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Claudio David e Roberto Giacobbo ospiti di Tittocchia su Alma TV

La gentilezza e la memoria protagoniste ad “A Casa di Emy” su Alma TV: Emanuela Tittocchia ospita Claudio David e Roberto Giacobbo. 📺 🧁

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A CASA DI EMY

Roma – Nel dinamico e variegato panorama del mercato audiovisivo nazionale, lo sviluppo dei format televisivi dedicati all’approfondimento intimo e al recupero della memoria storica rionale si offre come un’alternativa di grande spessore culturale alla fretta delle notizie dell’ultima ora. Nel pieno della stagione estiva, martedì 4 agosto 2026, la prima serata del digitale terrestre si appresta ad accogliere un nuovo e atteso appuntamento con il programma “A Casa di Emy”, la fortunata trasmissione ideata, scritta e condotta dall’attrice Emanuela Tittocchia. In onda sulle frequenze di ALMA TV con la regia di Fabio Dell’Orco, il salotto culturale ospiterà un confronto inedito e ricco di pathos che vedrà seduti l’uno accanto all’altro lo showman e producer Claudio David e il celebre giornalista e divulgatore televisivo Roberto Giacobbo, uniti dal desiderio di raccontarsi alle famiglie e ai cittadini onesti senza filtri o paratie burocratiche.

La presentazione del libro L’Eco della Gentilezza al Senato

Il baricentro della partecipazione di Claudio David all’interno della trasmissione sarà rappresentato dalla presentazione ufficiale del suo fortunato volume intitolato “L’Eco della Gentilezza”, un saggio etico e sociale incentrato sul valore terapeutico delle parole, dell’empatia e del rispetto reciproco nelle relazioni umane. Il progetto editoriale, che ha già registrato un eccellente riscontro da parte della saggistica indipendente, ha vissuto di recente un momento di straordinaria solennità istituzionale all’interno del Senato della Repubblica, nel corso di un convegno promosso in collaborazione strategica con il senatore Antonio Trevisi. La tesi di David deostruisce la rigidità dei modelli egoistici contemporanei per dimostrare empiricamente come un gesto premuroso non si esaurisca nel minuto in cui viene compiuto, ma tenda a propagarsi nel tempo attraverso chi lo riceve, generando una dinamo di benessere civile.

Il dolce del ricordo preparato dal maestro pasticcere Gaetano Vinci

L’architettura narrativa di questa seconda stagione di “A Casa di Emy” si differenzia dai tradizionali talk show commerciali grazie a una formula sussidiaria in cui l’enogastronomia e l’arte dolciaria operano come chiavi d’accesso per aprire le porte della memoria affettiva degli ospiti. Nel corso della puntata, il maestro pasticcere professionista Gaetano Vinci, fondatore e proprietario del marchio Sapori di Vinci, realizzerà in tempo reale la ricetta del “dolce del ricordo” selezionata da Claudio David. La preparazione del piatto, legata ai sapori dell’infanzia, dell’amore familiare e delle radici provinciali, accompagnerà il racconto biografico sul campo, trasformando gli ingredienti materiali in frammenti di un’autentica rieducazione emotiva contro la solitudine dei nostri giorni.

Roberto Giacobbo e il ricco parterre di ospiti della seconda stagione

Ad arricchire il livello intellettuale del programma sarà la presenza simultanea di Roberto Giacobbo, uno dei volti più stimati e riconoscibili della divulgazione scientifica e storiografica italiana. Il conduttore porterà in dote al tavolo della Tittocchia il tema della curiosità, dell’ascolto e della scoperta, dialogando a viso aperto con il percorso creativo di Claudio David. La scuderia degli ospiti di questa fortunata edizione di ALMA TV testimonia la capacità del format di intercettare i massimi esponenti della cultura, dello sport e dello spettacolo del Paese, con puntate che vedono alternarsi davanti alle telecamere nomi del calibro di Andrea Roncato, Gegia, Francesca Alotta, Nadia Rinaldi, Eva Henger, l’ex calciatore Alessio Tacchinardi, Brando Giorgi, Jessica Fegatilli, Max Vado e l’attore di Un Posto al Sole Riccardo Polizzy Carbonelli.

I progetti per il 26: dal Premio Parola d’Oro alla fiera di Corigliano d’Otranto

La partecipazione alla trasmissione coincide con un momento di eccezionale intensità professionale e militanza culturale per Claudio David, showman poliedrico e ideatore del prestigioso “Premio Parola d’Oro”, un riconoscimento interamente dedicato alla valorizzazione della comunicazione pulita e positiva nella società civile. Testimonial storico del marchio Resingomm, David ricopre inoltre il ruolo di presentatore ufficiale del talent nazionale “Sanremo Moda and Talent”, la kermesse giovanile dedicata alla danza, al canto e al cinema che si svolge annualmente nella città dei fiori all’interno delle prestigiose cornici del Grand Hotel Des Anglais. I suoi impegni per l’autunno 2026 prevedono la pubblicazione di nuova musica sui canali digitali e la presentazione di un saggio intitolato “La Confessione”, un’opera sulla fede e sul rapporto intimo con Dio arricchita dalla prefazione di Padre Giacobbe Elia. Nel mese di ottobre, infine, David assumerà l’incarico di Vice Direttore Artistico del IV Convegno Fiera Nazionale sul Made in Italy, grande manifestazione ideata da Tonio Vangeli presso il Castello di Corigliano d’Otranto per tutelare l’indotto delle nostre eccellenze artigianali.

Il risveglio delle coscienze contro l’asfissia del torpore tecnologico

In ultima analisi, l’incontro televisivo tra Claudio David, Roberto Giacobbo ed Emanuela Tittocchia si offre alla pubblica opinione come un caloroso invito a destarsi dal torpore tecnologico e dall’asfissia indotta dall’abuso delle reti virtuali e degli schermi digitali. Sradicare i telespettatori dalla fruizione passiva dei contenuti commerciali per ricondurli nella dimensione dell’ascolto consapevole, della cura dei legami affettivi e del rispetto rigoroso della persona umana costituisce il dovere civile più alto per i moderni operatori della comunicazione. La gentilezza, conclude la nota di David, non deve essere interpretata come un segnale di debolezza, bensì come una scelta coraggiosa e un presidio di legalità e di ordine. Solo attraverso la forza delle idee libere e la trasparenza delle relazioni d’amore l’Italia potrà garantire un domani stabile e ricco di speranza alle future generazioni del nostro Paese.

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Orietta Berti e il segreto con Osvaldo: “La passione c’è ancora”

Il segreto dell’amore eterno tra Orietta Berti e Osvaldo: a 83 anni la cantante confessa che la passione è ancora quella di due ragazzi. 🌹 ✨

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Orietta Berti su Vero

Milano – Nel panorama dello spettacolo italiano, in cui le carriere artistiche e le parabole sentimentali dei personaggi pubblici tendono spesso a consumarsi con la velocità dei messaggi digitali, le storie di fedeltà e stabilità emotiva rappresentano un patrimonio raro e di straordinario valore civile. Orietta Berti, vera e propria icona transgenerazionale della nostra canzone, continua a muoversi sui palcoscenici e nelle trasmissioni televisive della penisola con un’energia, una freschezza e un entusiasmo che superano di gran lunga i dati anagrafici, attirando l’attenzione e il compiacimento del pubblico e degli addetti ai lavori. All’età di 83 anni, l’artista emiliana non si limita a gestire la memoria storica dei suoi grandi successi del passato, ma si offre alla società civile come un modello virtuoso di innovazione e di equilibrio, capace di dialogare con naturalezza sia con le vecchie generazioni sia con i minori che affollano le piattaforme dei social network.

L’intervista a VERO e la complicità simbiotica che supera il tempo

I risvolti più intimi, caldi e profondi della sua felice esistenza privata sono stati al centro di un’intervista esclusiva rilasciata al giornalista Valerio Riccobono per le pagine del settimanale VERO. Con il consueto linguaggio limpido, sincero e privo di formule retoriche, la cantante ha svelato i dettagli del suo legame indissolubile con il marito Osvaldo Paterlini, compagno inossidabile di un cammino di vita condiviso per decenni senza mai registrare fratture o momenti di asfissia relazionale. Rispondendo alle domande sulle ragioni di una complicità così longeva e pulita, la Berti ha voluto deostruire l’idea che la stabilità affettiva debba necessariamente sfociare nella freddezza della routine domestica, regalando alle famiglie e ai lettori una confessione ricca di pathos: «La passione tra noi è ancora quella di due ragazzi».

Dalla passione dei cuori al romanticismo dei fiori: la metafora in musica

L’ordito della narrazione amorosa proposta dall’interprete di Cavriago trova una suggestiva corrispondenza poetica e concettuale all’interno del suo stesso repertorio discografico, richiamando i versi e il significato di un brano storico della sua carriera. Orietta Berti ha analizzato la transizione dei sentimenti utilizzando una metafora legata ai simboli delle carte da gioco: «Di solito l’amore negli anni cambia, come racconto nella mia canzone ‘Quadri, cuori, picche e fiori’. Noi abbiamo avuto subito l’amore dei cuori, cioè l’amore vero, la passione. Non abbiamo mai avuto dubbi tra noi… Oggi è un amore di fiori, quello romantico. Ormai ci assomigliamo anche nel carattere, ci vogliamo bene come prima, forse più di prima». Questo passaggio evidenzia la maturità di un affetto profondo che ha saputo evolversi con armonia, trasformando la fiammata iniziale in una stabilità etica fondata sul rispetto rigoroso dell’altro.

Le differenze caratteriali e il rifiuto delle tecnologie moderne

Il segreto del rapporto simbiotico tra i due coniugi risiede anche nella capacità di accettare con ironia e comprensione reciproca i piccoli limiti, le pigrizie e le differenze caratteriali che emergono inevitabilmente nella quotidianità familiare. Se Orietta Berti si conferma una donna dinamica, costantemente in viaggio per lavoro e attenta a seguire l’andamento dei suoi traguardi digitali all’interno delle reti virtuali, Osvaldo preferisce la quiete rionale delle mura domestiche, dimostrando un fermo distacco nei confronti dei viaggi transnazionali e dei dispositivi elettronici più complessi. Questa parziale asimmetria non indebolisce il legame, ma lo rafforza, ponendosi come un porto sicuro e un punto di equilibrio in cui la frenesia dei circuiti commerciali dello spettacolo ritrova la stabilità dei sentimenti semplici e puri, lontani dalle solitudini della modernità.

I traguardi social e la preparazione del nuovo brano autunnale

Sotto il profilo strettamente professionale, il momento d’oro della straordinaria cantante si arricchisce di nuove scadenze e importanti progetti espositivi in ambito musicale, confermando la sua totale centralità nel mercato discografico del Paese. Soddisfatta del calore straordinario e della vicinanza dimostrata quotidianamente dai fan sui canali digitali ufficiali, la Berti si trova già al lavoro all’interno delle sale di registrazione per incidere una nuova canzone, la cui uscita ufficiale è pianificata per la prossima stagione autunnale. La cooperazione trasparente con i giovani produttori e con gli autori d’avanguardia permetterà di offrire al pubblico poliedrico un brano di assoluto spessore artistico, dimostrando empiricamente che il merito e la qualità della voce sanno attraversare le epoche ed edificare ponti solidi tra culture apparentemente distanti.

Il valore dell’autenticità affettiva contro l’isolamento dei monitor

In ultima analisi, la testimonianza di vita e d’amore offerta da Orietta Berti si rivolge alla pubblica opinione e alle nuove generazioni come un caloroso invito a riscoprire il valore dell’autenticità e della costanza nelle relazioni umane. Sradicare i giovani e i minori dall’isolamento biologico indotto dall’abuso degli schermi digitali e dal consumo superficiale dei contatti virtuali, per ricondurli nella dimensione dell’ascolto consapevole e della cura dei legami affettivi stabili, costituisce il dovere civile più alto per i comunicatori contemporanei. La felicità vera non prende spazio nei palazzi del consenso estemporaneo o della finzione mediatica, ma risiede nella traccia pulita e duratura che lasciamo nelle vite delle persone amate, garantendo un domani di stabilità e una bussola etica alle future generazioni del nostro Paese.

L’intervista integrale a firma di VALERIO RICCOBONO è disponibile sul nuovo numero
del settimanale VERO.

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Abbiamo imparato a fotografare tutto, ma non a guardare niente

Viviamo nell’epoca dell’immagine, ogni istante viene catturato, condiviso, archiviato. Fotografiamo i tramonti senza guardarli davvero, i concerti senza ascoltarli fino in fondo, i volti delle persone che amiamo senza soffermarci nei loro occhi. Abbiamo trasformato la memoria in un archivio digitale e la presenza in una notifica.È un paradosso del nostro tempo: possediamo milioni di immagini e sempre meno ricordi autentici. Un tempo si diceva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima.

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Letizia Bonelli

Redazione- Viviamo nell’epoca dell’immagine, ogni istante viene catturato, condiviso, archiviato. Fotografiamo i tramonti senza guardarli davvero, i concerti senza ascoltarli fino in fondo, i volti delle persone che amiamo senza soffermarci nei loro occhi. Abbiamo trasformato la memoria in un archivio digitale e la presenza in una notifica.È un paradosso del nostro tempo: possediamo milioni di immagini e sempre meno ricordi autentici. Un tempo si diceva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima. Oggi sembrano essere diventati il prolungamento di una fotocamera. L’esperienza non viene più vissuta per ciò che è, ma per ciò che potrà apparire agli altri, l’emozione cede il passo alla rappresentazione, così rischiamo di smarrire il valore più prezioso: lo sguardo. Guardare è molto diverso dal vedere. Vedere è un atto biologico; guardare è una scelta, significa fermarsi, ascoltare il silenzio di un paesaggio, cogliere la stanchezza nascosta nel volto di una persona, riconoscere la bellezza di ciò che non chiede attenzione. Lo sguardo autentico richiede tempo, e il tempo è diventato il bene più raro della nostra epoca. Corriamo senza sosta, scorriamo migliaia di immagini con il dito, ma raramente permettiamo a una di esse di attraversarci. Consumiamo emozioni con la stessa velocità con cui cambiamo schermata, nulla sedimenta davvero, perché tutto deve essere immediatamente sostituito da qualcosa di nuovo. La tecnologia non è il nemico; sarebbe ingiusto attribuirle colpe che appartengono alle nostre abitudini. Le fotografie continueranno a raccontare la nostra storia e rappresentano uno straordinario patrimonio della memoria umana. Il problema nasce quando l’immagine sostituisce l’esperienza e la condivisione prende il posto della contemplazione. Esiste una bellezza che nessun obiettivo riesce a catturare, è la bellezza di una mano che stringe un’altra senza bisogno di essere fotografata, il sorriso di un bambino osservato senza distrazioni, il volto di un anziano che racconta la propria vita mentre qualcuno lo ascolta davvero. È il silenzio di una chiesa, il rumore del mare, il profumo della terra dopo la pioggia. Sono istanti che nessun algoritmo potrà restituire nella loro interezza. Forse dovremmo concederci il coraggio di vivere alcuni momenti senza il desiderio di dimostrare di averli vissuti. Lasciare il telefono in tasca, alzare gli occhi, respirare, accettare che non tutto debba essere pubblicato, commentato o approvato. Le emozioni più profonde non cercano spettatori. Abbiamo imparato a immortalare ogni frammento della nostra esistenza, ma rischiamo di perdere il privilegio di abitarla davvero. Eppure la vita continua a parlarci con discrezione: nel volto di chi ci passa accanto, nella luce che cambia durante il giorno, nelle parole non dette, negli incontri che nessuna fotografia potrà mai raccontare completamente. Forse il futuro non avrà bisogno di persone capaci di produrre più immagini, ma di donne e uomini capaci di tornare a guardare. Perché è nello sguardo che nasce la comprensione, dalla comprensione la compassione e dalla compassione la nostra più autentica umanità.

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Flavia Bakiu: «Le mie radici albanesi sono la fonte della mia ricerca artistica»

L’attrice italo-albanese si racconta a Radio Radicale: «Il teatro è memoria, identità e responsabilità civile». Dai primi anni vissuti a Durazzo ai nuovi progetti tra Italia e Albania, passando per il lavoro sulla tratta delle donne e la valorizzazione della diaspora

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Flavia-bakiu-Artur-Nura-

L’attrice italo-albanese si racconta a Radio Radicale: «Il teatro è memoria, identità e responsabilità civile». Dai primi anni vissuti a Durazzo ai nuovi progetti tra Italia e Albania, passando per il lavoro sulla tratta delle donne e la valorizzazione della diaspora

Redazione-  Le radici non sono un punto di partenza da lasciarsi alle spalle, ma un luogo al quale tornare ogni volta che il teatro chiede autenticità. È questa l’idea che attraversa il racconto di Flavia Bakiu, attrice italo-albanese, protagonista della rubrica Albania Italianofona di Radio Radicale, condotta dal giornalista Arthur Nura.

Nata a Durazzo e arrivata in Italia all’età di nove anni, Bakiu ha costruito il proprio percorso artistico nell”Italia, senza mai interrompere il dialogo con la cultura d’origine. «Il mio percorso si è formato in Italia – racconta – ma nasce molto prima, in Albania, dove sono cresciuta in una famiglia di artisti».

Il teatro entra stabilmente nella sua vita durante l’adolescenza con le compagnie amatoriali, prima della formazione all’Accademia Galante Garrone di Bologna. Un percorso che, racconta, è stato determinante non solo per la preparazione professionale, ma anche per gli incontri umani che ancora oggi alimentano la sua attività artistica.

Tra questi, la nascita della compagnia Le Notti e il confronto con la Societas di Cesena, dove ha approfondito la ricerca teatrale accanto a Chiara Guidi, Claudia Castellucci e Romeo Castellucci. Nel suo lavoro, però, il legame con l’Albania rimane centrale. «I primi anni della vita ci formano profondamente. Quando cerco un personaggio o scrivo una scena, c’è sempre qualcosa che mi riporta lì», spiega. Un richiamo che passa dalla lingua, dalle emozioni e da una memoria condivisa che continua a nutrire la sua ricerca.

Bakiu ricorda anche gli anni dell’integrazione in Italia, segnati da una domanda ricorrente: «Ma tu non sembri albanese». Un’affermazione che riflette gli stereotipi con cui molti figli dell’immigrazione hanno dovuto confrontarsi. L’italiano, racconta, lo aveva imparato guardando la televisione italiana, come accadde a migliaia di bambini albanesi negli anni Novanta.

Da questa doppia appartenenza nasce anche uno dei suoi progetti più significativi: uno spettacolo costruito a partire dai dialoghi del cinema albanese del periodo socialista. Insieme ad altri artisti della sua famiglia, Bakiu ha rielaborato quei testi trasformandoli in uno strumento di riflessione critica sul passato del Paese, recuperando al tempo stesso la musicalità e la forza espressiva della lingua albanese.

L’impegno civile rappresenta un’altra dimensione fondamentale della sua attività. Lo dimostra Le Notti, spettacolo dedicato al tema della tratta delle donne e della prostituzione forzata. Per costruire il lavoro, la compagnia ha collaborato con un’associazione che opera accanto alle vittime, raccogliendo testimonianze e svolgendo attività di volontariato.

«Era importante raccontare donne che hanno subito violenza e sfruttamento, distinguendo chiaramente questa realtà dal lavoro sessuale scelto liberamente», sottolinea. Per l’attrice, fare teatro oggi significa confrontarsi ogni giorno con difficoltà economiche e precarietà professionale. «Poter fare questo mestiere è un privilegio, ma anche una sfida quotidiana», afferma, rivendicando il ruolo sociale dell’arte come spazio di riflessione e crescita collettiva.

Il rapporto con l’Albania, nel frattempo, si è rafforzato anche sul piano culturale. Flavia Bakiu ha preso parte al primo Festival degli artisti della diaspora albanese, organizzato a Brescia dall’associazione guidata da Valbona Biblili. Tre giornate dedicate all’incontro tra artisti provenienti dall’Italia e dall’Europa, con spettacoli, laboratori e momenti di confronto sulla condizione degli artisti della diaspora. In quell’occasione Bakiu ha condotto anche un laboratorio teatrale rivolto ai bambini italo-albanesi.

Tra i prossimi obiettivi figurano un nuovo spettacolo con la compagnia Le Notti, dedicato ai rapporti tra sorelle e alla memoria familiare, il ritorno in Albania con il progetto teatrale sul cinema albanese e nuovi lavori tra teatro, cinema e televisione.

In chiusura, Arthur Nura definisce gli artisti della diaspora «i migliori ambasciatori dell’Albania in Italia». Un riconoscimento che Bakiu accoglie con emozione, ribadendo il desiderio di rappresentare una generazione cresciuta tra due Paesi, convinta che il teatro possa trasformare l’esperienza dell’emigrazione in uno spazio di dialogo, memoria e costruzione di nuove identità.

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