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Economia

L’Abruzzo e la piaga dei lavoratori fantasma, lo studio della Uil svela stipendi bassi e precarietà

🚨 ALLARME LAVORO IN ABRUZZO: SALARI DA FAME E BOOM DI “LAVORATORI FANTASMA” NELLO STUDIO CHOC DELLA UIL! 📉🛠️ Non bastano i numeri assoluti per cantare vittoria, bisogna guardare la realtà dei fatti. Il Rapporto INPS e l’Ispettorato del Lavoro svelano un quadro drammatico h24 nella nostra regione: la retribuzione media pro capite è bloccata a poco più di 20.000 euro all’anno, ben al di sotto della media nazionale e lontanissima dalla Lombardia. Il Segretario UIL Michele Lombardo e Massimo Longaretti lanciano la campagna “NO AI LAVORATORI FANTASMA” per difendere migliaia di giovani e donne intrappolati nel part-time involontario e nella precarietà strutturale, mentre la carenza di nidi e servizi costringe le madri alle dimissioni. Una denuncia forte, scritta con il cuore e con l’anima per la dignità dei lavoratori del territorio. Il focus completo del dossier 👇#uilabruzzo | #michelelombardo | #lavoratorifantasma | #precariatolavoro | #rapportoinps | #genderpaygap | #stipendibassi | #pescaracronaca | #pagineutili

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Michele Lombardo

I dati Inps sulle retribuzioni pro capite ed il gap con la Lombardia

Pescara – Ci sono analisi statistiche capaci di sollevare il velo di ottimismo che spesso accompagna i bollettini governativi sull’occupazione, svelando le ferite profonde e le disparità materiali che colpiscono quotidianamente migliaia di famiglie all’interno del circuito produttivo regionale. Il Servizio Uil Lavoro, Coesione e Territorio, in stretta sinergia con la segreteria della Uil Abruzzo, ha diffuso un dossier basato sui dati ufficiali del venticinquesimo Rapporto annuale dell’Inps e sulle ultime ispezioni dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Lo studio fotografa una precarietà strutturale in cui la retribuzione media annua pro capite dei dipendenti privati abruzzesi si attesta ad appena ventimila novecentosessantasei euro. Questo dato posiziona il territorio significativamente al di sotto della media nazionale, pari a venticinquemila trecentottantasette euro, evidenziando una distanza siderale rispetto ai trentunomila ottocentosessantasette euro censiti nei distretti della Lombardia.

La frammentazione dei contratti e la contrazione delle giornate effettivamente pagate riducono il potere d’acquisto dei salariati, i cui parametri contrattuali e le cui tabelle previdenziali scorreranno online a schermo intero sui display dei telefoni cellulari dei consumatori mobili.

Il part-time involontario delle donne ed la campagna contro i contratti frammentati

Il report evidenzia che all’interno dei confini regionali solo il sessantotto virgola nove per cento dei lavoratori privati extra-agricoli beneficia di un contratto a tempo indeterminato, mentre il restante tessuto sociale si ritrova incastrato nelle maglie del part-time involontario, escludendo l’uso di formule fisse o della parola faldone nei paragrafi. Il segretario generale della Uil Abruzzo, Michele Lombardo, ha spiegato come la nuova mobilitazione battezzata No ai lavoratori fantasma nasca proprio per restituire voce alla stanchezza di chi affronta un’esistenza lavorativa discontinua, priva di garanzie per la futura copertura pensionistica. I giovani under trenta costituiscono appena il venti virgola uno per cento della forza lavoro attiva, subendo una penalizzazione nei giorni di impiego che a livello nazionale si ferma a una media di centonovantotto giornate all’anno, un dato che frena i consumi della provincia.

I divari retributivi colpiscono duramente anche la componente femminile, che rappresenta il quarantuno virgola sei per cento degli occupati nel settore privato, proiettando le disparità di genere sui display dei telefoni dei nuclei familiari del distretto abruzzese.

Le dimissioni delle madri lavoratrici e la crisi dei servizi per l’infanzia

L’esame della segreteria sindacale, arricchito dalle valutazioni del dirigente Massimo Longaretti, mette in luce un gap salariale di genere che nel comparto privato sfiora il ventinove per cento, traducendosi in un assegno pensionistico lordo inferiore di oltre cinquecento euro rispetto a quello percepito dagli uomini. A questa disparità si aggiunge il dramma delle madri lavoratrici: nel corso dell’ultimo anno si sono registrate circa sessantamila convalide di dimissioni nei primi tre anni di vita dei bambini, un fenomeno che per il sessantotto per cento dei casi ha riguardato le donne, costrette ad abbandonare l’impiego a causa delle rigidità aziendali e della carenza strutturale dei servizi di supporto all’infanzia. Il sindacato esige risposte celeri per invertire una rotta che impoverisce le aree interne, affinché la stabilità contrattuale e l’adeguatezza dei salari tornino a essere le vere priorità per lo sviluppo e per il riscatto sociale della comunità.

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Economia

L’era dei robot e la crisi del ceto medio, il professor Antonino Galloni lancia la ricetta delle monete nazionali

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Cover libro

Roma – Esistono saggi economici capaci di ribaltare i dogmi dei mercati finanziari globali, offrendo una chiave di lettura lucida, ruvida e controcorrente sulle ragioni strutturali che stanno portando al collasso il potere d’acquisto delle famiglie. Il dibattito sulla tenuta dei sistemi occidentali si arricchisce di una profonda e paritetica riflessione saggistica nata dall’esperienza sul campo dell’economista e scrittore Antonino Galloni. All’interno del suo ultimo volume, l’intellettuale analizza i motivi per cui il modello capitalistico tradizionale si sia bruscamente inceppato dopo aver garantito per decenni la crescita delle produzioni materiali ed un’adeguata redditività aziendale. Secondo l’analisi del professore, l’attuale impianto non risponde più alle reali necessità della popolazione: i servizi immateriali incentrati sulla cura delle persone, sulla tutela ecologica e sulla manutenzione del patrimonio monumentale ristagnano vistosamente, impedendo lo sviluppo di un welfare inclusivo:<<

Caro professor Galloni, in questo libro si affronta un antico tema, ma in un’ottica diversa, riguardante cosa c’è che non  va più nell’ attuale economia.

 Finora il sistema economico capitalistico aveva garantito due cose: il più rapido sviluppo delle produzioni materiali e un’ adeguata redditività per la maggior parte delle imprese. Da qualche decennio, invece, ho notato che le produzioni di cui ci sarebbe più bisogno, vale a dire quelle immateriali (servizi di cura delle persone, dell’ ambiente e del patrimonio esistente) non crescono abbastanza, mentre quelle materiali ristagnano; inoltre la redditività della maggior parte delle imprese non consente più di coprire tutti i costi in modo adeguato.

 Ma allora non è vero che i robot, l’intelligenza artificiale e la meccanizzazione industriale funzionino alla grande?

 No, è verissimo; ma si guarda solo alle grandi dimensioni o a chi ha successo; non si pensa né che la domanda di beni materiali rallenta (e presto questo accadrà anche presso i BRICS), né che sta crescendo il disagio sociale perché i servizi di cura non riescono a risolvere a tutti i bisogni della popolazione.

Ma qual è la causa di tale fenomeno?

 Il mercato e le condizioni capitalistiche riescono a dare risposte solo al 30% della popolazione: i benestanti che possono pagare e i più poveri che sono ammessi all’ assistenza pubblica; il restante 70% non sa come fare; ci manca il 70% del pil?

Ma allora, qual è la soluzione, se c’è o dobbiamo fare pagare più tasse al ceto medio?

Non credo che questa sia la soluzione perché i veramente ricchi sono troppo pochi per garantire un gettito sufficiente e la classe media già paga più che abbastanza e s’impoverirebbe e scoppierebbe una guerra civile tra mezzo poveri e gli altri. No: la soluzione sta nell’ introdurre abbastanza moneta non a debito, fiscale o parallela a corso legale solo nazionale per affrontare il problema.

Ma allora si dovrebbe uscire dall’ euro e dall’ unione europea?

 Me lo auguro ma non è stressante necessario: con i Trattati ci siamo solo impegnati a non fare due cose; vale a dire emettere banconote in euro (che è competenza esclusiva della bce) e splafonare con le monete metalliche fino a due euro a corso legale in tutta l’eurolandia.

Quindi: statonote o biglietti di Stato, monete metalliche oltre i due euro a sola circolazione nazionale, nonché la valuta elettronica possono venire decise automaticamente.

Quindi, cosa manca?

 Ehhh… l’ho appena detto: manca l’autonomia della classe politica

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Economia

Poste Italiane lancia l’Opas totalitaria su Tim: Consob approva il documento, via dal 20 luglio

🚨 TERREMOTO FINANZIARIO: LA CONSOB APPROVA L’OPAS DI POSTE ITALIANE SU TIM! Svolta epocale sui mercati azionari. Con la delibera n. 24080 è stato ufficialmente approvato il documento d’offerta totalitaria volontaria. Il periodo di adesione per gli azionisti scatterà lunedì 20 luglio e si chiuderà l’11 settembre 2026, per un totale di 40 giorni di borsa aperta. Poste Italiane metterà sul piatto un corrispettivo misto per ogni azione TIM portata in adesione: 1,67€ in denaro contante più 0,218 azioni Poste di nuova emissione. Un’operazione mastodontica coordinata da Intesa Sanpaolo e Intermonte SIM, con Sodali & Co come information agent, pronta a ridisegnare i confini delle telecomunicazioni e dei servizi digitali in Italia. I dettagli del faldone 👇#posteitaliane | #tim | #opas2026 | #consob | #borsamilano | #telecomitalia | #finanzamercati | #intesasanpaolo | #pagineutili

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Consob

I termini della delibera Consob numero ventiquattromilaottanta ed il raggruppamento azionario

Roma – Un imponente, accurato e quanto mai clamoroso percorso di riassetto delle telecomunicazioni nazionali e valorizzazione degli investimenti infrastrutturali sul mercato finanziario della penisola, incentrato sulle riforme dei palinsesti dei controlli societari d’alto bordo e sulla necessità impellente di razionalizzare l’azionariato dei corpi sociali delle reti per tutelare il risparmio privato, registra l’approvazione di un faldone di rilievo macroeconomico. I commissari della Consob, mediante l’adozione formale della delibera numero ventiquattromilaottanta ratificata in data quindici luglio, hanno rilasciato il visto esecutivo sul testo del documento relativo all’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria promossa dai manager di Poste Italiane S.p.A. nei confronti delle azioni ordinarie quotate di Telecom Italia S.p.A. L’imponente scalata, strutturata in conformità con i moduli investigativi del Testo Unico della Finanza, si appresta ad aprirsi sul listino milanese per deliziare i mercati.

I dettagli del corrispettivo economico unitario risultano rettificati per mantenere intatta la sostanza patrimoniale dell’operazione a seguito del precedente raggruppamento deliberato dall’assemblea straordinaria dell’emittente Tim, una manovra contabile che proietta le nuove quotazioni sui display dei consumatori mobili.

La componente in denaro di 1,67 euro ed lo scambio di 0,218 titoli di Poste Italiane

L’intelaiatura dell’offerta prevede lo schieramento di un pagamento misto per ciascuna azione ordinaria portata in adesione entro i termini previsti dal calendario della bacheca finanziaria. Gli aderenti intercetteranno una quota di liquidità liquida in denaro contante quantificata in un euro e sessantasette centesimi, abbinata in via paritetica all’assegnazione di zero virgola duecentodiciotto azioni ordinarie di nuova emissione targate Poste Italiane, dotate di godimento regolare e destinate alla quotazione immediata sul segmento Euronext Milan. I termini di raccolta delle adesioni, concordati in cabina di regia con i funzionari di Borsa Italiana, scatteranno ufficialmente a partire dalle ore otto e trenta di lunedì venti luglio, protraendosi fino alle ore diciassette e trenta di venerdì undici settembre del duemilaventiseie, per un totale complessivo di quaranta sedute operative a mercato aperto.

Il regolamento finanziario ed il saldo dei capitali a beneficio degli azionisti che avranno validamente sottoscritto i moduli d’offerta avverrà il diciotto settembre, quinta giornata di borsa aperta successiva alla chiusura della sessione ordinaria, azzerando le pendenze di pagamento nella provincia capitalistica.

La riapertura dei termini a fine settembre ed il ruolo di Sodali come global information agent

Qualora sul campo di Milano si registrino i presupposti minimi stabiliti dal Regolamento Emittenti, i manager della finanza pubblica disporranno lo schieramento e la riapertura dei termini per ulteriori cinque sedute consecutive, pianificate nello specifico per le giornate borsistiche del ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro e venticinque settembre. In caso di attivazione di questa seconda finestra negoziale, il pagamento dei corrispettivi slitterà a venerdì due ottobre del duemilaventiseie, consentendo il completamento delle transazioni in totale sicurezza contrattuale. Il coordinamento e la raccolta delle schede di adesione sul territorio nazionale risulteranno gestiti dagli intermediari incaricati di Intermonte Sim e dagli specialisti di Intesa Sanpaolo, supportati dall’attività informativa internazionale avviata dall’agenzia Sodali & Co per assistere i nuclei familiari dei risparmiatori.

L’intera documentazione aziendale risulterà consultabile ed accessibile liberamente presso la sede legale romana di viale Europa, offrendo soluzioni rapide alle richieste di approfondimento formulate dalle agenzie di stampa e dai professionisti del settore forense della nazione in piena conformità con le leggi dello Stato.

I verbali delle commissioni di vigilanza borsistica ed i collegamenti con i siti delle Istituzioni

La promozione di queste grandi manovre di mercato costituisce un pilastro strategico fondamentale per incrementare la competitività industriale e l’attrattività dell’ecosistema digitale italiano all’estero, assicurando la trasparenza degli atti e la legalità delle riforme societarie. I cittadini, i piccoli azionisti ed i professionisti interessati a esaminare i testi integrali del faldone di offerta, consultare le statistiche storiche sulle quotazioni Tim o scaricare le delibere della commissione pubblica, possono collegarsi direttamente al portale telematico istituzionale della Commissione Nazionale per le Società e la Borsa per prendere visione dei documenti e delle bacheche ufficiali.

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Economia

Un’economia che valorizzi la dignità

La trasformazione tecnologica contemporanea non modifica soltanto gli strumenti della produzione,
l’organizzazione del lavoro o le modalità degli scambi. Essa investe più profondamente l’idea di sviluppo
che orienta le società, il significato attribuito alla libertà economica e la concezione dell’essere umano che
abita, spesso implicitamente, le istituzioni e i mercati.

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Editoriale

Redazione-  La trasformazione tecnologica contemporanea non modifica soltanto gli strumenti della produzione,
l’organizzazione del lavoro o le modalità degli scambi. Essa investe più profondamente l’idea di sviluppo
che orienta le società, il significato attribuito alla libertà economica e la concezione dell’essere umano che
abita, spesso implicitamente, le istituzioni e i mercati. L’intelligenza artificiale, la robotica e l’automazione
rendono possibile un’accelerazione senza precedenti dei processi produttivi e decisionali; proprio per
questo, tuttavia, esigono una riflessione capace di interrogare non soltanto ciò che la tecnica consente di
fare, ma soprattutto la direzione verso cui intendiamo condurla. Il problema decisivo non è stabilire se
l’innovazione debba essere accolta o respinta, ma comprendere secondo quali finalità essa debba essere
progettata, finanziata e governata. La tecnologia, infatti, non opera in uno spazio neutrale. Assume il
volto degli interessi che la orientano, delle strutture economiche che la sostengono, delle norme che la
disciplinano e della visione dell’uomo che ne ispira l’impiego. Può ampliare le opportunità, migliorare la
qualità dei servizi, liberare da attività pericolose e ripetitive; ma può anche accentuare le disuguaglianze,
consolidare concentrazioni di potere e trasformare la persona in una funzione misurabile mediante dati,
prestazioni e previsioni comportamentali. Un’economia autenticamente umana deve quindi assumere la
dignità della persona come principio originario e criterio permanente di valutazione. La dignità non può
essere richiamata soltanto a valle dei processi economici, quasi fosse un correttivo morale da applicare
dopo che le decisioni fondamentali sono state assunte. Essa deve informare l’intera architettura dello
sviluppo: l’accesso alle risorse, la configurazione dell’impresa, la qualità dell’occupazione, l’orientamento
del credito, la distribuzione dei vantaggi dell’innovazione e la responsabilità verso le generazioni future.
La libertà economica conserva, in tale prospettiva, una funzione essenziale. Essa esprime la creatività
umana, la capacità di iniziativa e la responsabilità di trasformare risorse e conoscenze in opportunità di
crescita. Non è però una libertà assoluta, separata dalle conseguenze sociali che produce. Come ogni
libertà autentica, trova la propria pienezza nella responsabilità e il proprio limite nel bene comune.
L’iniziativa imprenditoriale acquista così la forma di una vera vocazione quando non si limita alla
massimizzazione del rendimento, ma contribuisce alla costruzione della società, genera occupazione di
qualità, investe nelle persone e assume il territorio come luogo di appartenenza e di responsabilità.
L’impresa non è soltanto un’organizzazione del capitale e della tecnologia. È anche una comunità di
lavoro nella quale convergono competenze, aspirazioni, famiglie, relazioni e progetti di vita. Per questo il
lavoro non può essere considerato un semplice costo da comprimere o una variabile dipendente dalle
esigenze della redditività. Esso costituisce una delle forme fondamentali attraverso cui la persona
partecipa alla vita comune, esprime le proprie capacità, contribuisce al progresso sociale e acquisisce
l’autonomia necessaria per esercitare concretamente la libertà. La sua dignità non deriva esclusivamente
dal reddito che assicura. Il lavoro è riconoscimento, relazione, responsabilità e appartenenza. Consente
all’individuo di percepirsi non come destinatario passivo di assistenza, ma come soggetto capace di
concorrere alla costruzione della comunità. La sua perdita, pertanto, non determina soltanto una
privazione economica: può produrre insicurezza esistenziale, indebolimento dei legami sociali e
marginalità civile. Un ordinamento che non garantisca reali possibilità di partecipazione lavorativa rischia
di proclamare una libertà meramente formale, priva delle condizioni materiali necessarie al suo esercizio.
La transizione digitale rende tale consapevolezza ancora più urgente. L’automazione può accrescere la
produttività, migliorare la sicurezza e liberare l’intelligenza umana da mansioni alienanti.

Diviene tuttavia socialmente regressiva quando i vantaggi prodotti vengono concentrati in pochi soggetti, mentre i costi
dell’adattamento ricadono sui lavoratori, sulle famiglie e sui territori meno attrezzati. Una società nella
quale le macchine diventano progressivamente più efficienti, ma le persone più insicure, non realizza un
autentico progresso. Produce piuttosto una crescita priva di armonia, incapace di trasformare l’aumento
delle capacità tecniche in benessere condiviso. Non vi è nulla di inevitabile in questo esito. Le
conseguenze sociali dell’innovazione dipendono dalle decisioni politiche, economiche e istituzionali che
ne accompagnano l’introduzione. Ogni scelta di automazione contiene una determinata distribuzione dei
benefici e dei rischi; incide sui tempi di lavoro, sulle competenze richieste, sui livelli occupazionali e
sull’equilibrio dei rapporti contrattuali. Per questa ragione, gli effetti sulla persona e sulla comunità
devono essere valutati sin dalla fase progettuale e non soltanto affrontati quando si sono già trasformati
in esclusione o disoccupazione. È necessario sviluppare una responsabilità anticipatrice, capace di
integrare l’innovazione con politiche di formazione, riqualificazione e accompagnamento. Il lavoratore
non può essere lasciato solo dinanzi all’obsolescenza di competenze determinata da trasformazioni
sistemiche. La formazione permanente deve diventare una componente ordinaria della cittadinanza
sociale, accessibile lungo l’intero corso della vita e sostenuta dalla cooperazione tra istituzioni pubbliche,
università, imprese, organizzazioni dei lavoratori e corpi intermedi. Non si tratta soltanto di adattare le
persone alle richieste del mercato, ma di creare le condizioni affinché esse possano comprendere,
governare e orientare il cambiamento. Anche le forme di rappresentanza devono evolvere, aprendosi alle
professioni emergenti, al lavoro autonomo economicamente dipendente, alle attività mediate dalle
piattaforme e alle occupazioni che sfuggono alle categorie tradizionali. Nella società algoritmica, la tutela
del lavoro non riguarda più soltanto il salario, l’orario o la sicurezza fisica, ma comprende il diritto a
conoscere i criteri con cui vengono assegnate le mansioni, valutate le prestazioni e determinate le
opportunità professionali. Quando sistemi automatizzati intervengono nella selezione, nella promozione
o nell’interruzione di un rapporto, la decisione deve rimanere comprensibile, verificabile e contestabile.
La persona non può essere ridotta a un profilo probabilistico. Un algoritmo può individuare correlazioni,
ma non esaurisce la complessità di una storia individuale; può formulare previsioni, ma non possiede la
capacità morale di riconoscere la singolarità dell’altro. Questa distinzione assume rilievo non soltanto
nell’ambito lavorativo, ma anche nell’accesso al credito, ai servizi, alle assicurazioni e alle opportunità
economiche. L’efficienza decisionale non è sufficiente quando manca la possibilità di comprendere le
ragioni della scelta, correggere gli errori e far valere la propria posizione. L’impiego dei dati richiede
pertanto una cultura della responsabilità analitica. L’abbondanza delle informazioni non coincide
automaticamente con la conoscenza, così come la velocità di elaborazione non garantisce la qualità del
giudizio. Le decisioni affidabili presuppongono fonti verificabili, indicatori pertinenti, ipotesi alternative,
consapevolezza dell’incertezza e capacità di correggere i pregiudizi incorporati nei modelli. La razionalità
economica deve essere sufficientemente matura da riconoscere i propri limiti e da mantenere sempre
aperto uno spazio di valutazione umana. Tale esigenza riguarda anche la capacità delle istituzioni di unire
visione strategica e responsabilità operativa. Le politiche industriali, gli investimenti tecnologici e le scelte
formative devono essere pensati secondo un orizzonte di lungo periodo, ma continuamente confrontati
con i loro effetti concreti sui territori e sulle persone. Allo stesso tempo, l’esperienza quotidiana deve
poter correggere la pianificazione generale, affinché essa non divenga astratta o impermeabile alle
conseguenze che produce. La buona governance nasce da questa circolarità tra previsione, osservazione,
verifica e apprendimento. Una più ampia concezione dello sviluppo esige inoltre il superamento della
centralità esclusiva del Prodotto Interno Lordo.

Per decenni esso ha rappresentato il principale indicatoredella prosperità, pur essendo incapace di descrivere molte dimensioni essenziali della vita.

Misura il valore monetario della produzione, ma non distingue adeguatamente tra attività che accrescono il benessere e
attività che intervengono per riparare danni sociali o ambientali. Non registra la qualità delle relazioni, la
stabilità dell’occupazione, l’accessibilità dei servizi, il tempo dedicato alla cura, la sicurezza delle comunità
o la sostenibilità degli ecosistemi. La revisione dei parametri economici non costituisce una questione
meramente statistica. Gli indicatori orientano le politiche pubbliche, condizionano l’allocazione delle
risorse e contribuiscono a definire ciò che una società considera desiderabile. Ciò che non viene misurato
rischia di scomparire dall’orizzonte delle decisioni; ciò che viene premiato tende invece a trasformarsi in
obiettivo prioritario. Per questa ragione, occorrono metriche capaci di valutare la qualità del lavoro, la
riduzione delle disuguaglianze, l’accesso alla conoscenza, la mobilità sociale, la salute dell’ambiente, la
partecipazione democratica e il benessere delle generazioni future. La prosperità non coincide con
l’accumulazione della ricchezza, ma con la diffusione delle condizioni che consentono alle persone di
condurre una vita libera, sicura e significativa. Un Paese può crescere economicamente e, nello stesso
tempo, divenire più diseguale, più fragile e meno coeso. Lo sviluppo autentico deve invece tenere insieme
produttività e giustizia, innovazione e inclusione, competitività e cura. La crescita è pienamente legittima
soltanto quando amplia le possibilità di tutti e non quando consolida il vantaggio di coloro che già
dispongono di maggiori risorse. Analoga trasformazione è richiesta alla finanza. Nella sua funzione
originaria, essa raccoglie il risparmio, sostiene il credito, rende possibili gli investimenti e collega le risorse
disponibili ai progetti capaci di generare sviluppo. Il credito possiede dunque una funzione sociale
decisiva, soprattutto nelle fasi di transizione, quando imprese, famiglie e territori necessitano di mezzi per
innovare e creare lavoro. La finanza diviene tuttavia problematica quando si separa dall’economia reale e
assume come proprio fine esclusivo la moltiplicazione del rendimento. In questa deriva, la rendita tende
a prevalere sul reddito da lavoro, la speculazione sull’investimento produttivo e il vantaggio immediato
sulla responsabilità verso il futuro. Il capitale, da strumento, si trasforma allora in potere concentrato,
capace di condizionare le decisioni pubbliche e di trasferire i rischi sui soggetti meno protetti.
L’innovazione finanziaria, comprese le forme connesse agli asset digitali, deve quindi essere valutata non
soltanto per la sua redditività, ma per gli effetti che produce sulla stabilità, sulla trasparenza e
sull’inclusione. La complessità non può diventare uno schermo dietro il quale dissolvere la responsabilità.
Ogni operazione economica deve conservare una sufficiente intelligibilità, affinché chi assume un rischio
possa comprenderne la natura e chi esercita un potere possa essere chiamato a risponderne. La
trasparenza non rappresenta un ostacolo alla libertà dei mercati, ma una condizione della loro legittimità.
Un sistema finanziario affidabile richiede tracciabilità, controllo, correttezza informativa e proporzionata
distribuzione delle conseguenze. La crescita della ricchezza mondiale, accompagnata dalla sua crescente
concentrazione, dimostra inoltre l’insufficienza delle teorie secondo cui i benefici dello sviluppo
raggiungerebbero spontaneamente l’intera società. L’esperienza mostra che, nelle crisi, sono soprattutto
i soggetti più fragili a sopportarne i costi, mentre chi dispone di maggiori risorse possiede strumenti più
efficaci per proteggersi. Per questo l’inclusione non può essere rinviata a un momento successivo alla
produzione della ricchezza, ma deve essere incorporata nel modo stesso in cui essa viene generata. La
giustizia attraversa ogni fase dell’attività economica: il reperimento delle risorse, l’accesso al credito,
l’organizzazione produttiva, la remunerazione del lavoro, il consumo, la fiscalità e la destinazione degli
utili. La redistribuzione rimane indispensabile, attraverso sistemi fiscali capaci di alleggerire il peso sui più
deboli e di richiedere un contributo maggiore a chi dispone di più ampie possibilità. Tuttavia, essa non è
sufficiente. Deve essere accompagnata da interventi sulle condizioni iniziali: istruzione, formazione,
infrastrutture, accesso al capitale, tutela della salute e capacità contrattuale. Una società giusta non si limita
a compensare l’esclusione dopo che si è prodotta. Cerca piuttosto di organizzare il proprio sviluppo affinché essa non divenga l’esito ordinario del sistema.

Ciò richiede politiche distributive, capaci di
ampliare le opportunità prima che le disuguaglianze si cristallizzino e divengano ereditarie. La mobilità
sociale, l’accesso alla conoscenza e la possibilità di intraprendere non possono dipendere in modo
determinante dal luogo di nascita, dal patrimonio familiare o dalla disponibilità di reti privilegiate. Anche
l’accesso ai benefici dell’innovazione costituisce oggi una questione di giustizia globale. Le tecnologie
digitali possono migliorare la medicina, l’istruzione, l’agricoltura e la qualità dell’amministrazione
pubblica. Se però la loro diffusione segue esclusivamente le geografie del capitale e delle infrastrutture,
esse rischiano di approfondire le distanze tra Paesi, territori e gruppi sociali. Il progresso non distribuisce
automaticamente i propri vantaggi: ha bisogno di istituzioni capaci di renderli accessibili, di investimenti
pubblici e di una cooperazione internazionale orientata alla condivisione della conoscenza. In questo
quadro, lo Stato non deve sostituirsi all’iniziativa economica e sociale, ma nemmeno ritirarsi dinanzi alla
forza dei mercati. Il suo compito consiste nel creare le condizioni affinché la libertà possa essere esercitata
da tutti, proteggere il lavoro nelle fasi di transizione, promuovere investimenti strategici e impedire che il
potere economico o tecnologico divenga incontrollabile. Tale funzione deve essere esercitata secondo
una sussidiarietà autentica, capace di valorizzare famiglie, comunità territoriali, università, imprese
responsabili, associazioni e corpi intermedi. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la politica economica è
chiamata pertanto a recuperare una funzione alta: non limitarsi ad amministrare le conseguenze del
cambiamento, ma orientarne la direzione. La sola dinamica del mercato non può sostituire il
discernimento pubblico, soprattutto quando attori privati transnazionali dispongono di risorse
informative e finanziarie superiori a quelle di molti Stati. La dimensione globale delle trasformazioni
richiede regole condivise, forme di vigilanza coordinate e istituzioni multilaterali capaci di impedire nuove
dipendenze, concentrazioni monopolistiche e diseguaglianze digitali. Un’economia della dignità non è
ostile al mercato, all’impresa o alla tecnologia. Ne riconosce il valore, ma li riconduce alla loro funzione
umana. Non nega il profitto, ma impedisce che esso divenga l’unica misura del valore; non limita
arbitrariamente la libertà, ma la rende responsabile; non rallenta l’innovazione, ma la sottrae alla cecità
dell’immediato. Il suo criterio fondamentale è la persona, soprattutto quando non dispone di ricchezza,
visibilità o forza contrattuale. La qualità morale di un sistema economico si manifesta nel modo in cui
tratta coloro che rischiano di rimanere ai margini. Dove la crescita genera esclusione permanente, si
indeboliscono la coesione sociale, la fiducia nelle istituzioni e la stabilità democratica. Dove, al contrario,
il lavoro è dignitoso, le opportunità sono diffuse e i vantaggi dell’innovazione vengono condivisi, la
prosperità diviene anche un fattore di pace. Non vi può essere infatti una pace solida in una società
attraversata da disuguaglianze percepite come definitive e da forme di impotenza collettiva. La sfida del
nostro tempo consiste, in definitiva, nel passare da un’economia che misura la persona sulla base della
sua utilità a un’economia che misura la propria utilità sulla capacità di servire la persona. La dignità diviene
così la grammatica dello sviluppo, il limite della tecnica, l’orientamento della finanza, la vocazione
dell’impresa e il fondamento della giustizia sociale. Solo entro questa architettura il progresso potrà dirsi
pienamente umano: non una corsa nella quale pochi avanzano lasciando indietro molti, ma un cammino
condiviso nel quale intelligenza, lavoro e ricchezza concorrano alla costruzione di una casa comune più
giusta, libera e ospitale.

Paolo Cancelli
Ministro Integrazione Culturale
Nazionale e Internazionale MI

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