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Orietta Berti e il segreto con Osvaldo: “La passione c’è ancora”

Il segreto dell’amore eterno tra Orietta Berti e Osvaldo: a 83 anni la cantante confessa che la passione è ancora quella di due ragazzi. 🌹 ✨

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Orietta Berti su Vero

Milano – Nel panorama dello spettacolo italiano, in cui le carriere artistiche e le parabole sentimentali dei personaggi pubblici tendono spesso a consumarsi con la velocità dei messaggi digitali, le storie di fedeltà e stabilità emotiva rappresentano un patrimonio raro e di straordinario valore civile. Orietta Berti, vera e propria icona transgenerazionale della nostra canzone, continua a muoversi sui palcoscenici e nelle trasmissioni televisive della penisola con un’energia, una freschezza e un entusiasmo che superano di gran lunga i dati anagrafici, attirando l’attenzione e il compiacimento del pubblico e degli addetti ai lavori. All’età di 83 anni, l’artista emiliana non si limita a gestire la memoria storica dei suoi grandi successi del passato, ma si offre alla società civile come un modello virtuoso di innovazione e di equilibrio, capace di dialogare con naturalezza sia con le vecchie generazioni sia con i minori che affollano le piattaforme dei social network.

L’intervista a VERO e la complicità simbiotica che supera il tempo

I risvolti più intimi, caldi e profondi della sua felice esistenza privata sono stati al centro di un’intervista esclusiva rilasciata al giornalista Valerio Riccobono per le pagine del settimanale VERO. Con il consueto linguaggio limpido, sincero e privo di formule retoriche, la cantante ha svelato i dettagli del suo legame indissolubile con il marito Osvaldo Paterlini, compagno inossidabile di un cammino di vita condiviso per decenni senza mai registrare fratture o momenti di asfissia relazionale. Rispondendo alle domande sulle ragioni di una complicità così longeva e pulita, la Berti ha voluto deostruire l’idea che la stabilità affettiva debba necessariamente sfociare nella freddezza della routine domestica, regalando alle famiglie e ai lettori una confessione ricca di pathos: «La passione tra noi è ancora quella di due ragazzi».

Dalla passione dei cuori al romanticismo dei fiori: la metafora in musica

L’ordito della narrazione amorosa proposta dall’interprete di Cavriago trova una suggestiva corrispondenza poetica e concettuale all’interno del suo stesso repertorio discografico, richiamando i versi e il significato di un brano storico della sua carriera. Orietta Berti ha analizzato la transizione dei sentimenti utilizzando una metafora legata ai simboli delle carte da gioco: «Di solito l’amore negli anni cambia, come racconto nella mia canzone ‘Quadri, cuori, picche e fiori’. Noi abbiamo avuto subito l’amore dei cuori, cioè l’amore vero, la passione. Non abbiamo mai avuto dubbi tra noi… Oggi è un amore di fiori, quello romantico. Ormai ci assomigliamo anche nel carattere, ci vogliamo bene come prima, forse più di prima». Questo passaggio evidenzia la maturità di un affetto profondo che ha saputo evolversi con armonia, trasformando la fiammata iniziale in una stabilità etica fondata sul rispetto rigoroso dell’altro.

Le differenze caratteriali e il rifiuto delle tecnologie moderne

Il segreto del rapporto simbiotico tra i due coniugi risiede anche nella capacità di accettare con ironia e comprensione reciproca i piccoli limiti, le pigrizie e le differenze caratteriali che emergono inevitabilmente nella quotidianità familiare. Se Orietta Berti si conferma una donna dinamica, costantemente in viaggio per lavoro e attenta a seguire l’andamento dei suoi traguardi digitali all’interno delle reti virtuali, Osvaldo preferisce la quiete rionale delle mura domestiche, dimostrando un fermo distacco nei confronti dei viaggi transnazionali e dei dispositivi elettronici più complessi. Questa parziale asimmetria non indebolisce il legame, ma lo rafforza, ponendosi come un porto sicuro e un punto di equilibrio in cui la frenesia dei circuiti commerciali dello spettacolo ritrova la stabilità dei sentimenti semplici e puri, lontani dalle solitudini della modernità.

I traguardi social e la preparazione del nuovo brano autunnale

Sotto il profilo strettamente professionale, il momento d’oro della straordinaria cantante si arricchisce di nuove scadenze e importanti progetti espositivi in ambito musicale, confermando la sua totale centralità nel mercato discografico del Paese. Soddisfatta del calore straordinario e della vicinanza dimostrata quotidianamente dai fan sui canali digitali ufficiali, la Berti si trova già al lavoro all’interno delle sale di registrazione per incidere una nuova canzone, la cui uscita ufficiale è pianificata per la prossima stagione autunnale. La cooperazione trasparente con i giovani produttori e con gli autori d’avanguardia permetterà di offrire al pubblico poliedrico un brano di assoluto spessore artistico, dimostrando empiricamente che il merito e la qualità della voce sanno attraversare le epoche ed edificare ponti solidi tra culture apparentemente distanti.

Il valore dell’autenticità affettiva contro l’isolamento dei monitor

In ultima analisi, la testimonianza di vita e d’amore offerta da Orietta Berti si rivolge alla pubblica opinione e alle nuove generazioni come un caloroso invito a riscoprire il valore dell’autenticità e della costanza nelle relazioni umane. Sradicare i giovani e i minori dall’isolamento biologico indotto dall’abuso degli schermi digitali e dal consumo superficiale dei contatti virtuali, per ricondurli nella dimensione dell’ascolto consapevole e della cura dei legami affettivi stabili, costituisce il dovere civile più alto per i comunicatori contemporanei. La felicità vera non prende spazio nei palazzi del consenso estemporaneo o della finzione mediatica, ma risiede nella traccia pulita e duratura che lasciamo nelle vite delle persone amate, garantendo un domani di stabilità e una bussola etica alle future generazioni del nostro Paese.

L’intervista integrale a firma di VALERIO RICCOBONO è disponibile sul nuovo numero
del settimanale VERO.

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Abbiamo imparato a fotografare tutto, ma non a guardare niente

Viviamo nell’epoca dell’immagine, ogni istante viene catturato, condiviso, archiviato. Fotografiamo i tramonti senza guardarli davvero, i concerti senza ascoltarli fino in fondo, i volti delle persone che amiamo senza soffermarci nei loro occhi. Abbiamo trasformato la memoria in un archivio digitale e la presenza in una notifica.È un paradosso del nostro tempo: possediamo milioni di immagini e sempre meno ricordi autentici. Un tempo si diceva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima.

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Letizia Bonelli

Redazione- Viviamo nell’epoca dell’immagine, ogni istante viene catturato, condiviso, archiviato. Fotografiamo i tramonti senza guardarli davvero, i concerti senza ascoltarli fino in fondo, i volti delle persone che amiamo senza soffermarci nei loro occhi. Abbiamo trasformato la memoria in un archivio digitale e la presenza in una notifica.È un paradosso del nostro tempo: possediamo milioni di immagini e sempre meno ricordi autentici. Un tempo si diceva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima. Oggi sembrano essere diventati il prolungamento di una fotocamera. L’esperienza non viene più vissuta per ciò che è, ma per ciò che potrà apparire agli altri, l’emozione cede il passo alla rappresentazione, così rischiamo di smarrire il valore più prezioso: lo sguardo. Guardare è molto diverso dal vedere. Vedere è un atto biologico; guardare è una scelta, significa fermarsi, ascoltare il silenzio di un paesaggio, cogliere la stanchezza nascosta nel volto di una persona, riconoscere la bellezza di ciò che non chiede attenzione. Lo sguardo autentico richiede tempo, e il tempo è diventato il bene più raro della nostra epoca. Corriamo senza sosta, scorriamo migliaia di immagini con il dito, ma raramente permettiamo a una di esse di attraversarci. Consumiamo emozioni con la stessa velocità con cui cambiamo schermata, nulla sedimenta davvero, perché tutto deve essere immediatamente sostituito da qualcosa di nuovo. La tecnologia non è il nemico; sarebbe ingiusto attribuirle colpe che appartengono alle nostre abitudini. Le fotografie continueranno a raccontare la nostra storia e rappresentano uno straordinario patrimonio della memoria umana. Il problema nasce quando l’immagine sostituisce l’esperienza e la condivisione prende il posto della contemplazione. Esiste una bellezza che nessun obiettivo riesce a catturare, è la bellezza di una mano che stringe un’altra senza bisogno di essere fotografata, il sorriso di un bambino osservato senza distrazioni, il volto di un anziano che racconta la propria vita mentre qualcuno lo ascolta davvero. È il silenzio di una chiesa, il rumore del mare, il profumo della terra dopo la pioggia. Sono istanti che nessun algoritmo potrà restituire nella loro interezza. Forse dovremmo concederci il coraggio di vivere alcuni momenti senza il desiderio di dimostrare di averli vissuti. Lasciare il telefono in tasca, alzare gli occhi, respirare, accettare che non tutto debba essere pubblicato, commentato o approvato. Le emozioni più profonde non cercano spettatori. Abbiamo imparato a immortalare ogni frammento della nostra esistenza, ma rischiamo di perdere il privilegio di abitarla davvero. Eppure la vita continua a parlarci con discrezione: nel volto di chi ci passa accanto, nella luce che cambia durante il giorno, nelle parole non dette, negli incontri che nessuna fotografia potrà mai raccontare completamente. Forse il futuro non avrà bisogno di persone capaci di produrre più immagini, ma di donne e uomini capaci di tornare a guardare. Perché è nello sguardo che nasce la comprensione, dalla comprensione la compassione e dalla compassione la nostra più autentica umanità.

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Flavia Bakiu: «Le mie radici albanesi sono la fonte della mia ricerca artistica»

L’attrice italo-albanese si racconta a Radio Radicale: «Il teatro è memoria, identità e responsabilità civile». Dai primi anni vissuti a Durazzo ai nuovi progetti tra Italia e Albania, passando per il lavoro sulla tratta delle donne e la valorizzazione della diaspora

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Flavia-bakiu-Artur-Nura-

L’attrice italo-albanese si racconta a Radio Radicale: «Il teatro è memoria, identità e responsabilità civile». Dai primi anni vissuti a Durazzo ai nuovi progetti tra Italia e Albania, passando per il lavoro sulla tratta delle donne e la valorizzazione della diaspora

Redazione-  Le radici non sono un punto di partenza da lasciarsi alle spalle, ma un luogo al quale tornare ogni volta che il teatro chiede autenticità. È questa l’idea che attraversa il racconto di Flavia Bakiu, attrice italo-albanese, protagonista della rubrica Albania Italianofona di Radio Radicale, condotta dal giornalista Arthur Nura.

Nata a Durazzo e arrivata in Italia all’età di nove anni, Bakiu ha costruito il proprio percorso artistico nell”Italia, senza mai interrompere il dialogo con la cultura d’origine. «Il mio percorso si è formato in Italia – racconta – ma nasce molto prima, in Albania, dove sono cresciuta in una famiglia di artisti».

Il teatro entra stabilmente nella sua vita durante l’adolescenza con le compagnie amatoriali, prima della formazione all’Accademia Galante Garrone di Bologna. Un percorso che, racconta, è stato determinante non solo per la preparazione professionale, ma anche per gli incontri umani che ancora oggi alimentano la sua attività artistica.

Tra questi, la nascita della compagnia Le Notti e il confronto con la Societas di Cesena, dove ha approfondito la ricerca teatrale accanto a Chiara Guidi, Claudia Castellucci e Romeo Castellucci. Nel suo lavoro, però, il legame con l’Albania rimane centrale. «I primi anni della vita ci formano profondamente. Quando cerco un personaggio o scrivo una scena, c’è sempre qualcosa che mi riporta lì», spiega. Un richiamo che passa dalla lingua, dalle emozioni e da una memoria condivisa che continua a nutrire la sua ricerca.

Bakiu ricorda anche gli anni dell’integrazione in Italia, segnati da una domanda ricorrente: «Ma tu non sembri albanese». Un’affermazione che riflette gli stereotipi con cui molti figli dell’immigrazione hanno dovuto confrontarsi. L’italiano, racconta, lo aveva imparato guardando la televisione italiana, come accadde a migliaia di bambini albanesi negli anni Novanta.

Da questa doppia appartenenza nasce anche uno dei suoi progetti più significativi: uno spettacolo costruito a partire dai dialoghi del cinema albanese del periodo socialista. Insieme ad altri artisti della sua famiglia, Bakiu ha rielaborato quei testi trasformandoli in uno strumento di riflessione critica sul passato del Paese, recuperando al tempo stesso la musicalità e la forza espressiva della lingua albanese.

L’impegno civile rappresenta un’altra dimensione fondamentale della sua attività. Lo dimostra Le Notti, spettacolo dedicato al tema della tratta delle donne e della prostituzione forzata. Per costruire il lavoro, la compagnia ha collaborato con un’associazione che opera accanto alle vittime, raccogliendo testimonianze e svolgendo attività di volontariato.

«Era importante raccontare donne che hanno subito violenza e sfruttamento, distinguendo chiaramente questa realtà dal lavoro sessuale scelto liberamente», sottolinea. Per l’attrice, fare teatro oggi significa confrontarsi ogni giorno con difficoltà economiche e precarietà professionale. «Poter fare questo mestiere è un privilegio, ma anche una sfida quotidiana», afferma, rivendicando il ruolo sociale dell’arte come spazio di riflessione e crescita collettiva.

Il rapporto con l’Albania, nel frattempo, si è rafforzato anche sul piano culturale. Flavia Bakiu ha preso parte al primo Festival degli artisti della diaspora albanese, organizzato a Brescia dall’associazione guidata da Valbona Biblili. Tre giornate dedicate all’incontro tra artisti provenienti dall’Italia e dall’Europa, con spettacoli, laboratori e momenti di confronto sulla condizione degli artisti della diaspora. In quell’occasione Bakiu ha condotto anche un laboratorio teatrale rivolto ai bambini italo-albanesi.

Tra i prossimi obiettivi figurano un nuovo spettacolo con la compagnia Le Notti, dedicato ai rapporti tra sorelle e alla memoria familiare, il ritorno in Albania con il progetto teatrale sul cinema albanese e nuovi lavori tra teatro, cinema e televisione.

In chiusura, Arthur Nura definisce gli artisti della diaspora «i migliori ambasciatori dell’Albania in Italia». Un riconoscimento che Bakiu accoglie con emozione, ribadendo il desiderio di rappresentare una generazione cresciuta tra due Paesi, convinta che il teatro possa trasformare l’esperienza dell’emigrazione in uno spazio di dialogo, memoria e costruzione di nuove identità.

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Gian-Luca Galletti lancia ‘Poesie che si cancellano dopo un’ora’

Esce “Poesie che si cancellano dopo un’ora”, il nuovo e visionario libro di Gian-Luca Galletti tra gioco, ironia e memoria storica. 📜 ✨

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Copertina_Poesie che si cancellano dopo unora

Roma – Nel tormentato panorama culturale contemporaneo, segnato dall’iperconnessione e da una progressiva mercificazione dei messaggi, la parola poetica avverte la necessità di ritrovare spazi di libertà e forme espressive inedite per scardinare il conformismo della società dei consumi. Con questa impronta coraggiosa si apre la stagione espositiva della nuova attesa raccolta lirica firmata dallo scrittore Gian-Luca Galletti, intitolata “Poesie che si cancellano dopo un’ora”. L’opera, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” da Aletti Editore e distribuita anche in formato e-book, si offre alla pubblica opinione e ai cittadini come un viaggio letterario incandescente, ironico e profondamente visionario, capace di deostruire le vecchie paratie accademiche per parlare direttamente alla sensibilità delle persone.

La struttura in cinque sezioni e gli omaggi a Szymborska e Toti Scialoja

L’ordito della silloge si sviluppa e prende spazio attraverso cinque suggestive sezioni tematiche, i cui titoli indicano una precisa progressione emotiva e concettuale: “Pura Vida”, “L’aria che respiri”, “L’ora più buia”, “Anche la poesia può aspettare” e infine “Tremarella”. All’interno di questi canti, Galletti guida il lettore in un percorso che attraversa il sacro e il profano, fondendo l’intimità del vissuto personale con la forza dei sentimenti collettivi. Tra i componimenti di spicco si segnala proprio la poesia “Tremarella”, concepita come un sentito e accorato omaggio alla celebre poetessa polacca Wisława Szymborska, a cui si affiancano “Tutto il peso del mondo”, tributo al pittore e poeta Toti Scialoja, e l’opera “Come Paul Valéry”, scritta in memoria del grande scrittore e filosofo francese.

L’intuizione nata in un ristorante cinese dall’adolescente digitale

Un capitolo di grande curiosità e rilevanza sociologica investe la singolare genesi del titolo a cui l’autore è profondamente legato. Come già accaduto per la sua precedente pubblicazione editoriale, la raccolta è cresciuta attorno a un’idea originaria, suggerita in modo del tutto inconsapevole due anni fa da un adolescente digitale durante una cena familiare trascorsa all’interno di un ristorante cinese rionale. Questo aneddoto mette in luce la distanza tra la memoria storica dei padri e la fretta espressiva dei giovani d’oggi, abituati all’asfissia dei messaggi virtuali che spariscono dagli schermi in pochi istanti. Galletti trasforma questa transizione tecnologica in una provocazione poetica, offrendo testi vivi e imperfetti che diventano uno strumento indispensabile di sopravvivenza contro l’oblio della modernità.

La traduzione per Luis Zhang e il manifesto critico di Francesco Gazzé

Il volume, che ha registrato un eccellente riscontro di pubblico in occasione della sua recente presentazione ufficiale al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 presso gli spazi espositivi della casa editrice, si arricchisce anche di collaborazioni interculturali di rilievo. Tra le pagine trova spazio la lirica “Alle persone senza nome”, una libera e intensa traduzione condotta su un testo originale scritto dall’amico e attore Luis Zhang, offrendo un messaggio di inclusione sociale e solidarietà. Nella prefazione del libro, il noto autore e compositore Francesco Gazzé ha analizzato con acume critico il poliedrico universo dello scrittore: «È fatto di trovate originali e fantastiche, di audaci destrutturazioni linguistiche, di velati ermetismi che fanno stropicciare gli occhi, di frasi stranianti che planano sospese a mezz’aria sopra le piatte distese del reale per poi atterrare dolcemente sull’impossibile».

La provocazione sulla felicità e la ricerca del benessere interiore

In ultima analisi, il cammino letterario tracciato da Gian-Luca Galletti si conclude con un quesito etico e grammaticale rivolto direttamente alla coscienza dei propri lettori: «Ma la felicità, per voi, è con l’accento o senza accento?». Questa domanda, semplice solo in apparenza, invita le famiglie, i lavoratori e i giovani ad abbandonare per un momento l’isolamento individuale indotto dall’abuso delle reti virtuali per riflettere sul significato autentico delle proprie passioni e sulla cura dei legami affettivi. Sradicare la fruizione dell’arte dal torpore digitale per ricondurla nella ritualità della lettura lenta e consapevole costituisce il pilastro più alto delle riforme culturali contemporanee, dimostrando che il domani della nostra saggistica dipende linearmente dalla capacità di unire il merito del talento alla trasparenza delle relazioni umane.

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