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Cultura

L’Ulivo della Pace unisce nel ricordo di Paolo: lo storico appello di Salvatore Borsellino per una via D’Amelio senza scontri

“Per me resterà un maledetto fascista, io per lui un maledetto anarchico. Ma sotto quell’ulivo abbiamo bevuto dalla stessa borraccia”. 🕊️ 🇮🇹 Un clamoroso patto di pace per via D’Amelio: dopo le urla e le tensioni del 19 luglio, Salvatore Borsellino chiede scusa alla famiglia e incontra Mauro La Mantia (storico organizzatore della Fiaccolata di destra). La promessa: mai più scontri nel luogo del dolore. I politici? “Se vogliono venire, stiano in silenzio tra la gente, senza fotografi”. Leggi l’emozionante retroscena. 📖 👇

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SAlvatore-La-mantia

Palermo – C’è un luogo a Palermo che non appartiene più alla topografia di una città, ma alla geografia dell’anima di un intero Paese. È via D’Amelio. Al centro di questo santuario laico a cielo aperto sorge “L’Albero della Pace”, un ulivo proveniente dalla Terra Santa. Fu piantato esattamente nella voragine scavata dall’autobomba che il 19 luglio 1992 squarciò l’Italia, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Eddie Walter Max Cosina e Vincenzo Fabio Li Muli. Quell’ulivo fu voluto fortemente da Maria Pia Lepanto, la madre di Paolo, per trasformare il cratere dell’odio nel nido dell’amore e della rinascita. Un luogo dove, spogliandosi di ogni ideologia politica, chiunque potesse raccogliersi in silenzio.

Il dolore e la rabbia: quando le urla hanno infranto la sacralità della memoria

Eppure, lo scorso 19 luglio 2026, quella promessa di pace è stata infranta. Le celebrazioni per l’anniversario della strage si sono trasformate in un momento di tensione che ha turbato profondamente il clima di raccoglimento. Cori, urla e slogan come “Fuori la mafia dallo Stato” (richiesta legittima ma urlata nel momento sbagliato) hanno sovrastato il silenzio che quel luogo impone. Il silenzio richiesto a gran voce anche da chi, quel giorno di tanti anni fa, ha perso una parte di sé.

A distanza di qualche settimana, a prendere la parola in modo netto e coraggioso è il Movimento delle Agende Rosse, ma soprattutto è lo stesso Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che con una lucidità e un’onestà intellettuale rare ha deciso di mettere a nudo la propria anima, chiedendo scusa per primo e annunciando un patto storico di riconciliazione.

Le lacrime dei familiari e il pentimento di un fratello ferito

In una lettera carica di sofferenza, Salvatore Borsellino ammette le proprie fragilità di uomo ferito: «Mi sono lasciato trascinare soprattutto dalla rabbia, rabbia che mi serve per lenire il dolore di una ferita che non potrà mai chiudersi. Neanche se dovessi avere Giustizia prima di morire, anche perché non credo più nella giustizia degli uomini e, ormai da tempo, ho perso anche la fede».

Ma la rabbia ha ceduto il passo al pentimento quando i suoi occhi hanno incrociato quelli della sua famiglia. «Mi sono reso conto di avere sbagliato a dare sfogo alla mia rabbia, in quel luogo e in quel giorno. Me ne sono reso conto vedendo le lacrime di mia figlia Stella, di mia nipote Roberta, di sua figlia Adele e di altri. Pensando che anche mia madre avrebbe pianto nel vedere quello che lei aveva voluto diventasse un luogo di pace, trasformarsi in un luogo di scontro». Un dolore acuito dalla vista di tanti giovani padri che, tenendo un bambino per mano e una fiaccola nell’altra, hanno preferito voltarsi e tornare indietro pur di non assistere a quello spettacolo divisivo.

L’incontro impossibile: l'”anarchico” Borsellino e il “fascista” La Mantia

Da questa dolorosa presa di coscienza è nato un gesto politico e umano clamoroso. Il giorno successivo agli scontri, Salvatore Borsellino ha chiesto e ottenuto un incontro con Mauro La Mantia, esponente della Comunità ’92 (ex dirigente giovanile di Azione Giovani\An) e storico organizzatore della tradizionale “fiaccolata” di destra in memoria del Giudice.

È stato un faccia a faccia schietto, duro ma rispettoso. «A Mauro, con il quale ho avuto un colloquio franco e che stimo nonostante la vita ci abbia portato a combattere su fronti diversi, ho detto che quello che è successo quest’anno non deve più succedere». Borsellino ha usato parole fortissime per descrivere l’incontro: «Gli ho detto che in altri giorni e in altri luoghi lui resterà sempre per me un maledetto fascista, e io per lui un maledetto anarchico. Ma ho voluto, sotto quell’albero di ulivo, bere insieme dalla stessa borraccia e tenere insieme lo stesso tricolore».

La promessa per il futuro: il silenzio trionfi e la politica stia tra la gente

Da quell’incontro sotto l’Albero della Pace è scaturita una promessa solenne. Le urla, la rabbia e le rivendicazioni ci saranno ancora, perché l’Italia è una democrazia e le ferite delle stragi sanguinano ancora, ma non accadranno mai più in quel luogo e in quel giorno. Mai più in via D’Amelio.

L’anno prossimo, il 19 luglio sarà scandito esclusivamente dalla musica, dalle note dei violoncelli suonati dai ragazzi palestinesi e israeliani, in un inno assoluto alla pace. A suggello di questo patto, Salvatore Borsellino ha chiesto a Mauro La Mantia di salire sul palco al suo fianco per tenere insieme il Tricolore in un silenzio rispettoso e rigoroso. Con una sola, inderogabile e fiera condizione: «A patto che non ci siano, insieme a lui, rappresentanti delle istituzioni e di partito. O, se ci saranno, che stiano in mezzo alla gente, confusi tra la folla, senza fotografi o giornalisti attorno».

In un Paese perennemente diviso, in cui la memoria spesso diventa un campo di battaglia per meschini calcoli elettorali, il gesto di Salvatore Borsellino e Mauro La Mantia ci ricorda che l’eternità di chi si è sacrificato per lo Stato conta più di qualsiasi differenza ideologica. Via D’Amelio non è un palcoscenico per slogan, ma il nido che l’Italia non deve smettere di proteggere.

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Cultura

L’ultimo scatto per l’eternità: l’omaggio struggente al Maestro Nino Di Simone, l’artista che donava i suoi colori al mondo

“L’artista si è spogliato dei suoi colori per donarli alle opere…” 🎨 🖤 Un commovente e intimo omaggio fotografico al Maestro Nino Di Simone, grande artista e Ambasciatore del Parco nel Mondo prematuramente scomparso. Uno scatto nel suo studio, mentre lavorava a “La nascita del tempo”, per ricordare per sempre l’animo e il talento di un uomo innamorato della sua terra e dell’arte. Leggi il toccante ricordo. 🖼️ 🙏

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Il Maestro Nino Di Simone

Castelli (TE) – Ci sono lutti che lasciano un vuoto incolmabile non solo nelle famiglie, ma nell’anima stessa di un intero territorio. La prematura scomparsa del Maestro Nino Di Simone, illustre artista e fiero Ambasciatore del Parco nel Mondo, ha scosso profondamente la comunità culturale e artistica abruzzese. Eppure, proprio quando il dolore della perdita sembra spegnere la luce, c’è un elemento capace di fermare il tempo e rendere immortale chi non c’è più: la forza dei ricordi e la potenza della fotografia.

Oggi, per onorare la memoria di questo straordinario interprete dell’arte contemporanea, pubblichiamo un’immagine dal valore inestimabile, inviata alla nostra redazione da un affezionato lettore. Uno scatto che racchiude in sé l’essenza stessa, la fatica e la poesia di un uomo che ha vissuto per la bellezza.

“La nascita del tempo”: la foto-simbolo nel suo rifugio segreto

La fotografia, dal profondo impatto visivo ed emotivo, ritrae il Maestro all’interno del suo studio d’arte contemporanea, il suo rifugio segreto, il luogo magico dove le idee prendevano forma e vita. Nell’immagine, Nino Di Simone è colto proprio nel pieno del suo processo creativo, piegato con dedizione e maestria mentre lavora a una delle sue opere più evocative e affascinanti: “La nascita del tempo”.

Guardando questo scatto, si ha la netta e commovente sensazione di entrare in punta di piedi nella sua dimensione più intima. Il Maestro è letteralmente circondato, quasi abbracciato, dalle sue stesse opere e dalle infinite sfumature di colori che hanno da sempre caratterizzato e reso unica la sua intensa e prolifica esperienza artistica. L’autore dello scatto lo descrive con una frase di struggente poesia visiva: “L’artista si è spogliato dei suoi colori per donarli alle opere e all’ambiente circostante”. Una metafora perfetta per descrivere l’animo generoso di chi faceva dell’arte un dono costante per gli altri.

Il trionfo al concorso “Scopri Castelli” e un legame spezzato troppo presto

Dietro questa immagine, però, non c’è solo un altissimo valore documentale, ma si nasconde un legame affettivo indissolubile. È lo stesso fotografo a svelarne il retroscena: «Nel 2023, il Maestro Nino Di Simone mi consentì gentilmente di realizzare questo ritratto e di utilizzarlo per partecipare al concorso fotografico “Scopri Castelli”, organizzato dal Rotary Club Teramo. Fu per me un onore immenso quando, proprio grazie a quello scatto, risultai tra i tre vincitori».

Il Maestro, persona di squisita sensibilità, teneva moltissimo a questa specifica immagine, riconoscendovi forse la sintesi perfetta del suo percorso esistenziale. «Per questo motivo», continua l’autore della lettera, «oggi sento ancora più forte e urgente il desiderio di condividerla pubblicamente, offrendola a tutti come preziosa testimonianza del suo incessante lavoro e della sua meravigliosa persona».

L’eredità di un Ambasciatore del Parco innamorato della sua terra

Nino Di Simone non è stato solo un grandissimo artista, ma un vero e proprio custode dell’identità territoriale abruzzese. Il suo titolo di “Ambasciatore del Parco nel Mondo” non era una semplice onorificenza da esibire, ma una missione di vita, un impegno solenne a portare le radici, le tradizioni e i colori della terra di Castelli e del Gran Sasso al di fuori dei confini regionali, contaminandoli con il linguaggio universale dell’arte contemporanea.

Condividere oggi questa fotografia significa rendere un doveroso e sentito omaggio non solo al pittore e allo scultore, ma all’uomo generoso, al maestro umile e al sognatore instancabile. Significa fare in modo che quel tempo, di cui lui dipingeva la “nascita”, per lui non si fermi mai. La sua arte, la sua sensibilità e il suo profondo, viscerale legame con il territorio continueranno a vivere per sempre nei colori delle sue opere. Grazie, Maestro.

Angelo Di Carlo

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Cultura

“… E adesso parlo!”: l’urlo di verità di Maria Teresa Liuzzo nell’intensa intervista a Patrick Sammut

“La Scrittura è purezza e verità, sangue e dolore. Scrivo per non morire.” 📖 🖋️ In questa lunghissima, complessa e profonda intervista a cura del Prof. Patrick Sammut, la scrittrice Maria Teresa Liuzzo si mette a nudo. Affronta il dramma della violenza e degli abusi al centro della “Saga di Mary” e lancia un durissimo atto d’accusa contro l’ipocrisia dei moderni “salotti letterari”. Un urlo di libertà e dignità dedicato a tutte le donne. Leggi l’intervista integrale! 🌸 ❤️

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Maria Teresa Liuzzo

Cultura e Società – Ci sono libri che si leggono per svago e libri che, invece, si leggono per sopravvivere. Opere in cui l’inchiostro si mescola inevitabilmente al sangue, al dolore e alla cruda verità. È questo il caso della dirompente produzione letteraria di Maria Teresa Liuzzo, scrittrice e poetessa dall’animo fiero e indomabile, autrice della celebre “Saga di Mary”. In questa profonda e complessa intervista esclusiva, rilasciata al giornalista e Professore maltese Patrick Sammut (Direttore della rivista “Il-Pont”), la Liuzzo si mette completamente a nudo. Affronta i temi delicati del suo ultimo romanzo, del confine sottile tra l’inferno degli abusi domestici e la salvezza spirituale, e si scaglia con rabbia e fierezza contro la corruzione e l’ipocrisia dei moderni salotti letterari.


Tra incubo e salvezza: la genesi di Mary e del suo angelo Raf

D) Questo è un romanzo non semplice da categorizzare. Ha del reale, dell’onirico, del mistico, della fiaba, del fantastico, dello psicologico, ma è anche un romanzo di memoria. Quali sono le tue reazioni?
R) Guardo sempre il lato positivo che si regge sulla verità e non sulla menzogna, ed è proprio nel dolore che mi alzo più forte di prima.

D) Infatti, ci sono momenti in cui dal reale (la vita difficile di Mary) si passa al surreale. Quanto è vero questo, o è tutto un sogno?
R) Sia la vita che il sogno hanno una loro metamorfosi o, se vogliamo, una “sintesi clorofilliana”. Del resto, nel bene e nel male, la vita non è tutta un sogno? È evidente che la Mary del romanzo sta vivendo un’altra vita (reincarnazione), ma vive parallelamente su altri piani (corpo – psiche – spirito). La sofferenza e la schiavitù, invece, sono reali. Mary attendeva il boia come una liberazione da una vita abusata e consumata nel terrore e nell’angoscia.

D) Ci si chiede: ma chi è Raf? E chi è S.A.I.R.?
R) Raf è il daimon di Mary (un angelo che nel tempo si materializza): le rimane accanto, la protegge, l’ama disperatamente. Sia lui che l’”Angelo Bianco” hanno suggerito a Mary di scrivere il romanzo, il primo di una fortunata e ormai famosa trilogia. S.A.I.R. è il titolo nobiliare di un Principe che corrisponde a Sua Altezza Reale Imperiale. Anche lui un personaggio realmente esistito e reincarnato. Sin da bambino fu sempre vicino a Mary, discreto e devoto. Si incontrarono per caso, anni dopo la guerra, in Svizzera. Nel lungo e commosso abbraccio capirono che non si erano mai perduti.

D) Amore e morte si legano forte in questo romanzo, ricordando la vita di certe Sante. Cosa ne pensi?
R) Concordo pienamente. L’intera trilogia è un impasto di carne e sangue. Non è spiegabile altrimenti come un corpo umano (quello esile, denutrito e martoriato di una bambina indesiderata) potesse sopravvivere sepolta viva, ustionata da ogni male e succube di una violenza cieca e criminale. Eppure, la Mary del romanzo ha trovato nel buio più profondo la luce che acceca, quella dell’Infinito e della Fede. Mary sapeva sin d’allora che il letto più sicuro, più accogliente, è la ferita.

Un grido disperato contro gli abusi e una carezza per l’umanità

D) Subentra anche l’elemento sociale: prostituzione, traffico d’organi e tanto abuso domestico. È anche un romanzo di denuncia?
R) Sì, è soprattutto un romanzo di denuncia, come gran parte della mia scrittura. Un grido disperato che possa scuotere le coscienze di un mondo sanguinario, surreale, disumano e cinico, dove i bambini sono i nuovi martiri.

D) Mary viene vista quasi come un Cristo crocifisso in versione femminile, o una Cenerentola senza un lieto fine. La scrittura è salvezza contro tutta l’umiliazione patita?
R) Moltissimo. Mary è stata un Cristo crocifisso (non dimentichiamo che la mente Divina è Donna). Mary non conosce odio né rivalsa. La sua bocca ha masticato fiele trasformandolo in miele. Ha amato molto e perdonato sempre, per dare pace al suo cuore. Il romanzo ha riscosso interesse in tutto il mondo ed è stato tradotto in innumerevoli lingue. Nei progetti c’è persino un film sul nuovo realismo.

D) Quello tra Mary e Raf è un amore sensuale ma anche platonico…
R) Raf e Mary sono legati dal destino. Anche i loro nomi sono biblici e hanno conosciuto l’estasi spirituale e terrena.

L’allergia ai “salotti letterari” e la Scrittura come Tempio Sacro

D) Si legge tanto di Mary come scrittrice di successo. Eppure, non sappiamo quasi niente della sua vita pubblica. Quanto c’è di vero?
R) Mary è una donna molto riservata, legata al ruolo di sposa e di madre prima ancora di essere scrittrice. La Scrittura ebbe un ruolo importante nella sua vita: fu una necessità organica. Durante un’intervista rispose: “Scrivo per non morire”.
Ha vissuto molti anni di “clausura” senza mai lamentarsi. Da sempre è allergica ai salotti letterari. Non ama le “passerelle” e non partecipa ai concorsi che si moltiplicano in modo nauseante, trasformati spesso in alcove vivaci e spumeggianti. Oggi va di moda l’autocelebrarsi, scrivere soltanto per gli amici della propria consorteria, diventando “stampelle di mutuo soccorso”. I critici diventano politicanti, addestrato è il piccolo esercito di nani pronti a inchinarsi al “gran signore”.

Se la Scrittura è purezza, verità, sangue e dolore, non dovrebbe mai subire contaminazioni. Non ho patologie quali l’invidia, l’ingratitudine o l’odio. Opero nel campo della cultura da oltre mezzo secolo, ho pubblicato dodici libri di poesie e quattro romanzi, e ho ricevuto circa 800 recensioni in tutto il mondo da critici di altissimo spessore internazionale (da Thomas Fleming ad Athanase Vnthev De Thracy, da Folco Quilici a Giulio Andreotti, ndr).

D) C’è chi l’ha definita “l’agnello sacrificale” della letteratura…
R) È fuori da ogni dubbio che la Liuzzo non si genuflette ai “poteri loschi”. La dignità non deve essere confusa con la superbia. Mary è una donna libera che ben conosce quel filo sottile tra libertà e libertinaggio (sa che la bellezza fisica è solo caducità e che il “cervello” è quello che rimane). Qualcuno mi ha definita scherzando “Musulmana” per la mia estrema riservatezza: per me è soltanto rispetto verso me stessa. Penso che il corpo, quanto la mente, siano un Tempio Sacro.

Ad alcuni critici disonesti chiedo di guardare in fondo ai loro cuori e costituirsi alla propria coscienza. Mary non è un oggetto di consumo, né mercanzia, e mai scenderà a compromessi. Il mio motto da sempre è: “Più crepe mi fate, e più luce mi entra”. Sono orgogliosa di essere me stessa: Maria – Mary – Mia.

Per me hanno viaggiato i miei libri: sono stati i miei occhi, la mia bocca, le mie gambe, la mia coscienza. La Scrittura è il cuore del mondo. L’omaggio più bello che si possa fare a una Donna costa meno di un fiore di campo. Si chiama: RISPETTO.

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Cultura

35 anni dopo, il mare non ha cancellato la memoria: l’esodo, il dolore e la rinascita del popolo albanese

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Sbarco Albanesi in Italia

Cultura e Società – 35 anni fa, migliaia di albanesi furono costretti a lasciare tutto: la propria terra, le case, i genitori, i figli, le mogli e i mariti. Lasciarono strade conosciute, volti familiari, ricordi d’infanzia e una vita che, per quanto difficile, rappresentava comunque la propria casa.

Fuggivano da un regime che aveva tolto dignità, libertà e speranza. Un regime che aveva chiuso le porte al mondo e che aveva trasformato la vita quotidiana in una lunga attesa, fatta di privazioni, paura e silenzio.
Partire non era un desiderio. Per molti era una necessità.
Era il bisogno disperato di respirare un’aria diversa, di poter immaginare un futuro, di dare ai propri figli ciò che loro stessi non avevano avuto: la libertà di scegliere, di studiare, di lavorare, di viaggiare, di sognare.

Il viaggio verso l’ignoto

E così migliaia di persone si misero in cammino.
Non avevano valigie piene di ricchezze. Spesso avevano soltanto pochi vestiti, qualche fotografia, documenti, piccoli oggetti di valore affettivo e una speranza immensa.
Una speranza più grande della paura.

Molti affrontarono il mare su navi e imbarcazioni di fortuna, stipati insieme ad altre persone, senza sapere quale sarebbe stato il loro destino. Il mare diventò improvvisamente il confine tra ciò che avevano conosciuto e ciò che speravano di trovare.
Dall’altra parte c’era l’ignoto.
C’erano la fame, la sete, il freddo, la paura, le onde e l’incertezza. Ma c’era anche una parola che per molti valeva più di qualsiasi altra cosa: futuro.

Quanti pensieri avranno attraversato quelle menti durante il viaggio?
Quante persone avranno guardato l’orizzonte chiedendosi se sarebbero riuscite ad arrivare?
Quanti genitori avranno stretto i propri figli cercando di proteggerli?
Quanti giovani avranno immaginato per la prima volta una vita diversa?
E quanti, invece, non hanno mai visto quella terra promessa?

Il prezzo altissimo del mare

Tanti, troppi, non ce l’hanno fatta.
Hanno perso la vita tra le acque, in silenzio, lontano dalla propria patria e dagli affetti. Sono diventati nomi che forse soltanto le loro famiglie continuano a pronunciare ogni giorno. Sono diventati fotografie conservate nei cassetti, ricordi custoditi nel cuore, domande rimaste senza risposta.
A loro va il pensiero più doloroso.

Perché dietro ogni persona che non è arrivata c’era una famiglia. C’era una madre che aspettava un figlio, un padre che sperava di riabbracciarlo, una moglie che attendeva il ritorno del marito, un bambino che aspettava il proprio genitore.
Dietro ogni vita spezzata c’era una storia.
E nessuna di quelle storie dovrebbe essere dimenticata.

L’accoglienza e la resistenza

A chi ha accolto quegli uomini e quelle donne con umanità, offrendo una possibilità quando non avevano quasi più nulla, va il nostro più profondo ringraziamento.
L’accoglienza, in quei momenti, non significò soltanto aprire una porta. Significò riconoscere nell’altro un essere umano. Significò comprendere che dietro quella massa di persone c’erano individui, famiglie, sogni e paure.

Erano persone. Non numeri. Non immagini televisive. Non statistiche.
Non erano “formiche”, come qualcuno ebbe la vergogna di definirli.
Erano uomini, donne, bambini, anziani. Erano persone a cui era stato rubato il futuro e che stavano cercando di riprenderselo.

E molti di loro, una volta arrivati in Italia, hanno dovuto ricominciare da zero.
Hanno imparato una nuova lingua, hanno cercato un lavoro, hanno affrontato difficoltà economiche, hanno conosciuto la nostalgia e la solitudine. Hanno dovuto dimostrare continuamente il proprio valore.
Hanno lavorato nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche, nei ristoranti, nei negozi. Hanno fatto lavori umili e pesanti, spesso lontani dai propri studi e dalle proprie aspirazioni.
Ma hanno resistito.

Perché chi ha conosciuto la fame non si spaventa davanti alla fatica.
Chi ha conosciuto la paura non si arrende facilmente.
Chi ha perso tutto sa quanto vale anche una piccola opportunità.

Il riscatto di una generazione

E quella generazione, lentamente, ha iniziato a costruire.
Una casa. Una famiglia. Un lavoro. Una nuova vita.
Poi sono arrivati i figli. Figli cresciuti tra due culture, due lingue, due mondi. Figli che hanno ascoltato le storie dei propri genitori e dei propri nonni. Storie di partenze improvvise, di viaggi difficili, di sacrifici, di nostalgia e di speranza.
Molti di quei figli hanno potuto studiare. Sono diventati dottori, ingegneri, avvocati, professori, scrittori, giornalisti, scienziati, artisti, imprenditori, professionisti.
Altri hanno costruito piccole imprese, creato posti di lavoro, contribuito alle comunità nelle quali vivono. Altri ancora hanno semplicemente costruito una famiglia serena, crescendo i propri figli con valori, educazione e dignità.
E anche questo è un successo. Perché il successo non si misura soltanto in denaro o riconoscimenti.

A volte il più grande successo è riuscire a trasformare una vita iniziata nella paura in una vita costruita nella libertà. È riuscire a dire ai propri figli: “Io ho sofferto perché tu potessi avere una possibilità”.
Questa frase racchiude forse il sacrificio di un’intera generazione. Una generazione che ha pagato un prezzo altissimo per cambiare il proprio destino.

Le radici che attraversano il mare

Eppure, nonostante tutto, molti non hanno mai smesso di guardare verso l’Albania.
Perché si può lasciare un Paese, ma non si lascia facilmente il luogo in cui si è imparato a vivere. L’Albania resta nelle parole, nei ricordi, nei profumi della cucina, nelle canzoni, nelle tradizioni, nelle fotografie, nelle feste di famiglia, nelle storie raccontate ai figli.
Resta nei paesi d’origine. Nelle montagne. Nel mare. Nelle strade dell’infanzia. Nelle tombe dei propri cari. Resta soprattutto nella memoria.

Per molti emigrati, tornare in Albania significa ritrovare una parte di sé. Anche quando tutto è cambiato, anche quando le strade non sono più quelle di una volta, anche quando la casa dell’infanzia non esiste più, c’è sempre qualcosa che rimane.
Una voce. Un paesaggio. Un ricordo. Una sensazione.
La sensazione di essere tornati, almeno per un momento, nel luogo da cui tutto è iniziato.
E questo dimostra che l’emigrazione non cancella le radici. Le radici possono attraversare il mare, le frontiere. Possono crescere in una terra diversa. Ma rimangono.

35 anni dopo: una memoria da proteggere

A distanza di 35 anni, guardare indietro significa anche riconoscere le responsabilità di una pagina drammatica della nostra storia.
Ai governi albanesi dell’epoca resta addosso il peso della vergogna per non essere stati capaci di proteggere il proprio popolo e di offrirgli una prospettiva. Quando un essere umano è costretto a rischiare la propria vita pur di poter sperare in un futuro migliore, significa che qualcosa di profondamente sbagliato è accaduto.
Nessun governo dovrebbe mai dimenticare che dietro le decisioni politiche ci sono persone. Vite reali. E nessuna ideologia dovrebbe mai valere più della dignità umana.

Per questo ricordare quei giorni non significa soltanto celebrare chi è riuscito a partire. Significa ricordare anche chi è rimasto. Chi non ha avuto il coraggio, la possibilità o la fortuna di attraversare il mare.
Significa ricordare chi è morto, perché la memoria non può essere selettiva. Non possiamo ricordare soltanto le storie di successo e dimenticare il prezzo pagato. Ogni conquista ha avuto un costo. Ogni vita ricostruita porta dentro di sé le cicatrici di ciò che è stato.

Oggi una nuova generazione di albanesi vive in Italia e in tanti altri Paesi del mondo. Sono figli e nipoti di quella generazione. E forse non potranno mai comprendere fino in fondo ciò che hanno vissuto i loro genitori, ma hanno il dovere di conoscere quella storia.
Perché conoscere il passato significa capire il valore di ciò che oggi abbiamo: la libertà di studiare, viaggiare, lavorare, sognare. Libertà che oggi sembrano normali, ma che per un’intera generazione non lo erano.

E allora, 35 anni dopo, il ricordo deve essere anche un impegno. L’impegno a non dimenticare. L’impegno a comprendere che nessuno abbandona facilmente la propria terra se non sente di avere una ragione forte per farlo.
Dopo 35 anni, possiamo dire una cosa con certezza: non erano formiche. Erano persone. Erano padri, madri, figli, giovani pieni di sogni. E nessuno dovrebbe mai vergognarsi di aver cercato la libertà.

Trentacinque anni dopo, il mare è ancora lì.
Ma dall’altra parte del mare oggi ci sono milioni di storie. Storie di una generazione che ha conosciuto la paura, ma ha scelto di non arrendersi. Storie di uomini e donne che hanno dimostrato che si può perdere una casa senza perdere le proprie radici, si può ricominciare da zero senza dimenticare il proprio passato, e si può trasformare una ferita in una forza straordinaria.

Questa è la loro storia.
Questa è la nostra memoria.
E questa è una pagina che nessuno dovrebbe mai avere il diritto di cancellare.

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