Esteri
USA ISOLATI E ALLEATI IN FUGA: L’IRAN RESISTE E METTE ALL’ANGOLO TRUMP
Redazione- “Questo conflitto ha rivelato che l’America è inaffidabile e incapace di finire ciò che ha cominciato. Una sconfitta per gli Stati Uniti non è dunque possibile ma probabile”. Lo ha detto Robert Kagan della Brookings Institution in una recente intervista alla Public Broadcasting Company, Pbs, la rete televisiva pubblica. Kagan non è certamente una colomba e infatti è un grande sostenitore di interventi militari all’estero ma nel caso dell’Iran la vede dura.
Nei bombardamenti del giugno dell’anno scorso Donald Trump e il suo Ministro di difesa Pete Hegseth avevano detto che l’arsenale nucleare iraniano era stato “annientato”. Non era vero come ha poi indicato il servizio di intelligence statunitense. Trump, seguendo Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele, ha poi deciso di bombardare una seconda volta, dichiarando di nuovo vittoria. In realtà nonostante i notevoli danni e l’eliminazione di parecchi leader del regime iraniano, il Paese è riuscito a resistere. L’Iran non ha vinto ma il semplice fatto di avere resistito consiste in una mezza vittoria soprattutto perché gli iraniani sono riusciti in grande misura a chiudere lo Stretto di Hormuz. Hanno infatti preso in ostaggio l’economia mondiale e avevano indicato che le petroliere avrebbero dovuto pagare un pedaggio. Trump ha agito smorzando questo controllo totale con il blocco navale dello stretto ma il danno per il futuro è già stato fatto. Gli iraniani hanno capito di possedere una carta vincente.
Kagan nell’intervista e in un recente articolo pubblicato sulla rivista Atlantic non vede vie di uscita eccetto per un’invasione sul territorio dell’Iran che sarebbe molto problematica e causerebbe moltissime vittime. Trump, nonostante la sua minaccia di distruggere l’Iran dalla faccia della terra, non sarebbe favorevole a un’invasione. Ha continuato la tregua sperando nei negoziati mediati dal Pakistan che fino adesso non hanno ottenuto risultati positivi.
Trump avrà capito che ha bisogno di aiuto nel conflitto ma ha alienato tutti gli alleati europei e nel suo recente incontro con Xi Jinping avrebbe chiesto assistenza al leader cinese per influenzare gli iraniani ad aprire lo Stretto di Hormuz. La Cina non ha dato segnali al riguardo ma ha reiterato che la vendita americana di armi a Taiwan creerebbe conflitti tra i due Paesi. Al ritorno in Usa dopo il viaggio Trump ha dichiarato ai giornalisti che non ha deciso se completare la vendita delle armi. Ovviamente ha creato costernazione a Taiwan ma ha anche sollevato dubbi sull’affidabilità di Trump da parte degli alleati asiatici come la Corea del Sud e il Giappone. A ciò si aggiunge ovviamente lo strappo creato da Trump con gli alleati europei e la sua diffidenza sulla Nato. Ma anche i Paesi arabi del Golfo hanno già capito che l’America non è un alleato affidabile e si sentono intimoriti da un Iran che potrebbe uscire dal conflitto non solo vivo e vegeto ma ancora più potente.
Trump è ovviamente impaziente e sta cercando di concludere il conflitto in qualche modo che gli permetterebbe di cantare vittoria. Ciò diventa sempre più difficile aumentando il consenso sulla tesi che l’Iran, resistendo agli attacchi, ne uscirà vincitore. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha recentemente dichiarato che l’Iran, e in particolar modo, i Guardiani della Rivoluzione, stanno “umiliando” gli Stati Uniti. Merz ha rilevato che gli Usa sono entrati in guerra senza un piano strategico efficace rievocando le dolorose esperienze americane in Afghanistan e Iraq.
Le ultimissime notizie ci dicono che Trump ha deciso di rimandare gli attacchi, citando progressi nei negoziati. L’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti starebbero prendendo un ruolo attivo nei negoziati, avendo capito che la loro fiducia nel presidente americano sta diminuendo. Riusciranno a porre fine al conflitto? Per Trump sarebbe una vittoria. Gli toglierebbe le castagne dal fuoco specialmente data l’impopolarità della guerra approvata solo dal 34 percento degli americani.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
Esteri
Il flop degli eco-attivisti in Albania: sbarcano per “salvare” l’Isola di Sazan, ma scappano quando il Governo gli mostra la verità
L’incredibile flop degli eco-attivisti in Albania: arrivano per “salvare” un’isola e poi scappano per non vedere la realtà! 🇦🇱 🤦♂️ Avevano annunciato sui social una colossale spedizione internazionale (la “Global Sumud Flotilla”) per salvare l’isola di Sazan in Albania da una finta speculazione, paragonandola al dramma di Gaza. Ma quando sono sbarcati al porto di Valona, invece di un’armada c’era solo una dozzina di ragazzi visibilmente confusi! Ad attenderli c’era la Direttrice del Turismo albanese, Jola Hysaj, che con massima trasparenza si è offerta di scortarli sull’isola per fargli vedere la verità con i loro occhi. La risposta degli attivisti? SI SONO RIFIUTATI DI ANDARCI! Hanno girato i tacchi e sono scappati a Tirana dicendo di “volersi unire alla rivoluzione”. L’ennesima figuraccia di chi fa finto attivismo ambientale solo per racimolare like su Instagram. Leggi il retroscena completo di questa assurda vicenda nel nostro nuovo articolo! 👇 🏝️
Redazione – Viviamo nell’era in cui basta un post ben curato su Instagram per gridare allo scandalo internazionale, ma cosa succede quando il finto attivismo da tastiera si scontra con la dura e cruda realtà dei fatti? È esattamente quello che è andato in scena nelle scorse ore al porto di Valona, in Albania, palcoscenico di una figuraccia internazionale che sta facendo il giro del web e che smaschera l’ipocrisia di certe mobilitazioni nate esclusivamente per fare “like” sui social network. Protagonista dell’incredibile vicenda è la cosiddetta “Global Sumud Flotilla”, smascherata pubblicamente con un video al vetriolo da Jola Hysaj, Direttrice Generale dell’Agenzia Nazionale del Turismo dell’Albania.
La “Grande Epopea” annunciata sui social
Nelle settimane precedenti, il collettivo aveva martellato i social network (arrivando persino a scomodare l’agenzia stampa ANSA) annunciando una mastodontica e solenne spedizione internazionale. Il loro obiettivo dichiarato? Salvare la splendida Isola di Sazan (Saseno) da presunti disastri ambientali e speculazioni, arrivando al punto di pronunciare verdetti pesantissimi e paragonando follemente la situazione dell’isola turistica alfanese nientemeno che al dramma di Gaza. L’annuncio aveva creato il classico polverone mediatico, dipingendoli come i salvatori del pianeta in rotta verso i Balcani.
L’arrivo a Valona: una dozzina di “fuggitivi” confusi
Ma le bugie dei social, si sa, hanno le gambe corte. Ad attendere la fantomatica flotta al porto di Valona si è presentata personalmente la Direttrice del Turismo Jola Hysaj, pronta ad accoglierli con tutti i crismi istituzionali. «L’epopea digitale si è materializzata in una dozzina di persone visibilmente confuse», ha raccontato la Direttrice con pungente ironia nel suo reel. Niente navi rivoluzionarie, niente armada internazionale: solo un minuscolo gruppo di persone che «somigliavano più a un gruppo di scappati di casa che all’avanguardia della rivoluzione planetaria presentata sui social». Lontani dai filtri di Instagram, gli “eroi” apparivano improvvisamente a disagio di fronte al mondo reale.
Il bluff smascherato: il rifiuto di visitare l’isola
Nonostante l’evidente sproporzione tra le chiacchiere online e la realtà, le istituzioni albanesi hanno dimostrato una maturità democratica esemplare. L’Albania, “casa aperta e rispettosa verso tutti”, ha accolto il gruppo con totale disponibilità istituzionale. Il Governo albanese ha messo sul tavolo la massima trasparenza, offrendosi di accompagnare fisicamente gli attivisti sull’isola di Sazan, fornendo tutti i documenti informativi e mettendosi a disposizione per rispondere a qualsiasi domanda o dubbio ambientale.
È a questo punto che il castello di carte è clamorosamente crollato: gli attivisti si sono rifiutati di andare.
Finto attivismo o turismo rivoluzionario?
Messi davanti alla possibilità di guardare con i propri occhi l’isola che fino a ieri dichiaravano di voler disperatamente “salvare”, gli attivisti si sono tirati indietro. Non hanno voluto visitare Sazan e si sono persino rifiutati di assistere alla presentazione tecnica preparata per loro dalle istituzioni. Con un imbarazzante cambio di programma, hanno ritirato i documenti e liquidato la faccenda con una frase che sa di beffa: “Andiamo a unirci alla Rivoluzione a Tirana”.
La conclusione della Direttrice Jola Hysaj è tranciante e perfetta: ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole, “ma allora chiamiamo questa missione con il suo vero nome”. Non un’azione in difesa dell’ambiente, ma l’ennesima inutile passerella ideologica. Una lezione durissima per tutti i “leoni da tastiera” che usano i temi ambientali solo per riempirsi la bocca e gonfiare i propri profili social, scappando a gambe levate quando le istituzioni gli aprono le porte della verità.
Esteri
Come Aisha Wahab è diventata la prima afghana-americana eletta al Congresso degli Stati Uniti
Redazione- Aisha Wahab, politica di origine afghana di 39 anni, ha vinto le elezioni speciali nel 14° distretto congressuale della California, entrando così alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti e diventando la prima donna afghana-americana a essere eletta al Congresso.
Wahab ha sconfitto Melissa Hernandez, dirigente del sistema di trasporto pubblico della Bay Area di San Francisco. Dopo il giuramento, occuperà il seggio lasciato vacante dall’ex deputato democratico Eric Swalwell.
La vittoria rappresenta un nuovo capitolo nella carriera politica di Wahab. Prima di arrivare al Congresso, era già entrata nella storia della California come prima donna musulmana e prima afghana-americana eletta nella legislatura statale.
Nata a New York da genitori immigrati dall’Afghanistan, Wahab rappresenta una generazione di americani con radici migratorie che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più visibile nella vita politica degli Stati Uniti.
Perché questa vittoria è importante?
L’ingresso di Aisha Wahab al Congresso non è soltanto un successo personale. La sua elezione rappresenta un passaggio significativo per la comunità afghano-americana e, più in generale, per la presenza delle comunità immigrate nelle istituzioni politiche statunitensi.
Per una comunità segnata da decenni di guerra, instabilità e migrazione, vedere una donna di origine afghana entrare direttamente nell’istituzione che contribuisce a definire la politica degli Stati Uniti ha anche un forte valore simbolico.
La competizione elettorale ha inoltre mostrato quanto siano importanti le risorse finanziarie nella politica americana. Gruppi politici e super PAC hanno investito milioni di dollari nella campagna, riaccendendo il dibattito sul ruolo del denaro e delle organizzazioni politiche nelle elezioni.
Oltre il simbolo
L’importanza della vittoria di Wahab, tuttavia, non si limita alla sua origine. La sua carriera politica si è sviluppata attorno a temi che riguardano direttamente la vita quotidiana degli elettori, tra cui il costo della vita, la giustizia economica, i servizi pubblici e il sostegno alle fasce più vulnerabili della società.
La sua presenza alla Camera potrebbe inoltre dare maggiore visibilità alle questioni che riguardano gli immigrati e la comunità afghana negli Stati Uniti.
Naturalmente, questa elezione non significa ancora che la sua permanenza al Congresso sia garantita per un intero mandato. Wahab dovrà affrontare una nuova competizione elettorale per conquistare un mandato completo.
Ma una cosa è già cambiata: per la prima volta, una donna di origine afghana siede nel Congresso degli Stati Uniti.
La sua storia rappresenta quindi qualcosa di più di una semplice vittoria elettorale: è il percorso di una figlia di immigrati che è riuscita ad arrivare al cuore della politica americana e che ora porta con sé anche una parte della storia e dell’esperienza della comunità afghana negli Stati Uniti.
Esteri
Premio Chatham House 2026 alle donne afghane: una storia di sofferenza e resistenza
Redazione- Il Premio Chatham House 2026 è stato assegnato alle donne afghane, donne che negli ultimi anni hanno continuato a lottare per preservare i loro diritti umani fondamentali, nonostante restrizioni, privazioni e repressione.
Questo premio non rappresenta soltanto il riconoscimento di un gruppo sociale; racconta anche una parte della sofferenza di milioni di donne e ragazze afghane, la cui vita è profondamente cambiata dopo il ritorno dei talebani al potere.
Ragazze private della scuola, donne che hanno perso l’accesso al lavoro e all’indipendenza economica e madri costrette ad assistere alla privazione del diritto all’istruzione e di un futuro per le proprie figlie: tutte loro fanno parte di questa storia.
Per molte donne afghane, le restrizioni non si limitano alla chiusura delle scuole o all’esclusione dal mondo del lavoro. Le limitazioni alla libertà di movimento, la riduzione della presenza nello spazio pubblico e il sempre più difficile accesso alle opportunità sociali ed economiche hanno ristretto drasticamente le loro possibilità di scelta.
Ma proprio nel cuore di questa sofferenza è nata anche la resistenza.
Nonostante la paura e le pressioni, le donne afghane hanno continuato a protestare, a chiedere il diritto all’istruzione e al lavoro e, in alcuni casi, a creare percorsi alternativi per permettere alle ragazze di continuare a studiare. Hanno cercato di dimostrare che non accettano di essere cancellate dalla società e che non vogliono che la loro voce scompaia dalla memoria dell’Afghanistan e del mondo.
Per questo, il Premio Chatham House 2026 può essere considerato non soltanto un riconoscimento del loro coraggio, ma anche un omaggio alla resistenza di donne che hanno pagato un prezzo altissimo per difendere i propri diritti.
Da anni queste donne vivono tra due realtà dolorose: da una parte, restrizioni che restringono ogni giorno una parte delle loro libertà; dall’altra, una speranza e una determinazione che impediscono loro di arrendersi.
Il Premio Chatham House 2026 riporta ora l’attenzione internazionale su questa situazione e sulle donne che, pur rimanendo spesso senza nome e senza volto nei media, rappresentano una parte fondamentale di una delle più importanti battaglie per i diritti umani nell’Afghanistan di oggi.
Il premio sarà consegnato entro la fine di quest’anno, durante una cerimonia speciale presso Chatham House, e sarà accompagnato anche da una pergamena firmata dal Re del Regno Unito.
Questo premio forse non può cancellare né compensare le sofferenze vissute dalle donne afghane, ma può trasmettere un messaggio chiaro:
il mondo non deve abituarsi alla privazione dei diritti delle donne afghane. La loro sofferenza non deve diventare normalità e la loro resistenza non deve essere dimenticata.
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