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Angela Kosta intervista la traduttrice ed editrice Christine Peiying Chen

Vincitrice del titolo di “Miglior Autrice Straniera 2023” al 30° Premio Letterario Italiano Ossi di Seppia, la poetessa, editrice e traduttrice Christine Peiying Chen rappresenta una delle voci più autorevoli della letteratura cinese contemporanea all’estero. Coordinatrice del World Poetry Movement Oceania e membro del comitato della New Zealand Chinese Writers Association, nonché editore della rivista “Global Muse”, ha pubblicato le sue opere in prestigiose riviste e antologie internazionali, contribuendo con il suo lavoro a costruire un dialogo culturale tra Oriente e Occidente.

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Angela Kosta ,Christine Peiying Chen

La poesia è un ponte tra Oriente e Occidente”
(Christine Peiying Chen)

Redazione-  Vincitrice del titolo di “Miglior Autrice Straniera 2023” al 30° Premio Letterario Italiano Ossi di Seppia, la poetessa, editrice e traduttrice Christine Peiying Chen rappresenta una delle voci più autorevoli della letteratura cinese contemporanea all’estero. Coordinatrice del World Poetry Movement Oceania e membro del comitato della New Zealand Chinese Writers Association, nonché editore della rivista “Global Muse”, ha pubblicato le sue opere in prestigiose riviste e antologie internazionali, contribuendo con il suo lavoro a costruire un dialogo culturale tra Oriente e Occidente.

In questa intervista, Christine Peiying Chen racconta il suo percorso umano e letterario, il valore della traduzione poetica, il significato dei riconoscimenti ricevuti e il profondo legame con la propria terra d’origine.

Quando si è trasferita in Nuova Zelanda e come si è integrata nella vita del Paese?

Mi sono trasferita in Nuova Zelanda nel 1994, subito dopo la laurea. Ero piena dell’entusiasmo e dell’energia della giovinezza e desiderosa di respirare l’aria della libertà. Tutto era diverso: la lingua, la cultura, le persone e persino l’atmosfera. Forse proprio perché ero giovane, l’integrazione è avvenuta in modo naturale. Ho trascorso i primi due anni studiando e lavorando nella comunità cinese, per poi entrare a far parte di una multinazionale locale, dove ho continuato a crescere professionalmente fino a ricoprire incarichi dirigenziali.

Come è nata la sua passione per la letteratura?

Amo la letteratura fin da bambina. A scuola i miei temi venivano spesso scelti come esempi. Durante gli anni universitari la Cina viveva il periodo della cosiddetta Misty Poetry e noi studenti leggevamo e recitavamo poesie con grande passione. Le letture e gli studi di quegli anni hanno costruito le basi della mia scrittura, mentre la vita mi ha offerto l’esperienza e l’ispirazione necessarie per creare poesia.

Quali sono le sue principali pubblicazioni e come vengono accolte dai lettori?

Ho iniziato scrivendo rubriche sui giornali e successivamente sono diventata caporedattrice letteraria di due quotidiani. Le mie opere sono apparse in numerose riviste e giornali. Tra le pubblicazioni più recenti vi è l’antologia World Poetry – Chinese Poets in the 21st Century, pubblicata da Puntoacapo Editrice nel 2024, oltre alla rivista taiwanese Chinese Language, utilizzata anche come supporto didattico nelle scuole. I lettori apprezzano il mio modo di scrivere perché credo che il linguaggio debba essere semplice, mentre il pensiero può essere profondo. Inoltre, la poesia deve parlare della vita e suscitare emozioni autentiche, senza indulgere nell’autocompiacimento.

Qual è il genere che predilige?

Credo che la poesia riesca a commuovere attraverso le emozioni. Per sviluppare un ragionamento esistono i saggi; la poesia, invece, parla direttamente al cuore. Mi piace una scrittura essenziale, ispirata alla pittura cinese a inchiostro, che lascia spazio all’immaginazione del lettore. Il tema centrale della mia opera è l’amore: per i genitori, per i figli, per la persona amata e per Dio.

È editrice e collabora con numerosi organi di informazione. Come è nata questa opportunità?

Un proverbio cinese dice: «Piantando salici senza intenzione, essi finiscono per offrire ombra». Ho sempre amato scrivere e ho avuto la fortuna di incontrare maestri che hanno sostenuto il mio cammino. Sono profondamente grata a tutti coloro che hanno creduto in me.

Ha tradotto numerosi poeti internazionali. Quanto è impegnativo questo lavoro?

Per me tradurre poesia è naturale. Tradurre la poesia cinese in inglese e quella inglese nella mia lingua madre significa creare un dialogo tra culture diverse. Considero la traduzione una missione: costruire un ponte tra Oriente e Occidente.

Torna spesso in Cina? Cosa le manca di più?

Prima della pandemia visitavo la Cina diverse volte l’anno per stare accanto a mio padre. Dopo la sua scomparsa i miei viaggi sono diminuiti. Mi mancano le tradizioni, gli amici della giovinezza e il dispiacere di non aver potuto ricambiare pienamente l’affetto dei miei familiari a causa della lunga permanenza all’estero.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Che significato hanno per lei?

Mi considero molto fortunata per aver fatto le scelte giuste nei momenti giusti e per aver incontrato persone che hanno apprezzato il mio lavoro. L’unico mio desiderio è continuare a dare il mio contributo. Ogni riconoscimento è anche un dono della vita.

Conosce l’Albania? Le piacerebbe visitarla?

Certamente. Ricordo che negli anni Settanta gli unici film occidentali che arrivavano in Cina erano quelli albanesi. Per questo motivo la mia generazione è cresciuta con una particolare curiosità verso l’Albania. I nostri Paesi condividono una parte della loro storia. Il mondo cambia, i regimi cambiano, ma la natura umana resta la stessa. Auguro al popolo albanese un futuro di pace, prosperità e benessere.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Quest’anno pubblicherò una raccolta poetica bilingue in cinese e inglese e una raccolta in lingua italiana. Continuerò inoltre a scrivere e a svolgere il mio lavoro editoriale.

La ringrazio per questa preziosa intervista e le auguro nuovi successi.

Grazie a lei, Angela, per l’invito. È stato un grande onore condividere il mio percorso con i suoi lettori.

 

 

(Intervista di Angela Kosta)

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“Quando la parola abitò il mio cuore”: il potente urlo di verità e resistenza di Maria Teresa Liuzzo

“La parola sopravvive a ogni morte. Ho camminato come un funambolo tra le lacrime sapendo di avere un coltello puntato alla schiena”. ✒️ 📖 Il devastante editoriale della scrittrice Maria Teresa Liuzzo: un atto d’accusa feroce contro l’ipocrisia e il compromesso dei moderni salotti letterari e, al tempo stesso, una meravigliosa dichiarazione d’amore e di resistenza per la sacralità della Scrittura e della Verità. Da leggere tutto d’un fiato. 🤍 🗡️

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Maria Teresa Liuzzo

Cultura e Società – Ci sono testi che si limitano a raccontare, e testi che squarciano l’anima. Quello che vi proponiamo oggi è un editoriale di una potenza emotiva devastante, scritto dalla penna fiera e indomabile di Maria Teresa Liuzzo. In questo profondo flusso di coscienza, l’autrice sferra un durissimo attacco contro l’ipocrisia, l’opportunismo e la mediocrità che sempre più spesso infestano i salotti culturali moderni. Allo stesso tempo, la scrittrice traccia una vera e propria “dichiarazione d’amore” assoluta verso la Parola e la Scrittura: le uniche armi rimaste per resistere all’oscurità del nostro secolo, mantenendo intatta la propria dignità, la propria purezza e la propria fede. Una riflessione imperdibile per chiunque creda ancora nel valore della verità.


La nausea del compromesso e l’ipocrisia del nostro tempo

di Maria Teresa Liuzzo

Mi è capitato di recente di leggere un suggerimento che sapeva di compromesso, di bugia, di opportunismo, di rassegnazione. Lo scritto mi ha alquanto delusa e stupita allo stesso tempo. Mi sono sentita attraversare da un filo elettrico da colui che predicava bene e razzolava male, lo stesso che sarebbe capace di calpestare il cadavere della propria madre per ottenere un attimo di visibilità sui social. In quella lugubre atmosfera vedevo l’oggi distrutto e il domani pronto per essere impiccato da coloro che indossavano tute mimetiche e squame di serpenti.

Il Personaggio, intuendo che ero a conoscenza dei suoi falsi alibi, cercava di trasformare in verità la menzogna per non perdere i favori che riceveva dai suoi “padroni”. In un momento si trasformò in un voltagabbana pronto a darsi alla “fuga”, limitandosi a dire che bisognava adeguarsi ai tempi. Intuii che non bisogna mai lasciarsi sfiorare dallo sterco. Mi sentivo lontana anni luce da questi oscuri personaggi, vedevo in essi il doppio che è in noi e il rischio della scissione tra l’io e l’ombra, mentre osservavo i loro impulsi scatenanti nel cercare di convertire in verità le menzogne.

Sono gli zombi del secolo, posseduti da un odio viscerale che non conosce vaccino perché muta sempre nel suo genoma e, ancora più letale, si rinnova. Sono stata assalita da un senso di nausea (perché soltanto quello si può provare) quando non un uomo, ma un lacerto di esso, si genuflette ad una Cocotte ignorante, deleteria, bugiarda, traditrice, millantatrice al timone di un bastimento di putridume, che esulta ad ogni “spettro” che incontra e dove andrà a finire insieme ai fondi del caffè nella pattumiera. Povera Cultura in mano agli sciacalli, altro non sono che ombre tremolanti che la lampada notturna proietta sulle pareti. La sorpresa giunse quando lo sdegno mi fece pensare alla purezza del pensiero, alla generosità della parola e al suo amore che danno prestigio e valore alla scrittura. ARIMANE o SATANA?

La scrittura non è sangue, ma una coraggiosa scelta di vita

Ho capito che la scrittura è come la famiglia. Non è sangue ma scelta. All’improvviso il mio cuore spezzato si rasserenò. L’accento fu un neonato abbandonato tra le braccia di una sconosciuta. Il suo visetto roseo era dolce, lo strinsi al petto e si addormentò baciato dalla luna. Compresi che soltanto la vita e nessuna scienza ci insegna il coraggio di vivere e di amare. Questa creatura, che il destino affidò nelle mie braccia, è diventata respiro, inchiostro, coscienza. La mente ha iniziato un lungo viaggio tra i superbi, padroni della loro sapienza.

Non urlò la parola né pianse, non si mise in fila come le ochette del pantano o come le mollette che stendono i panni al filo per farli asciugare. La scrittura aveva la capacità di ardere più del fuoco, il potere di gelare come un dannato all’inferno, ma anche di diffondere la luce di un diamante di mille carati. La parola è una guerra che non dorme, non conosce la pigrizia né l’angoscia, non è una creatura inferma, ed è partita decisa come un soldato al fronte. Non bastò la tempesta a scoraggiarla, né l’ululato del vento che scioglieva la neve contro i vetri. Si armò di arco e frecce e nell’abisso della vita si inoltrò.

Fu devastante come un fulmine, generosa come una cascata, e cantò nel silenzio più atroce pur sapendo che poteva morire. Soltanto attraverso le imboscate capì che la mente comprende ciò che gli occhi catturano. Viaggiò in incognito, aveva perduto la nozione del tempo. Si rifugiò tra le pagine di un libro e quel mondo divenne il suo altare e la sua casa. Mi disse che la “Voce” non può essere un simbolo da sfruttare, ma una Verità da proteggere a qualunque costo.

Si distaccò da monconi e comparse e in trincea rimase a lungo senza respirare per sopravvivere. Sapeva che il silenzio era privo di occhi. Il suo compito era quello di liberarsi dal potere di una sovragestione occulta. Sa di essere respiro, esistenza e non una sterile forma di gesso sotto la pioggia, né merce da svendere, ma resistenza silenziosa, forza indistruttibile. La parola è dolore, il dolore è memoria. Un tormento contro l’oblio perché la vita è fatta di regole e di scelte.

La parola sopravvive a ogni morte e non si fa corrompere

La scrittura, questa famiglia di parole, questo groviglio puntiglioso di vene e arterie, pelle, ossa e pori somigliano alle spore delle felci, creature del bosco e del sottobosco. È ansia che mi percuote e che mi cucio addosso rattoppo dopo rattoppo. Proprio in questi territori “maculati” sono malvista e possibile preda degli avvoltoi e dei cacciatori delle “tenebre” in cerca di “selvaggina”. In ogni territorio impervio che attraversiamo, sarà difficile, se non impossibile trovare certi equilibri, ma bisogna provarci per liberarci da quel “brodo” caotico del mentire, essere desti, trovare il proprio equilibrio.

I problemi vanno allontanati e non si può vivere fuggendo. Ogni guerra è il macabro risultato di menti agitate, lingue appuntite e cuori in rivolta. Bisogna liberarsi delle oscurità interiori. La Pace è un lusso. Rimane una bussola senz’ago, un’anima in pena perché è spesso un mezzo e non un fine. La facciata umanitaria, le sfilate poetiche e tanto altro sono parte di una scacchiera globale dove l’ombra nera dell’ego ha in mano la frusta.

Sarebbe utile fare esperienza nel deserto, al di là dei concetti desunti dalla mistagogia; vuol dire fare i conti con le essenzialità dell’esistenza, tra verità mutilate e condanne sospese, delitti e abusi archiviati, tracce sparite e giustizia dissolta. La parola sopravvive ad ogni morte e, anche quando non è ingioiellata, seppure fragile nella sua spontanea eleganza è assoluta. Infatti sopravvisse come un abito marcio sulla pelle delle vittime innocenti e superò quelle malattie che furono strumenti di sterminio, quando obliqua scendeva l’ombra sopra il campo.

La parola era soltanto una bambina dal corpo fragile, con le dita piene di vesciche sino ai polsi, le guance rigate dalle lacrime, le ginocchia sbucciate, i piedi sanguinanti. La sua innocenza era marchiata dal disprezzo. In quel deserto di morte neppure l’ugola aveva voce per distrarre il dolore. Era soltanto una nota dimenticata nella nebbia, ma non rassegnata. Continuò il suo viaggio perché era stata “chiamata” a condividere non ciò che divide, ma ciò che unisce, con la sua deliziosa presenza, con la sua fedeltà silenziosa. È il nostro Spirito che non si possiede, ma si custodisce al riparo delle lingue più feroci del bisturi.

In viaggio con la Fede, sfidando l’invisibile senza chiedere applausi

Recita un detto: “Sono lo spirito che sempre nega! E a ragione: perché tutto ciò che nasce è degno di andare in rovina. Sarebbe pertanto, meglio se non nascesse. Così tutto ciò che voi chiamate peccato, distruzione, il Bene, il Male, il mio vero e proprio elemento” (Faust). Chi è in cammino verso il bene, è un pellegrino sano e salvo perché ha saputo affrontare e attraversare le paludi del male. La parola è nutrita dal sangue, e seppure esiliata da tutti non sarà mai dimenticata, né umiliata dalla crudeltà del tempo, in quanto simbolo universale di umanità.

Anche il silenzio è immortale in tutto ciò che viene messo a tacere, persino anche dove l’amicizia smette di essere un dono. Emigrò la parola, strappando dal suo esile corpo lo scampolo di benda mortuaria. In segreto cercava le trine di un cuscino su cui adagiare i suoi pensieri affinché non si disperdesse la sua libertà, la sua coscienza, la sua responsabilità. Altrove un cane affamato ringhiava vagando nel gelo che lo colpiva con furia curvando gli alberi nudi. Era cattivo il vento, quella notte, prepotente e con la barba lunga e incolta.

Le rose odoravano di morte, le bacche sanguinavano a terra, abbracciandosi mentre rotolavano nel solco. Le foglie, i fiori e le erbe sembravano soldatini disarmati e bambini indifesi. Era un samurai la notte. Così la parola, appartata, dignitosa, come voce notturna attraversò le grotte, le tempeste, gli anfratti, lottò con mostri marini e terrestri nei pianeti che abitò. Si smarrì nel cosmo, si vestì di stelle, bevve il veleno del tempo e della Storia. Quella notte, il silenzio era denso e ovattato come un tempio sacro, e l’accolse come una regina.

Una pletora di “ombre”… Erano così vicine a contemplare la bugia… Oggi va di moda la disonestà, la degenerazione, la spudoratezza. Un mondo crudele, ateo, che pretende dalla parola ubbidienza, servizio e mutismo. Anche il mare si ribella dagli abissi. Dall’alba alla sera si esibisce uno spettacolo di marionette, dove la teatralità ha fame di prede. L’anima si mascherava di buio, mutando in amante e in carnefice. Altrove, la tempesta gemeva facendo raggelare il sangue nelle vene.

Sempre nuda la parola nella sua clamide d’acqua e di rugiada. Di carne e respiro era la pagina. Cercò invano il talento, trovò solo mediocre ambizione nella spietata concorrenza al potere di turno, si incorona, e come sempre appare una maschera dietro le quinte. Si presenta come un Dio, ma la sua mente è infetta, depravata, la virtù è simulata, i pensieri violenti. La parola scelse la Fede come missione.

I “Mostri” temono la verità ma la parola non si fa abusare. I “Fantasmi” hanno terrore perché tutto ciò che è vivo fa rumore. Quel Dio appeso al petto è il mio domani. Si allacciavano le vocali come scarpe. Nelle pupille navigavano i morti che traghettavano parole che nessuno voleva ascoltare. Ho respinto le risate crudeli finché ho visto i sogni trasformarsi in “carne”. Ero un’altra. Ho chiuso il respiro in una valigia, cucito gli appunti che ho nascosto nell’orlo del vestito.

Pensavo a quanto la scienza avesse dimenticato la sua coscienza. Ho seminato grano, accarezzato siepi, piantato alberi. Ho camminato come un funambolo tra le lacrime sapendo di avere un coltello puntato alla schiena. Ho percorso sentieri impervi in compagnia di falchi e lupi. Ho attraversato le vigne dove il sole andava a dormire e la parola non risiede nell’oblio, ma è resilienza che non si sfilaccia. Il suo legame con l’Universo vale più di una corona.

Continuo a viaggiare nei polmoni del tempo indossando il saio della mia solitudine; percorro le strade sterrate, scorgo le cime innevate dove la parola sfida l’invisibile senza chiedere applausi.

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Ferrara, esce ‘Inaspettata’ di Elena Berti: la poesia come riscatto dell’anima

Esce “Inaspettata”, la raccolta poetica della ferrarese Elena Berti: un viaggio in versi liberi e senza filtri tra maternità, memoria e riscatto. 📜 ✨

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Copertina_Inaspettata

Ferrara – Nel tormentato e complesso panorama culturale contemporaneo, segnato dai ritmi frenetici della modernità e da una progressiva mercificazione dei messaggi, la riscoperta della parola scritta come strumento di indagine interiore rappresenta una necessità civile non più differibile. La città d’arte estense celebra una nuova e importante testimonianza letteraria grazie alla pubblicazione di “Inaspettata” (versi sparsi), la nuova e intensa raccolta poetica firmata dall’autrice ferrarese Elena Berti. L’opera, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” da Aletti Editore e distribuita anche in formato e-book, si offre alla pubblica opinione come un viaggio intimo e profondo. Attraverso una parola che trasforma il vissuto personale in uno specchio universale, la Berti ricama un dialogo costante tra il rumore interiore e la ricerca della pace, offrendo alle famiglie e ai lettori attenti un’importante occasione di introspezione.

La scrittura come rivendicazione e la scommessa contro il passato

L’universo umano ed estetico di Elena Berti affonda le proprie radici storiche in una profonda passione per i libri, intesi come una vera e propria cura dell’anima contro le asfissie e le solitudini del nostro tempo. La nascita di questa silloge si sviluppa quasi per scommessa, configurandosi come una ferma e orgogliosa reazione a chi, in passato, non ha saputo credere nel valore intellettuale e nel talento dell’autrice. La scrittura si converte in questo modo in una forma di rivendicazione identitaria e di igiene mentale, un hardware espressivo flessibile attraverso cui i Chiaroscuri dell’esistenza trasfigurano nell’unica vera pace possibile, distillata in una poesia incisiva ed essenziale, priva di automatismi accademici.

La prefazione di Giuseppe Aletti ed il verso verticale ed essenziale

Il valore letterario della raccolta è stato analizzato con acume critico nella prefazione del volume firmata dal maestro Giuseppe Aletti, stimato poeta, editore e formatore nazionale. Aletti ha evidenziato la pulizia lessicale e la struttura metrica dei componimenti, capaci di deostruere la rigidità dei canoni tradizionali per parlare direttamente alla mente del lettore: «La silloge si lascia apprezzare per una verticalità del verso, che si sporge da una essenzialità dell’idioma, che si spoglia davanti agli occhi del lettore per lasciare impressioni da riempire con le esperienze del fruitore che diviene così coautore dei frammenti accolti in queste pagine».

La maternità senza filtri e la dedica d’amore alla figlia

L’ordito di “Inaspettata” si sviluppa attraverso l’uso del verso libero, rifiutando in modo netto le scorciatoie delle metafore consolatorie e i virtuosismi stilistici fini a se stessi. La penna della Berti affronta tematiche complesse con una franchezza disarmante, a cominciare da una scomposizione realistica della maternità. Lontana dagli stereotipi idilliaci e commerciali, la condizione materna viene indagata nella sua reale complessità rionale e psicologica, restituita con trasparenza e rispetto per la carne viva della realtà quotidiana. Ad aprire la silloge è non a caso una lirica intensamente autobiografica rivolta alla propria figlia, che si chiude e si suggella con la parola d’oro “grata”, chiave di lettura dell’intero cammino lirico.

Il successo al Salone di Torino e gli oggetti custodi della memoria

L’opera, che ha registrato un eccellente riscontro di pubblico in occasione della sua recente vetrina al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 presso lo stand espositivo di Aletti Editore, si interroga anche sul valore del tempo e della memoria storica. Tra le pagine della raccolta, gli oggetti quotidiani e i dettagli minimi della vita domestica vissuta a Ferrara accanto agli affetti più cari e ai piccoli animali di casa si trasformano nei custodi silenziosi del passato. Le parole diventano così uno spazio sacro e protettivo, un rifugio ermetico in cui far risuonare la propria voce contro il torpore tecnologico, sfidando il lettore onesto a riconoscersi nelle proprie crepe e nelle proprie luci.

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“Fratelli sotto lo stesso cielo”: la poesia di Menda Vreto ci ricorda che l’amore è l’unica vittoria possibile

“La più grande vittoria dell’umanità non sarà vincere contro qualcuno, ma riuscire finalmente a vincere insieme”. 🌍 In un mondo segnato da troppi conflitti, la poesia di Menda Vreto è un inno potentissimo alla fratellanza, alla pace e alla speranza. Un testo commovente che ci invita a costruire ponti invece che muri, per trasformare la Terra in un giardino dove ogni anima possa fiorire. Leggi la bellissima lirica integrale! 🕊️ 📖 🌸

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MENDA-VRETO

Redazione– In un’epoca storica profondamente segnata da divisioni, guerre e incomprensioni, la poesia riesce ancora a fungere da bussola per l’anima. Ci ricorda chi siamo davvero e, soprattutto, chi dovremmo aspirare ad essere. È con questo spirito che oggi vi proponiamo i delicatissimi e potenti versi di Menda Vreto.

La sua lirica, intitolata “Fratelli sotto lo stesso cielo”, è molto più di una semplice composizione poetica: è una preghiera laica, un manifesto universale contro l’odio e i pregiudizi. Attraverso immagini di rara forza emotiva – dai ponti eterni costruiti dal perdono fino alla luce fragile ma infinita che ogni essere umano porta dentro di sé – l’autrice ci invita a tendere la mano verso l’altro. Ci ricorda che nessuno è straniero su questa Terra e che l’unica, vera e duratura vittoria dell’umanità non si ottiene sottomettendo qualcuno, ma imparando, finalmente, a vincere insieme. Vi lasciamo alla bellezza incontaminata di queste parole.


Fratelli sotto lo stesso cielo

di Menda Vreto

Quando l’odio semina ombre nel cuore
e la paura chiude le porte dell’anima,
ricordiamoci che ogni uomo porta con sé
una luce fragile, ma capace di infinito.

Non siamo nati per essere confini,
né sentieri separati nella notte del mondo;
siamo fili dello stesso grande respiro,
voci diverse della medesima armonia.

Tendiamo la mano a chi cade,
ascoltiamo il silenzio di chi soffre,
perché un gesto d’amore, anche piccolo,
può accendere un’alba dove regnava il buio.

L’odio costruisce troni di cenere,
il perdono scolpisce ponti eterni.
E solo chi impara a vedere nell’altro un fratello
scopre il vero volto della propria umanità.

Che ogni passo sia seme di pace,
che ogni parola sia carezza e speranza;
perché il mondo non appartiene ai cuori divisi,
ma a coloro che scelgono di amarsi.

E un giorno, quando l’uomo avrà imparato
che nessun cuore è straniero a un altro cuore,
la Terra non sarà più un campo di battaglia,
ma un grande giardino dove ogni anima potrà fiorire.
Perché la più grande vittoria dell’umanità
non sarà vincere contro qualcuno,
ma riuscire finalmente a vincere insieme.

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