmy organizzati da Cossiga: quella era classe dirigente vera, transfughi ma non scarti”. Inizia con questa lapidaria e profonda riflessione storica l’ultimo, tagliente editoriale di Luca Sforzini. Un’analisi politica lucida e spietata che mette a nudo i meccanismi, spesso deleteri, con cui si costruisce oggi il consenso in Italia, tracciando un parallelismo audace tra la fine della Prima Repubblica e le attuali e chiacchierate mosse politiche del Generale Roberto Vannacci.

Dagli “straccioni di Valmy” di Cossiga alla “feccia” di Vannacci

Sforzini parte da un accostamento lessicale molto forte. Alla fine degli anni Novanta, l’allora ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiamava ironicamente i suoi seguaci gli “straccioni di Valmy” (riferimento storico alla battaglia del 20 settembre 1792, quando gli “straccioni” della Rivoluzione fermarono l’esercito prussiano dando inizio a una nuova era). Quasi trent’anni dopo, il generale Vannacci rivendica per i propri fedelissimi la provocatoria definizione di “feccia”.
“Straccioni e feccia: due provocazioni intelligenti, orgogliosamente offensive”, fa notare Sforzini. “Ma quando le parole si assomigliano, diventa ancora più interessante guardare gli uomini che vi stanno dietro. E, soprattutto, quelli che li scelgono”.
Sforzini ricorda come Cossiga, nel suo coraggioso tentativo di rompere il bipolarismo appena nato per ricreare un grande Centro con l’UDR, raccolse uomini provenienti da esperienze diversissime: ex Dc, socialdemocratici, parlamentari in fuga. Erano dei “riciclati”, certo. Ma non erano assolutamente degli “scarti”. Attorno al “Picconatore” si muovevano figure del calibro di Rocco Buttiglione, Clemente Mastella, Carlo Scognamiglio, Bruno Tabacci. Uomini che si potevano amare o detestare, ma ai quali era impossibile negare una cosa: erano politici veri, con una solida formazione, un mestiere parlamentare e delle scuole di pensiero alle spalle.

La lezione di Cossiga: una geometria politica, non una tappezzeria

La differenza abissale tra ieri e oggi, secondo l’autore, risiedeva nello spessore del leader e nel suo progetto. Francesco Cossiga aveva attraversato lo Stato in lungo e in largo: professore di diritto, Ministro dell’Interno negli anni di piombo, Presidente del Consiglio, del Senato e della Repubblica. “Poteva permettersi le picconate e gli straccioni perché dietro ogni sua provocazione c’erano diritto, storia e una concezione sacra dello Stato. Persino quando sbagliava, sbagliava in grande”.
Il fine ultimo di Cossiga non era quello di rubare un paio di parlamentari ad altri partiti per il puro gusto di farlo. Il suo era un disegno architettonico: voleva scardinare un sistema, scomponeva per ricomporre. Sforzini lo riassume con una frase geniale: “Cossiga cercava una nuova geometria, non una nuova tappezzeria”.

Il pericolo delle “cornacchie nere” e degli yes-men

Ed è qui che la lezione del passato diventa un monito bruciante per il presente. Un leader moderno può avere la forza, il carisma e il consenso per rompere gli schemi, ma non può scegliere ogni singolo dirigente da solo. Deve affidarsi a selezionatori, consiglieri e intermediari. “Ed è lì che ricominciano a volare le cornacchie nere”, avverte duramente Sforzini.
Le cornacchie nere sono quei cattivi consiglieri che infestano la politica moderna. “Adorano gli uomini piccoli perché gli uomini piccoli non fanno ombra”. Preferiscono l’obbediente cieco alla persona autorevole, l’esecutore silenzioso (l’alzamano) all’uomo dotato di un pensiero critico. Raccontano al leader di aver scovato nuovi talenti, ma in realtà gli portano solo vecchi impiegati della politica che controllano un pacchetto di tessere o qualche poltrona. Questi consiglieri misurano la crescita del partito con banali calcoli matematici, rubando un eletto al vicino: “Ma se cento sedie hanno semplicemente cambiato stanza, il palazzo non è diventato più grande”, sentenzia Sforzini.

La differenza tra classe dirigente e “impiegati della politica”

Il trasformismo non è un male assoluto se chi cambia casacca porta con sé “un pezzo di Paese, una cultura, un’esperienza”. Ma per farlo, devi essere già parte di una vera Classe Dirigente. Altrimenti resti solo un arrampicatore sociale, la cui misera biografia coincide unicamente con le poltrone occupate.
L’appello finale di Sforzini a chiunque voglia davvero cambiare la politica è chiaro: pretendete dai vostri consiglieri la statura. “Non servono cortigiani che dicano al capo quanto è grande; servono uomini abbastanza grandi da potergli dire quando una sua scelta è piccola. Perché i buoni consiglieri rafforzano il capo scegliendo persone all’altezza del suo progetto; quelli cattivi lo indeboliscono scegliendo persone all’altezza di loro stessi”.
Di fronte allo scenario odierno, conclude Sforzini, non si può che provare una profonda nostalgia per gli “straccioni” di Cossiga. Loro, almeno, avevano visione e cultura. Le cornacchie nere di oggi, invece, si accontentano solo di ciò che luccica.

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