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La ragazza dietro il muro del silenzio: l’appello di Gordon Brown per salvare i sogni delle giovani afghane

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giovani afghane

Sono passati cinque anni. Cinque anni durante i quali, per molte ragazze afghane, il tempo non si è più misurato con il calendario, ma con il numero di giorni trascorsi lontano dai banchi di scuola.

Redazione– Giorni in cui i libri sono rimasti chiusi negli angoli delle stanze, le uniformi scolastiche sono diventate ricordi del passato e i sogni di bambine che volevano diventare medici, insegnanti, ingegnere o scrittrici sono rimasti sospesi nel silenzio.

Ora, da quel silenzio, arriva una nuova voce: quella di Gordon Brown, ex primo ministro britannico e inviato speciale delle Nazioni Unite per l’educazione globale.

In un articolo pubblicato sul quotidiano The Guardian, Brown ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché smetta di limitarsi alle dichiarazioni e inizi a sostenere concretamente le ragazze afghane private del diritto all’istruzione.

Secondo Brown, negli ultimi cinque anni i talebani hanno imposto una serie di restrizioni sempre più severe contro donne e ragazze, trasformando la scuola, il lavoro e la libertà personale in privilegi negati a milioni di persone.

Ma dietro questi numeri ci sono storie umane. Storie di ragazze costrette a scegliere tra obbedire e resistere, tra il silenzio e il tentativo di difendere il proprio futuro.

Nel suo articolo, Brown racconta il caso di una ragazza di 15 anni che, insieme alla madre, sarebbe stata uccisa dopo essersi opposta a un matrimonio forzato organizzato da un esponente talebano.

Una storia che rappresenta il dramma di molte giovani afghane: ragazze alle quali non viene negato soltanto un libro, ma anche il diritto di decidere della propria vita.

Brown ricorda anche una protesta avvenuta a Herat, dove donne e ragazze sono scese in strada con lo slogan “libertà” per denunciare la chiusura delle scuole femminili e le restrizioni imposte alla loro vita sociale.

Durante quella manifestazione, due persone, tra cui una giovane adolescente, sono state uccise e altre sono rimaste ferite. Un episodio che, secondo Brown, non ha ricevuto l’attenzione internazionale che meritava.

Eppure, in mezzo alla paura, esiste ancora una forma di resistenza silenziosa.

In molte case afghane, alcune ragazze continuano a studiare attraverso lezioni online, scuole clandestine e piccoli corsi organizzati in privato. Continuano a leggere, imparare e costruire un futuro che qualcuno cerca di cancellare.

Per Brown, però, il coraggio individuale non basta. Serve una risposta globale.

Per questo propone la creazione di un fondo internazionale dedicato alle ragazze afghane: un sistema di sostegno capace di offrire borse di studio, opportunità educative e strumenti per permettere alle giovani a rischio di matrimonio forzato di continuare il proprio percorso formativo.

Secondo l’ex premier britannico, l’esperienza di altri Paesi dimostra che il matrimonio infantile non è soltanto una questione culturale, ma anche il risultato della povertà, della mancanza di protezione legale e dell’assenza di opportunità educative.

Brown cita esempi come il Pakistan e il Bangladesh, dove alcune politiche pubbliche — dalla registrazione delle nascite al sostegno economico alle famiglie più vulnerabili — hanno contribuito a ridurre il fenomeno dei matrimoni precoci.

Il messaggio centrale è chiaro: l’istruzione è uno degli strumenti più potenti per proteggere le ragazze.

Ogni anno in più trascorso a scuola può significare una maggiore possibilità di evitare un matrimonio imposto e costruire una vita autonoma.

Nonostante alcune iniziative internazionali, Brown ritiene che gli sforzi attuali siano ancora insufficienti. I programmi di sostegno umanitario, le borse di studio e le possibilità di trasferimento all’estero possono aiutare alcune ragazze, ma non rappresentano una soluzione per un’intera generazione.

La domanda che pone alla comunità internazionale è semplice ma profonda: il mondo può davvero permettere che milioni di ragazze perdano il proprio futuro soltanto perché sono nate in Afghanistan?

Per Brown, sostenere queste giovani non è solo una scelta politica, ma un dovere morale.

Perché la storia dell’Afghanistan non riguarda soltanto governi e conflitti. Riguarda soprattutto bambine e ragazze che, nonostante tutto, continuano ad aprire un libro, accendere uno schermo e credere che il loro domani possa ancora essere diverso.

E forse è proprio lì, dietro quei muri di silenzio, che resiste ancora la speranza.

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Esteri

La notte dei droni: nuovi attacchi pakistani sul territorio dell’Afghanistan

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La notte dei droni: nuovi attacchi pakistani sul territorio dell’Afghanistan

Redazione- Dall’abbattimento dei droni a Torkham agli attacchi a Kandahar, Khost e Paktia: la tensione tra Kabul e Islamabad entra in una nuova fase

All’alba di giovedì, mentre gran parte dell’Afghanistan era ancora immersa nel silenzio della notte, diverse esplosioni sono state udite in varie parti del Paese. Questa volta gli attacchi non sono rimasti confinati alle zone di confine: le informazioni disponibili indicano che sono state colpite anche Kandahar, Khost e Paktia.

Poche ore dopo, Islamabad ha rivendicato gli attacchi. Attaullah Tarar, ministro dell’Informazione pakistano, ha dichiarato che le forze armate del Pakistan hanno condotto un’operazione denominata «Ghazab lil Haq», colpendo dieci località all’interno dell’Afghanistan.

Secondo Tarar, l’operazione sarebbe stata una risposta all’ingresso di droni provenienti dal territorio afghano nello spazio aereo pakistano. Il ministro ha affermato che la difesa aerea del Pakistan aveva abbattuto tutti i droni prima che raggiungessero i loro obiettivi e che, successivamente, le forze pakistane avevano colpito i siti utilizzati per il lancio e lo stoccaggio dei velivoli.

Islamabad ha descritto l’azione come esercizio del «diritto all’autodifesa», sostenendo che gli obiettivi fossero stati selezionati in modo preciso e limitato. Allo stesso tempo, le autorità pakistane hanno dichiarato di non voler trasformare la situazione in un conflitto più ampio con l’Afghanistan.

La vicenda, tuttavia, era iniziata alcune ore prima, dall’altra parte del confine.

Mercoledì, fonti della sicurezza pakistana hanno riferito che otto droni erano stati abbattuti nei pressi di Torkham e Kohat. Secondo queste fonti, quattro droni sarebbero stati intercettati nelle vicinanze di Torkham e altri quattro nella zona di Kohat.

Le fonti pakistane hanno attribuito i droni ai talebani afghani e hanno sostenuto che l’utilizzo del territorio dell’Afghanistan per attacchi contro il Pakistan costituisca una violazione della sovranità pakistana. I talebani, tuttavia, non hanno assunto ufficialmente la responsabilità degli attacchi.

Dopo questo episodio, il cielo dell’Afghanistan è diventato teatro della risposta militare pakistana.

A Kandahar, i residenti hanno riferito di diverse esplosioni consecutive nelle prime ore del mattino. Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani, ha confermato l’attacco, affermando che era stata colpita un’area desertica nel nono distretto della città. Secondo Mujahid, non ci sarebbero state vittime.

In Paktia sono inoltre emerse informazioni secondo cui sarebbe stata colpita una struttura militare dei talebani nella città di Gardez, capoluogo della provincia. Parallelamente, fonti locali hanno riferito di attacchi in alcune zone della provincia di Khost, tra cui «Sahra Bagh» e «Camp».

Non sono ancora disponibili informazioni indipendenti e complete sull’entità dei danni e delle vittime. I talebani, inoltre, non hanno fornito finora ulteriori dettagli su alcuni degli attacchi segnalati in Paktia e Khost.

Gli attacchi arrivano mentre le tensioni tra Afghanistan e Pakistan sono aumentate sensibilmente negli ultimi giorni.

Tre giorni prima erano già state segnalate incursioni aeree pakistane nelle province afghane di Kunar e Paktika. Dopo quegli attacchi, diverse fonti hanno riferito di vittime e feriti tra i civili. I talebani hanno definito l’azione pakistana un’aggressione contro il territorio afghano e hanno minacciato una risposta.

Ora, a pochi giorni di distanza, i due Paesi sono nuovamente entrati in un ciclo di attacchi e reazioni; un ciclo che parte dal confine, ma le cui conseguenze possono raggiungere città e aree molto più lontane dalla frontiera.

Il Pakistan sostiene di voler contrastare le minacce alla propria sicurezza e impedire che dal territorio afghano vengano lanciati attacchi contro il Paese. I talebani, invece, considerano gli attacchi aerei pakistani una violazione della sovranità dell’Afghanistan.

Nel mezzo di questa disputa, il confine tra Afghanistan e Pakistan è tornato a essere teatro di uno scontro militare, questa volta caratterizzato contemporaneamente dall’impiego di droni, attacchi aerei e minacce reciproche.

Ciò che è accaduto all’alba di giovedì non appare quindi soltanto come un altro incidente di frontiera. L’episodio mostra come la disputa sulla sicurezza tra Kabul e Islamabad possa trasformarsi rapidamente da un incidente lungo il confine in un attacco diretto all’interno del territorio afghano.

La domanda ora è se questa nuova fase di attacchi resterà circoscritta o se le risposte reciproche porteranno Afghanistan e Pakistan verso una fase più ampia dello scontro.

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Incursione dei talebani nella casa dell’ex presidente Hamid Karzai

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Hamid Karzai

Redazione- Secondo fonti citate da Afghanistan International, mercoledì mattina le forze talebane hanno fatto irruzione nella casa di Hamid Karzai, ex presidente dell’Afghanistan, impedendo a capi tribali e ad altri cittadini di incontrarlo. Alcuni dei presenti sarebbero stati dispersi con la forza e, secondo le fonti, i talebani avrebbero avuto un comportamento irrispettoso nei confronti degli ospiti.

Il motivo dell’intervento non è stato ancora chiarito. Una fonte ha riferito che le nuove restrizioni potrebbero essere legate alle recenti dichiarazioni di Karzai sulla situazione politica del Paese, sull’istruzione delle ragazze e su altre questioni nazionali.

L’episodio si inserisce in un quadro di precedenti restrizioni imposte dai talebani alle attività politiche e sociali dell’ex presidente. In passato gli sarebbe stato impedito di compiere alcuni viaggi e, secondo le fonti, anche i suoi incontri con personalità afghane e straniere, diplomatici e leader politici sarebbero soggetti ad autorizzazione.

Le fonti precisano tuttavia che i talebani non hanno tentato di arrestare Karzai. Né l’amministrazione talebana né l’ufficio dell’ex presidente hanno finora fornito una spiegazione ufficiale sull’accaduto.

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Elezioni in Marocco, l’ombra del grande esodo: “Andiamo in Spagna, lì i confini non esistono”

Il Marocco si prepara ad andare alle urne, ma i giovani disertano i seggi e puntano dritti verso i confini europei! Domani 16 milioni di elettori marocchini sono chiamati a votare, eppure sui social network è scattato un tam-tam clamoroso: un appello virale invita la popolazione giovanile ad assaltare in massa la frontiera spagnola di Ceuta proprio nel giorno delle elezioni! Un paradosso che fotografa il totale fallimento del regno: nonostante la costruzione di stadi per i Mondiali del 2030 e di nuove autostrade, la disoccupazione giovanile è alle stelle e solo il 4% dei votanti iscritti ha meno di 24 anni. E mentre i 27 partiti marocchini in corsa promettono miracoli economici e stipendi che non arriveranno mai, dall’altra parte del Mediterraneo c’è la Spagna socialista del premier Pedro Sánchez. Per il governo spagnolo di sinistra le frontiere sono solo un “concetto imbarazzante”: i migranti sanno benissimo di essere attesi a braccia aperte. Leggi l’approfondimento geopolitico nel nostro nuovo articolo 👇

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Migranti marocchini, Ceuta

Rabat (Marocco) – Mentre il regno nordafricano si prepara ad affrontare un appuntamento elettorale cruciale per gli equilibri del Paese, un paradosso dalle proporzioni colossali, quasi troppo perfetto per essere stato pianificato minuziosamente a tavolino, sta letteralmente svuotando di senso le imminenti e attesissime legislative marocchine. Domani, infatti, la nazione andrà al voto per decidere il proprio assetto di potere interno: circa sedici milioni di elettori iscritti nei registri statali sono ufficialmente chiamati alle urne per rinnovare i 395 deputati che comporranno la nuova Camera dei Rappresentanti.
Eppure, una fetta immensa, disillusa e disperata di giovani marocchini ha già deciso in quale “seggio” recarsi a depositare la propria scheda bianca: l’enclave spagnola di Ceuta. In queste ore frenetiche, sui principali social network e sulle chat criptate del Paese, sta circolando un tam-tam incessante, un appello virale che invita migliaia di disperati a tentare il pericolosissimo attraversamento della militarizzata frontiera iberica proprio nel giorno esatto in cui i politici locali chiedono il voto. Si tratta di una dicotomia drammatica e impietosa per la monarchia e per l’establishment: da una parte le urne blindate e le vane promesse, dall’altra il confine europeo di terra. Da un lato ben ventisette fazioni e partiti politici che promettono miracoli economici, la fine del precariato, l’aumento dei salari e la ritrovata dignità sociale; dall’altra parte, un’intera e rabbiosa generazione che sembra aver eletto un programma politico e di vita infinitamente più sintetico e disilluso: andarsene il più lontano possibile.

Il paradosso anagrafico: quando Ceuta sconfigge la scheda elettorale

Questa fotografia sociale, incredibilmente impietosa per il governo centrale di Rabat, nasconde una profonda spaccatura generazionale che le istituzioni fingono goffamente di ignorare. Il dato più sconcertante e politicamente interessante dell’intera tornata elettorale, infatti, non riguarda minimamente le percentuali di chi vincerà e prenderà il potere, bensì il clamoroso e totale astensionismo fisiologico di chi non ha alcuna intenzione di partecipare alla farsa.
Scartabellando tra le infinite liste degli iscritti al voto, emerge un dato che suona come una campana a morto per la democrazia marocchina: soltanto il misero 4 per cento degli aventi diritto al voto appartiene alla vitale fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni. E le ragioni di questo gelido boicottaggio istituzionale non sono affatto difficili da comprendere. Negli ultimi anni il Marocco è cresciuto a ritmi sostenuti dal punto di vista macroeconomico, costruendo mastodontici porti commerciali, infinite lingue d’asfalto per le nuove autostrade, modernissimi aeroporti internazionali e stadi all’avanguardia in vista del prestigioso e ricchissimo traguardo dei Mondiali di Calcio del 2030. Eppure, questa scintillante e decantata “modernizzazione” di facciata, se osservata attraverso gli occhi stanchi di un ventenne disoccupato, semplicemente non esiste nella vita di tutti i giorni. I dati ufficiali mascherano la realtà parlando di una disoccupazione nazionale ancorata intorno al 13 per cento, ma la percentuale reale tra i giovanissimi sfiora vertici ben più drammatici, come rileva anche Afrobarometer, spiegando che per il 60 per cento dei marocchini la disoccupazione endemica rappresenta l’unico vero problema del Paese.

Le promesse cadute nel vuoto e l’illusione della campagna elettorale

I cronisti stranieri inviati in Marocco si scontrano quotidianamente con un muro di apatia inespugnabile. L’agenzia di stampa Afp ha recentemente raccolto il doloroso e rassegnato disincanto di tantissimi cittadini, che vedono la politica come un club ristretto per élite intoccabili.
C’è chi lavora precariamente da una vita e ammette candidamente di non aspettarsi assolutamente nulla dai nuovi governanti, e chi, a malapena ventenne, definisce i comizi dei leader di partito come delle semplici “parole vane, gettate al vento per rubare voti”. Nonostante l’evidente e catastrofico distacco dalla realtà, i leader politici continuano a recitare il loro stanco copione. Il primo ministro in carica, Aziz Akhannouch (alla guida del suo partito Rni), promette mari e monti promettendo una cascata di nuove assunzioni e corposi aumenti salariali. Dal canto suo, lo schieramento del Pam promette una massiccia riduzione strutturale della disoccupazione giovanile; il blocco dell’Istiqlal punta dritto sul rilancio del potere d’acquisto, mentre il Pjd (fazione di chiara matrice islamista) prova a sfruttare il logoramento dell’esecutivo per racimolare consenso. Tutti, indistintamente, promettono ai giovani di garantire loro le condizioni per restare nella loro terra d’origine. Ma il vero, gigantesco problema per Rabat non è convincerli a votare, ma riuscire a frenarli prima che l’accogliente e permissivo governo socialista della vicina penisola iberica decida di spalancare loro i cancelli d’Europa.

L’estate rovente di Ceuta e il “buonismo” del socialista Pedro Sánchez

La drammatica crisi migratoria registrata nel corso di questa estate si è trasformata, di fatto, nel sondaggio politico più brutale e veritiero sulla totale mancanza di fiducia che il popolo nutre nel futuro marocchino. Decine di migliaia di persone hanno attraversato, o hanno disperatamente tentato di attraversare a nuoto o scavalcando le recinzioni, la militarizzata frontiera con l’enclave di Ceuta.
Sebbene non esistano prove documentali definitive e schiaccianti che l’esecutivo di Rabat abbia deliberatamente orchestrato o agevolato questa ondata migratoria per fare pressioni geopolitiche sulla vicina Spagna, il solo dibattito sull’eventuale regia governativa marocchina rischia di nascondere il vero nocciolo della questione: qualcuno nei palazzi del potere potrà anche aver chiuso un occhio aprendo volutamente una porta, ma dall’altra parte di quel confine c’erano comunque migliaia di persone libere e disperate, assolutamente e fisiologicamente pronte ad attraversarla a rischio della propria vita. Dall’altra parte delle barriere di filo spinato, intanto, la sinistra spagnola guidata dal premier Pedro Sánchez riesce puntualmente a complicare la faccenda applicando le sue collaudate e disastrose politiche migratorie basate su un universalismo di pura facciata ideologica. Sotto la gestione dell’esecutivo socialista spagnolo, il concetto stesso di “confine nazionale” si è trasformato in un tabù imbarazzante, e la difesa della sovranità statale viene regolarmente dipinta dai media progressisti come un residuo sospetto, quasi fascista. E mentre Madrid fatica volutamente a distinguere tra chi ha diritto all’asilo politico e chi è un semplice migrante economico, Ceuta si prepara a subire il prossimo assalto nel silenzio di chi dovrebbe difenderla.

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