Esteri
LA PROVOCAZIONE DI BEZOS: “ZERO TASSE AI POVERI”. MA PER I PAPERONI D’AMERICA LA VERA TASSA È UN MIRAGGIO
Redazione- Perché un infermiere del Queens che guadagna 75 mila dollari all’anno paga più di mille dollari al mese di tasse? Dovrebbe pagare zero”. Jeff Bezos ha spiegato con queste parole la sua idea che il 50 percento degli americani con redditi bassi contribuisce solo per il 3 percento del totale alle casse del fisco. Quindi meglio azzerarle. Bezos ha continuato spiegando che l’uno per cento dei più ricchi contribuisce invece per il 40 per cento del totale. Bezos però ha anche affermato che alzare le tasse agli ultra ricchi come lui sarebbe “controproducente”.
Bezos, il fondatore e proprietario di Amazon e altre aziende, ha criticato la politica del sindaco di New York Zohran Mamdani, il quale da parte sua dissente in maniera visibile. Una delle ultime strategie del sindaco democratico socialista consiste nell’aumentare le tasse ai ricchi che possiedono una seconda casa nella Grande Mela. Quando gli ultra ricchi cercano di limitare il loro carico fiscale ad alta voce non ne escono molto bene, dando l’impressione di infinita avidità. Quando poi entriamo nei dettagli del codice fiscale, questi ultimi attirano l’attenzione dei media
che mettono in evidenza le politiche fiscali che beneficiano i benestanti.
Una recente indagine di ProPublica, organizzazione giornalistica statunitense senza scopo di lucro, ha fatto notare che Bezos, in alcuni anni, ha pagato quasi nulla in tasse federali. Dal 2014 al 2018 il patron di Amazon ha pagato meno dell’uno percento al fisco, considerando anche la crescita del suo patrimonio a 99 miliardi di dollari. Non è l’unico miliardario a pagare una cifra irrisoria. Elon Musk, attualmente l’uomo più ricco del pianeta, non ha pagato nulla al fisco nel 2018. Simili situazioni si sono verificate per altri miliardari come Carl Icahn, George Soros, Warren Buffett e Michael Bloomberg. L’analisi di ProPublica ci rivela anche che i 25 americani più ricchi hanno visto la loro ricchezza crescere di 401 miliardi di dollari nell’arco del 2014 al 2018, pagando solo il 3,4 percento in tasse federali.
L’aliquota più alta è il 37 percento per i redditi che superano la soglia di 628 mila di dollari annui. mentre la famiglia americana media paga il 14 percento del loro reddito in tasse federali. Le tariffe pagate dagli ultra ricchi si spiegano con il fatto che il loro patrimonio è legato a plusvalenze non realizzate invece che a stipendi regolari. Questi guadagni vengono tassati solo quando queste azioni vengono vendute.
Ci vorrebbe una riforma federale che imporrebbe un’aliquota minima obbligatoria ai miliardari ma il governo a Washington non è affatto interessato. Per stabilire un minimo di giustizia fiscale parecchi stati e città liberal stanno imponendo tasse ai miliardari per coprire i buchi nei loro bilanci e per offrire servizi ai loro cittadini. Oltre a Mamdani a New York le città californiane di Los Angeles e San Francisco hanno approvato leggi che colpiscono i super ricchi. A livello statale, i cittadini californiani voteranno a novembre un referendum che introdurrebbe un’aliquota del 5 percento sul patrimonio globale dei miliardari residenti nel Golden State. Anche negli stati di Washington, Maryland, e Massachusetts i profitti stratosferici dei miliardari sarebbero colpiti seppur lievemente.
Il referendum sulla tassa ai miliardari in California ha spinto alcuni di loro a trasferire la loro residenza e le sedi centrali delle loro aziende in altri stati fiscalmente più accoglienti. L’amministratore delegato di Nvidia, però, Jensen Huang, ha destato scalpore dichiarando che la sua azienda non lascerà la California. La nuova tassa, se sarà approvata dagli elettori, lo costringerebbe a sborsare 8 miliardi che non inciderebbero poi così tanto sul suo patrimonio calcolato a 155 miliardi.
Gli sforzi dei governi liberal di colpire i miliardari avranno comunque effetti poco sentiti sul loro stile di vita e, in realtà, bisognerebbe riflettere un po’ sul sistema che crea queste disuguaglianze economiche. Il candidato a governatore della California Tom Steyer, un miliardario “povero” con un patrimonio di 2,4 miliardi, ha promesso di donare poco a poco la maggior parte della sua fortuna, promettendo di non morire miliardario. Il suo esempio dovrebbe essere seguito volontariamente dagli altri Paperoni. Non succederà quindi la giustizia fiscale richiederebbe leggi che li costringano a seguire la promessa di Steyer.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
Esteri
IRAN-USA: IL VALZER DELLE DIPLOMAZIE. TRA OTTIMISMO DI FACCIATA E STALLO NUCLEARE
Stallo diplomatico tra USA e Iran: nonostante l’ottimismo di Trump, il nodo nucleare e la gestione delle sanzioni frenano il percorso verso la pace. Il braccio di ferro continua.
#Iran #USA #Geopolitica #Negoziati
Redazione- Il clima tra Washington e Teheran resta sospeso in un limbo di incertezze. Mentre il presidente Donald Trump, dal suo profilo social, continua a infondere ottimismo dichiarando che i negoziati per la fine del conflitto “procedono bene”, la realtà diplomatica racconta una storia ben diversa. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le trattative hanno subito una brusca frenata, palesando distanze ancora abissali su due pilastri fondamentali: il futuro del programma nucleare iraniano e la portata dell’alleggerimento delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.
Il weekend appena trascorso è stato un gioco di specchi: segnali d’apertura sono stati seguiti, poche ore dopo, da brusche marce indietro. È lo stile tipico del tycoon, che d’altronde non ha fatto mistero della sua linea rossa: nessun accordo sarà firmato se non sarà considerato “valido e appropriato”. Dietro le quinte, però, la pressione cresce. Non solo al tavolo negoziale, ma anche all’interno dei confini americani: l’ala più oltranzista del Partito Repubblicano guarda con estremo sospetto a un’intesa che, a loro avviso, potrebbe riaprire le rotte dello Stretto di Hormuz e garantire ossigeno economico a Teheran senza fornire, in cambio, le necessarie garanzie di sicurezza sul fronte nucleare.
Il nodo del memorandum Il cuore della proposta su cui stanno lavorando i diplomatici è un memorandum d’intesa che disegna una tabella di marcia in due atti. Il primo obiettivo è la sospensione delle ostilità e la riapertura graduale del vitale snodo commerciale dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni. Solo dopo si passerebbe al dossier più spinoso: il programma nucleare. Ma è proprio qui che il meccanismo si inceppa. Washington esige impegni chiari, immediati e verificabili; Teheran, dal canto suo, spinge per ottenere certezze nero su bianco sullo sblocco dei fondi e sulla revoca delle sanzioni.
Il timore che aleggia alla Casa Bianca è quello di un “vantaggio unilaterale”: la paura, cioè, che una volta ottenuti i primi benefici economici, l’Iran possa rallentare o sabotare l’attuazione degli impegni presi. Una cautela che Trump difende strenuamente, rispondendo ai critici via social: “O sarà un grande accordo o non ci sarà alcun accordo”, ribadendo che chi contesta la sua strategia semplicemente ignora i dettagli riservati del negoziato.
Un equilibrio precario La partita è quanto mai complessa. L’allentamento delle sanzioni rimane l’unico vero asso nella manica degli Stati Uniti, uno strumento da dosare come una medicina: troppo poca non curerà la crisi, troppa finirebbe per rafforzare un regime che Washington continua a guardare con estrema diffidenza.
La diplomazia si muove dunque sul filo del rasoio. Mentre l’opinione pubblica attende una svolta che ponga fine alle tensioni geopolitiche globali, le parti restano arroccate sulle proprie posizioni. Il balletto tra Trump e i vertici iraniani prosegue: un passo avanti, un passo indietro, e lo spettro di un nulla di fatto che minaccia di trasformare una speranza di pace in una lunga e logorante attesa.
Esteri
USA ISOLATI E ALLEATI IN FUGA: L’IRAN RESISTE E METTE ALL’ANGOLO TRUMP
Redazione- “Questo conflitto ha rivelato che l’America è inaffidabile e incapace di finire ciò che ha cominciato. Una sconfitta per gli Stati Uniti non è dunque possibile ma probabile”. Lo ha detto Robert Kagan della Brookings Institution in una recente intervista alla Public Broadcasting Company, Pbs, la rete televisiva pubblica. Kagan non è certamente una colomba e infatti è un grande sostenitore di interventi militari all’estero ma nel caso dell’Iran la vede dura.
Nei bombardamenti del giugno dell’anno scorso Donald Trump e il suo Ministro di difesa Pete Hegseth avevano detto che l’arsenale nucleare iraniano era stato “annientato”. Non era vero come ha poi indicato il servizio di intelligence statunitense. Trump, seguendo Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele, ha poi deciso di bombardare una seconda volta, dichiarando di nuovo vittoria. In realtà nonostante i notevoli danni e l’eliminazione di parecchi leader del regime iraniano, il Paese è riuscito a resistere. L’Iran non ha vinto ma il semplice fatto di avere resistito consiste in una mezza vittoria soprattutto perché gli iraniani sono riusciti in grande misura a chiudere lo Stretto di Hormuz. Hanno infatti preso in ostaggio l’economia mondiale e avevano indicato che le petroliere avrebbero dovuto pagare un pedaggio. Trump ha agito smorzando questo controllo totale con il blocco navale dello stretto ma il danno per il futuro è già stato fatto. Gli iraniani hanno capito di possedere una carta vincente.
Kagan nell’intervista e in un recente articolo pubblicato sulla rivista Atlantic non vede vie di uscita eccetto per un’invasione sul territorio dell’Iran che sarebbe molto problematica e causerebbe moltissime vittime. Trump, nonostante la sua minaccia di distruggere l’Iran dalla faccia della terra, non sarebbe favorevole a un’invasione. Ha continuato la tregua sperando nei negoziati mediati dal Pakistan che fino adesso non hanno ottenuto risultati positivi.
Trump avrà capito che ha bisogno di aiuto nel conflitto ma ha alienato tutti gli alleati europei e nel suo recente incontro con Xi Jinping avrebbe chiesto assistenza al leader cinese per influenzare gli iraniani ad aprire lo Stretto di Hormuz. La Cina non ha dato segnali al riguardo ma ha reiterato che la vendita americana di armi a Taiwan creerebbe conflitti tra i due Paesi. Al ritorno in Usa dopo il viaggio Trump ha dichiarato ai giornalisti che non ha deciso se completare la vendita delle armi. Ovviamente ha creato costernazione a Taiwan ma ha anche sollevato dubbi sull’affidabilità di Trump da parte degli alleati asiatici come la Corea del Sud e il Giappone. A ciò si aggiunge ovviamente lo strappo creato da Trump con gli alleati europei e la sua diffidenza sulla Nato. Ma anche i Paesi arabi del Golfo hanno già capito che l’America non è un alleato affidabile e si sentono intimoriti da un Iran che potrebbe uscire dal conflitto non solo vivo e vegeto ma ancora più potente.
Trump è ovviamente impaziente e sta cercando di concludere il conflitto in qualche modo che gli permetterebbe di cantare vittoria. Ciò diventa sempre più difficile aumentando il consenso sulla tesi che l’Iran, resistendo agli attacchi, ne uscirà vincitore. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha recentemente dichiarato che l’Iran, e in particolar modo, i Guardiani della Rivoluzione, stanno “umiliando” gli Stati Uniti. Merz ha rilevato che gli Usa sono entrati in guerra senza un piano strategico efficace rievocando le dolorose esperienze americane in Afghanistan e Iraq.
Le ultimissime notizie ci dicono che Trump ha deciso di rimandare gli attacchi, citando progressi nei negoziati. L’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti starebbero prendendo un ruolo attivo nei negoziati, avendo capito che la loro fiducia nel presidente americano sta diminuendo. Riusciranno a porre fine al conflitto? Per Trump sarebbe una vittoria. Gli toglierebbe le castagne dal fuoco specialmente data l’impopolarità della guerra approvata solo dal 34 percento degli americani.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
Attualità
MALDIVE, SVOLTA NEGLI ABISSI: INDIVIDUATI I CORPI DEI QUATTRO SUB ITALIANI
Svolta drammatica nell’atollo di Vaavu: individuati a 50 metri di profondità i corpi dei quattro sub italiani dispersi. Una task force di specialisti è riuscita a penetrare nelle grotte sottomarine, ma ora inizia la fase più difficile.
#Maldive #Cronaca #Subacquea #Tragedia
Redazione- Il silenzio degli abissi maldiviani ha restituito una prima, drammatica verità. Dopo giorni di angosciante attesa e ricerche incessanti, la missione d’élite coordinata per fare luce sulla sparizione di quattro subacquei italiani ha raggiunto un punto di svolta fondamentale, seppur tragico. I corpi dei nostri connazionali, dispersi dallo scorso 14 maggio nell’atollo di Vaavu, sono stati localizzati all’interno di un complesso sistema di grotte sottomarine, ponendo fine a una fase di incertezza e aprendo la strada a una delicatissima operazione di recupero.
Il ritrovamento è avvenuto nel sito di Dhekunu Kandu, nelle acque antistanti l’isola di Alimathà, un’area nota per la bellezza dei suoi fondali ma anche per le insidie tecniche che nasconde. A compiere l’impresa è stato un team di tre subacquei d’élite finlandesi, specialisti in immersioni estreme in ambienti confinati, inviati sul posto per supportare le autorità locali. L’operazione è scattata alle prime luci dell’alba, intorno alle 8:30 del mattino, protraendosi per circa tre ore in condizioni ambientali al limite delle possibilità umane.
Per penetrare nel labirinto di cavità sommerse, situate a una profondità di circa 50 metri, gli specialisti hanno dovuto fare affidamento su tecnologie all’avanguardia. Fondamentale è stato l’utilizzo degli scooter subacquei (DPV – Diver Propulsion Vehicles), mezzi che permettono di percorrere lunghe distanze sott’acqua risparmiando ossigeno e, soprattutto, contrastando le forti correnti che caratterizzano i “Kandu” (i canali maldiviani che collegano l’oceano aperto alla laguna interna). Senza questi ausili, sarebbe stato quasi impossibile esplorare con tale precisione le profondità raggiunte, dove la visibilità e la pressione rendono ogni movimento un rischio calcolato.
Secondo quanto riportato dagli esperti coinvolti, la missione non si è limitata alla sola individuazione. Durante l’immersione, il team ha effettuato una mappatura precisa dell’area e ha raccolto dati cruciali sulla conformazione delle grotte. Questa fase di “scouting” tecnico è stata necessaria per valutare la stabilità dell’ambiente e pianificare la fase successiva, definita come la più complessa: il recupero dei corpi. Operare a 50 metri di profondità all’interno di una grotta significa gestire tempi di decompressione lunghi e rischi elevati di narcosi da azoto, oltre alla necessità di muoversi con estrema cautela per non compromettere la sicurezza degli operatori stessi.
La dinamica esatta dell’incidente resta ancora al vaglio degli inquirenti, ma la localizzazione dei quattro corpi all’interno dello stesso sistema di cavità suggerisce che il gruppo possa essere stato sorpreso da una corrente discendente improvvisa o che si sia inoltrato nel tunnel perdendo l’orientamento a causa della sospensione di sedimento.
Mentre il dolore delle famiglie trova ora una prima, amara conferma, l’attenzione si sposta sulle prossime ore. Il recupero richiederà un coordinamento internazionale ancora più stretto e condizioni meteo-marine favorevoli. Solo allora i quattro italiani potranno iniziare l’ultimo viaggio verso casa, lasciandosi alle spalle l’azzurro profondo e crudele delle Maldive.
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