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Esteri

Scontro Spagna-Italia su Ceuta: Albares accusa il governo Meloni

Scontro totale sul caso Ceuta: il ministro spagnolo Albares accusa l’Italia di mancare di solidarietà e attacca il governo sulle crisi di Lampedusa. 🚨 🇪🇺

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Migranti Ceuta Spagna

Roma – Le profonde tensioni diplomatiche che stanno scuotendo i Paesi dell’Unione Europea sul tema della gestione dei flussi migratori e della tenuta dello spazio di libera circolazione registrano un’improvvisa e durissima accelerazione istituzionale. Nella giornata di oggi, lunedì 3 agosto 2026, il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, è intervenuto ai microfoni dell’emittente pubblica Tve, alla vigilia della cruciale riunione dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea, per analizzare la gravissima crisi che ha colpito l’enclave di Ceuta. Le parole del capo della diplomazia di Madrid hanno assunto i toni di una vera e propria requisitoria politica, attaccando frontalmente l’esecutivo italiano guidato da Giorgia Meloni e accusando Roma di aver dimostrato una totale assenza di solidarietà comunitaria di fronte a un assalto che minaccia la sicurezza nazionale e la stabilità sociale dell’intera Eurozona.

La dura replica di Albares all’Italia e il richiamo alla crisi di Lampedusa

Nel corso del suo intervento televisivo, il ministro José Manuel Albares non ha usato mezzi termini per deostruire le critiche avanzate dal centrodestra italiano riguardo alla gestione iberica dei confini nordafricani. Albares ha respinto le accuse, definendo irresponsabili le posizioni di alcuni partiti europei e spagnoli, e inserendo l’Italia tra i governi che non si sono dimostrati all’altezza della sfida comune. Il ministro ha ricordato come, in passate e ripetitive stagioni emergenziali, la penisola italiana sia stata inondata da flussi straordinari di migranti irregolari, evidenziando le storiche fragilità riscontrate nell’isola di Lampedusa, un quadrante che, a suo dire, le autorità romane non sono state capaci di risolvere in modo strutturale. La Spagna, ha rimarcato Albares, ha sempre garantito una vicinanza concreta sia con i fatti sia sul piano politico, pretendendo oggi il medesimo rispetto da parte dei soci comunitari.

Il piano in cinque punti di Ursula von der Leyen e la difesa dei confini

Di fronte al parziale isolamento e alla gravità dello sciame migratorio che ha visto l’ingresso di almeno 50.000 persone via mare e via terra, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha voluto manifestare una vicinanza ermetica al premier spagnolo Pedro Sanchez attraverso una lettera ufficiale firmata da Palazzo Berlaymont. La numero uno dell’esecutivo di Bruxelles ha ribadito che la migrazione costituisce una sfida transnazionale che esige risposte europee coordinate, invitando gli Stati membri a raddoppiare gli sforzi in cinque aree ritenute essenziali. Il piano d’azione prevede la prevenzione degli arrivi irregolari tramite accordi stabili con i paesi terzi, il rafforzamento dei confini esterni anche mediante l’installazione di barriere fisiche nei punti critici, il potenziamento dei sistemi di allerta precoce, il contrasto penale alle reti dei trafficanti di esseri umani e l’accelerazione delle procedure per i rimpatri patriottici.

Il ruolo strategico del Marocco ed il rimpatrio record in quarantotto ore

Un capitolo fondamentale per la risoluzione dell’incidente di Ceuta investe i rapporti diplomatici con il Marocco, definito da Ursula von der Leyen come un partner strategico insostituibile per la tenuta della legalità alle frontiere terrestri di Ceuta e Melilla. Il ministro Albares ha confermato la totale affidabilità di Rabat, elogiando la cooperazione immediata offerta dalle autorità marocchine per bloccare l’avanzata della folla e per disporre il rientro h24 dei transitanti. Il capo della diplomazia spagnola ha definito l’operazione un fatto inedito nella storia recente delle migrazioni mondiali: l’attivazione dei canali consolari ha permesso il rimpatrio quasi totale delle migliaia di persone entrate illegalmente in appena 48 ore. La volontà condivisa tra Madrid e Rabat mira a ricondurre nel Paese magrebino fino all’ultimo migrante, dimostrando l’efficacia di un’intesa bilaterale basata sulla fermezza delle regole.

La denuncia della disinformazione online e la regia della destra reazionaria

L’inchiesta condotta dall’intelligence spagnola e rilanciata dal ministro degli Esteri ha aperto una seria e preoccupante riflessione sull’impatto psicologico e sociale che l’uso distorto delle reti virtuali produce sulla sicurezza pubblica. Albares ha denunciato come la crisi sia stata orchestrata e alimentata artificialmente attraverso la massiccia diffusione di notizie false e messaggi manipolati sui social network, che hanno indotto decine di migliaia di giovani a riversarsi contemporaneamente lungo le linee di confine. Il ministro ha evidenziato una vera e propria sincronizzazione internazionale da parte delle forze reazionarie, abili nell’amplificare il caos e nel diffondere menzogne per minare la credibilità dello spazio Schengen, chiedendo a Bruxelles un monitoraggio severo delle piattaforme digitali per combattere la disinformazione h24 ed evitare che il torpore tecnologico manipoli le coscienze dei minori.

La frontiera più diseguale del pianeta esige un welfare culturale comune

In ultima analisi, il duro scontro tra Madrid e Roma riapre la discussione macroeconomica sulle immense asimmetrie che colpiscono i confini meridionali dell’Unione Europea. La frontiera terrestre che separa la Spagna dall’Africa è stata descritta da Albares come la linea di demarcazione più diseguale del pianeta, un hardware geografico complesso che richiede un sostegno finanziario e logistico permanente da parte dell’intera comunità europea. Sradicare la gestione delle emergenze dall’isolamento individuale dei singoli Stati per ricondurla all’interno di una pianificazione trasparente e solidale costituisce l’unico strumento utile per difendere il lavoro, la sicurezza e il benessere dei cittadini onesti. Solo attraverso un patto di solidarietà autentico, capace di unire il rigore del diritto internazionale alla cooperazione con i paesi di partenza, l’Europa potrà superare le paure del presente e garantire un domani stabile alle future generazioni.

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Esteri

Incidente Nato in Lettonia: quattro militari italiani feriti, uno in gravi condizioni

Ore di apprensione per le nostre Forze Armate all’estero: un grave incidente ha coinvolto il contingente italiano in Lettonia durante un’esercitazione della missione Nato. Nel tardo pomeriggio, nel poligono a fuoco di Ādaži, quattro militari dell’11esimo Reggimento Bersaglieri sono rimasti feriti (uno di loro in modo più serio) a causa di un drammatico caso di “fuoco amico”: il loro veicolo è stato infatti colpito in pieno dai proiettili sparati per errore da un’arma installata su un altro mezzo blindato italiano. I soldati sono stati immediatamente estratti e trasferiti d’urgenza in un vicino ospedale a Riga per le cure del caso: i medici hanno confermato che fortunatamente nessuno di loro è in pericolo di vita. Le famiglie in Italia sono già state avvisate. I vertici militari e il Ministro della Difesa Guido Crosetto, costantemente aggiornati dal Capo di Stato Maggiore, hanno espresso massima vicinanza ai soldati, mentre è già partita la rigidissima inchiesta ufficiale della Nato per chiarire la complessa dinamica del drammatico errore balistico sul campo di battaglia. Leggi tutti i dettagli del grave incidente e le condizioni dei nostri soldati👇

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Militari Italiani Nato

Riga – Ore di estrema e palpabile apprensione ai vertici della Difesa nazionale italiana e all’interno del contingente militare tricolore attualmente schierato in forza all’estero per proteggere i delicatissimi confini orientali dell’Alleanza Atlantica. Nel tardo pomeriggio di oggi, un grave, drammatico e inaspettato incidente balistico ha improvvisamente scosso e interrotto le consuete ma pericolose manovre addestrative che vedono impegnati i nostri soldati sul suolo dell’Europa dell’Est. Quattro militari in forza all’Esercito Italiano sono rimasti inopinatamente e fisicamente feriti durante lo svolgimento di una complessa e articolata esercitazione sul campo, regolarmente inquadrata sotto l’egida e le direttive formali della Nato, attualmente in corso di svolgimento in Lettonia. L’incidente ha fatto scattare immediatamente tutte le rigide e oliate procedure di massima emergenza previste dai protocolli militari internazionali, richiedendo l’immediata sospensione delle attività a fuoco e l’intervento tempestivo sul campo di battaglia simulato dei soccorritori sanitari da campo. Secondo le primissime, frammentarie ma drammatiche ricostruzioni operative filtrate in queste ore dai vertici dello Stato Maggiore, si tratterebbe purtroppo a tutti gli effetti di un classico e tragico caso di “fuoco amico”, ovvero di un drammatico quanto fatale errore umano, di calcolo balistico o di procedura verificatosi proprio all’interno delle stesse unità italiane schierate al fronte addestrativo. Tutti e quattro i militari feriti, che sono stati immediatamente estratti dai mezzi colpiti e stabilizzati sul posto, appartengono allo storico e glorioso 11esimo Reggimento Bersaglieri, un’unità di primissimo livello, d’élite e di comprovata esperienza estera, attualmente impiegata operativamente nell’ambito dell’importantissima missione internazionale di deterrenza denominata Nato Forward Land Forces (Forze Terrestri Avanzate della Nato).

Il dramma durante l’addestramento a fuoco nel poligono di Ādaži

Il gravissimo incidente si è consumato all’interno del vastissimo perimetro militare tattico del poligono di Ādaži, situato a pochi chilometri a nord-est della capitale lettone, una delle principali basi logistiche e strategiche utilizzate costantemente dalle truppe dell’Alleanza Atlantica per l’addestramento congiunto sul fronte baltico.
Stando alla prima e sommaria ricostruzione ufficiale della reale dinamica dell’accaduto fornita dallo Stato Maggiore, nel corso di una realistica, intensa e concitata esercitazione a fuoco vivo (un addestramento complesso che simula alla perfezione le reali dinamiche e lo stress psicofisico di un vero e proprio scontro a fuoco in territorio ostile), un veicolo blindato a bordo del quale viaggiavano i quattro sfortunati militari dell’Esercito Italiano è stato improvvisamente e pesantemente colpito in pieno dalla sagoma da un’arma da fuoco non automatizzata. La beffa e la tragedia sfiorata risiedono proprio nel fatto che l’arma che ha aperto erroneamente il fuoco risultava fisicamente installata e operata a bordo di un altro mezzo blindato in movimento, sempre di esclusiva e totale appartenenza al contingente militare italiano partecipante alla manovra offensiva simulata. L’impatto dei proiettili veri contro la corazza del veicolo ha provocato danni strutturali e il grave ferimento degli occupanti dell’abitacolo, scatenando il panico controllato che segue sempre questo genere di rarissimi e gravissimi incidenti tattici sul campo di battaglia.
La missione Nato Forward Land Forces in cui sono inquadrati i nostri Bersaglieri rappresenta uno dei pilastri fondamentali e irrinunciabili della sicurezza europea odierna: si tratta di una presenza armata, vigile e costante e di una forza multinazionale di rapido dispiegamento voluta esplicitamente e fortissimamente dall’Alleanza Atlantica dopo lo scoppio della crisi ucraina, allo scopo primario di rassicurare politicamente e militarmente le popolazioni dei Paesi Baltici e fungere da concreto deterrente militare contro qualsiasi possibile aggressione esterna ai confini dell’Europa orientale.

I soccorsi tempestivi e il trasferimento d’urgenza all’ospedale di Riga

La complessa macchina dei soccorsi militari internazionali si è attivata in maniera letteralmente fulminea, dimostrando per fortuna un’eccellente efficienza organizzativa.
Subito dopo l’inaspettato e devastante impatto balistico contro il loro mezzo, i quattro valorosi militari colpiti dal fuoco amico sono stati estratti dalle lamiere, immediatamente soccorsi dal personale medico del contingente e dai paramedici militari presenti a bordo campo per l’esercitazione. Dopo le primissime cure di vitale e fondamentale stabilizzazione emodinamica prestate in via d’urgenza direttamente all’interno del rigido perimetro del poligono di tiro, tutti i feriti sono stati caricati a bordo dei mezzi di soccorso avanzato e successivamente trasferiti a sirene spiegate, con la massima priorità di transito, in una moderna e attrezzatissima struttura ospedaliera sanitaria civile situata nel centro della capitale, Riga.
Il primo bollettino medico trapelato e fornito dalle autorità in merito alle loro attuali condizioni cliniche conferma la gravità dell’accaduto, ma infonde anche un cauto sollievo. Dei quattro soldati ricoverati d’urgenza, uno si trova in condizioni cliniche giudicate dai medici lettoni “più serie”, avendo presumibilmente riportato traumi o ferite da schegge molto più invasive e complesse rispetto ai commilitoni. Attualmente, tutti e quattro i nostri connazionali in divisa sono sottoposti in queste ore a delicatissime e continue cure intensive e a tutti gli approfonditi e complessi accertamenti clinici radiologici necessari per scongiurare complicanze invisibili. Tuttavia, la notizia più importante, confortante e dirimente per le famiglie a casa è che i medici ospedalieri lettoni hanno ufficialmente certificato che nessuno dei quattro soldati del Reggimento Bersaglieri risulta essere, al momento in cui scriviamo, in alcun imminente pericolo di vita.

Le indagini in corso e la vicinanza del Ministro Guido Crosetto

In ossequio ai rigidi e stringenti regolamenti disciplinari e penali militari in vigore, la drammatica catena di comando italiana ha immediatamente provveduto a compiere il passo più doloroso e delicato in questi casi: tutte le famiglie italiane dei soldati feriti nel poligono di Ādaži sono state tempestivamente rintracciate e puntualmente informate di persona dai vertici dell’Esercito sull’accaduto, potendo fortunatamente tirare un sospiro di sollievo dopo aver ricevuto le ampie e documentate rassicurazioni mediche circa il reale e non critico stato di salute dei loro amati cari.
Parallelamente alla fondamentale e prioritaria gestione sanitaria dell’emergenza sul campo lettone, si è mossa rapidamente anche la grande e inesorabile macchina investigativa della giustizia militare. Come è rigorosamente doveroso in questi gravissimi casi di incidenti tattici con fuoco vivo in ambito internazionale Nato, le autorità militari preposte hanno immediatamente e formalmente avviato tutte le approfondite e capillari verifiche del caso per accertare in maniera certosina e incontrovertibile le reali cause che hanno scatenato il disastro e ricostruire l’esatta, millimetrica dinamica dell’accaduto.
L’inchiesta interna, condotta parallelamente da ufficiali italiani e ispettori Nato, dovrà chiarire senza alcuna ombra di dubbio se il “fuoco amico” che ha colpito in pieno il mezzo dei Bersaglieri sia scaturito da una drammatica fatalità tecnica legata a un guasto ai sistemi di puntamento dell’arma non automatizzata, oppure se, al contrario, sia stato purtroppo il frutto letale di un tragico, fatale errore umano di valutazione, di mancata comunicazione via radio o di una violazione diretta delle rigorosissime norme di sicurezza operative all’interno del poligono di tiro balistico. La politica italiana, intanto, si è stretta compatta e silenziosa attorno alle Forze Armate in questo momento di ansia. Il Ministro della Difesa italiano, l’onorevole Guido Crosetto, viene costantemente e meticolosamente informato e tenuto aggiornato minuto per minuto in tempo reale dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luciano Portolano, e dall’esperto Comandante del Covi (il Comando Operativo di Vertice Interforze), il generale Giovanni Maria Iannucci, sia in merito alle in costante evoluzione condizioni cliniche dei quattro militari italiani ricoverati in corsia a Riga, sia, soprattutto, in merito ai delicati, rapidi e riservatissimi sviluppi degli accertamenti e delle inchieste in corso. In una sentita nota ufficiale diramata in serata agli organi di stampa dalle agenzie di Stato, il Ministro della Difesa Crosetto, unito in maniera indissolubile a tutti i massimi vertici militari e all’intero dicastero della Difesa, hanno voluto stringersi in un abbraccio virtuale esprimendo ufficialmente e calorosamente la propria massima vicinanza morale, spirituale e istituzionale ai coraggiosi commilitoni feriti in servizio estero e alle loro preoccupatissime famiglie in Italia, formulando loro, a nome di tutta la Nazione, il più sincero, caloroso e affettuoso augurio di una rapida e totale guarigione.

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Cosa hanno in testa le leadership europee ?

È chiaro a tutti ormai che mentre gli Usa con Trump si sono sfilati dal conflitto ucraino le leadership europee, guidate dal governo inglese che non fa parte nemmeno della UE, non fa niente per aprire un negoziato con la Russia per fare finire la guerra. Peraltro i russi conquistano sempre nuovi territori e il governo di Kiev è in preda a una crisi di consensi accompagnata da crescenti tensioni interne al cerchio magico di Zelensky.

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Leadership europee

Redazione-  È chiaro a tutti ormai che mentre gli Usa con Trump si sono sfilati dal conflitto ucraino le leadership europee, guidate dal governo inglese che non fa parte nemmeno della UE, non fa niente per aprire un negoziato con la Russia per fare finire la guerra. Peraltro i russi conquistano sempre nuovi territori e il governo di Kiev è in preda a una crisi di consensi accompagnata da crescenti tensioni interne al cerchio magico di Zelensky.
Pur sapendo che una guerra aperta con la Russia senza gli alleati americani non avrebbe nessuna possibilità di essere vinta assistiamo ogni giorno a una fobia anti-russia delle leadership europee. Di fronte al tracollo di Merz e al successo di Adf, di fronte all’inflazione galoppante e alla crisi industriale per i costi dell’energia, invece di intraprendere la strada diplomatica per chiudere il conflitto in Ucraina, invece accentuano le provocazioni e le minacce di guerra alla Russia. Assistendo ogni giorno a questa escalation di follia mi chiedo con insistenza: ma cosa hanno in testa queste leadership europee ?
Ci ho pensato e ho dato la seguente risposta.
Io non credo che la linea di scontro con la Russia a tutti i costi che stanno portando avanti le leadership europee sia dovuta alla loro insipienza o alla idea di mantenere così la loro sopravvivenza come leadership in Europa, sooravvivenza in difficoltà per tante ragioni.
Credo che si capisca da tutto che questa è proprio la linea che le porta al suicidio, bene che vada a perdere la loro leadership in Europa, non a mantenerla. Sanno anche loro che quello che è successo in Sassonia, col crollo del partito di Merz e il successo stratosferico di Adf, è solo l’antipasto di quello che succederà in tutta la Germania e nel resto d’Europa se continuano con la linea di guerra alla Russia.
Io do la seguente risposta.
Il Deep State americano (che è il gruppo occulto dei poteri forti americani che governano gli Usa al di là dei presidenti eletti) si è impadronito del tutto, col sistema di intelligence (infiltrazione, corruzione, ricatti, minaccie, assassini riusciti e tentati, ecc.), di una parte importante delle leadership europee, di quella tedesca, di quella francese, di quella inglese e di gran parte di quella italiana, per non parlare delle leadership della Polonia e dei paesi baltici e fa fare a queste tutto ciò che vuole. Ha fatto così da decenni con l’Ucraina. Estendete ciò che ha fatto con l’Ucraina ai paesi europei. Tanto dell’Europa, dei popoli europei e anche della sopravvivenza delle leadership europee non gli interessa nulla (vi ricordate il “Fuck Europe!” della Nuland?). I burattinai americani potrebbero giungere persino a far fare alle leadeship europee una guerra diretta alla Russia, che – come hanno detto Caracciolo e ultimamente anche Lavrov – durerebbe molto poco. Quindi bisogna stare molto attenti, la situazione è veramente pericolosa, perché chi dirige le leadership europee è a Washington, non a Bruxelles, e Washington pensa di starne fuori e di salvarsi da una guerra in Europa con la Russia, anzi pensa cosi di rafforzarsi nel dominio del mondo.
L’unica speranza che l’Europa non finisca in macerie è che i popoli europei, che sono contrari, alla guerra, si facciano sentire al più presto, se non nelle piazze almeno nelle urne alle prossime elezioni, come è avvenuto in Germania.

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Gli Hazara dell’Afghanistan: il paradigma della guerra e la memoria del genocidio

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Hazara

Redazione- La storia contemporanea dell’Afghanistan può essere letta anche come la storia di una violenza che, nel corso di quasi tre secoli, non ha semplicemente cambiato forma, ma ha conservato una certa natura politica: quella della guerra come modo di governare, di conquistare e di mantenere il potere.

Non si tratta, dunque, soltanto della violenza intesa come atto isolato, come comportamento occasionale o come semplice concetto linguistico. Quando la violenza penetra nei rapporti fondamentali tra governanti e governati, tra gruppi etnici e religiosi, tra Stato e società, essa diventa qualcosa di più: diventa un paradigma.

È in questo senso che si può parlare di un paradigma della guerra.

Un paradigma nel quale il potere non nasce necessariamente dal consenso, dal diritto o dal contratto sociale, ma dalla capacità di conquistare, dominare e conservare il controllo. Le forme possono cambiare, le ideologie possono cambiare, i nomi dei governi possono cambiare; ma il rapporto fondamentale può rimanere intatto.

La questione centrale, allora, non è soltanto chi governa l’Afghanistan, ma attraverso quale logica viene esercitato il potere.

La guerra come forma politica

Nel corso della storia afghana, molte figure politiche sono emerse direttamente o indirettamente dal mondo della guerra. Ahmad Shah Durrani, Abd al-Rahman Khan, Habibullah Kalakani, i comandanti della jihad, i talebani: figure differenti, appartenenti a epoche e contesti diversi, ma accomunate, in modi differenti, dal rapporto stretto tra potere politico e forza militare.

Questo non significa che tutti questi regimi siano identici. Non lo sono.

Significa piuttosto che la guerra ha avuto, nella storia politica afghana, una capacità particolare di trasformare il combattente in governante.

Quando questo accade, il combattente non lascia necessariamente dietro di sé la logica della guerra entrando nel governo. Può portarla con sé.

E allora l’avversario politico diventa facilmente un nemico; la differenza diventa una minaccia; il territorio diventa una conquista; lo Stato diventa il luogo della vittoria di un gruppo sull’altro.

È proprio qui che la questione della guerra diventa una questione dello Stato.

Abd al-Rahman Khan e la memoria hazara

Le campagne di Abd al-Rahman Khan contro gli Hazara tra il 1891 e il 1893 occupano un posto centrale nella memoria storica hazara. Uccisioni di massa, deportazioni, perdita delle terre, schiavitù, separazione delle famiglie e distruzione delle strutture sociali sono tra gli elementi studiati nella storiografia relativa a quel periodo.

La memoria di quegli eventi non riguarda quindi soltanto la morte.

Riguarda anche la perdita della terra, della casa, della sicurezza e della possibilità di partecipare in condizioni di uguaglianza alla vita politica e sociale del Paese.

Per questo, nella memoria hazara, la violenza di quegli anni non è semplicemente un episodio del passato. È diventata una parte della comprensione di ciò che significa essere Hazara in Afghanistan.

Il problema della memoria nasce proprio qui: come può una società ricordare una catastrofe senza trasformarla né in oblio né in vendetta?

La risposta passa necessariamente attraverso la conoscenza.

Ricordare significa prima di tutto impedire che la vittima venga cancellata una seconda volta, questa volta dalla memoria.

Dal massacro al concetto di genocidio

Anche il linguaggio con cui questa tragedia viene descritta è cambiato nel tempo.

Nei testi più antichi prevalgono termini come massacro, repressione, uccisione, deportazione o persecuzione. Il concetto moderno di genocidio appartiene invece a un periodo successivo: il termine fu elaborato da Raphael Lemkin nel XX secolo e acquisì una definizione giuridica con la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948.

Per questo è importante distinguere tra il modo in cui una comunità ricorda una tragedia e il modo in cui quella tragedia viene qualificata dal diritto internazionale.

Nel corso dei decenni, diversi studiosi hanno utilizzato il termine genocide per descrivere le violenze contro gli Hazara dell’epoca di Abd al-Rahman Khan. Altri studiosi hanno invece concentrato l’attenzione sulla struttura dello Stato, sulla confisca delle terre, sulla schiavitù e sulle conseguenze sociali e politiche della repressione.

La discussione non riguarda quindi soltanto il nome da dare al passato. Riguarda le prove, le intenzioni, i meccanismi della violenza e i criteri attraverso i quali una società interpreta il proprio passato.

Ed è proprio per questo che il dibattito rimane importante.

Perché dare un nome a una tragedia non significa semplicemente chiudere il passato. Può significare aprire una domanda sul presente.

L’antilingua della violenza

È qui che la questione della violenza incontra quella della lingua.

Una società non vive soltanto attraverso le istituzioni. Vive anche attraverso la capacità di nominare ciò che le accade.

Quando una persona non può dire di essere stata discriminata, quando una comunità non può raccontare la propria storia, quando un massacro viene trasformato in una celebrazione della conquista, quando il dolore viene sostituito dal silenzio, qualcosa viene sottratto alla società oltre alla libertà politica: viene sottratta la lingua.

Si potrebbe chiamare questa condizione antilingua.

L’antilingua non è semplicemente una lingua falsa. È una situazione nella quale la società perde progressivamente la possibilità di nominare le proprie esperienze fondamentali.

La repressione diventa sicurezza.

La discriminazione diventa ordine.

Il silenzio diventa consenso.

La paura diventa stabilità.

La conquista diventa gloria.

E la vittima rischia di scomparire non soltanto dalla realtà, ma anche dal vocabolario con cui la realtà viene raccontata.

Quando questo accade, la violenza ha raggiunto una dimensione più profonda: non controlla soltanto i corpi, ma anche le possibilità di interpretare ciò che accade.

Una società privata della parola

Da questo punto di vista, la libertà di espressione non è un elemento secondario.

Una società privata della possibilità di parlare liberamente dei propri problemi diventa progressivamente incapace di interpretarli.

La negazione delle differenze etniche, religiose e linguistiche, la limitazione dell’istruzione, la restrizione dei media, l’esclusione delle donne dalla vita pubblica e la cancellazione delle memorie storiche possono essere lette, ciascuna nel proprio contesto, come forme diverse di limitazione dello spazio nel quale una società può parlare di sé.

E quando questo spazio si restringe, aumentano le contraddizioni.

Una persona può criticare interiormente un regime e contemporaneamente lodarlo pubblicamente.

Può rifiutarlo e, allo stesso tempo, obbedirgli.

Può vivere una certa sicurezza quotidiana e percepire una profonda insicurezza politica.

Il silenzio, quindi, non deve essere automaticamente interpretato come consenso.

Può essere paura.

Può essere stanchezza.

Può essere prudenza.

Può essere assenza di strumenti per agire.

Può essere, semplicemente, una forma di sopravvivenza.

Le rivolte individuali e il problema della differenza

Negli ultimi anni abbiamo assistito anche a forme di resistenza individuale e a episodi di insorgenza armata contro il regime.

Questi episodi possono essere interpretati in modi diversi. Possono rappresentare resistenza politica, autodifesa, reazione locale o combinazioni di questi elementi.

Ma una cosa appare importante: non ogni atto di ribellione costituisce necessariamente un’alternativa politica compiuta.

Una persona può combattere per proteggere la propria vita senza possedere, insieme a quella lotta, un progetto collettivo alternativo.

In questo senso, la differenza politica non nasce semplicemente quando qualcuno combatte contro il potere.

Nasce quando cambia il modo stesso di intendere il potere.

Se la risposta alla violenza rimane soltanto un’altra violenza, il paradigma può rimanere intatto, anche quando cambiano i suoi protagonisti.

È questa forse la questione più difficile: come uscire dal paradigma della guerra senza riprodurne la logica?

Il 25 settembre e la memoria hazara

Il 25 settembre è diventato, per molti Hazara, una giornata dedicata alla memoria delle vittime delle violenze della fine del XIX secolo.

La data, nella sua precisa relazione con gli eventi del 1890, può essere oggetto di discussione storica. Ma la sua importanza nella memoria collettiva non dipende esclusivamente dalla precisione di un singolo giorno.

La memoria collettiva non è un archivio.

È un modo attraverso il quale una comunità interpreta il proprio passato e il proprio presente.

Per questo il 25 settembre mette in relazione due tempi: quello delle vittime di oltre un secolo fa e quello delle violenze contemporanee contro gli Hazara.

Le due epoche non sono identiche.

Gli attori sono diversi.

Le condizioni politiche sono diverse.

Le forme della violenza sono diverse.

Ma il collegamento nella memoria nasce dalla percezione di una continuità della vulnerabilità.

Ed è proprio questa continuità percepita a rendere il ricordo ancora attuale.

Dal ricordo alla responsabilità

Ricordare le vittime non significa necessariamente costruire un’identità fondata esclusivamente sulla vittimizzazione.

Al contrario, il ricordo può diventare una forma di responsabilità.

Responsabilità significa documentare ciò che è accaduto.

Significa conservare le testimonianze.

Significa studiare gli archivi.

Significa ascoltare le vittime e i loro discendenti.

Significa discutere pubblicamente delle responsabilità.

E significa soprattutto costruire condizioni nelle quali la stessa logica non possa essere riprodotta contro un altro gruppo.

Perché la memoria della violenza perde parte del suo significato se serve soltanto a cambiare il nome del nemico.

La memoria diventa invece politicamente significativa quando conduce a un principio più generale:

nessun gruppo deve essere escluso dalla piena dignità e dai diritti perché appartiene a una determinata etnia, religione, lingua o comunità.

Oltre il paradigma della guerra

Forse il problema più profondo dell’Afghanistan non consiste soltanto nel fatto che vi siano stati molti governi, molte guerre e molti cambiamenti di regime.

Il problema consiste nel fatto che, attraverso questi cambiamenti, il rapporto fondamentale tra potere e società non è sempre riuscito a trasformarsi.

Il combattente ha continuato spesso a essere più importante del cittadino.

La conquista più importante del consenso.

La fedeltà più importante del diritto.

L’appartenenza più importante dell’uguaglianza.

E la forza più importante della parola.

Uscire dal paradigma della guerra significherebbe allora qualcosa di più del semplice cambiamento di governo.

Significherebbe trasformare il rapporto tra lo Stato e il cittadino.

Significherebbe fare dello Stato non il bottino del vincitore, ma uno spazio comune.

Significherebbe riconoscere che la sicurezza non può sostituire la libertà, che la costruzione di strade non sostituisce i diritti, che l’ordine non sostituisce la giustizia e che il silenzio non può essere assunto come consenso.

E soprattutto significherebbe restituire alla società la possibilità di parlare.

Perché forse la prima forma di uscita dalla violenza non è ancora la vittoria di qualcuno.

È la possibilità di dire ciò che è accaduto.

Di chiamare una vittima con il nome di vittima.

Un crimine con il nome di crimine.

Una discriminazione con il nome di discriminazione.

E una persona, prima di tutto, con il nome di cittadino.

Il 25 settembre, dunque, può essere letto non soltanto come il giorno in cui si ricordano i morti, ma come il giorno in cui una società si interroga sul rapporto tra memoria e presente.

Ricordare non restituisce la vita ai morti.

Ma può impedire che la loro morte venga resa invisibile.

E forse è proprio qui che la memoria smette di essere soltanto memoria del passato e diventa una responsabilità verso il futuro.

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