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Salute

Dalla rabbia all’odio sociale, quando la violenza diventa nei giovani una difesa contro la fragilità. Il punto di vista di Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association

Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

​Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA). 

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione. Intervista di Marialuisa Roscino

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

 

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Lucattini

Redazione-  Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

​Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione.

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

 

Dott.ssa Lucattini, l’aggressività fa parte della natura umana, ma non equivale necessariamente alla violenza. Cosa accade nel mondo interno di un giovane quando la rabbia smette di essere un segnale di disagio da comprendere e si trasforma in odio strutturato e distruttività verso l’altro?

 

​La rabbia può ancora essere un segnale che chiede di essere riconosciuto e trasformato, mentre l’odio tende a organizzarsi quando il giovane non riesce più a tollerare sentimenti di vulnerabilità, vergogna, impotenza o paura e ha bisogno di collocarli fuori di sé. In questi casi, l’altro può essere vissuto come il responsabile del proprio disagio e trasformarsi in un oggetto persecutorio, contro cui diventa più facile dirigere l’aggressività.

La distruttività compare quando non basta più prendere le distanze da ciò che fa soffrire, ma nasce il bisogno di svalutarlo, ferirlo o annullarlo. È particolarmente nociva perché riduce la capacità di riconoscere l’altro come una persona complessa e separata, trasformandolo sempre più facilmente in un nemico. Quando questo funzionamento si stabilizza, possono diminuire l’empatia, il senso di responsabilità e la possibilità di tollerare sentimenti contrastanti.

Quando si indebolisce la capacità di comprendere e dare significato a ciò che si prova, di dare un nome alle emozioni e di tollerare l’ambivalenza, aumenta il rischio che la tensione venga agita invece che pensata. È proprio questa difficoltà nella regolazione emotiva, che negli adolescenti è associata a maggiore aggressività e favorisce il passaggio dalla rabbia episodica a forme più persistenti di ostilità e distruttività (Scientific Reports, 2025).

 

​In che modo, la paura di mostrarsi vulnerabili può spingere i più giovani a difendersi arroccandosi in gruppi rigidi, arrivando a percepire la diversità dell’altro come una minaccia?

La paura di apparire fragili può spingere un giovane a cercare nel gruppo una forma di protezione che gli permetta di sentirsi più forte, riconosciuto e meno esposto. Quando l’identità, cioè il modo in cui il ragazzo percepisce se stesso, il proprio valore e il proprio posto nelle relazioni, è ancora in costruzione, il bisogno di appartenenza può diventare molto intenso, perché il gruppo offre conferme, regole condivise e un senso di sicurezza.

In alcuni casi, però, questa appartenenza può irrigidirsi e trasformarsi in una difesa, per cui ciò che è simile a sé viene percepito come rassicurante, mentre ciò che è diverso può essere vissuto come destabilizzante o minaccioso. Il gruppo può allora favorire una separazione molto netta tra ciò che viene sentito come familiare e positivo e ciò che viene collocato fuori e percepito come estraneo, ostile o pericoloso.

Per questo l’integrazione autentica, a partire dalla scuola, ha un valore fondamentale. Quando bambini e adolescenti crescono in contesti nei quali la differenza viene conosciuta, incontrata e condivisa nella vita quotidiana, la paura degli altri tende a diminuire, perché ciò che prima appariva estraneo diventa comprensibile e umano. La diversità può allora essere vissuta non come una minaccia alla propria identità, ma come una ricchezza che amplia il modo di vedere se stessi e il mondo. Nei contesti digitali, soprattutto chat e social, al contrario, il rischio è che gruppi molto omogenei confermino, ripetano e amplifichino all’infinito sempre le stesse idee e rendano progressivamente più rigide, e le appartenenze assolute e totali, con le dinamiche del branco, riducendo e in certi casi azzerando il confronto autentico e la capacità di accettare punti di vista differenti (Psychoanalytic Inquiry, 2023).

​Quali meccanismi inconsci scattano, in particolare nei casi di bullismo e cyberbullismo, quando per proteggersi dal dolore i ragazzi finiscono per assimilare proprio i linguaggi e i comportamenti pretestuosi o violenti di chi li spaventa?

 

Quando un ragazzo si sente sopraffatto dalla paura o dall’umiliazione può difendersi identificandosi inconsciamente con chi lo minaccia, perché assumere il linguaggio, i gesti e perfino la durezza dell’aggressore gli consente di sentirsi meno vulnerabile. È il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore descritto dallo psichiatra e psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi agli inizi del Novecento e conosciuto anche come “la Sindrome di Stoccolma” quando riguarda i gruppi, attraverso il quale ciò che inizialmente viene subìto è interiorizzato, condiviso e riprodotto nelle relazioni. Nei fenomeni di bullismo e cyberbullismo questo passaggio può trasformare chi si è sentito impotente in chi cerca di controllare, svalutare o intimidire l’altro, mentre la ripetizione dell’aggressività permette di tenere a distanza sentimenti più dolorosi di vergogna, paura e dipendenza. Quando questo funzionamento si consolida, la distinzione tra difendersi e aggredire può diventare sempre più fragile. Proprio nel bullismo e cyberbullismo è particolarmente evidente nei ragazzi che sono contemporaneamente vittime e aggressori, la sofferenza emotiva e la disregolazione che possono favorire la trasformazione dell’esperienza passiva (aggrediti da qualcuno dentro e fuori alla scuola) in comportamento violento e persecutorio (Societies, 2025).

 

Quali sono in particolare le varie forme in cui può manifestarsi questo fenomeno?

 

Oggi la violenza giovanile assume forme molto differenti e attraversa contesti diversi della vita quotidiana. Può comparire nei gruppi di strada, nelle baby gang e negli episodi legati alla movida, ma anche nelle relazioni tra coetanei nel “dating violence” (l’abuso nelle prima relazioni sentimentali).

A queste forme si aggiungono le challenge social alcune particolarmente rischiose e gli atti di vandalismo gratuito. Un fenomeno sempre più preoccupante è poi violenza performativa, vale a dire le aggressioni realizzate per essere riprese e diffuse online, nelle quali i gesti violenti rappresentano una vera e propria forma di esibizionismo. In questi casi il bisogno di attenzione, consenso o riconoscimento da parte gruppo può oscurare la percezione della sofferenza inflitta alla vittima e trasformare la violenza in qualcosa da mostrare, condividere e soprattutto rendere virale attraverso l’utilizzo dei social. Vi rientrano, inoltre, gli episodi di vandalismo gratuito a scuola, in cui l’aggressività può coinvolgere anche strutture e insegnanti.

 

Dietro molte manifestazioni di violenza, o nella ricerca esasperata di un colpevole, si cela talvolta la difficoltà dei giovani di affrontare perdite, lutti o sofferenze che non riescono a esprimere a parole. Perché quando il dolore non trova un linguaggio per essere pensato e condiviso rischia nella vita dei ragazzi di tradursi sempre più spesso in un gesto impulsivo?

 

Quando il dolore non riesce a diventare parola può restare come un’esperienza interna troppo intensa e poco rappresentabile, che il ragazzo tenta di allontanare attraverso l’azione. Se una perdita, un’umiliazione o una sofferenza non trovano uno spazio mentale e relazionale in cui essere riconosciute, l’affetto può trasformarsi in tensione, rabbia e bisogno di scarica, soprattutto quando la capacità di regolare le emozioni è ancora fragile. In questi casi, il gesto impulsivo può assumere la funzione di liberarsi momentaneamente da qualcosa che non si riesce a contenere dentro di sé, mentre la ricerca di un colpevole permette di dare una forma esterna a un dolore che internamente appare confuso e ingestibile. Gli studi più recenti confermano che nei giovani il lutto complicato e la soppressione emotiva si associano a maggiori difficoltà psicosociali e che la disregolazione emotiva è strettamente collegata ai comportamenti in cui il disagio viene espresso impulsivamente verso l’esterno e pericolosamente aggressivi (European Child and Adolescent Psychiatry, 2026).

Di fronte a un clima di forte contrapposizione, la vera sfida sembra essere per i giovani di oggi, quella di reimparare a tollerare le fragilità e dare valore all’altro. Da dove è possibile, secondo Lei, ripartire, tra famiglia, scuola e comunità, per ricostruire spazi capaci di accogliere l’angoscia che spesso attanaglia i giovani e trasformare la loro rabbia e insoddisfazione, invece, in dialogo?

Occorre ripartire da relazioni positive nelle quali i ragazzi possano sentirsi accolti senza essere immediatamente giudicati, perché è nella presenza di adulti capaci di tollerare i loro voli pindarici, le fantasie e la loro angoscia che diventa possibile trasformare gli impulsi in pensiero. La famiglia può offrire il primo contenimento emotivo, avendo il privilegio di stare con i propri figli, mentre la Scuola e la comunità possono ampliare questa funzione, creando luoghi nei quali il conflitto non venga negato, ma possa essere nominato, ascoltato e condiviso. Quando un giovane incontra adulti che non reagiscono alla sua rabbia con altra rabbia, ma riescono a restituire un significato a ciò che prova, può progressivamente sviluppare una maggiore capacità di regolazione, di riconoscimento dell’altro e di tolleranza della differenza. Gli studi recenti mostrano che ambienti familiari e relazionali più caldi e supportivi favoriscono una migliore regolazione emotiva e che gli interventi psicosociali possono rafforzare proprio queste capacità nei bambini e negli adolescenti (Emotion, 2025).

 

Quali indicazioni e consigli si sente di dare?

-Ascoltare prima di correggere. Capire cosa c’è dietro la rabbia aiuta a trasformare il comportamento in una richiesta comprensibile;

-Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto;

-Dare un nome alle emozioni. Riconoscere paura, vergogna e impotenza rende meno necessario esprimerle attraverso l’aggressività;

-Appartenere senza chiudersi. L’appartenenza deve dare sicurezza senza trasformare la diversità dell’altro in una minaccia;

-Creare spazi reali di parola. Parlare in un contesto non giudicante permette ai ragazzi di esprimere il loro disagio prima di essere “agirlo”;

-Chiedere aiuto il prima possibile per se e per altri. Se rabbia, isolamento o violenza persistono, un intervento tempestivo

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Salute

Ginecologia e ostetricia, a Villa Mondragone la svolta della medicina personalizzata: dall’intelligenza artificiale alla chirurgia mininvasiva per la salute delle donne

A Villa Mondragone (Monte Porzio Catone) la VII edizione del congresso sulla medicina personalizzata per la donna con l’Ospedale dei Castelli e AOGOI. Dalla diagnosi precoce dei tumori e dell’endometriosi con Vizza e Muzii, all’IA per trombosi e diabete gestazionale con Ferrazzani e Rizzo, fino alla chirurgia mininvasiva V-NOTES. Tutte le videointerviste e gli approfondimenti nell’articolo completo 👇

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BARLETTA COVER

Monte Porzio Catone – La medicina contemporanea attraversa una stagione di profonda metamorfosi, abbandonando protocolli rigidi e generalisti per abbracciare la frontiera della massima personalizzazione delle cure. In un contesto demografico segnato dal progressivo calo delle nascite, dall’innalzamento dell’età media della popolazione e dalla crescente incidenza di complesse patologie croniche e oncologiche, la vera sfida dei sistemi sanitari consiste nel tradurre le scoperte della biologia molecolare, della genomica e dell’innovazione tecnologica in percorsi clinici tempestivi, accessibili ed empatici. È attorno a questa visione che si è svolta a Villa Mondragone, nel cuore dei Castelli Romani, la settima edizione del congresso «Personalizzazione delle cure in ginecologia ed ostetricia dal territorio all’ospedale», appuntamento di caratura nazionale che ha visto al centro il ruolo trainante dell’Ospedale dei Castelli (ASL Roma 6), sotto il patrocinio dell’AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani).

Il summit a Villa Mondragone: la sfida dell’Ospedale dei Castelli e la medicina a misura di donna

Coordinato dal professor Francesco Barletta, Direttore dell’UOC di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale dei Castelli e presidente del congresso, affiancato dai presidenti onorari professor Antonio Chiantera ed Enrico Vizza, il simposio ha riunito i massimi esponenti del panorama clinico italiano. L’obiettivo primario emerso dai lavori è il rafforzamento della continuità assistenziale tra i presidi territoriali e l’ospedale, riducendo la migrazione sanitaria e garantendo una presa in carico globale della paziente dall’età fertile alla menopausa avanzata.

«Le innovazioni tecnologiche e scientifiche ci impongono una valutazione della donna a 360 gradi, non limitata alla singola patologia d’organo», ha chiarito il professor Barletta nel delineare le prospettive della medicina di precisione e gli obiettivi di potenziamento strutturale dell’Ospedale dei Castelli, a partire dall’attivazione dei posti previsti per la Terapia Intensiva Neonatale. L’approfondimento completo sulle sfide cliniche del territorio è consultabile nella videointervista al professor Francesco Barletta.

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Dall’oncologia alla chirurgia mininvasiva: nuove frontiere per tumori dell’utero ed endometriosi

Un capitolo centrale del congresso è stato dedicato all’oncologia ginecologica e alla chirurgia conservativa. Il professor Enrico Vizza, Direttore del Dipartimento di Clinica e Ricerca Oncologica dell’IRCCS Regina Elena di Roma, ha tracciato l’evoluzione delle strategie terapeutiche per i tumori dell’endometrio, dove la profilazione molecolare permette oggi di evitare trattamenti adiuvanti troppo aggressivi, personalizzando la chirurgia robotica come documentato nella videointervista al professor Enrico Vizza.

Sul versante dell’endometriosi, patologia cronica e invalidante che colpisce milioni di donne in età fertile, il professor Ludovico Muzii, Direttore della UOC di Ginecologia del Policlinico Umberto I – Sapienza Università di Roma, ha fatto il punto sulle terapie mediche di lungo periodo e sui corretti stili di vita, riducendo il ricorso a interventi chirurgici ripetuti che possono compromettere la riserva ovarica, come spiegato nella videointervista al professor Ludovico Muzii.

I progressi della chirurgia mininvasiva hanno trovato ulteriore conferma nelle relazioni del professor Attilio Di Spiezio Sardo (Università Federico II di Napoli), focalizzato sulle potenzialità dell’isteroscopia diagnostica e operativa ambulatoriale (videointervista al professor Di Spiezio Sardo), e del dottor Andrea Lombisani (Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola), che ha illustrato i vantaggi della tecnica V-NOTES, procedura senza cicatrici visibili che unisce l’approccio vaginale a quello laparoscopico (videointervista al dottor Andrea Lombisani).

Gravidanza, diabete gestazionale e intelligenza artificiale: la prevenzione dei rischi

La tutela della salute materno-fetale è stata approfondita sotto il profilo della prevenzione delle complicanze metaboliche e vascolari. Il professor Sergio Ferrazzani (Policlinico Gemelli – Università Cattolica di Roma) ha analizzato i fattori predittivi del rischio trombotico in gravidanza, evidenziando il supporto offerto dagli algoritmi di intelligenza artificiale nella stratificazione del rischio clinico individuale, come dettagliato nella videointervista al professor Sergio Ferrazzani.

Sul fronte metabolico, il professor Giuseppe Rizzo (Sapienza Università di Roma) ha ribadito l’importanza degli screening precoci per il diabete gestazionale, condizione che se non gestita adeguatamente espone madre e feto a complicanze ostetriche a breve termine e a rischi cardiovascolari futuri, argomento sviscerato nella videointervista al professor Giuseppe Rizzo.

Spazio anche all’umanizzazione del parto e alle scelte consapevoli della partoriente: la dottoressa Ilaria Zannini, dirigente medico all’Ospedale dei Castelli, ha affrontato il tema del VBAC (parto vaginale dopo un precedente taglio cesareo), illustrando i protocolli di sicurezza e l’importanza di scoraggiare cesarei inappropriati privi di indicazione clinica, come illustrato nella videointervista alla dottoressa Ilaria Zannini.

Inclusione, professioni ostetriche e tutela legale: le videointerviste con i massimi specialisti

Il congresso ha dedicato ampia attenzione all’approccio olistico e inclusivo delle cure. La dottoressa Cristina Panizza, consigliera della FNOPO (Federazione Nazionale Ordini della Professione di Ostetrica), ha messo in luce il ruolo primario dell’ostetrica nel percorso nascita a basso rischio e nel supporto emotivo e pratico al puerperio e all’allattamento (videointervista alla dottoressa Cristina Panizza).

Un approfondimento pionieristico sull’incongruenza di genere è giunto dal professor Francesco Lombardo (Policlinico Umberto I), che ha illustrato le barriere di accesso ai servizi sanitari per le persone transgender e l’urgenza di istituire percorsi multidisciplinari di accoglienza ormonale e psicologica (videointervista al professor Francesco Lombardo).

Infine, il tema della responsabilità professionale e delle garanzie assicurative alla luce della legge Gelli-Bianco è stato sviscerato dall’avvocato Alfonso Mandara, fornendo un quadro essenziale per la tutela dei medici e dei giovani specializzandi (videointervista all’avvocato Alfonso Mandara). Un congresso di straordinario valore scientifico che conferma l’Ospedale dei Castelli come presidio d’avanguardia per la salute e la dignità della donna.

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Salute

Insonnia e disturbi del sonno, a Roma la svolta di Sleep Program: cervello, respiro e alimentazione per rigenerare il corpo

Presentato a Roma presso Longevia Medical Clinic lo «Sleep Program», il primo percorso medico multidisciplinare per sconfiggere l’insonnia partendo da cervello, vie aeree e nutrizione. Il Prof. Di Rienzo Businco, il neurologo Peresson e il nutrizionista Rossi svelano il protocollo con tecnologia Neurorevital per dire addio a notti insonni e apnee notturne. Tutti i dettagli e i dati clinici nell’articolo completo 👇

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da dx Dott Marco Peresson- Prof. Pier Luigi Rossi - Margherita Mikhaylenko -Prof. Lino Di Rienzo Businco

Roma – Svegliarsi con la sensazione opprimente di non aver riposato affatto, lottare contro risvegli notturni continui, convivere con il fastidio del russamento, del digrignamento dei denti o con la nebbia mentale che annebbia memoria e lucidità durante l’orario di lavoro. I disturbi del sonno hanno smesso di essere un disagio passeggero per trasformarsi in una delle più gravi e sottovalutate emergenze di salute pubblica dell’epoca contemporanea. Per rispondere a questa sfida con un approccio clinico all’avanguardia, la Longevia Medical Clinic di Roma ha presentato ufficialmente Sleep Program, il primo percorso medico multidisciplinare integrato concepito specificamente per diagnosticare e curare le cause profonde dell’insonnia e delle alterazioni del riposo, superando la logica del semplice tampone farmacologico per restituire all’organismo la sua naturale capacità autoriparatrice.

La rivoluzione di Sleep Program: curare il sonno partendo da cervello, vie respiratorie e nutrizione

La conferenza di lancio tenutasi nella sede capitolina della clinica ha visto la partecipazione di un board di altissimo profilo scientifico, composto dal professor Lino Di Rienzo Businco, direttore scientifico di Longevia e presidente di Fondazione Integria e UBRI Institute, dal neurologo dottor Marco Peresson e dal professor Pier Luigi Rossi, specialista in Scienza dell’Alimentazione. L’architettura del programma si fonda su un cambio di paradigma radicale: il sonno non è un interruttore che si spegne al tramonto, ma una complessa e finissima sinfonia fisiologica che coinvolge in modo inscindibile l’attività cerebrale, la dinamica respiratoria e il metabolismo gastrointestinale.

Il protocollo terapeutico si articola in due fasi rigorose. La prima è interamente dedicata alla fase diagnostica strumentale e specialistica: il paziente viene sottoposto a visita neurologica, valutazione endoscopica avanzata delle vie aeree superiori, spirometria e polisonnografia notturna per monitorare i cicli del sonno, le oscillazioni dell’ossigeno nel sangue e i microrisvegli cerebrali. A questi esami si affianca una meticolosa mappatura metabolica e della composizione corporea. Solo dopo aver decodificato l’origine multifattoriale del disturbo viene elaborato un percorso terapeutico su misura della durata di tre mesi, affiancando trattamenti osteopatici, piani nutrizionali e monitoraggi seriali.

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I numeri dell’emergenza: dall’insonnia alle apnee ostruttive censite da The Lancet

La necessità di un approccio specialistico integrato è confermata dalla vastità epidemiologica del fenomeno. Secondo un’indagine globale condotta dall’istituto RAND Europe su campioni rappresentativi in sedici nazioni industrializzate, circa un adulto su due manifesta sintomi ricorrenti riconducibili all’insonnia, mentre uno su dodici ne è affetto in una forma cronica invalidante. Lo scenario appare ancora più critico sul fronte delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS), patologia caratterizzata dal collasso temporaneo e ripetuto delle vie aeree durante la notte: una ricerca pubblicata sull’autorevole rivista medica The Lancet Respiratory Medicine ha stimato che quasi un miliardo di adulti tra i 30 e i 69 anni nel mondo convive con questa condizione senza esserne consapevole.

Le conseguenze di un sonno frammentato o ipossico non si limitano alla stanchezza mattutina. Dormire male accelera i processi di senescenza cellulare, scatena uno stato di infiammazione sistemica di basso grado, altera il profilo lipidico e glicemico, moltiplica il rischio di ipertensione arteriosa, infarti e ictus, compromettendo al contempo l’equilibrio neurocognitivo e favorendo l’esordio di ansia e depressione reattiva.

L’asse intestino-cervello e la tecnologia Neurorevital: la diagnosi integrata di Longevia

Uno degli elementi di massima novità clinica dello Sleep Program è l’impiego di tecnologie proprietarie sviluppate in sinergia con l’UBRI Institute e la Fondazione Integria ETS. Tra queste spicca Neurorevital, un innovativo sistema di stimolazione magnetica a basso campo, completamente non invasivo e indolore, studiato per interagire dolcemente con i circuiti neuronali deputati alla regolazione dei ritmi circadiani e della produzione endogena di melatonina.

Accanto alla neurostimolazione, il ruolo primario dell’alimentazione è stato dettagliato dal professor Pier Luigi Rossi: «Il sonno comincia a tavola. Spesso chi soffre di insonnia cerca l’origine del problema esclusivamente nella sfera dello stress emotivo o dei pensieri notturni, ignorando che una parte determinante del disturbo si annida nel tratto gastrointestinale. Il cosiddetto asse intestino-cervello dialoga incessantemente attraverso il nervo vago e la flora batterica: pasti ipercalorici, eccesso di zuccheri raffinati, disbiosi intestinale e orari sregolati provocano picchi glicemici e infiammazioni che mandano in tilt la chimica del sonno. Curare l’alimentazione significa fornire al cervello i precursori biochimici indispensabili per il riposo profondo».

Medicina della longevità e monitoraggio clinico: «Dormire male non è normale, la salute si misura»

Il protocollo proposto da Longevia Medical Clinic si inserisce a pieno titolo nei canoni della moderna medicina della longevità, il cui traguardo non è merely allungare l’aspettativa di vita anagrafica, ma massimizzare l’healthspan, ovvero la quota di anni vissuti in piena salute psicofisica. «Dormire male non è un destino ineluttabile da sopportare in silenzio – ha ammonito il professor Lino Di Rienzo Businco – Durante il sonno il corpo non si arresta, ma attiva formidabili cantieri biologici di riparazione dei tessuti, detossificazione cerebrale dal carico amiloide e potenziamento delle difese immunitarie. Quando questo ingranaggio salta, la qualità della vita si sgretola».

A garantire l’efficacia del percorso vi è un rigido sistema di verifica basato su questionari clinici validati a livello internazionale, somministrati in quattro momenti cardine (prima dell’avvio, a metà ciclo, al termine dei tre mesi e a distanza di un ulteriore trimestre). «I risultati terapeutici non li raccontiamo con le parole, li misuriamo strumentalmente prima, durante e dopo il trattamento», hanno concluso gli esperti. Un passo avanti decisivo che restituisce al sonno il suo ruolo sacro di guardiano supremo della salute e della longevità umana.

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Territorio

Sanità e cultura a Canistro, inaugurata “Le Librerie di Nadia”: all’INI i libri come cura per il benessere e l’anima dei pazienti

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Nadia Faroni

Canistro – Un libro per allentare l’ansia dell’attesa, una storia per ritrovare serenità tra le corsie di un ospedale, qualche pagina stampata per sentirsi meno soli nei momenti di fragilità. Con questo spirito di profonda umanizzazione delle cure mediche è stato ufficialmente inaugurato a Canistro, suggestivo borgo della Valle Roveto in provincia dell’Aquila, il progetto culturale intitolato “Le Librerie di Nadia”. L’iniziativa, promossa dal Gruppo INI (Istituto Neurotraumatologico Italiano), ha visto il tradizionale taglio del nastro all’interno della clinica rovetana convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale, struttura d’eccellenza specializzata nella chirurgia ortopedica e nella riabilitazione, punto di riferimento per l’intero Abruzzo e le regioni contermini.

La visione di Nadia Faroni: curare il corpo senza dimenticare lo spirito

Il progetto nasce dalla sensibilità e dalla ferma volontà di Nadia Proietti Faroni, consorte del compianto professor Delfo Galileo Faroni, illustre fondatore del Gruppo INI scomparso nell’ottobre del 2021. L’obiettivo primario è portare la bellezza della letteratura, della saggistica e del racconto direttamente nei luoghi della degenza sanitaria, trasformando sale d’attesa e corridoi in spazi aperti all’incontro, alla riflessione e alla distensione emotiva. La libreria è a totale e libera disposizione di pazienti, familiari in visita, operatori sanitari e cittadini, offrendo la possibilità di scegliere un volume, leggerlo durante il soggiorno clinico e riconsegnarlo per renderlo fruibile ad altri.

A spiegare con commozione il senso profondo dell’opera è la stessa Nadia Faroni: «Tengo molto a questa iniziativa perché rende ancora più umano l’ambiente di cura, stimola la cultura e, soprattutto, permette di dare una seconda vita: certamente al libro, un’opera culturale che non viene buttata, ma riutilizzata, e magari può dare una seconda vita anche a chi legge». Il meccanismo è tanto semplice quanto rivoluzionario nella sua immediatezza etica: “Lo prendo… e lo rendo!”. Un patto di fiducia e responsabilità condivisa che rispecchia una medicina che mette la persona, e non solo la patologia, al centro dell’intervento terapeutico.

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L’eredità morale del professor Delfo Galileo Faroni e il Gruppo INI

L’approdo del progetto letterario nella struttura di Canistro si inserisce nel solco di una tradizione assistenziale che affonda le proprie radici in quasi ottant’anni di storia della sanità italiana. Fondato dall’intuizione pionieristica del professor Delfo Galileo Faroni, il Gruppo INI costituisce oggi una delle più autorevoli realtà sanitarie private accreditate del Centro-Sud Italia, forte di una rete capillare distribuita tra Abruzzo e Lazio che conta dieci moderne strutture ospedaliere, oltre 1.200 posti letto accreditati e un organico altamente qualificato di circa 2.000 professionisti tra medici, infermieri, terapisti e personale amministrativo.

«L’iniziativa richiama una convinzione profondamente radicata nella storia del Gruppo INI», rimarca Nadia Faroni. «La cura non può limitarsi agli aspetti strettamente clinici, ma deve considerare anche la dimensione psicologica, relazionale ed emotiva di ogni individuo. Un principio che apparteneva alla visione di Delfo Galileo Faroni, secondo cui prendersi cura del corpo significava anche non dimenticare lo spirito». La medicina moderna riconosce ampiamente come il benessere psicologico e la riduzione dei livelli di stress durante il ricovero favoriscano i tempi di recupero post-operatorio, migliorando la compliance terapeutica e la qualità complessiva della degenza.

Il valore sociale per la Valle Roveto e le prossime tappe nel Lazio

Per la comunità di Canistro e per l’intera Valle Roveto, la clinica INI rappresenta molto più di un’eccellenza ortopedica: è un presidio occupazionale e sociale fondamentale per contrastare lo spopolamento delle aree interne montane dell’Abruzzo. Aprire uno spazio dedicato alla cultura all’interno della struttura significa saldare ulteriormente l’alleanza tra la sanità e la popolazione locale, trasformando il presidio in un polo civico accogliente dove la solitudine della malattia viene mitigata dalla solidarietà comunitaria.

L’inaugurazione abruzzese segna l’avvio di un percorso itinerante che toccherà nei prossimi giorni altre storiche strutture del gruppo. Mercoledì 14 ottobre, alle ore 11:30, “Le Librerie di Nadia” aprirà i battenti presso la clinica Villa Alba di Fonte Nuova, alle porte di Roma. L’indomani, giovedì 15 ottobre sempre alle 11:30, sarà la volta della prestigiosa struttura INI Città Bianca-Villa Alba di Veroli, in provincia di Frosinone. Un cammino virtuoso che dimostra come la sanità migliore sia quella capace di unire l’altissima specializzazione chirurgica al calore umano di una pagina ben scritta.

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