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Esteri

Spagna – e’ morto Carlos Rodriguez, l’uomo allevato dai lupi

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Carlos Rodriguez

Redazione-  Il famoso “ragazzo lupo” Marcos Rodriguez, spagnolo è morto la settimana scorsa all’età di 80 anni al termine di una vita straordinaria cominciata con gli anni trascorsi con un branco di lupi.

Nato nel 1946 in un Paese che si stava appena riprendendo da una guerra civile e da una guerra mondiale, Marcos Rodríguez Pantoja sembra avere incarnato il personaggio di Mowgli, il protagonista de Il libro della giungla e di altre opere di Rudyard Kipling.

La vita di Rodríguez è stata segnata da povertà, fame e maltrattamenti. Il padre riusciva a malapena a sfamare la famiglia, mentre la matrigna lo trattava con brutalità.

A sei anni il padre lo vendette a un pastore di capre. L’uomo lo lasciò in una valle isolata, dove avrebbe dovuto badare al bestiame insieme a un vecchio pastore. Il pastore gli insegnò come sopravvivere in montagna e come utilizzare le risorse disponibili.

Quando il pastore morì poco dopo, Marcos rimase completamente solo. Con il tempo trasformò la natura selvaggia nella sua casa e trovò una famiglia negli animali che lo circondavano.

Per dodici anni Rodríguez visse senza alcun contatto umano e sviluppò propri sistemi di comunicazione. Conosceva i versi degli animali, dal canto degli uccelli al richiamo dei cervi, ed era convinto di poter dialogare facilmente con volpi, lupi e perfino serpenti. In tutti quegli anni preferì restare lontano dalla civiltà. Fuggiva o si nascondeva quando sentiva voci umane tra le montagne.

Il bambino conquistò la fiducia di un branco di lupi, nutrendo i cuccioli e ululando quando percepiva un pericolo.

L’antropologo Gabriel Janer Manila lo intervistò per diversi mesi nell’ambito di uno studio di scienze sociali per la Facoltà di Filosofia dell’Università di Palma di Maiorca. I colloqui si svolsero tra novembre 1975 e aprile 1976.

A suo giudizio Rodríguez era riuscito a sopravvivere grazie all’intelligenza e alla capacità di immaginare. Nella sua tesi di dottorato Janer descrisse le diverse fasi della vita di Rodríguez: come sia diventato poco a poco parte di quella comunità, come ne abbia imparato le regole e il linguaggio dell’ambiente e come abbia trattato gli animali come suoi pari.

“Io piangevo e loro mi saltavano addosso… poi mi hanno mostrato la strada verso la loro tana, il rifugio dei lupi”, raccontò Rodríguez a Janer. In quel racconto descriveva come i cuccioli di lupo gli girassero intorno e saltassero in alto per salutarlo.

Col tempo, a quanto pare, si creò una sorta di simbiosi tra lui e i lupi.

“Quando volevo pescare, andavo al fiume e pescavo, quando volevo un coniglio ne prendevo uno, quando volevo un cervo chiamavo i miei genitori, i lupi, lanciavo un ululato, mi nascondevo nel fiume e i lupi spingevano la selvaggina fino a me”, raccontò Rodríguez.

Janer pubblicò in seguito la sua ricerca in Spagna in un libro intitolato He jugado con lobos (Ho giocato con i lupi).Nel 2010 una squadra del programma di TVE Informe Semanal parlò con Rodríguez nel suo paese natale, Añora. In quel momento tornava lì per la prima volta dopo 60 anni. Ripensando al periodo trascorso in montagna, davanti alla telecamera disse: “Stavo benissimo. Non sapevo che cosa fosse il denaro, ma avevo sempre abbastanza da mangiare”.Quando nel 1965, a 19 anni, fu scoperto dalla Guardia Civil, dovette riabituarsi a una vita in mezzo agli esseri umani: un processo di adattamento difficile e lungo. In seguito Rodríguez ha ripetuto più volte di essere stato felice in montagna. A suo dire, le vere sofferenze erano iniziate solo quando era stato trovato e costretto a integrarsi nella società.La sua storia è stata portata anche sul grande schermo nel film Entrelobos uscito nelle sale spagnole il 26 novembre 2010.

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Campagne elettorali USA: dai Super PAC a Elon Musk, chi finanzia la corsa alle urne

“La maggior parte degli studiosi ha trovato pochissime prove del fatto che i contributi alle campagne politiche comprino i voti dei legislatori”. Così si è espressa la professoressa dell’Università della California a Irvine, Danielle Thomsen, in un’intervista alla Public Broadcasting Service (PBS), mentre discuteva il ruolo dei donatori nelle campagne politiche. Thomsen ha pubblicato proprio quest’anno un libro sull’importanza dei finanziamenti alle campagne politiche. La docente ha aggiunto che i voti dei legislatori riflettono la loro affiliazione politica, le preferenze dei cittadini che rappresentano e i loro principi personali.

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Elon Musk

Redazione-  “La maggior parte degli studiosi ha trovato pochissime prove del fatto che i contributi alle campagne politiche comprino i voti dei legislatori”. Così si è espressa la professoressa dell’Università della California a Irvine, Danielle Thomsen, in un’intervista alla Public Broadcasting Service (PBS), mentre discuteva il ruolo dei donatori nelle campagne politiche. Thomsen ha pubblicato proprio quest’anno un libro sull’importanza dei finanziamenti alle campagne politiche. La docente ha aggiunto che i voti dei legislatori riflettono la loro affiliazione politica, le preferenze dei cittadini che rappresentano e i loro principi personali.

I soldi, però, costituiscono un ingrediente fondamentale delle campagne politiche e, anche se non sono necessariamente decisivi, contribuiscono notevolmente al loro successo. Ecco perché la raccolta di fondi assume una notevole importanza, come dimostrano anche le spese per queste elezioni di medio termine, che superano persino quelle delle elezioni presidenziali.

Secondo un’analisi della CNBC, al 25 settembre dell’anno in corso erano stati raccolti 9,8 miliardi di dollari dalle campagne elettorali e dai Super PAC, comitati politici che possono spendere somme di denaro illimitate. I repubblicani hanno avuto più successo dei democratici nell’attrarre i grandi donatori, come avviene tipicamente. Spiccano fra di loro Elon Musk, fra i donatori repubblicani, e, fra quelli democratici, il magnate George Soros. Musk ha contribuito con quasi 100 milioni di dollari, destinati al Republican National Committee per sostenere candidati alla Camera e al Senato. Proprio in questi giorni, il New York Times ha reso noto che, dal mese di luglio, Musk ha contribuito silenziosamente con più di 276 milioni di dollari a favore di gruppi repubblicani, per un totale di 366 milioni. Nel ciclo elettorale 2025-2026, Musk ha dunque contribuito con una somma superiore ai 290 milioni di dollari donati per le elezioni del 2024, quando aiutò Trump a riconquistare la Casa Bianca.

La grande maggioranza di questi contributi non va direttamente ai candidati, ma ai partiti e ai gruppi politici. Il candidato repubblicano al seggio del Texas al Senato, Ken Paxton, ha speso solo 3,9 milioni di dollari, a fronte dei 54 milioni spesi dal suo avversario democratico, James Talarico. Ciononostante, gruppi repubblicani hanno speso 200 milioni di dollari per attaccare Talarico. I gruppi a sostegno dei candidati repubblicani hanno speso ingenti somme anche in Ohio e nel Maine, Stati in bilico. Da notare che, nel caso della North Carolina, i repubblicani hanno smesso di spendere soldi per sostenere Michael Whatley, poiché il suo avversario democratico, Roy Cooper, è avanti nei sondaggi con un margine compreso tra 5 e 10 punti. In effetti, i repubblicani hanno alzato bandiera bianca e hanno trasferito in Kansas i fondi inizialmente destinati alla North Carolina, dove il pastore democratico Adam Hamilton sta dando filo da torcere al candidato repubblicano Roger Marshall. Donald Trump nel 2024 aveva vinto il Kansas con un margine di 16 punti su Kamala Harris. Il fatto che Hamilton abbia la possibilità di vincere in uno Stato che tipicamente vota contro i democratici preoccupa i repubblicani.

I soldi sono una componente fondamentale delle elezioni, non perché permettono di “comprare” i legislatori, ma perché possono garantire accesso al potere in caso di vittoria. Questo accesso offre grandi opportunità per promuovere una certa ideologia, come fa il gruppo AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), che promuove candidati favorevoli a Israele. I fondi versati da AIPAC a candidati amici di Israele possono far pendere l’ago della bilancia, ma non sempre sono decisivi, come dimostrano i casi di Zohran Mamdani, sindaco di New York, e Abdul El-Sayed, candidato al Senato nello Stato del Michigan. Ancora più promettente per i donatori è la possibilità di accedere direttamente al governo, specialmente a quello attuale, che intreccia la politica con gli affari. Non sorprende, dunque, che quando il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Washington il mese scorso, alcuni degli uomini più ricchi del pianeta, come Musk, Jeff Bezos, Jensen Huang, Mark Zuckerberg e altri, fossero presenti in qualità di invitati speciali di Trump. I contatti con i più potenti contribuiscono a stabilire rapporti che, alla fine, possono favorire l’assegnazione di contratti miliardari che il presidente Trump non esita a promuovere. Alla fine, però, la qualità del candidato può rivelarsi decisiva. Un caso emblematico è quello di Paxton, un candidato coinvolto in scandali e accuse di corruzione che, nonostante il solido appoggio di Trump, potrebbe avere poche possibilità di essere eletto, malgrado i milioni spesi dal Partito Repubblicano per sostenerlo.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Ruchi Kumar, la ragazza di Kabul che non ha mai smesso di sentire la mancanza dell’Afghanistan

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Ruchi Kumar

Redazione- Ci sono luoghi che si lasciano alle spalle, ma che non smettono mai di abitare il cuore. Per Ruchi Kumar, giornalista indiana, Kabul è ancora casa: un luogo di ricordi, volti e storie che la distanza non è riuscita a cancellare. E mentre lei continua a sentirsi legata all’Afghanistan, cresce il timore che il resto del mondo stia lentamente dimenticando quel Paese.

Ci sono addii che non si concludono nel momento in cui si parte. Rimangono sospesi nel tempo, nascosti nei ricordi, nei volti delle persone incontrate e nelle strade che continuano a vivere nella memoria. Per Ruchi Kumar, giornalista indiana che per anni ha raccontato l’Afghanistan, Kabul è uno di quei luoghi da cui si può andare via senza riuscire davvero a separarsene.

Nonostante la distanza, Kumar continua a definirsi una «ragazza di Kabul». Parole semplici, ma cariche di significato: raccontano il legame con una città che non rappresenta soltanto una parte della sua esperienza professionale, ma anche un luogo capace di lasciare un’impronta profonda nella sua vita.

La nostalgia, in questo caso, non riguarda soltanto una città lontana. Riguarda le persone, gli incontri, le conversazioni e quei frammenti di quotidianità che, una volta perduti, assumono un valore ancora più grande. Riguarda anche la sensazione di appartenere a un luogo che continua a chiamare, anche quando tornare non è facile.

Per chi ha raccontato l’Afghanistan attraverso il giornalismo, la distanza non significa soltanto trovarsi altrove. Significa anche osservare da lontano un Paese che cambia, interrogarsi sul destino delle persone conosciute e chiedersi quanto spazio rimanga, nel mondo, per le loro storie.

Il ritorno, infatti, è diventato una questione complessa. Le difficoltà legate alla sicurezza, le restrizioni imposte ai media e i rischi che affrontano i giornalisti rendono sempre più difficile raccontare liberamente ciò che accade nel Paese. Per chi vuole continuare a documentare la realtà afghana, il desiderio di tornare si scontra con ostacoli che non possono essere ignorati.

Ma c’è un’altra ferita, meno visibile e forse altrettanto dolorosa: la sensazione che l’Afghanistan stia progressivamente scomparendo dall’attenzione internazionale.

Le crisi si susseguono, le guerre occupano le prime pagine, nuovi avvenimenti catturano l’interesse del pubblico. E così, lentamente, le storie degli afghani rischiano di perdere spazio, come se il trascorrere del tempo rendesse meno urgenti le loro difficoltà.

Eppure, lontano dai riflettori, la vita continua. Ci sono persone che affrontano ogni giorno incertezze e privazioni, famiglie che cercano di costruire un futuro e donne e uomini che non rinunciano alla speranza. Le loro esistenze non diventano meno importanti soltanto perché il mondo dedica loro meno attenzione.

A rendere ancora più fragile questo scenario è la diminuzione delle risorse destinate al giornalismo e alla copertura dell’Afghanistan. Meno finanziamenti significano spesso meno reportage, meno possibilità di raggiungere le comunità più lontane e meno occasioni per raccogliere testimonianze dirette. Quando vengono meno le risorse per raccontare, il rischio è che intere realtà rimangano nell’ombra.

Il giornalismo, in questo contesto, non è soltanto il racconto dei fatti. È anche la possibilità di dare un volto alle statistiche, una voce alle persone e una storia a chi altrimenti rischierebbe di diventare invisibile.

Per questo il legame di Ruchi Kumar con Kabul assume un significato che va oltre la nostalgia personale. La sua esperienza richiama l’attenzione sul valore della memoria e sulla responsabilità di continuare a raccontare un Paese anche quando l’interesse del mondo sembra diminuire.

Perché dimenticare un luogo non significa soltanto smettere di parlarne. Significa anche rischiare di dimenticare le persone che lo abitano, le loro difficoltà, i loro desideri e il loro diritto a essere ascoltate.

Forse è proprio questo il dolore più grande: sapere che, mentre qualcuno continua a portare Kabul nel cuore, milioni di persone rischiano di vedere le proprie storie allontanarsi dagli occhi del mondo.

Ruchi Kumar continua a sentirsi una «ragazza di Kabul» perché alcuni legami non si spezzano con la distanza. Restano nelle parole, nei ricordi e in quella nostalgia che non chiede necessariamente di tornare, ma che impedisce di dimenticare.

L’Afghanistan non dovrebbe diventare un ricordo sbiadito nelle pagine dei giornali. Dietro ogni notizia ci sono persone, vite e speranze che meritano di essere raccontate. E finché ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare e a testimoniare, quelle storie potranno continuare a raggiungere il mondo.

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Francia, avviati colloqui con i talebani per il rimpatrio di cittadini afghani

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Parigi

Redazione- La Francia ha avviato colloqui tecnici con i talebani per facilitare il rimpatrio di cittadini afghani che soggiornano illegalmente nel Paese e che sono considerati dalle autorità francesi una minaccia per la sicurezza pubblica.

La conferma è arrivata dal portavoce del Ministero degli Affari Esteri francese durante una conferenza stampa di giovedì 8 ottobre. Secondo quanto dichiarato, l’iniziativa ha come obiettivo principale la tutela della sicurezza dei cittadini francesi.

Parigi segue una linea simile a quella adottata da altri Paesi europei, mantenendo con i talebani un dialogo definito esclusivamente tecnico e finalizzato a rendere possibili i rimpatri.

Il portavoce ha precisato che il programma riguarda persone prive di un regolare status di soggiorno e considerate pericolose per la sicurezza del Paese. Ha inoltre sottolineato che l’iniziativa non coinvolge i richiedenti asilo né le donne.

Al momento, il governo francese non ha comunicato il numero delle persone che potrebbero essere interessate dalla procedura. Per ottenere informazioni sulle cifre, il portavoce ha rinviato i giornalisti al Ministero dell’Interno.

Durante la conferenza stampa è stata anche sollevata la possibilità di invitare in Francia rappresentanti dei talebani per facilitare i rimpatri, seguendo un modello simile a quello preso in considerazione dalla Germania. Il portavoce ha chiarito che, al momento, non è prevista alcuna iniziativa di questo tipo.

Le autorità francesi hanno ribadito che i contatti con i talebani restano limitati a un confronto tecnico, senza ulteriori dettagli sulle modalità di attuazione del programma.

Restano ancora da chiarire il numero dei cittadini afghani coinvolti, i tempi di attuazione e le procedure concrete per gli eventuali rimpatri.

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