Salute
ADOLESCENTI, GENERAZIONE CONNESSA E IPERFRAGILE: LA SFIDA DEL DIALOGO. COME LA PSICOANALISI LEGGE IL RAPPORTO TRA GIOVANI E TECNOLOGIA. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA
Redazione- Adolescenti, cuori isolati, sempre più coinvolti nell’iperconessione con conseguente iperfragilità e rischio sempre maggiore della scomparsa dell’alterità. Così la sfida diventa sempre più per molti genitori, comprenderne e leggerne “l’invisibile”.Importanti e recenti studi scientifici (Journal of Social Science, 2025); dimostrano come il rapporto tra adolescenti e tecnologia non è una semplice questione di “tempo trascorso davanti a uno schermo”, ma una complessa mutazione del modo in cui i giovani percepiscono se stessi e l’altro.
La psicoanalisi contemporanea legge questo fenomeno non come una dipendenza da ‘sostanze’, ma come una sfida identitaria.
Per gli adolescenti di oggi, definiti spesso come la “Generazione Connessa”, l’ambiente digitale
è una vera e propria dimensione esistenziale. In questa iper-presenza virtuale, la psicoanalisi rintraccia dunque, un paradosso che fa riflettere: la scomparsa dell’alterità. Ne parliamo oggi con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.
“Siamo sempre più di fronte al Sé senza l’Altro” – spiega in questa intervista, Adelia Lucattini, che evidenzia come il crescere significhi, fisiologicamente, scontrarsi con ciò che è diverso da noi”.
“È attraverso l’urto con l’altro, con i suoi rifiuti, i suoi sguardi imprevedibili e la sua indipendenza – spiega Lucattini – che l’adolescente definisce i propri confini. Oggi, questo “urto” è mediato, filtrato e spesso annullato dagli algoritmi. Il digitale tende a trasformare l’altro in un oggetto a propria disposizione: un profilo da scorrere, un messaggio da visualizzare senza rispondere, un’immagine da commentare. In questo spazio, l’altro perde la sua ‘consistenza’ reale. L’iperfragilità, l’isolamento di cui parliamo, non è necessariamente fisico – molti adolescenti sono circondati da centinaia di “amici” online – ma è un isolamento affettivo. Senza il confronto con l’alterità reale, l’adolescente rimane intrappolato in una bolla di identità iper-fragile”. Vediamo allora, insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, quali preziosi consigli è importante seguire per orientare e guidare i ragazzi a scelte più consapevoli.
Dott.ssa Lucattini, se un adolescente risponde poco e a monosillabi, quali strategie o domande “aperte” possono riaprire un canale di dialogo autentico?
L’adolescenza è una fase cruciale di separazione e individuazione, in cui i giovani hanno bisogno di prendere distanza dai genitori per costruire la propria identità, senza però perdere il riferimento degli adulti. La giusta distanza educativa non è una misura fissa, ma un equilibrio dinamico tra presenza e autonomia: da un lato è fondamentale esserci, essere disponibili e rappresentare un punto di riferimento affettivo stabile, dall’altro è altrettanto importante non invadere ogni spazio, non controllare tutto e lasciare al ragazzo la possibilità di sperimentarsi. Si può pensare a questa posizione come a una “base sicura”: il genitore non segue ogni passo, ma è affidabile, riconoscibile e presente quando serve. Questo implica anche una capacità non sempre facile da sostenere, cioè tollerare di non sapere tutto, di non essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messi da parte. È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico, senza vivere l’autonomia come una rottura o un abbandono. Le domande devono essere delicate e non insistenti, affettuose e con tono pacato (Universiteit Leiden, 2018).
Qual è, a Suo avviso, la distanza educativa corretta da mantenere? Come restare presenti senza essere invadenti?
La “giusta distanza” educativa non può essere definita in modo rigido o una volta per tutte, ma rappresenta piuttosto un equilibrio dinamico tra due poli fondamentali: da un lato la presenza affettiva, cioè la capacità del genitore di esserci, di essere disponibile e riconoscibile, dall’altro il rispetto dell’autonomia, che implica il non controllare ogni aspetto della vita del ragazzo e il non invadere i suoi spazi. In questa prospettiva, la relazione può essere pensata come uno spazio transizionale, in cui l’adolescente può muoversi tra dipendenza e indipendenza, sperimentando se stesso senza sentirsi né abbandonato né controllato. Il genitore non segue ogni passo, ma resta un riferimento affidabile che rende possibile questa oscillazione. Dal punto di vista psicoanalitico, ciò richiede una competenza emotiva complessa, cioè la capacità di tollerare di non sapere tutto, di non essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messo da parte senza viverlo come un fallimento. È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico, mantenendo al tempo stesso il legame senza percepirlo come intrusivo o, al contrario, assente (International Journal about Parents in Education, 2024).
Dott.ssa Lucattini, riguardo all’abuso della tecnologia digitale, molti genitori reagiscono a questo nuovo disagio con il sequestro del cellulare o restrizioni. Perché questo approccio spesso fallisce, quali misure preventive per il loro benessere psicologico potrebbero essere invece, efficaci?
Il sequestro dello smartphone o l’imposizione di restrizioni eccessivamente rigide spesso si rivelano inefficaci perché intervengono solo sul comportamento, senza coglierne il significato profondo per i figli. Lo smartphone, infatti, non è soltanto uno strumento, ma rappresenta uno spazio relazionale e identitario, talvolta anche un rifugio emotivo; per questo motivo, una sua sottrazione brusca può essere vissuta come una rottura del legame o come una punizione difficile da comprendere. Interventi di questo tipo rischiano di alimentare opposizione e conflitto, generare vissuti di incomprensione e favorire un uso ancora nascosto, clandestino o compulsivo. Risultano invece più efficaci, approcci sia educativi, che preventivi fondati sul dialogo e sulla condivisione ovvero sulla costruzione di regole insieme. Importante anche avere un interesse autentico per ciò che un figlio adolescente vede o fa online, perché il limite può essere interiorizzato solo quando è pensato, spiegato e inserito all’interno di una relazione affettiva significativa, e non quando viene imposto dall’esterno senza nessuna spiegazione, con arroganza o violenza (Journal of Happiness Studies, 2025).
Qual è, secondo Lei, il confine tra l’uso fisiologico dei device e un disagio profondo che trova sfogo nelle dipendenze tecnologiche?
È una questione non solo di tempo trascorso davanti allo schermo, ma anche della qualità dell’esperienza che l’adolescente vive, se lo usa per studiare e informarsi o solo a scopo ludico. L’uso diventa problematico quando non rappresenta più uno strumento tra gli altri, ma assume una funzione centrale nella regolazione emotiva. Possiamo parlare di un possibile disagio quando lo smartphone diventa l’unico modo per stare bene o per evitare emozioni difficili, come la noia, la tristezza o l’ansia, oppure quando tende progressivamente a sostituire le relazioni reali, impoverendo il contatto diretto con gli altri. Segnali importanti sono anche l’irritabilità, l’ansia o un senso di vuoto quando l’uso viene interrotto, così come le interferenze significative con il sonno, la scuola e la vita quotidiana. In questi casi, dal punto di vista psicoanalitico, lo smartphone può assumere la funzione di un vero e proprio oggetto esterno interiorizzato come “regolatore” delle emozioni, utilizzato non tanto per comunicare o condividere, ma per non sentire, per anestetizzare emozioni difficili o non sostenibili, come nel dolore e nella depressione, oppure per colmare un senso di vuoto e di solitudine. Il rischio è che venga meno la possibilità di sviluppare strumenti interiori di elaborazione emotiva, perché l’autoregolazione viene delegata a un oggetto tecnologico investito affettivamente, rendendo più fragile la capacità dell’adolescente di stare in contatto con sé stesso, con gli altri ragazzi e con i genitori in modo autentico (Universität Innsbruck, 2025).
Non si tratta solo di quante ore gli adolescenti passano online, ma di comprendere anche cosa fanno. Come si costruisce un “patto digitale” in famiglia?
Un “patto digitale” non è semplicemente un insieme di regole imposte dall’alto, ma rappresenta un vero e proprio accordo condiviso, costruito all’interno della relazione familiare. Significa passare da una logica di controllo a una logica di responsabilizzazione, in cui l’adolescente viene coinvolto attivamente nella definizione dei limiti e ne comprende il senso. In concreto, implica stabilire insieme tempi e spazi di utilizzo, ad esempio evitando l’uso dello smartphone durante i pasti o nelle ore notturne, ma soprattutto significa creare occasioni di dialogo aperto sui rischi e sulle opportunità del mondo digitale, senza allarmismi ma con realismo e ascolto reciproco. Un elemento fondamentale è la coerenza degli adulti: i genitori sono modelli, e il loro modo di utilizzare la tecnologia comunica molto più delle regole esplicite, per cui è importante che anche loro rispettino alcuni limiti, mostrando che il digitale può essere gestito in modo equilibrato. Il patto digitale si applica nella quotidianità attraverso una negoziazione continua, che tiene conto dell’età, del grado di maturità e dei bisogni del ragazzo, e che può essere rivista nel tempo, adattandosi ai cambiamenti. Centrale è il mantenimento di uno spazio di fiducia, in cui il controllo non sostituisce la relazione ma, semmai, la sostiene: strumenti come il parental control possono avere una funzione protettiva, soprattutto nelle fasi più precoci, ma non possono diventare l’unico strumento educativo, perché rischiano di trasformarsi in forme di sorveglianza che minano la fiducia e incentivano comportamenti nascosti. In questa prospettiva, il patto digitale diventa anche un’occasione educativa più ampia, che aiuta l’adolescente a sviluppare senso critico, capacità di autoregolazione e responsabilità, accompagnandolo gradualmente verso un uso più consapevole e autonomo della tecnologia (Cyberpsychology, 2026).
Quali consigli si sente di dare ai genitori?
-Stabilire regole chiare: i limiti sull’uso dei dispositivi elettronici (tempi, luoghi, modalità) devono essere condivisi e spiegati, non imposti, perché solo ciò che viene compreso può essere interiorizzato e rispettato nel tempo;
-Definire confini concreti nella quotidianità: è utile creare routine stabili, come l’assenza di smartphone durante i pasti, prima di dormire o in alcuni momenti familiari, per preservare spazi di relazione reale e di decompressione mentale;
-Accompagnare, non solo controllare: interessarsi a ciò che i figli fanno online, chiedere, conoscere le piattaforme, parlare dei contenuti, è molto più efficace del semplice monitoraggio, perché trasforma il digitale in uno spazio condivisibile e pensabile;
-Educare alla regolazione emotiva: aiutare l’adolescente a riconoscere quando usa lo smartphone per noia, ansia o solitudine, favorendo alternative e sviluppando consapevolezza, così che il digitale non diventi l’unico strumento per gestire le emozioni;
-Dare l’esempio: il comportamento digitale dei genitori è determinante; un uso equilibrato e rispettoso dei tempi relazionali trasmette modelli molto più efficaci di qualsiasi regola dichiarata;
-Costruire fiducia prima del controllo: strumenti come il parental control, appunto, possono essere utili in alcune fasi, ma devono essere inseriti in un contesto di trasparenza e spiegazione, altrimenti rischiano di minare la fiducia e incentivare comportamenti nascosti;
– Adattare le regole nel tempo: l’educazione digitale non è statica; deve evolvere con l’età, la maturità e le competenze del ragazzo, passando progressivamente da una regolazione esterna a una sempre maggiore autonomia e responsabilità.
Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Salute
La sanità laziale potenzia il territorio: apre l’ospedale di comunità al Policlinico Umberto I
🏥 Il Policlinico Umberto I inaugura il suo Ospedale di Comunità: 20 nuovi posti letto per la continuità assistenziale tra cure ospedaliere e territorio. Una svolta per la sanità laziale.
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Redazione- Roma segna un passo decisivo nel potenziamento della rete assistenziale regionale con l’inaugurazione dell’Ospedale di Comunità presso l’edificio George Eastman. Situata in viale Regina Elena 287/b, al terzo piano della storica struttura romana, questa nuova realtà si inserisce nel più ampio disegno di riorganizzazione della medicina territoriale, mirando a colmare il vuoto esistente tra le cure ospedaliere per acuti e l’assistenza domiciliare. L’iniziativa rappresenta il primo esempio concreto di integrazione funzionale all’interno del perimetro del Policlinico Umberto I, istituzione che assumerà il ruolo di garante per la continuità dei percorsi di cura.
Alla cerimonia di apertura hanno presenziato i vertici istituzionali, tra cui il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, insieme al Direttore generale del Policlinico Umberto I, Fabrizio d’Alba, e alla direzione strategica aziendale. L’opera, realizzata nel quadro della Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e in piena conformità con gli standard del decreto ministeriale 77 del 2022, è stata pensata per decongestionare le grandi strutture ospedaliere, trasformando il modello di presa in carico del paziente.
il ruolo dei venti posti letto e la missione assistenziale
Il nuovo Ospedale di Comunità dispone di venti posti letto, destinati a una categoria specifica di pazienti: persone clinicamente stabilizzate che, pur avendo superato la fase acuta della patologia, richiedono ancora un monitoraggio costante. La struttura offre assistenza infermieristica continuativa (sulle 24 ore) e una supervisione medica programmata, elementi necessari per garantire il recupero funzionale prima che il paziente possa tornare al proprio domicilio.
L’obiettivo è chiaro: evitare che i pazienti restino ingiustificatamente nei reparti ospedalieri ad alta intensità di cure, liberando risorse preziose e, al contempo, fornendo un ambiente più protetto e consono alla fase di convalescenza. In questo spazio, i percorsi di riabilitazione leggera si intrecciano con la gestione farmacologica e il supporto sociale, riducendo il rischio di complicazioni o di nuovi ricoveri impropri che spesso gravano sul sistema sanitario nazionale.
una nuova sinergia tra ospedale e territorio
Secondo il Direttore generale Fabrizio d’Alba, questa apertura va ben oltre l’aspetto logistico. Si tratta di una trasformazione culturale che mira a rendere più fluidi i passaggi tra le diverse intensità di cura. “Questa struttura crea nuove consuetudini di collaborazione tra professionisti del settore”, ha spiegato d’Alba durante l’evento, sottolineando come l’integrazione tra il grande polo ospedaliero e la rete territoriale sia la chiave per un sistema sanitario moderno.
Un aspetto peculiare citato dalla direzione riguarda l’impatto formativo. L’Ospedale di Comunità, infatti, diventerà un laboratorio a cielo aperto per i giovani professionisti sanitari. Spesso, durante il percorso di studi e i tirocini universitari, il personale medico e infermieristico si concentra quasi esclusivamente sulla gestione della fase acuta, trascurando la complessità della cura territoriale. Lavorare in questo nuovo distaccamento dell’Umberto I permetterà ai nuovi medici e infermieri di misurarsi con le esigenze delle cronicità e con le dinamiche sociali che caratterizzano il rientro a casa dei pazienti, formando così figure professionali con competenze olistiche e integrate.
L’inaugurazione dell’edificio Eastman non è dunque solo l’aggiunta di posti letto, ma un segnale di cambiamento per la sanità di Roma e di tutto il Lazio. La scommessa, sostenuta dai fondi europei, è quella di creare una rete che non separi più l’ospedale dal territorio, ma che li faccia comunicare in modo costante e rigoroso. Con l’avvio delle attività, il Policlinico Umberto I si candida a diventare un modello di riferimento nell’applicazione delle direttive nazionali, ponendo il paziente al centro di un percorso che garantisce dignità e sicurezza dalla diagnosi fino alla guarigione o alla stabilizzazione definitiva. Il successo di questo progetto sarà misurato, nei prossimi mesi, dalla capacità della struttura di mantenere elevati standard assistenziali riducendo drasticamente i tempi di attesa e migliorando il tasso di dimissioni appropriate, in un clima di collaborazione sinergica tra le diverse branche della medicina regionale.
Intervista al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e al Direttore Generale Policlinico I di Roma, Fabrizio d’Alba
Interviste di Marialuisa Roscino
Riprese e Montaggio di Fabio Nori
Salute
“Che colpa ho io ” è il nuovo singolo che segna il ritorno di Sambiglion
🎵 Il nuovo singolo di Sambiglion, intitolato “Che colpa ho io”, esplora il dolore delle scelte non comprese in un viaggio intimo tra folk elettrico e cantautorato.
Guarda il videoclip su YouTube e ascolta il brano su tutte le piattaforme digitali. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#Sambiglion #NuovaMusica #CantautoratoItaliano #CheColpaHoIo
Redazione- Milano segna il punto di partenza per il nuovo capitolo artistico di Ruben Caparrotta, in arte Sambiglion, che torna sulla scena musicale con il singolo intitolato Che colpa ho io. Il brano, che sarà disponibile sulle piattaforme digitali a partire da giovedì 11 giugno, approderà ufficialmente in rotazione radiofonica il giorno successivo, venerdì 12 giugno, sotto l’etichetta Maionese Project. La canzone si inserisce in un percorso di maturazione cantautorale che l’artista porta avanti da anni, fondendo narrazione intimista e sonorità ricercate.
Il brano affronta il tema complesso delle scelte e delle rinunce che segnano la vita di ogni individuo, specialmente durante quella fase in cui la consapevolezza non è ancora pienamente formata. Sambiglion descrive il processo creativo come una valvola di sfogo necessaria, dove le emozioni improvvise e talvolta dolorose si trasformano in musica. La penna, nelle sue parole, diventa uno strumento per gestire lo smarrimento, trasformandosi in un luogo dove è possibile dare sfogo ai propri vissuti, che si tratti di un pianto liberatorio o di una forma di resistenza emotiva.
le sonorità e la struttura della nuova produzione
Sotto il profilo tecnico, la produzione oscilla tra atmosfere delicate e aperture sonore più corpose. L’arrangiamento si basa su un impianto indie pop dalla trama morbida, dove le chitarre acustiche dominano la prima parte, tessendo una melodia intima che accompagna l’ascoltatore nelle fasi iniziali del racconto. Con il progredire della traccia, il sound subisce una metamorfosi, introducendo elementi elettrici che creano una tensione crescente fino a culminare in un assolo finale, pensato per dare forza emotiva all’intero messaggio del brano.
Il lavoro di arrangiamento è frutto di una collaborazione consolidata con Davide Maggioni. La sinergia tra i due professionisti permette di rifinire ogni dettaglio: mentre l’artista arriva in studio con testi e melodie già definiti, il lavoro condiviso sulla struttura si concentra sulla ricerca di un equilibrio armonico che soddisfi l’intento comunicativo originale. Questa attenzione alla cura del suono rispecchia l’obiettivo di Sambiglion di costruire un prodotto organico, capace di parlare a un pubblico eterogeneo che, secondo le rilevazioni algoritmiche, spazia dai 29 ai 45 anni, pur senza precludere un ascolto più ampio e trasversale.
il significato del videoclip e il percorso dell’artista
Ad accompagnare l’uscita del brano c’è un videoclip curato da Stefano Di Giovanni su idea di Ruben Caparrotta. Le riprese si sviluppano interamente all’interno di un’automobile, scelta non casuale che funge da metafora per uno spazio sospeso, simile a quello dei sogni. La vettura diventa il teatro di un viaggio interiore dove i personaggi che si alternano a bordo rappresentano allegorie di memorie, emozioni e tappe fondamentali dell’esistenza. Ogni elemento visivo è orientato a sottolineare il concetto di crescita personale, un tema centrale nella poetica di questo cantautore che cita influenze che vanno dai grandi della musica italiana, come Fabrizio De André e Rino Gaetano, fino a suggestioni internazionali.
Il percorso che ha portato a questa pubblicazione è frutto di una gavetta lunga oltre un decennio. Dai primi esperimenti autoprodotti nel 2010 con lo pseudonimo ispirato ai romanzi di Emilio Salgari, Sambiglion è passato attraverso diverse fasi: dai tributi d’autore alla produzione di album come Tu eri lì nel 2018. Il sodalizio con La Stanza Nascosta Records, che ha pubblicato i suoi lavori recenti, ha consolidato la sua presenza in un panorama dove la scrittura sincera rimane la priorità. Attualmente, l’artista guarda al futuro con la realizzazione del suo prossimo disco, il cui titolo provvisorio è Ozio, confermando la volontà di affermarsi nel circuito live italiano in modo naturale, senza forzature, portando sul palco quel mondo interiore che ha saputo costruire in questi anni di ricerca artistica costante e appassionata.
Salute
Ini Canistro: il 18 giugno open day per la prevenzione delle patologie reumatiche e dell’osteoporosi
🏥 La prevenzione è lo strumento più potente a nostra disposizione per contrastare le malattie reumatiche e l’osteoporosi. Il 18 giugno, presso la clinica Ini di Canistro, una mattinata dedicata a visite gratuite per tutelare il benessere delle ossa e delle articolazioni. Non perdere l’opportunità di monitorare la tua salute con il dottor Mauro Ranieri.
Prenota subito il tuo posto chiamando il numero verde 800951595 o scrivendo su WhatsApp al 348.2322841. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
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Redazione- Canistro, in provincia dell’Aquila, si prepara a ospitare una nuova giornata dedicata interamente alla salute della cittadinanza. Il prossimo 18 giugno, presso la clinica Ini, si terrà un open day finalizzato alla prevenzione e alla diagnosi precoce delle patologie reumatiche e dell’osteoporosi. L’iniziativa, che si svolgerà dalle ore 9.00 alle ore 13.00, segue il successo dei precedenti appuntamenti dedicati all’ortopedia e all’urologia, confermando l’impegno costante della struttura sanitaria nel promuovere la cultura della prevenzione sul territorio abruzzese.
La clinica Ini di Canistro, parte di un gruppo nazionale con oltre settant’anni di attività nel settore sanitario tra Abruzzo, Lazio e centro-sud Italia, rappresenta un presidio di eccellenza. La struttura conta dieci sedi, dispone di oltre 1.200 posti letto e impiega circa 2mila dipendenti, distinguendosi come punto di riferimento per l’ortopedia e la traumatologia in regime di convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale. L’evento del 18 giugno vedrà protagonista il dottor Mauro Ranieri, reumatologo che ha rafforzato recentemente l’equipe medica del centro.
l’importanza della diagnosi precoce per le malattie reumatiche
Il dottor Ranieri pone l’accento sulla necessità di intervenire tempestivamente di fronte ai primi segnali di malessere articolare o muscolare. Le malattie infiammatorie reumatologiche, tra cui l’artrite, tendono a generare le conseguenze più serie proprio durante la fase iniziale, ovvero nel primo anno di insorgenza. Intervenire in questa finestra temporale permette di limitare in modo significativo i danni permanenti a carico dell’apparato osteoarticolare.
Il quadro clinico che rientra nell’ambito reumatologico si presenta spesso eterogeneo e complesso. Spazia infatti da problematiche tendinee ad alterazioni articolari, fino a coinvolgere muscoli e, in alcuni casi, distretti neurologici. Grazie all’avvento di opzioni terapeutiche moderne, come i farmaci biologici — la cui prescrizione rimane vincolata ai centri autorizzati — è possibile oggi gestire queste patologie con una precisione superiore rispetto al passato. Tuttavia, il punto cardine rimane la visita specialistica, integrata da una serie di esami di laboratorio mirati, che verranno offerti gratuitamente durante l’open day previa prenotazione.
come combattere l’osteoporosi e monitorare la salute delle ossa
Oltre alle patologie di natura strettamente infiammatoria, lo screening si concentra sulla fragilità ossea. L’osteoporosi è una condizione che interessa un’ampia fetta della popolazione, specialmente con l’avanzare dell’età. In Italia, si stima che siano circa 5 milioni le persone colpite da queste problematiche, un numero equivalente al 10% della popolazione totale. Il progressivo invecchiamento demografico rende l’attività di monitoraggio un pilastro per la tenuta del sistema salute.
Il dottor Ranieri spiega che la combinazione tra un’indagine anamnestica approfondita e l’esecuzione di una mineralometria ossea consente di inquadrare correttamente il paziente. Identificare la predisposizione all’osteoporosi o uno stato di fragilità già conclamato consente di instaurare percorsi terapeutici mirati. Prevenire il peggioramento della malattia significa, di fatto, ridurre drasticamente il rischio di fratture ossee, che possono verificarsi anche in assenza di traumi violenti, compromettendo gravemente la qualità della vita quotidiana, specialmente negli anziani.
Per partecipare all’iniziativa, è necessaria la prenotazione obbligatoria, valida fino a esaurimento dei posti disponibili. Gli interessati possono contattare il numero verde 800951595 o inviare un messaggio WhatsApp al numero 348.2322841. Informazioni dettagliate sono anche reperibili consultando la pagina dedicata sul portale ufficiale del gruppo Ini. L’evento rappresenta un’occasione preziosa per i cittadini per sottoporsi a uno screening specialistico in un ambiente altamente qualificato, contribuendo attivamente alla tutela della propria salute a lungo termine.
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