Salute
ADOLESCENTI, GENERAZIONE CONNESSA E IPERFRAGILE: LA SFIDA DEL DIALOGO. COME LA PSICOANALISI LEGGE IL RAPPORTO TRA GIOVANI E TECNOLOGIA. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA
Redazione- Adolescenti, cuori isolati, sempre più coinvolti nell’iperconessione con conseguente iperfragilità e rischio sempre maggiore della scomparsa dell’alterità. Così la sfida diventa sempre più per molti genitori, comprenderne e leggerne “l’invisibile”.Importanti e recenti studi scientifici (Journal of Social Science, 2025); dimostrano come il rapporto tra adolescenti e tecnologia non è una semplice questione di “tempo trascorso davanti a uno schermo”, ma una complessa mutazione del modo in cui i giovani percepiscono se stessi e l’altro.
La psicoanalisi contemporanea legge questo fenomeno non come una dipendenza da ‘sostanze’, ma come una sfida identitaria.
Per gli adolescenti di oggi, definiti spesso come la “Generazione Connessa”, l’ambiente digitale
è una vera e propria dimensione esistenziale. In questa iper-presenza virtuale, la psicoanalisi rintraccia dunque, un paradosso che fa riflettere: la scomparsa dell’alterità. Ne parliamo oggi con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.
“Siamo sempre più di fronte al Sé senza l’Altro” – spiega in questa intervista, Adelia Lucattini, che evidenzia come il crescere significhi, fisiologicamente, scontrarsi con ciò che è diverso da noi”.
“È attraverso l’urto con l’altro, con i suoi rifiuti, i suoi sguardi imprevedibili e la sua indipendenza – spiega Lucattini – che l’adolescente definisce i propri confini. Oggi, questo “urto” è mediato, filtrato e spesso annullato dagli algoritmi. Il digitale tende a trasformare l’altro in un oggetto a propria disposizione: un profilo da scorrere, un messaggio da visualizzare senza rispondere, un’immagine da commentare. In questo spazio, l’altro perde la sua ‘consistenza’ reale. L’iperfragilità, l’isolamento di cui parliamo, non è necessariamente fisico – molti adolescenti sono circondati da centinaia di “amici” online – ma è un isolamento affettivo. Senza il confronto con l’alterità reale, l’adolescente rimane intrappolato in una bolla di identità iper-fragile”. Vediamo allora, insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, quali preziosi consigli è importante seguire per orientare e guidare i ragazzi a scelte più consapevoli.
Dott.ssa Lucattini, se un adolescente risponde poco e a monosillabi, quali strategie o domande “aperte” possono riaprire un canale di dialogo autentico?
L’adolescenza è una fase cruciale di separazione e individuazione, in cui i giovani hanno bisogno di prendere distanza dai genitori per costruire la propria identità, senza però perdere il riferimento degli adulti. La giusta distanza educativa non è una misura fissa, ma un equilibrio dinamico tra presenza e autonomia: da un lato è fondamentale esserci, essere disponibili e rappresentare un punto di riferimento affettivo stabile, dall’altro è altrettanto importante non invadere ogni spazio, non controllare tutto e lasciare al ragazzo la possibilità di sperimentarsi. Si può pensare a questa posizione come a una “base sicura”: il genitore non segue ogni passo, ma è affidabile, riconoscibile e presente quando serve. Questo implica anche una capacità non sempre facile da sostenere, cioè tollerare di non sapere tutto, di non essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messi da parte. È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico, senza vivere l’autonomia come una rottura o un abbandono. Le domande devono essere delicate e non insistenti, affettuose e con tono pacato (Universiteit Leiden, 2018).
Qual è, a Suo avviso, la distanza educativa corretta da mantenere? Come restare presenti senza essere invadenti?
La “giusta distanza” educativa non può essere definita in modo rigido o una volta per tutte, ma rappresenta piuttosto un equilibrio dinamico tra due poli fondamentali: da un lato la presenza affettiva, cioè la capacità del genitore di esserci, di essere disponibile e riconoscibile, dall’altro il rispetto dell’autonomia, che implica il non controllare ogni aspetto della vita del ragazzo e il non invadere i suoi spazi. In questa prospettiva, la relazione può essere pensata come uno spazio transizionale, in cui l’adolescente può muoversi tra dipendenza e indipendenza, sperimentando se stesso senza sentirsi né abbandonato né controllato. Il genitore non segue ogni passo, ma resta un riferimento affidabile che rende possibile questa oscillazione. Dal punto di vista psicoanalitico, ciò richiede una competenza emotiva complessa, cioè la capacità di tollerare di non sapere tutto, di non essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messo da parte senza viverlo come un fallimento. È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico, mantenendo al tempo stesso il legame senza percepirlo come intrusivo o, al contrario, assente (International Journal about Parents in Education, 2024).
Dott.ssa Lucattini, riguardo all’abuso della tecnologia digitale, molti genitori reagiscono a questo nuovo disagio con il sequestro del cellulare o restrizioni. Perché questo approccio spesso fallisce, quali misure preventive per il loro benessere psicologico potrebbero essere invece, efficaci?
Il sequestro dello smartphone o l’imposizione di restrizioni eccessivamente rigide spesso si rivelano inefficaci perché intervengono solo sul comportamento, senza coglierne il significato profondo per i figli. Lo smartphone, infatti, non è soltanto uno strumento, ma rappresenta uno spazio relazionale e identitario, talvolta anche un rifugio emotivo; per questo motivo, una sua sottrazione brusca può essere vissuta come una rottura del legame o come una punizione difficile da comprendere. Interventi di questo tipo rischiano di alimentare opposizione e conflitto, generare vissuti di incomprensione e favorire un uso ancora nascosto, clandestino o compulsivo. Risultano invece più efficaci, approcci sia educativi, che preventivi fondati sul dialogo e sulla condivisione ovvero sulla costruzione di regole insieme. Importante anche avere un interesse autentico per ciò che un figlio adolescente vede o fa online, perché il limite può essere interiorizzato solo quando è pensato, spiegato e inserito all’interno di una relazione affettiva significativa, e non quando viene imposto dall’esterno senza nessuna spiegazione, con arroganza o violenza (Journal of Happiness Studies, 2025).
Qual è, secondo Lei, il confine tra l’uso fisiologico dei device e un disagio profondo che trova sfogo nelle dipendenze tecnologiche?
È una questione non solo di tempo trascorso davanti allo schermo, ma anche della qualità dell’esperienza che l’adolescente vive, se lo usa per studiare e informarsi o solo a scopo ludico. L’uso diventa problematico quando non rappresenta più uno strumento tra gli altri, ma assume una funzione centrale nella regolazione emotiva. Possiamo parlare di un possibile disagio quando lo smartphone diventa l’unico modo per stare bene o per evitare emozioni difficili, come la noia, la tristezza o l’ansia, oppure quando tende progressivamente a sostituire le relazioni reali, impoverendo il contatto diretto con gli altri. Segnali importanti sono anche l’irritabilità, l’ansia o un senso di vuoto quando l’uso viene interrotto, così come le interferenze significative con il sonno, la scuola e la vita quotidiana. In questi casi, dal punto di vista psicoanalitico, lo smartphone può assumere la funzione di un vero e proprio oggetto esterno interiorizzato come “regolatore” delle emozioni, utilizzato non tanto per comunicare o condividere, ma per non sentire, per anestetizzare emozioni difficili o non sostenibili, come nel dolore e nella depressione, oppure per colmare un senso di vuoto e di solitudine. Il rischio è che venga meno la possibilità di sviluppare strumenti interiori di elaborazione emotiva, perché l’autoregolazione viene delegata a un oggetto tecnologico investito affettivamente, rendendo più fragile la capacità dell’adolescente di stare in contatto con sé stesso, con gli altri ragazzi e con i genitori in modo autentico (Universität Innsbruck, 2025).
Non si tratta solo di quante ore gli adolescenti passano online, ma di comprendere anche cosa fanno. Come si costruisce un “patto digitale” in famiglia?
Un “patto digitale” non è semplicemente un insieme di regole imposte dall’alto, ma rappresenta un vero e proprio accordo condiviso, costruito all’interno della relazione familiare. Significa passare da una logica di controllo a una logica di responsabilizzazione, in cui l’adolescente viene coinvolto attivamente nella definizione dei limiti e ne comprende il senso. In concreto, implica stabilire insieme tempi e spazi di utilizzo, ad esempio evitando l’uso dello smartphone durante i pasti o nelle ore notturne, ma soprattutto significa creare occasioni di dialogo aperto sui rischi e sulle opportunità del mondo digitale, senza allarmismi ma con realismo e ascolto reciproco. Un elemento fondamentale è la coerenza degli adulti: i genitori sono modelli, e il loro modo di utilizzare la tecnologia comunica molto più delle regole esplicite, per cui è importante che anche loro rispettino alcuni limiti, mostrando che il digitale può essere gestito in modo equilibrato. Il patto digitale si applica nella quotidianità attraverso una negoziazione continua, che tiene conto dell’età, del grado di maturità e dei bisogni del ragazzo, e che può essere rivista nel tempo, adattandosi ai cambiamenti. Centrale è il mantenimento di uno spazio di fiducia, in cui il controllo non sostituisce la relazione ma, semmai, la sostiene: strumenti come il parental control possono avere una funzione protettiva, soprattutto nelle fasi più precoci, ma non possono diventare l’unico strumento educativo, perché rischiano di trasformarsi in forme di sorveglianza che minano la fiducia e incentivano comportamenti nascosti. In questa prospettiva, il patto digitale diventa anche un’occasione educativa più ampia, che aiuta l’adolescente a sviluppare senso critico, capacità di autoregolazione e responsabilità, accompagnandolo gradualmente verso un uso più consapevole e autonomo della tecnologia (Cyberpsychology, 2026).
Quali consigli si sente di dare ai genitori?
-Stabilire regole chiare: i limiti sull’uso dei dispositivi elettronici (tempi, luoghi, modalità) devono essere condivisi e spiegati, non imposti, perché solo ciò che viene compreso può essere interiorizzato e rispettato nel tempo;
-Definire confini concreti nella quotidianità: è utile creare routine stabili, come l’assenza di smartphone durante i pasti, prima di dormire o in alcuni momenti familiari, per preservare spazi di relazione reale e di decompressione mentale;
-Accompagnare, non solo controllare: interessarsi a ciò che i figli fanno online, chiedere, conoscere le piattaforme, parlare dei contenuti, è molto più efficace del semplice monitoraggio, perché trasforma il digitale in uno spazio condivisibile e pensabile;
-Educare alla regolazione emotiva: aiutare l’adolescente a riconoscere quando usa lo smartphone per noia, ansia o solitudine, favorendo alternative e sviluppando consapevolezza, così che il digitale non diventi l’unico strumento per gestire le emozioni;
-Dare l’esempio: il comportamento digitale dei genitori è determinante; un uso equilibrato e rispettoso dei tempi relazionali trasmette modelli molto più efficaci di qualsiasi regola dichiarata;
-Costruire fiducia prima del controllo: strumenti come il parental control, appunto, possono essere utili in alcune fasi, ma devono essere inseriti in un contesto di trasparenza e spiegazione, altrimenti rischiano di minare la fiducia e incentivare comportamenti nascosti;
– Adattare le regole nel tempo: l’educazione digitale non è statica; deve evolvere con l’età, la maturità e le competenze del ragazzo, passando progressivamente da una regolazione esterna a una sempre maggiore autonomia e responsabilità.
Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Salute
Sanità, il futuro dell’Oncologia a Roma: si è conclusa la prima giornata del congresso “Oncologia tra Ospedale e Territorio”
Esperti, istituzioni ed economisti a confronto alla Camera dei Deputati. Domani la seconda giornata al Centro Congressi Trevi dedicata a medicina di precisione e Intelligenza Artificiale
Redazione – Ha preso il via oggi a Roma il congresso nazionale “Oncologia tra Ospedale e Territorio. Innovazione • Sostenibilità • Equità”, promosso da Sapienza Università di Roma, CIPOMO (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri) e OMCeO Roma. Al centro del dibattito della prima giornata, le sfide cruciali della lotta ai tumori, la sostenibilità del sistema e il ruolo strategico della prevenzione. Il summit di alto livello ha visto dialogare istituzioni, clinici, ricercatori, economisti sanitari e rappresentanti del mondo della salute, uniti nell’obiettivo di tracciare le nuove rotte dell’assistenza oncologica. I lavori si sono aperti ufficialmente questa mattina alla Camera dei Deputati, nella prestigiosa Sala della Regina (Piazza Montecitorio). La sessione istituzionale ha riaffermato con forza la necessità di garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale e, soprattutto, un accesso equo e omogeneo alle cure per tutti i pazienti.Tra i temi cardine affrontati nella giornata di oggi: l’integrazione Ospedale-Territorio attraverso la necessità di sviluppo di nuovi modelli sinergici per garantire una reale continuità assistenziale al paziente oncologico vicino al proprio domicilio, la digitalizzazione della cura, vale a dire, l’impatto delle nuove tecnologie sulla gestione dei percorsi terapeutici, la prevenzione e l’importanza di effettuare gli screening, il ruolo determinante della diagnosi precoce sul campo come arma fondamentale per contrastare l’avanzata delle patologie tumorali.
Il congresso proseguirà domani, sabato 13 giugno 2026, dalle ore 9.30 alle 13.30, presso il Centro Congressi Trevi (Piazza della Pilotta 4, Roma).La seconda e conclusiva giornata sarà interamente focalizzata sull’innovazione clinica, scientifica e tecnologica, con sessioni dedicate alla Medicina di precisione e nuove frontiere dell’oncologia molecolare a Nuovi scenari terapeutici e approcci farmacologici d’avanguardia, all’Intelligenza Artificiale, alla gestione dei Big Data applicati alla sanità, alla sostenibilità economica in rapporto all’introduzione delle nuove scoperte scientifiche.
Responsabili Scientifici dell’evento: la Prof.ssa Cecilia Nisticò e il Prof. Paolo Pronzato.
Salute
Il Sole, benefici e danni sulla nostra pelle
Redazione- In piccole quantità, il sole è benefico: è essenziale per la sintesi della vitamina D e svolge un ruolo chiave nella calcificazione delle ossa.
I raggi UVB del sole promuovono la sintesi della vitamina D, il principale fattore di crescita delle ossa. Usate sotto controllo medico, le radiazioni UV possono trattare una serie di malattie, tra cui il rachitismo, la pelle secca a tendenza psoriasica la pelle grassa a tendenza acneica e l’ittero.
L’esposizione al sole da 10 a 15 minuti, 2-3 volte alla settimana, è sufficiente per soddisfare il fabbisogno di vitamina D e prevenire l’insorgenza del rachitismo; è utile anche per prevenire l’osteoporosi negli anziani.Esistono diverse forme di allergia solare, e le scottature estive benigne sono le più comuni. Si manifesta come arrossamento, un’eruzione di piccole imperfezioni o papule rosse leggermente in rilievo, e una sensazione di prurito dove la pelle è stata esposta al sole. Si verifica più spesso su aree esposte come la scollatura, le spalle, le braccia, il dorso delle mani e i piedi.Le lentiggini solari, comunemente conosciute anche come “macchie solari”, o “macchie senili”, sono uno degli effetti più visibili dell’invecchiamento della pelle. Sono il risultato del deposito di melanina nell’epidermide o nel derma. Si tratta di una forma comune di iperpigmentazione che si presenta con piccole aree piatte e scure di colore da marrone chiaro a nero. Queste macchie solari si trovano sulle zone più esposte al sole: viso, collo, spalle, décolleté, avambracci e dorso delle mani.Probabilmente hai sentito questa espressione usata dai dermatologi senza sapere veramente cosa significa. Quando parliamo di “capitale solare” o della nostra capacità di proteggerci dai danni del sole, ci riferiamo alla quantità di radiazioni UV che la pelle può sopportare senza subire danni (per esempio invecchiamento precoce o tumore della pelle). Questa capacità è determinata geneticamente alla nascita, non può essere rinnovata e dipende, tra l’altro, dal fototipo. La nostra capacità di resistere ai danni del sole è tutt’altro che illimitata, ed è per questo che dobbiamo proteggerla: a 20 anni, abbiamo già utilizzato il 50% della nostra capacità.
Salute
Sindrome di Tourette: comprendere i tic e il percorso di cura multidisciplina
📢 La Sindrome di Tourette è una sfida che non deve essere affrontata in solitudine. Conoscere i sintomi e rivolgersi a specialisti qualificati è il primo passo per migliorare la qualità della vita di chi ne soffre.
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#sindromeditourette #salutementale #neuropsichiatria #benesserepsicologico
Redazione- Carsoli, comune situato nel cuore della Piana del Cavaliere in provincia dell’Aquila, rappresenta un centro di riferimento per il benessere psicologico e il supporto specialistico dedicato ai disturbi neuropsichiatrici. Tra le patologie che richiedono una competenza specifica figura la Sindrome di Tourette, un disturbo spesso frainteso che necessita di diagnosi accurate e percorsi terapeutici personalizzati. La Dott.ssa Martina Roberti, psicologa che opera attivamente sul territorio, pone l’accento sulla necessità di una corretta informazione per abbattere i pregiudizi che circondano questa condizione cronica. La Sindrome di Tourette non è soltanto una manifestazione fisica, ma un mosaico complesso di segnali neurologici che influenzano la qualità della vita di bambini, adolescenti e delle loro famiglie.
che cos’è la sindrome di tourette e come si manifesta
Secondo quanto stabilito dalla quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), la Sindrome di Tourette si configura come un disturbo neuropsichiatrico contraddistinto dalla presenza costante di tic motori e vocali. Non si tratta di episodi sporadici: per formulare una diagnosi, la medicina richiede che tali manifestazioni siano presenti da almeno un anno. La frequenza è stimata tra lo 0,5% e l’1% della popolazione generale, un dato che rende opportuna una maggiore consapevolezza collettiva.
L’esordio avviene tipicamente durante l’infanzia o l’adolescenza, periodi dello sviluppo in cui il controllo del corpo e delle emozioni è in fase di raffinamento. È fondamentale distinguere tra un tic momentaneo e la sindrome vera e propria. Il disturbo si manifesta attraverso contrazioni muscolari rapide, aritmiche e incontrollate, che possono variare dal battito persistente delle palpebre a movimenti più complessi degli arti o del tronco, accompagnati da emissioni sonore involontarie. Spesso, queste manifestazioni si presentano parallelamente a condizioni di comorbilità. Tra le più frequenti si riscontrano il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e disturbi d’ansia. Questi elementi aggiuntivi complicano il quadro diagnostico, rendendo necessario l’intervento di uno specialista capace di osservare il paziente nella sua interezza.
approcci terapeutici e supporto psicologico sul territorio
La genesi della Sindrome di Tourette rimane oggetto di studi scientifici intensi. La ricerca suggerisce un’interazione tra componenti genetiche e fattori ambientali. Le indagini tramite neuroimaging hanno evidenziato anomalie nelle aree fronto-striatali del cervello, zone responsabili del controllo motorio e della regolazione emotiva. Tuttavia, sebbene le cause neurobiologiche siano profonde, il trattamento deve essere modulato in base alla severità dei sintomi.
Non esiste una terapia universale, poiché il piano d’azione dipende strettamente dall’impatto dei tic sulla vita quotidiana del soggetto. La letteratura scientifica indica che un approccio multidisciplinare offre i risultati più incoraggianti. La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) risulta efficace per gestire la consapevolezza dei tic e le strategie di risposta. In alcuni casi, il medico può valutare il ricorso a terapie farmacologiche mirate, mentre nei contesti di maggiore gravità clinica possono essere considerate opzioni come la stimolazione cerebrale profonda.
A livello locale, la Dott.ssa Martina Roberti offre percorsi di supporto psicologico volti non solo alla gestione della sintomatologia, ma anche al miglioramento dell’autostima e alla riduzione del disagio sociale. Vivere con la Sindrome di Tourette comporta sfide relazionali non indifferenti, specialmente a scuola o negli ambienti lavorativi, dove la visibilità dei tic può generare situazioni di imbarazzo o isolamento. Il supporto psicologico gioca qui un ruolo di mediazione, aiutando la persona a sviluppare strumenti di resilienza. Per chi necessita di consulenze, informazioni o percorsi di orientamento diagnostico, è possibile contattare lo studio della Dott.ssa Roberti a Carsoli al numero 3791602568. La prevenzione e la comprensione precoce restano le armi principali per garantire a chi affronta questa sindrome una traiettoria di vita serena e integrata nei contesti sociali.
Dott.ssa Martina Roberti, psicologa, riceve in studio a Carsoli AQ per info 3791602568
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