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Esteri

Scontro Spagna-Italia su Ceuta: Albares accusa il governo Meloni

Scontro totale sul caso Ceuta: il ministro spagnolo Albares accusa l’Italia di mancare di solidarietà e attacca il governo sulle crisi di Lampedusa. 🚨 🇪🇺

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Migranti Ceuta Spagna

Roma – Le profonde tensioni diplomatiche che stanno scuotendo i Paesi dell’Unione Europea sul tema della gestione dei flussi migratori e della tenuta dello spazio di libera circolazione registrano un’improvvisa e durissima accelerazione istituzionale. Nella giornata di oggi, lunedì 3 agosto 2026, il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, è intervenuto ai microfoni dell’emittente pubblica Tve, alla vigilia della cruciale riunione dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea, per analizzare la gravissima crisi che ha colpito l’enclave di Ceuta. Le parole del capo della diplomazia di Madrid hanno assunto i toni di una vera e propria requisitoria politica, attaccando frontalmente l’esecutivo italiano guidato da Giorgia Meloni e accusando Roma di aver dimostrato una totale assenza di solidarietà comunitaria di fronte a un assalto che minaccia la sicurezza nazionale e la stabilità sociale dell’intera Eurozona.

La dura replica di Albares all’Italia e il richiamo alla crisi di Lampedusa

Nel corso del suo intervento televisivo, il ministro José Manuel Albares non ha usato mezzi termini per deostruire le critiche avanzate dal centrodestra italiano riguardo alla gestione iberica dei confini nordafricani. Albares ha respinto le accuse, definendo irresponsabili le posizioni di alcuni partiti europei e spagnoli, e inserendo l’Italia tra i governi che non si sono dimostrati all’altezza della sfida comune. Il ministro ha ricordato come, in passate e ripetitive stagioni emergenziali, la penisola italiana sia stata inondata da flussi straordinari di migranti irregolari, evidenziando le storiche fragilità riscontrate nell’isola di Lampedusa, un quadrante che, a suo dire, le autorità romane non sono state capaci di risolvere in modo strutturale. La Spagna, ha rimarcato Albares, ha sempre garantito una vicinanza concreta sia con i fatti sia sul piano politico, pretendendo oggi il medesimo rispetto da parte dei soci comunitari.

Il piano in cinque punti di Ursula von der Leyen e la difesa dei confini

Di fronte al parziale isolamento e alla gravità dello sciame migratorio che ha visto l’ingresso di almeno 50.000 persone via mare e via terra, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha voluto manifestare una vicinanza ermetica al premier spagnolo Pedro Sanchez attraverso una lettera ufficiale firmata da Palazzo Berlaymont. La numero uno dell’esecutivo di Bruxelles ha ribadito che la migrazione costituisce una sfida transnazionale che esige risposte europee coordinate, invitando gli Stati membri a raddoppiare gli sforzi in cinque aree ritenute essenziali. Il piano d’azione prevede la prevenzione degli arrivi irregolari tramite accordi stabili con i paesi terzi, il rafforzamento dei confini esterni anche mediante l’installazione di barriere fisiche nei punti critici, il potenziamento dei sistemi di allerta precoce, il contrasto penale alle reti dei trafficanti di esseri umani e l’accelerazione delle procedure per i rimpatri patriottici.

Il ruolo strategico del Marocco ed il rimpatrio record in quarantotto ore

Un capitolo fondamentale per la risoluzione dell’incidente di Ceuta investe i rapporti diplomatici con il Marocco, definito da Ursula von der Leyen come un partner strategico insostituibile per la tenuta della legalità alle frontiere terrestri di Ceuta e Melilla. Il ministro Albares ha confermato la totale affidabilità di Rabat, elogiando la cooperazione immediata offerta dalle autorità marocchine per bloccare l’avanzata della folla e per disporre il rientro h24 dei transitanti. Il capo della diplomazia spagnola ha definito l’operazione un fatto inedito nella storia recente delle migrazioni mondiali: l’attivazione dei canali consolari ha permesso il rimpatrio quasi totale delle migliaia di persone entrate illegalmente in appena 48 ore. La volontà condivisa tra Madrid e Rabat mira a ricondurre nel Paese magrebino fino all’ultimo migrante, dimostrando l’efficacia di un’intesa bilaterale basata sulla fermezza delle regole.

La denuncia della disinformazione online e la regia della destra reazionaria

L’inchiesta condotta dall’intelligence spagnola e rilanciata dal ministro degli Esteri ha aperto una seria e preoccupante riflessione sull’impatto psicologico e sociale che l’uso distorto delle reti virtuali produce sulla sicurezza pubblica. Albares ha denunciato come la crisi sia stata orchestrata e alimentata artificialmente attraverso la massiccia diffusione di notizie false e messaggi manipolati sui social network, che hanno indotto decine di migliaia di giovani a riversarsi contemporaneamente lungo le linee di confine. Il ministro ha evidenziato una vera e propria sincronizzazione internazionale da parte delle forze reazionarie, abili nell’amplificare il caos e nel diffondere menzogne per minare la credibilità dello spazio Schengen, chiedendo a Bruxelles un monitoraggio severo delle piattaforme digitali per combattere la disinformazione h24 ed evitare che il torpore tecnologico manipoli le coscienze dei minori.

La frontiera più diseguale del pianeta esige un welfare culturale comune

In ultima analisi, il duro scontro tra Madrid e Roma riapre la discussione macroeconomica sulle immense asimmetrie che colpiscono i confini meridionali dell’Unione Europea. La frontiera terrestre che separa la Spagna dall’Africa è stata descritta da Albares come la linea di demarcazione più diseguale del pianeta, un hardware geografico complesso che richiede un sostegno finanziario e logistico permanente da parte dell’intera comunità europea. Sradicare la gestione delle emergenze dall’isolamento individuale dei singoli Stati per ricondurla all’interno di una pianificazione trasparente e solidale costituisce l’unico strumento utile per difendere il lavoro, la sicurezza e il benessere dei cittadini onesti. Solo attraverso un patto di solidarietà autentico, capace di unire il rigore del diritto internazionale alla cooperazione con i paesi di partenza, l’Europa potrà superare le paure del presente e garantire un domani stabile alle future generazioni.

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Esteri

Angela Kosta intervista il delegato all’Onu (Ginevra), Dott. Renato Ongania

I diritti umani e la via per la pace: l’intervista di Angela Kosta al dottor Renato Ongania, delegato all’Onu di Ginevra. 🕊️ 🏛️

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Dott. Renato Ongania

Ginevra – Nel complesso scacchiere delle relazioni internazionali e della diplomazia contemporanea all’interno dell’Eurozona, la tutela dei diritti fondamentali della persona si impone come una priorità etica e civile non più differibile. In un momento storico segnato da profonde tensioni geopolitiche globali e dal rischio di asfissia dei tradizionali canali del diritto internazionale, il dialogo interculturale e la ricerca di una via comune per la pace rappresentano gli unici argini efficaci contro la frammentazione sociale. In questa cornice densa di sfide per il futuro della comunità mondiale si colloca l’intensa intervista curata dalla giornalista Angela Kosta, che ha incontrato il dottor Renato Ongania, delegato presso gli uffici dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a Ginevra. Il colloquio si offre al pubblico come un racconto caldo, profondo e partecipato, capace di deostruire la rigidità dei labirinti burocratici per mettersi nei panni delle persone, dei lavoratori e delle minoranze che ogni giorno lottano per il riconoscimento della propria dignità.

Il percorso biografico e istituzionale di Renato Ongania attraversa tappe di straordinario interesse speculativo, delineando la figura di un intellettuale che ha saputo coniugare il rigore degli studi accademici all’azione sociale sul campo. Già consigliere comunale, direttore delle pubbliche relazioni e ministro ordinato della Chiesa di Scientology, Ongania analizza in questo confronto le radici intime della sua vocazione civile, nata nell’infanzia e maturata negli anni attraverso una formazione multidisciplinare che spazia dalle relazioni pubbliche alla bioetica e agli studi sulla pace. L’intervista si articola come un vero e proprio manifesto di cittadinanza attiva, all’interno del quale vengono sviscerati progetti d’avanguardia di risonanza nazionale — come la Cattedra delle Donne e la Cattedra della Pace — nati per contrastare le disuguaglianze e promuovere un nuovo modello di sviluppo sicuro, laico ed europeo, fondato sul merito e sull’educazione all’ascolto delle future generazioni.

A. Kosta: Benvenuto Dott. Ongania. La sua carriera è stata segnata da un impegno costante nei diritti umani e nella cultura. Com’è arrivato a scoprire la sua passione per questi temi e in che modo la sua formazione accademica l’ha aiutato a sviluppare il suo lavoro?
Renato. O: C’è un episodio che mi svela una certa natura della mia personalità e che penso di poter condividere. Ricordo che da bambino cercavo di difendere un amico che apparteneva alla Congregazione dei Testimoni di Geova e subiva angherie da un altro mio amico, un vero e proprio “bullo”. Quest’altro mio amico, con cui trascorrevo buona parte del tempo di gioco peraltro, non perdeva occasione per deridere la fede religiosa e il credo di quell’altro mio amico. Stiamo parlando di bambini di otto, dieci anni. Era nato e cresciuto in una famiglia di Testimoni di Geova, e perché doveva subire questa cattiveria? Sentivo dentro di me una forza che mi faceva intervenire per difendere la vittima, e l’ho fatto in diverse occasioni, a costa di inimicarmi il bullo. Qualche anno più tardi, verso i 14-anni, ascoltando Marco Pannella a Radio Radicale, ho avuto la possibilità di elaborare tale mia spinta interiore, e in qualche modo “metterle le redini” con l’impegno politico, usarla a vantaggio di qualcosa di più grande di me. I diritti umani, posso affermare oggi, non sono prodotti che si trovano sugli scaffali del supermercato, sono delle astrazioni complesse che vanno studiate a fondo e come dice L. Ron Hubbard: “I diritti umani devono essere resi una realtà, non un sogno idealistico”. Con gli studi universitari che spaziano dalle Relazioni Pubbliche (Iulm, università di Milano) alla filosofia, bioetica e studi sulla pace, ho affinato gli strumenti di comunicazione, e quella spinta che mi faceva correre in soccorso alle persone oggetto di discriminazione. Oggi è meglio valorizzata perché inserita in alcuni progetti del mio lavoro e impegno sociale…
A. Kosta: Lei ha ricoperto numerosi ruoli, tra cui: Consigliere Comunale, Direttore dell’Ufficio delle Relazioni Pubbliche di L. Ron Hubbard nonché Ministro Ordinato della Chiesa di Scientology. Come concilia queste diverse posizioni con il suo impegno nella promozione dei diritti umani e della pace?

Renato. O: Credo che questi ruoli siamo parte di un percorso di crescita non predestinato, ma fortemente voluto. Non credo di essere ancora arrivato in alcuna comfort zone, sono un “Pellegrino della conoscenza” – per mutuare l’espressione giubilare di papa Francesco di “Pellegrini di Speranza”. Uno dei fondamenti della mia religione è che un incremento di conoscenza (in qualunque settore), determini un incremento di responsabilità verso quell’ambito e quindi il desiderio di produrre dei cambiamenti positivi in quell’area (questa formuletta prende il nome di Triangolo di KRC). Il mio percorso, secondo il mio punto di vista chiaramente, è una progressione che mi porta oggi a ricoprire un ruolo molto rilevante all’interno della mia congregazione religiosa a livello nazionale. Nel Credo della Chiesa di Scientology è incorporata una visione giusnaturalista dei diritti umani, e la meta di Scientology stessa, per semplificare, è la creazione di una civiltà senza guerre. Non potrei desiderare di meglio!
A. Kosta: La sua esperienza con vari organizzazioni è centrale nella sua vita professionale. In che modo questa scelta ha influenzato la sua visione della cultura, dei diritti umani e della società?
Renato. O: Avere una visione olistica dell’esperienza umana richiede il doversi relazionare con istituzioni astratte, artificiali, che esemplificano la struttura delle nostre società complesse. Non si può prescindere da queste “strutture” per determinare dei cambiamenti positivi nella società, e vanno anche salvaguardate dall’ignoranza al potere. I diritti umani sono parte della cultura e la cultura caratterizza la società. Ma cos’è la società? Beh, qui abbiamo di che riflettere. Dal mio punto di vista ognuno di noi deve assumersi la responsabilità di migliorare la società in cui vive, ma non si può prescindere da un percorso di vita che sia funzionale a tale (postulata) causatività. Detto in altre parole, dobbiamo acquisire gli strumenti per interpretare le sofferenze che ci sono prossime nella società, per elaborare le soluzioni e attuarle con coraggio e determinazione.
A. Kosta: Può parlarci della “Cattedra della Donne e della Cattedra della Pace”?  Qual è il suo impatto? Cosa l’ha motivato a creare questo progetto accademico e divulgativo dedicato agli studi sulla pace e al dialogo interculturale?
Renato. O: Sono entrambi progetti straordinari di cui sono particolarmente orgoglioso. Muovono dal mio desiderio profondo di Giustizia in questa società iniqua. Viviamo un tempo in cui le donne alla nascita partono svantaggiate, crescono in un ambiente pericoloso e viziato di un egemonico “sapere maschile” e una società antropologicamente spostata verso il sesso forte. Le donne, oggi come ieri, non hanno le stesse opportunità degli uomini. Io non sono d’accordo con questo scenario. Discorso analogo per la tematica della pace: viviamo un tempo in cui i “cittadini” onesti non hanno governi all’altezza delle sfide. E non è un aspetto che riguarda un partito piuttosto che un altro, si può generalizzare, è sotto l’occhio di tutti. Ci siamo resi conto che ha fallito la diplomazia, il diritto internazionale viene smontato pezzo per pezzo, siamo alle prese con euforie aberranti (il potere dà alla testa e l’Homo sapiens non è Dio), patriottismi strumentali a certe narrazioni propagandistiche che suono vuoti come tamburi, nazionalismi che non dividono e fanno rima con egoismi di pancia, una vergogna che ci (mi) indigna e allo stesso tempo mi responsabilizza. L’impatto di entrambi i progetti vuole essere almeno di caratura nazionale. Ho affidato la Cattedra delle Donne ad una persona splendida ed energica, la Prof.ssa Antonietta Micali. Curo personalmente la Cattedra della Pace solo perché sono un po’ egoista, ma non è detto che prima o poi decida di affidarla a qualche attivista. Il progetto è enorme e molto più grande di un singolo individuo idealista. Mi faccia dire che siamo all’inizio di un cambio di paradigma, la de-globalizzazione, è importante rimanere agganciati alla realtà. Considero questi progetti degli strumenti di comunicazione con la realtà che permettono a una pluralità di persone meritevoli di incidere nel loro tempo e determinare degli effetti positivi. È ancora tutto in divenire, ma possiedono un gran poteziale di cambiamento.
A. Kosta: Lei ha avuto la possibilità di collaborare con enti governativi e organizzazioni internazionali. Quali sono state le sfide e le soddisfazioni principali in queste esperienze?
Renato. O: Quando trovi professionisti in azione, puoi imparare molto. Per esempio: c’è stato un membro del governo, qualche anno fa, che ad un evento in cui era invitato mi ha imposto di far suonare e cantare l’inno nazionale. Lì per lì non sapevo che fosse la cosa corretta, mi sono fidato perché avevo percepito professionalità. L’ho capito solo dopo. Quella persona sapeva cosa fosse giusto proporre al pubblico in quella circostanza, e aveva ragione! Un altro esempio che posso menzionare è più fresco, riguarda l’ONU, ufficio di Ginevra. Mi è capitato di relazionarmi con un officer che opera all’interno dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. Da lui ho imparato che è possibile e necessario avere una visione globale delle sofferenze (nel caso di specie delle discriminazioni delle minoranze), cioè non è possibile ridurre l’analisi a singoli episodi prescindendole dal contesto globale. Mi ha insegnato molto! La sfida – ho compreso da quella interlocuzione – è quella di essere competente per essere efficace, le soddisfazioni arrivano dopo il duro lavoro. Non ci sono scorciatoie, la competenza va costruita giorno dopo giorno, e non bisogna mai smettere di studiare e di restare studenti perché c’è sempre una conoscenza e una sapienza più grande di cui possiamo beneficiare.
A. Kosta: Quali tematiche le stanno particolarmente a cuore nell’ambito divulgativo?

Renato. O: In questo momento storico sono impegnato nello studio dei Diritti Umani mediante un Corso di perfezionamento con l’Università statale Roma 3 e il CILD (una rete di organizzazioni che tutela e promuove le libertà civili in Italia e nel mondo). Voglio poter essere capace di difendere il Diritto alla Vita nelle sedi opportune, quando minacciato dai paradossi del sistema di leggi. Ci sono tecnicismi del diritto internazionale che non padroneggio, ma il farlo determina il successo o il fallimento del mio impegno. Un successo che mi sta a cuore perché da esso dipende un miglioramento della società.
A. Kosta: Lei è membro della Consulta Nazionale del Commissario Straordinario del Governo per la Ricerca delle Persone Scomparse. Qual è il ruolo che ricopre in questo contesto e come contribuisce concretamente a questa causa?
Renato. O: Sono stato chiamato a far parte dei questa consulta da circa un anno, per via di una tragedia che ha colpito mio fratello Alberto nell’inverno del 2022: uscito di casa e poi ritrovato morto in un dirupo, a causa di una caduta accidentale. Mentre le ricerche dei soccorritori erano sospese per mancanza di nuovi indizi, avevo chiesto alla Procura di competenza, di decretare un accesso ai dati telefonici con l’intento di fornire nuovi indizi ai soccorritori per individuare il corpo ed evitare che venisse dilaniato dagli animali selvatici, ma l’istanza era stata rigettata perché non sussistevano gli elementi previsti dalla legge tali da poter autorizzare tale violazione della privacy. Di lì la mia indignazione e la conseguente decisione di riformare la legge sulla protezione dei dati personali. Ho scritto a tutti i parlamentari e anche al Presidente della Repubblica. Il mio attivismo è stato notato da un dirigente di tale ufficio (Ministero dell’Interno) e ora collaboro alla Consulta per sostenere i cambiamenti legislativi necessari e fornire il mio contributo propositivo.
A. Kosta: La sua carriera accademica è molto diversificata. Come riesce a conciliare il suo lavoro pratico con la sua formazione continua, specialmente in ambiti come la semiotica, i diritti umani e la filosofia?
Renato. O: Studio ogni giorno almeno due o tre ore. Talvolta questo vuol dire rinunciare alle distrazioni che la vita mi offre, ma la cosa non mi pesa in alcun modo. Per esempio da oltre vent’anni ho rinunciato ad avere un televisore, quindi non trascorro nemmeno un’ora alla settimana davanti alla tv. La Semiotica richiede molta applicazione e mi impegna soprattutto a studiare i libri fondamentali della disciplina, i diritti umani richiedono invece anche un approccio relazionale con diversi interlocutori, nazionale e sovranazionali. La filosofia è un sapere che nutre e credo che permetta al sottoscritto sia lo studio della Semiotica – intesa come studio dei processi di significazione – che dei Diritti umani, forse l’oggetto filosofico più intrigante, secondo solo allo studio della natura dello spirito umano, che per quanto mi riguarda è ciò di cui si occupa Scientology.
A. Kosta: WikiPoesia, WikiTeatro, WikiPace sono solo alcuni dei progetti da lei creati. In che modo le enciclopedie no-profit stanno aiutando a promuovere la cultura, l’arte e l’educazione sociale a livello globale?
Renato. O: Ad un certo punto sono stato chiamato a tenere una lezione all’Università Statale di Torino a degli studenti di un corso di laurea magistrale in comunicazione. Il professore di Semiotica che mi ha chiamato, voleva proprio che rispondessi a questa domanda, e più nello specifico perché “i sistemi wiki” – quello adottato da Wikipedia per intenderci. Credo che l’aspetto più funzionale delle enciclopedie wiki su cui ho lavorato e che continuo ad alimentare, è l’inter-testualità, vale a dire la possibilità di collegare le parole con dei link ipertestuali che se seguiti, portano ad altre voci. Sembra una banalità, ma questo meccanismo pare replicare l’operatività con cui noi usiamo la nostra mente. Così, per semplificare, trovo che avere dei “contenitori” capaci di racchiudere la poesia, i poeti, e i premi di poesia – un contenitore relativamente chiuso, ma allo stesso tempo organico – possa valorizzare quel sapere (che è enciclopedico per natura). Analogamente per il Teatro e per la Pace.
La mia tesi, soggiacente alle enciclopedie no-profit, è che la qualità dell’educazione in un sistema sociale derivi dalla qualità di codifica dei contenuti che sono necessario al progresso della società, l’ontologia della conoscenza (ossia lo studio di come è fatta la conoscenza), è un aspetto chiave delle “mie” enciclopedie no-profit. Credo che il modello, e il dato strutturato che ne esce dai sistemi wiki, sia funzionale a questa visione della conoscenza. Un giorno forse mi dedicherò ad una teoria gnoseologica che sappia riprendere questi spunti, dargli un ordine, e riconoscere che sono derivati dai progetti wiki. Ma si parla di un tempo molto lontano, per ora, sperimentiamo! Faccio un esempio perché mi rendo conto dei rischi di una risposta così tecnica: se voglio partecipare ad un premio di poesia che si tiene a Canicattì, voglio poter sapere chi l’ha vinto lo scorso anno, ma oltre al nome e cognome voglio sapere cos’altro ha vinto quel poeta, cenni biografici, ecc… E magari voglio poter leggere la sua poesia. Non ultimo, la composizione della giuria. Ecco, in WikiPoesia ho la possibilità di accedere a questo pacchetto di informazioni per quasi 500 premi di poesia. Con tale possibilità di farsi un’idea, ed è questa la tesi che soggiace a queste enciclopedie no-profit, il poeta che vuole partecipare al Premio di Poesia, può partecipare alla competizione letteraria in maniera più consapevole – e anche in maniera più responsabile.
A. Kosta: Lei ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Cittadinanza Onoraria di Corleone. Come vivrebbe questo tipo di riconoscimento e, in che modo la sua esperienza personale si intreccia con la cultura del rispetto e della legalità?
Renato. O: Reputo che rispettare la legge sia un buon inizio per diventare cittadini di un paese, ma non basta. Occorre mettere in dubbio le leggi che non sono fondate sul buonsenso o che producono iniquità, a volte bisogna lottare perché vengano riformate. La formazione che ho ricevuto all’interno dei radicali mi ha insegnato a pretendere dalla politica una manutenzione ordinaria dello Stato di Diritto (in alcuni settori, una manutenzione anche straordinaria). Analogamente, non si rispetta veramente una persona se rimaniamo neutrali quando siamo consapevoli che si sta danneggiando con le proprie mani. Cosa vuol dire rispettare una persona che assume droghe o abusa di alcool, oppure è dipendente da psicofarmaci? Cosa vuol dire rispettarla? Dal mio punto di vista significa aiutarla.

Intervista di Angela Kosta Direttore Esecutivo delle Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice, promotrice

Biografia di Renato Ongania
Renato Ongania è nato a Milano il 22 febbraio 1978. Sposato dal 2010. In gioventù è stato consigliere comunale e militante radicale contro la pena di morte. Dopo gli anni dell’università ha prestato il proprio servizio come volontario presso la Chiesa di Scientology di Milano e dal 2008 ricopre il ruolo di Direttore dell’Ufficio delle Relazioni Pubbliche Personali di L. Ron Hubbard, incarico che lo vede impegnato nella divulgazione del pensiero e dell’eredità culturale dello scrittore tonico sullla lettera ‘i’] ha una formazione interdisciplinare avendo sempre abbracciato un mindset lifelong learning. Nel 2012 diviene ministro ordinato della Chiesa di Scientology. È laureato in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa presso IULM Università di Milano. Ha proseguito il suo percorso accademico con una serie di corsi e specializzazioni sui diritti umani, bioetica, informatica, filosofia, criminologia, hate speech, comunicazione e studi sulla pace presso prestigiose istituzioni come l’Università per la Pace delle Nazioni Unite (UPEACE), l’Institute for Economics and Peace (Australia), l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Istituto Internazionale Jacques Maritain di Roma. Attualmente è iscritto alla laurea magistrale in Semiotica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, ed al secondo anno del Master “Scienza e Fede” presso l’Università Europea di Roma. Da qualche settimana sta seguendo un corso di perfezionamento con la facoltà di Giurisprudenza di Roma3 in Diritti Umani, mentre da poco ha conseguito il Master executive di alta formazione “Leadership per le relazioni internazionali e il made in Italy” – Fondazione Italia USA.
Ha fondato e diretto numerose iniziative di impatto nazionale e internazionale. Tra queste spiccano:
•             La Cattedra delle Donne;
•             La Cattedra della Pace, un progetto accademico e divulgativo dedicato agli studi sulla pace e al dialogo interculturale;
•             WikiPoesia, WikiTeatro, WikiPace, WikiRazzismo, WikiSolidarietà, WikiFilosofia – enciclopedie no-profit dedicate a vari saperi.
I progetti che ha ideato lo hanno portato a collaborare con enti governativi e organizzazioni internazionali, venendo ufficialmente accreditato nel biennio 2023-2024 dal Norwegian Nobel Institute con la facoltà di proporre candidature per il Premio Nobel per la Pace. È membro della Consulta Nazionale del Commissario Straordinario del Governo per la Ricerca delle Persone Scomparse. A livello ONU (OHCHR), nel 2024 ha rappresentato la Fondazione degli Amici di L. Ron Hubbard a Ginevra al Forum sulle questioni relative alle minoranze religiose, tematica che gli è particolarmente cara. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo impegno nella promozione della legalità, della cultura e dei diritti umani, tra cui la Cittadinanza Onoraria della Città di Corleone.
Ha pubblicato numerosi articoli d’opinione, saggi e ricerche in ambito semiotico, filosofico e culturale.
Il suo impegno prosegue con una forte attenzione alle iniziative di impatto globale che mirano a riformare la società, per una civiltà più giusta, più equa e più libera.

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Attualità

Crisi migranti a Ceuta: l’Italia sospende il trattato di Schengen con la Spagna

L’Italia sospende temporaneamente il trattato di Schengen con la Spagna a causa della crisi migranti a Ceuta: la linea di Meloni spacca l’Ue. 🚨 🇪🇺

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Migranti a Ceuta

Roma – Nel tormentato scenario delle relazioni diplomatiche continentali e della gestione dei flussi migratori transnazionali nell’Eurozona, la tenuta dei confini esterni e la rimodulazione degli accordi di cooperazione di polizia rappresentano variabili nevralgiche per la stabilità interna degli Stati membri. In una giornata contrassegnata da tese e continue consultazioni a livello europeo, il Governo italiano guidato dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha formalizzato l’adozione di un provvedimento drastico: la sospensione temporanea del trattato di Schengen con il Regno di Spagna. La decisione si è concretizzata a seguito delle risultanze analitiche esaminate nel corso del Comitato Analisi sull’Immigrazione e Sicurezza delle Frontiere, presieduto in mattinata dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. L’esecutivo ha ravvisato la necessità di innalzare i livelli di protezione del territorio nazionale di fronte all’aggravarsi della crisi migratoria nell’enclave spagnola di Ceuta, in Nord Africa.

La cooperazione sull’asse Roma-Parigi e il monitoraggio di Emmanuel Macron

La perimetrazione della sicurezza stradale e di frontiera ha registrato un’immediata sponda bilaterale tra l’Italia e la Repubblica Francese. Il Ministro Piantedosi ha intrattenuto un fitto colloquio telefonico con l’omologo di Parigi, Laurent Nuñez, condividendo l’opportunità di un sensibile rafforzamento dei controlli congiunti lungo la linea di confine terrestre che unisce i due Paesi, attivando i protocolli di collaborazione tra forze di polizia già precedentemente sottoscritti. Parallelamente, il Presidente francese Emmanuel Macron ha confermato il dispiegamento di quattro unità di forze mobili, droni e ricognitori aerei per vigilare sui transiti con la penisola iberica, offrendo supporto al governo di Madrid tramite l’agenzia Frontex, ma ricordando in modo fermo che il territorio di Ceuta non beneficia della libera circolazione verso il resto dello spazio europeo comune.

La protesta formale di Madrid e lo scontro con i vicepremier Salvini e Tajani

Sotto il profilo strettamente geopolitico, il posizionamento d’avanguardia assunto da Giorgia Meloni ha incassato il pieno e incondizionato supporto dei due vicepremier e ministri Matteo Salvini e Antonio Tajani. Le dichiarazioni di fermezza espresse dal titolare della Farnesina hanno tuttavia innescato un durissimo scontro diplomatico con l’esecutivo guidato da Pedro Sánchez. Il Ministero degli Esteri spagnolo ha formalizzato una nota di protesta ufficiale nei confronti dell’Italia, disponendo la convocazione d’urgenza dell’ambasciatore italiano a Madrid. La scelta di blindare i varchi di accesso si configura così come una misura di tutela e, al contempo, come un chiaro segnale di dissenso politico verso le posizioni del governo Sánchez, censurato dalla maggioranza dei partner dell’Unione Europea per il perseguimento di una linea giudicata eccessivamente permissiva sul fronte immigrazionista.

Il blocco dei Paesi nordici: la Svezia, la Danimarca e la Finlandia si schierano con l’Italia

La linea di massima prudenza tracciata da Palazzo Chigi ha trovato un’immediata adesione da parte dei governi dell’Europa settentrionale, preoccupati per i rischi di asfissia dei propri sistemi di accoglienza e di pubblica sicurezza. Il Primo Ministro svedese, Ulf Kristersson, ha intimato alla Spagna di adempiere con urgenza agli impegni di protezione previsti da Schengen, dichiarandosi pronto a varare misure eccezionali per tutelare l’ordine pubblico a Stoccolma. Sulla stessa lunghezza d’onda si è collocata la premier danese Mette Frederiksen, che ha definito ovvia e non più differibile la sospensione degli accordi di libera circolazione con Madrid. Il quadro nordico si è sigillato con l’intervento della Ministra dell’Interno finlandese, Mari Rantanen, la quale ha affermato che i Paesi membri incapaci di difendere le frontiere esterne dell’Unione non possono continuare a beneficiare dello spazio Schengen.

Le reazioni nell’Europa centrale: le barricate della Polonia e la chiusura della Repubblica Ceca

L’onda d’urto della crisi idrica e migratoria ha colonizzato il dibattito anche nelle cancellerie dell’Europa centrale e orientale. Dall’Austria, il cancelliere Christian Stocker ha preannunciato il ricorso alla chiusura temporanea dei confini nazionali qualora la pressione migratoria dovesse riversarsi lungo le rotte alpine. Ancor più duri sono apparsi i verbali giunti da Praga, dove il Primo Ministro della Repubblica Ceca, Andrej Babiš, ha invocato l’isolamento immediato della Spagna dall’area comune. Un severo monito storiografico è stato lanciato dal premier polacco Donald Tusk, che ha esortato Madrid a imitare l’hardware normativo di Varsavia, ricordando come la Polonia abbia investito miliardi di euro e impiegato migliaia di soldati e guardie di frontiera per edificare barriere stabili ed efficaci lungo il confine orientale con la Bielorussia.

L’intervento di Tommaso Foti e la priorità del piano rimpatri in Europa

In ultima analisi, il valore civile e la sostenibilità strategica del provvedimento italiano sono stati analizzati dall’intervento di Tommaso Foti, Ministro per gli Affari Europei. Foti ha blindato la scelta del Viminale, deostruendo la retorica dell’accoglienza indiscriminata per equipararla a un fattore di caos sociale che penalizza in primo luogo i diritti dei cittadini onesti e la sicurezza dei quartieri periferici: «La decisione del ministro Piantedosi di sospendere temporaneamente Schengen con la Spagna è giusta e doverosa. È significativo che in Europa la linea maggioritaria sia oggi quella indicata da Giorgia Meloni, che ha avuto il merito di portare il tema all’ordine del giorno degli ultimi Consigli europei: più fermezza nella protezione delle frontiere, nel contrasto all’immigrazione irregolare e nella necessità di rendere effettivi e rapidi i rimpatri». La cooperazione tra le istituzioni comunitarie e il rigido controllo della legalità rimangono l’unica via per governare i flussi ed evitare la desertificazione dei valori democratici europei.

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Esteri

Afghanistan: quando il matrimonio smette di essere una festa e diventa un tribunale

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Matrimonio Afghano

Redazione-  In questa narrazione, il matrimonio non è più l’inizio di una famiglia, ma un luogo dove ogni gesto della donna viene giudicato come lecito o illecito.

Le nuove direttive diffuse dal Ministero per la Promozione della Virtù e gli Affari Religiosi dei Talebani non rappresentano soltanto un elenco di divieti. Riflettono una precisa visione della donna: non come individuo con dignità e autonomia, ma come una presenza da controllare, limitare e rendere invisibile.

Il profumo non è più un semplice gesto di eleganza, ma una colpa.

Il trucco non è un’espressione personale, ma un inganno.

La fede nuziale non è il simbolo di una promessa, ma un’usanza da rifiutare.

La musica non è gioia, ma peccato.

Perfino il fatto che gli sposi siedano insieme davanti agli invitati viene descritto come qualcosa di vergognoso.

L’aspetto forse più sorprendente è il silenzio sul ruolo dello sposo. Nel testo quasi tutto riguarda il corpo, il comportamento, l’aspetto e la presenza della donna. Poco o nulla viene detto sulla responsabilità dell’uomo, sul rispetto reciproco, sull’amore coniugale o sull’impegno morale del marito.

Il matrimonio, così, smette di essere un incontro tra due persone e diventa soprattutto uno spazio di controllo sul corpo femminile.

I Talebani sostengono che queste disposizioni siano fondate sulla Sharia e sulla scuola giuridica hanafita. Tuttavia, nel mondo islamico esistono numerose interpretazioni della legge religiosa, e molti studiosi musulmani contestano l’idea che tali restrizioni rappresentino l’unica lettura possibile dell’Islam.

Forse l’elemento più doloroso di questa vicenda è la scomparsa della gioia.

In Afghanistan, come in molte culture, il matrimonio è molto più di una semplice cerimonia: è l’unione di due famiglie, una celebrazione della speranza e l’inizio di una nuova vita. Quando la musica tace, le risate vengono controllate e la sposa è costretta a rimanere nascosta dietro una tenda, ciò che resta assomiglia più all’esecuzione di un regolamento che a una festa.

Rimane allora una domanda inevitabile:

Se il primo giorno della vita insieme è costruito sulla paura, sulle proibizioni e sulla separazione, su quali basi crescerà quella famiglia? Sull’amore o sul timore?

Per questo motivo, questa storia non parla soltanto di un matrimonio.

Parla di una società nella quale perfino il giorno più felice della vita deve attraversare il filtro dei divieti. E quando anche la felicità ha bisogno di un permesso, la libertà è già diventata l’ospite assente.

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