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Esteri

Angela Kosta intervista il delegato all’Onu (Ginevra), Dott. Renato Ongania

I diritti umani e la via per la pace: l’intervista di Angela Kosta al dottor Renato Ongania, delegato all’Onu di Ginevra. 🕊️ 🏛️

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Dott. Renato Ongania

Ginevra – Nel complesso scacchiere delle relazioni internazionali e della diplomazia contemporanea all’interno dell’Eurozona, la tutela dei diritti fondamentali della persona si impone come una priorità etica e civile non più differibile. In un momento storico segnato da profonde tensioni geopolitiche globali e dal rischio di asfissia dei tradizionali canali del diritto internazionale, il dialogo interculturale e la ricerca di una via comune per la pace rappresentano gli unici argini efficaci contro la frammentazione sociale. In questa cornice densa di sfide per il futuro della comunità mondiale si colloca l’intensa intervista curata dalla giornalista Angela Kosta, che ha incontrato il dottor Renato Ongania, delegato presso gli uffici dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a Ginevra. Il colloquio si offre al pubblico come un racconto caldo, profondo e partecipato, capace di deostruire la rigidità dei labirinti burocratici per mettersi nei panni delle persone, dei lavoratori e delle minoranze che ogni giorno lottano per il riconoscimento della propria dignità.

Il percorso biografico e istituzionale di Renato Ongania attraversa tappe di straordinario interesse speculativo, delineando la figura di un intellettuale che ha saputo coniugare il rigore degli studi accademici all’azione sociale sul campo. Già consigliere comunale, direttore delle pubbliche relazioni e ministro ordinato della Chiesa di Scientology, Ongania analizza in questo confronto le radici intime della sua vocazione civile, nata nell’infanzia e maturata negli anni attraverso una formazione multidisciplinare che spazia dalle relazioni pubbliche alla bioetica e agli studi sulla pace. L’intervista si articola come un vero e proprio manifesto di cittadinanza attiva, all’interno del quale vengono sviscerati progetti d’avanguardia di risonanza nazionale — come la Cattedra delle Donne e la Cattedra della Pace — nati per contrastare le disuguaglianze e promuovere un nuovo modello di sviluppo sicuro, laico ed europeo, fondato sul merito e sull’educazione all’ascolto delle future generazioni.

A. Kosta: Benvenuto Dott. Ongania. La sua carriera è stata segnata da un impegno costante nei diritti umani e nella cultura. Com’è arrivato a scoprire la sua passione per questi temi e in che modo la sua formazione accademica l’ha aiutato a sviluppare il suo lavoro?
Renato. O: C’è un episodio che mi svela una certa natura della mia personalità e che penso di poter condividere. Ricordo che da bambino cercavo di difendere un amico che apparteneva alla Congregazione dei Testimoni di Geova e subiva angherie da un altro mio amico, un vero e proprio “bullo”. Quest’altro mio amico, con cui trascorrevo buona parte del tempo di gioco peraltro, non perdeva occasione per deridere la fede religiosa e il credo di quell’altro mio amico. Stiamo parlando di bambini di otto, dieci anni. Era nato e cresciuto in una famiglia di Testimoni di Geova, e perché doveva subire questa cattiveria? Sentivo dentro di me una forza che mi faceva intervenire per difendere la vittima, e l’ho fatto in diverse occasioni, a costa di inimicarmi il bullo. Qualche anno più tardi, verso i 14-anni, ascoltando Marco Pannella a Radio Radicale, ho avuto la possibilità di elaborare tale mia spinta interiore, e in qualche modo “metterle le redini” con l’impegno politico, usarla a vantaggio di qualcosa di più grande di me. I diritti umani, posso affermare oggi, non sono prodotti che si trovano sugli scaffali del supermercato, sono delle astrazioni complesse che vanno studiate a fondo e come dice L. Ron Hubbard: “I diritti umani devono essere resi una realtà, non un sogno idealistico”. Con gli studi universitari che spaziano dalle Relazioni Pubbliche (Iulm, università di Milano) alla filosofia, bioetica e studi sulla pace, ho affinato gli strumenti di comunicazione, e quella spinta che mi faceva correre in soccorso alle persone oggetto di discriminazione. Oggi è meglio valorizzata perché inserita in alcuni progetti del mio lavoro e impegno sociale…
A. Kosta: Lei ha ricoperto numerosi ruoli, tra cui: Consigliere Comunale, Direttore dell’Ufficio delle Relazioni Pubbliche di L. Ron Hubbard nonché Ministro Ordinato della Chiesa di Scientology. Come concilia queste diverse posizioni con il suo impegno nella promozione dei diritti umani e della pace?

Renato. O: Credo che questi ruoli siamo parte di un percorso di crescita non predestinato, ma fortemente voluto. Non credo di essere ancora arrivato in alcuna comfort zone, sono un “Pellegrino della conoscenza” – per mutuare l’espressione giubilare di papa Francesco di “Pellegrini di Speranza”. Uno dei fondamenti della mia religione è che un incremento di conoscenza (in qualunque settore), determini un incremento di responsabilità verso quell’ambito e quindi il desiderio di produrre dei cambiamenti positivi in quell’area (questa formuletta prende il nome di Triangolo di KRC). Il mio percorso, secondo il mio punto di vista chiaramente, è una progressione che mi porta oggi a ricoprire un ruolo molto rilevante all’interno della mia congregazione religiosa a livello nazionale. Nel Credo della Chiesa di Scientology è incorporata una visione giusnaturalista dei diritti umani, e la meta di Scientology stessa, per semplificare, è la creazione di una civiltà senza guerre. Non potrei desiderare di meglio!
A. Kosta: La sua esperienza con vari organizzazioni è centrale nella sua vita professionale. In che modo questa scelta ha influenzato la sua visione della cultura, dei diritti umani e della società?
Renato. O: Avere una visione olistica dell’esperienza umana richiede il doversi relazionare con istituzioni astratte, artificiali, che esemplificano la struttura delle nostre società complesse. Non si può prescindere da queste “strutture” per determinare dei cambiamenti positivi nella società, e vanno anche salvaguardate dall’ignoranza al potere. I diritti umani sono parte della cultura e la cultura caratterizza la società. Ma cos’è la società? Beh, qui abbiamo di che riflettere. Dal mio punto di vista ognuno di noi deve assumersi la responsabilità di migliorare la società in cui vive, ma non si può prescindere da un percorso di vita che sia funzionale a tale (postulata) causatività. Detto in altre parole, dobbiamo acquisire gli strumenti per interpretare le sofferenze che ci sono prossime nella società, per elaborare le soluzioni e attuarle con coraggio e determinazione.
A. Kosta: Può parlarci della “Cattedra della Donne e della Cattedra della Pace”?  Qual è il suo impatto? Cosa l’ha motivato a creare questo progetto accademico e divulgativo dedicato agli studi sulla pace e al dialogo interculturale?
Renato. O: Sono entrambi progetti straordinari di cui sono particolarmente orgoglioso. Muovono dal mio desiderio profondo di Giustizia in questa società iniqua. Viviamo un tempo in cui le donne alla nascita partono svantaggiate, crescono in un ambiente pericoloso e viziato di un egemonico “sapere maschile” e una società antropologicamente spostata verso il sesso forte. Le donne, oggi come ieri, non hanno le stesse opportunità degli uomini. Io non sono d’accordo con questo scenario. Discorso analogo per la tematica della pace: viviamo un tempo in cui i “cittadini” onesti non hanno governi all’altezza delle sfide. E non è un aspetto che riguarda un partito piuttosto che un altro, si può generalizzare, è sotto l’occhio di tutti. Ci siamo resi conto che ha fallito la diplomazia, il diritto internazionale viene smontato pezzo per pezzo, siamo alle prese con euforie aberranti (il potere dà alla testa e l’Homo sapiens non è Dio), patriottismi strumentali a certe narrazioni propagandistiche che suono vuoti come tamburi, nazionalismi che non dividono e fanno rima con egoismi di pancia, una vergogna che ci (mi) indigna e allo stesso tempo mi responsabilizza. L’impatto di entrambi i progetti vuole essere almeno di caratura nazionale. Ho affidato la Cattedra delle Donne ad una persona splendida ed energica, la Prof.ssa Antonietta Micali. Curo personalmente la Cattedra della Pace solo perché sono un po’ egoista, ma non è detto che prima o poi decida di affidarla a qualche attivista. Il progetto è enorme e molto più grande di un singolo individuo idealista. Mi faccia dire che siamo all’inizio di un cambio di paradigma, la de-globalizzazione, è importante rimanere agganciati alla realtà. Considero questi progetti degli strumenti di comunicazione con la realtà che permettono a una pluralità di persone meritevoli di incidere nel loro tempo e determinare degli effetti positivi. È ancora tutto in divenire, ma possiedono un gran poteziale di cambiamento.
A. Kosta: Lei ha avuto la possibilità di collaborare con enti governativi e organizzazioni internazionali. Quali sono state le sfide e le soddisfazioni principali in queste esperienze?
Renato. O: Quando trovi professionisti in azione, puoi imparare molto. Per esempio: c’è stato un membro del governo, qualche anno fa, che ad un evento in cui era invitato mi ha imposto di far suonare e cantare l’inno nazionale. Lì per lì non sapevo che fosse la cosa corretta, mi sono fidato perché avevo percepito professionalità. L’ho capito solo dopo. Quella persona sapeva cosa fosse giusto proporre al pubblico in quella circostanza, e aveva ragione! Un altro esempio che posso menzionare è più fresco, riguarda l’ONU, ufficio di Ginevra. Mi è capitato di relazionarmi con un officer che opera all’interno dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. Da lui ho imparato che è possibile e necessario avere una visione globale delle sofferenze (nel caso di specie delle discriminazioni delle minoranze), cioè non è possibile ridurre l’analisi a singoli episodi prescindendole dal contesto globale. Mi ha insegnato molto! La sfida – ho compreso da quella interlocuzione – è quella di essere competente per essere efficace, le soddisfazioni arrivano dopo il duro lavoro. Non ci sono scorciatoie, la competenza va costruita giorno dopo giorno, e non bisogna mai smettere di studiare e di restare studenti perché c’è sempre una conoscenza e una sapienza più grande di cui possiamo beneficiare.
A. Kosta: Quali tematiche le stanno particolarmente a cuore nell’ambito divulgativo?

Renato. O: In questo momento storico sono impegnato nello studio dei Diritti Umani mediante un Corso di perfezionamento con l’Università statale Roma 3 e il CILD (una rete di organizzazioni che tutela e promuove le libertà civili in Italia e nel mondo). Voglio poter essere capace di difendere il Diritto alla Vita nelle sedi opportune, quando minacciato dai paradossi del sistema di leggi. Ci sono tecnicismi del diritto internazionale che non padroneggio, ma il farlo determina il successo o il fallimento del mio impegno. Un successo che mi sta a cuore perché da esso dipende un miglioramento della società.
A. Kosta: Lei è membro della Consulta Nazionale del Commissario Straordinario del Governo per la Ricerca delle Persone Scomparse. Qual è il ruolo che ricopre in questo contesto e come contribuisce concretamente a questa causa?
Renato. O: Sono stato chiamato a far parte dei questa consulta da circa un anno, per via di una tragedia che ha colpito mio fratello Alberto nell’inverno del 2022: uscito di casa e poi ritrovato morto in un dirupo, a causa di una caduta accidentale. Mentre le ricerche dei soccorritori erano sospese per mancanza di nuovi indizi, avevo chiesto alla Procura di competenza, di decretare un accesso ai dati telefonici con l’intento di fornire nuovi indizi ai soccorritori per individuare il corpo ed evitare che venisse dilaniato dagli animali selvatici, ma l’istanza era stata rigettata perché non sussistevano gli elementi previsti dalla legge tali da poter autorizzare tale violazione della privacy. Di lì la mia indignazione e la conseguente decisione di riformare la legge sulla protezione dei dati personali. Ho scritto a tutti i parlamentari e anche al Presidente della Repubblica. Il mio attivismo è stato notato da un dirigente di tale ufficio (Ministero dell’Interno) e ora collaboro alla Consulta per sostenere i cambiamenti legislativi necessari e fornire il mio contributo propositivo.
A. Kosta: La sua carriera accademica è molto diversificata. Come riesce a conciliare il suo lavoro pratico con la sua formazione continua, specialmente in ambiti come la semiotica, i diritti umani e la filosofia?
Renato. O: Studio ogni giorno almeno due o tre ore. Talvolta questo vuol dire rinunciare alle distrazioni che la vita mi offre, ma la cosa non mi pesa in alcun modo. Per esempio da oltre vent’anni ho rinunciato ad avere un televisore, quindi non trascorro nemmeno un’ora alla settimana davanti alla tv. La Semiotica richiede molta applicazione e mi impegna soprattutto a studiare i libri fondamentali della disciplina, i diritti umani richiedono invece anche un approccio relazionale con diversi interlocutori, nazionale e sovranazionali. La filosofia è un sapere che nutre e credo che permetta al sottoscritto sia lo studio della Semiotica – intesa come studio dei processi di significazione – che dei Diritti umani, forse l’oggetto filosofico più intrigante, secondo solo allo studio della natura dello spirito umano, che per quanto mi riguarda è ciò di cui si occupa Scientology.
A. Kosta: WikiPoesia, WikiTeatro, WikiPace sono solo alcuni dei progetti da lei creati. In che modo le enciclopedie no-profit stanno aiutando a promuovere la cultura, l’arte e l’educazione sociale a livello globale?
Renato. O: Ad un certo punto sono stato chiamato a tenere una lezione all’Università Statale di Torino a degli studenti di un corso di laurea magistrale in comunicazione. Il professore di Semiotica che mi ha chiamato, voleva proprio che rispondessi a questa domanda, e più nello specifico perché “i sistemi wiki” – quello adottato da Wikipedia per intenderci. Credo che l’aspetto più funzionale delle enciclopedie wiki su cui ho lavorato e che continuo ad alimentare, è l’inter-testualità, vale a dire la possibilità di collegare le parole con dei link ipertestuali che se seguiti, portano ad altre voci. Sembra una banalità, ma questo meccanismo pare replicare l’operatività con cui noi usiamo la nostra mente. Così, per semplificare, trovo che avere dei “contenitori” capaci di racchiudere la poesia, i poeti, e i premi di poesia – un contenitore relativamente chiuso, ma allo stesso tempo organico – possa valorizzare quel sapere (che è enciclopedico per natura). Analogamente per il Teatro e per la Pace.
La mia tesi, soggiacente alle enciclopedie no-profit, è che la qualità dell’educazione in un sistema sociale derivi dalla qualità di codifica dei contenuti che sono necessario al progresso della società, l’ontologia della conoscenza (ossia lo studio di come è fatta la conoscenza), è un aspetto chiave delle “mie” enciclopedie no-profit. Credo che il modello, e il dato strutturato che ne esce dai sistemi wiki, sia funzionale a questa visione della conoscenza. Un giorno forse mi dedicherò ad una teoria gnoseologica che sappia riprendere questi spunti, dargli un ordine, e riconoscere che sono derivati dai progetti wiki. Ma si parla di un tempo molto lontano, per ora, sperimentiamo! Faccio un esempio perché mi rendo conto dei rischi di una risposta così tecnica: se voglio partecipare ad un premio di poesia che si tiene a Canicattì, voglio poter sapere chi l’ha vinto lo scorso anno, ma oltre al nome e cognome voglio sapere cos’altro ha vinto quel poeta, cenni biografici, ecc… E magari voglio poter leggere la sua poesia. Non ultimo, la composizione della giuria. Ecco, in WikiPoesia ho la possibilità di accedere a questo pacchetto di informazioni per quasi 500 premi di poesia. Con tale possibilità di farsi un’idea, ed è questa la tesi che soggiace a queste enciclopedie no-profit, il poeta che vuole partecipare al Premio di Poesia, può partecipare alla competizione letteraria in maniera più consapevole – e anche in maniera più responsabile.
A. Kosta: Lei ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Cittadinanza Onoraria di Corleone. Come vivrebbe questo tipo di riconoscimento e, in che modo la sua esperienza personale si intreccia con la cultura del rispetto e della legalità?
Renato. O: Reputo che rispettare la legge sia un buon inizio per diventare cittadini di un paese, ma non basta. Occorre mettere in dubbio le leggi che non sono fondate sul buonsenso o che producono iniquità, a volte bisogna lottare perché vengano riformate. La formazione che ho ricevuto all’interno dei radicali mi ha insegnato a pretendere dalla politica una manutenzione ordinaria dello Stato di Diritto (in alcuni settori, una manutenzione anche straordinaria). Analogamente, non si rispetta veramente una persona se rimaniamo neutrali quando siamo consapevoli che si sta danneggiando con le proprie mani. Cosa vuol dire rispettare una persona che assume droghe o abusa di alcool, oppure è dipendente da psicofarmaci? Cosa vuol dire rispettarla? Dal mio punto di vista significa aiutarla.

Intervista di Angela Kosta Direttore Esecutivo delle Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice, promotrice

Biografia di Renato Ongania
Renato Ongania è nato a Milano il 22 febbraio 1978. Sposato dal 2010. In gioventù è stato consigliere comunale e militante radicale contro la pena di morte. Dopo gli anni dell’università ha prestato il proprio servizio come volontario presso la Chiesa di Scientology di Milano e dal 2008 ricopre il ruolo di Direttore dell’Ufficio delle Relazioni Pubbliche Personali di L. Ron Hubbard, incarico che lo vede impegnato nella divulgazione del pensiero e dell’eredità culturale dello scrittore tonico sullla lettera ‘i’] ha una formazione interdisciplinare avendo sempre abbracciato un mindset lifelong learning. Nel 2012 diviene ministro ordinato della Chiesa di Scientology. È laureato in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa presso IULM Università di Milano. Ha proseguito il suo percorso accademico con una serie di corsi e specializzazioni sui diritti umani, bioetica, informatica, filosofia, criminologia, hate speech, comunicazione e studi sulla pace presso prestigiose istituzioni come l’Università per la Pace delle Nazioni Unite (UPEACE), l’Institute for Economics and Peace (Australia), l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Istituto Internazionale Jacques Maritain di Roma. Attualmente è iscritto alla laurea magistrale in Semiotica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, ed al secondo anno del Master “Scienza e Fede” presso l’Università Europea di Roma. Da qualche settimana sta seguendo un corso di perfezionamento con la facoltà di Giurisprudenza di Roma3 in Diritti Umani, mentre da poco ha conseguito il Master executive di alta formazione “Leadership per le relazioni internazionali e il made in Italy” – Fondazione Italia USA.
Ha fondato e diretto numerose iniziative di impatto nazionale e internazionale. Tra queste spiccano:
•             La Cattedra delle Donne;
•             La Cattedra della Pace, un progetto accademico e divulgativo dedicato agli studi sulla pace e al dialogo interculturale;
•             WikiPoesia, WikiTeatro, WikiPace, WikiRazzismo, WikiSolidarietà, WikiFilosofia – enciclopedie no-profit dedicate a vari saperi.
I progetti che ha ideato lo hanno portato a collaborare con enti governativi e organizzazioni internazionali, venendo ufficialmente accreditato nel biennio 2023-2024 dal Norwegian Nobel Institute con la facoltà di proporre candidature per il Premio Nobel per la Pace. È membro della Consulta Nazionale del Commissario Straordinario del Governo per la Ricerca delle Persone Scomparse. A livello ONU (OHCHR), nel 2024 ha rappresentato la Fondazione degli Amici di L. Ron Hubbard a Ginevra al Forum sulle questioni relative alle minoranze religiose, tematica che gli è particolarmente cara. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo impegno nella promozione della legalità, della cultura e dei diritti umani, tra cui la Cittadinanza Onoraria della Città di Corleone.
Ha pubblicato numerosi articoli d’opinione, saggi e ricerche in ambito semiotico, filosofico e culturale.
Il suo impegno prosegue con una forte attenzione alle iniziative di impatto globale che mirano a riformare la società, per una civiltà più giusta, più equa e più libera.

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Esteri

Incidente Nato in Lettonia: quattro militari italiani feriti, uno in gravi condizioni

Ore di apprensione per le nostre Forze Armate all’estero: un grave incidente ha coinvolto il contingente italiano in Lettonia durante un’esercitazione della missione Nato. Nel tardo pomeriggio, nel poligono a fuoco di Ādaži, quattro militari dell’11esimo Reggimento Bersaglieri sono rimasti feriti (uno di loro in modo più serio) a causa di un drammatico caso di “fuoco amico”: il loro veicolo è stato infatti colpito in pieno dai proiettili sparati per errore da un’arma installata su un altro mezzo blindato italiano. I soldati sono stati immediatamente estratti e trasferiti d’urgenza in un vicino ospedale a Riga per le cure del caso: i medici hanno confermato che fortunatamente nessuno di loro è in pericolo di vita. Le famiglie in Italia sono già state avvisate. I vertici militari e il Ministro della Difesa Guido Crosetto, costantemente aggiornati dal Capo di Stato Maggiore, hanno espresso massima vicinanza ai soldati, mentre è già partita la rigidissima inchiesta ufficiale della Nato per chiarire la complessa dinamica del drammatico errore balistico sul campo di battaglia. Leggi tutti i dettagli del grave incidente e le condizioni dei nostri soldati👇

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Militari Italiani Nato

Riga – Ore di estrema e palpabile apprensione ai vertici della Difesa nazionale italiana e all’interno del contingente militare tricolore attualmente schierato in forza all’estero per proteggere i delicatissimi confini orientali dell’Alleanza Atlantica. Nel tardo pomeriggio di oggi, un grave, drammatico e inaspettato incidente balistico ha improvvisamente scosso e interrotto le consuete ma pericolose manovre addestrative che vedono impegnati i nostri soldati sul suolo dell’Europa dell’Est. Quattro militari in forza all’Esercito Italiano sono rimasti inopinatamente e fisicamente feriti durante lo svolgimento di una complessa e articolata esercitazione sul campo, regolarmente inquadrata sotto l’egida e le direttive formali della Nato, attualmente in corso di svolgimento in Lettonia. L’incidente ha fatto scattare immediatamente tutte le rigide e oliate procedure di massima emergenza previste dai protocolli militari internazionali, richiedendo l’immediata sospensione delle attività a fuoco e l’intervento tempestivo sul campo di battaglia simulato dei soccorritori sanitari da campo. Secondo le primissime, frammentarie ma drammatiche ricostruzioni operative filtrate in queste ore dai vertici dello Stato Maggiore, si tratterebbe purtroppo a tutti gli effetti di un classico e tragico caso di “fuoco amico”, ovvero di un drammatico quanto fatale errore umano, di calcolo balistico o di procedura verificatosi proprio all’interno delle stesse unità italiane schierate al fronte addestrativo. Tutti e quattro i militari feriti, che sono stati immediatamente estratti dai mezzi colpiti e stabilizzati sul posto, appartengono allo storico e glorioso 11esimo Reggimento Bersaglieri, un’unità di primissimo livello, d’élite e di comprovata esperienza estera, attualmente impiegata operativamente nell’ambito dell’importantissima missione internazionale di deterrenza denominata Nato Forward Land Forces (Forze Terrestri Avanzate della Nato).

Il dramma durante l’addestramento a fuoco nel poligono di Ādaži

Il gravissimo incidente si è consumato all’interno del vastissimo perimetro militare tattico del poligono di Ādaži, situato a pochi chilometri a nord-est della capitale lettone, una delle principali basi logistiche e strategiche utilizzate costantemente dalle truppe dell’Alleanza Atlantica per l’addestramento congiunto sul fronte baltico.
Stando alla prima e sommaria ricostruzione ufficiale della reale dinamica dell’accaduto fornita dallo Stato Maggiore, nel corso di una realistica, intensa e concitata esercitazione a fuoco vivo (un addestramento complesso che simula alla perfezione le reali dinamiche e lo stress psicofisico di un vero e proprio scontro a fuoco in territorio ostile), un veicolo blindato a bordo del quale viaggiavano i quattro sfortunati militari dell’Esercito Italiano è stato improvvisamente e pesantemente colpito in pieno dalla sagoma da un’arma da fuoco non automatizzata. La beffa e la tragedia sfiorata risiedono proprio nel fatto che l’arma che ha aperto erroneamente il fuoco risultava fisicamente installata e operata a bordo di un altro mezzo blindato in movimento, sempre di esclusiva e totale appartenenza al contingente militare italiano partecipante alla manovra offensiva simulata. L’impatto dei proiettili veri contro la corazza del veicolo ha provocato danni strutturali e il grave ferimento degli occupanti dell’abitacolo, scatenando il panico controllato che segue sempre questo genere di rarissimi e gravissimi incidenti tattici sul campo di battaglia.
La missione Nato Forward Land Forces in cui sono inquadrati i nostri Bersaglieri rappresenta uno dei pilastri fondamentali e irrinunciabili della sicurezza europea odierna: si tratta di una presenza armata, vigile e costante e di una forza multinazionale di rapido dispiegamento voluta esplicitamente e fortissimamente dall’Alleanza Atlantica dopo lo scoppio della crisi ucraina, allo scopo primario di rassicurare politicamente e militarmente le popolazioni dei Paesi Baltici e fungere da concreto deterrente militare contro qualsiasi possibile aggressione esterna ai confini dell’Europa orientale.

I soccorsi tempestivi e il trasferimento d’urgenza all’ospedale di Riga

La complessa macchina dei soccorsi militari internazionali si è attivata in maniera letteralmente fulminea, dimostrando per fortuna un’eccellente efficienza organizzativa.
Subito dopo l’inaspettato e devastante impatto balistico contro il loro mezzo, i quattro valorosi militari colpiti dal fuoco amico sono stati estratti dalle lamiere, immediatamente soccorsi dal personale medico del contingente e dai paramedici militari presenti a bordo campo per l’esercitazione. Dopo le primissime cure di vitale e fondamentale stabilizzazione emodinamica prestate in via d’urgenza direttamente all’interno del rigido perimetro del poligono di tiro, tutti i feriti sono stati caricati a bordo dei mezzi di soccorso avanzato e successivamente trasferiti a sirene spiegate, con la massima priorità di transito, in una moderna e attrezzatissima struttura ospedaliera sanitaria civile situata nel centro della capitale, Riga.
Il primo bollettino medico trapelato e fornito dalle autorità in merito alle loro attuali condizioni cliniche conferma la gravità dell’accaduto, ma infonde anche un cauto sollievo. Dei quattro soldati ricoverati d’urgenza, uno si trova in condizioni cliniche giudicate dai medici lettoni “più serie”, avendo presumibilmente riportato traumi o ferite da schegge molto più invasive e complesse rispetto ai commilitoni. Attualmente, tutti e quattro i nostri connazionali in divisa sono sottoposti in queste ore a delicatissime e continue cure intensive e a tutti gli approfonditi e complessi accertamenti clinici radiologici necessari per scongiurare complicanze invisibili. Tuttavia, la notizia più importante, confortante e dirimente per le famiglie a casa è che i medici ospedalieri lettoni hanno ufficialmente certificato che nessuno dei quattro soldati del Reggimento Bersaglieri risulta essere, al momento in cui scriviamo, in alcun imminente pericolo di vita.

Le indagini in corso e la vicinanza del Ministro Guido Crosetto

In ossequio ai rigidi e stringenti regolamenti disciplinari e penali militari in vigore, la drammatica catena di comando italiana ha immediatamente provveduto a compiere il passo più doloroso e delicato in questi casi: tutte le famiglie italiane dei soldati feriti nel poligono di Ādaži sono state tempestivamente rintracciate e puntualmente informate di persona dai vertici dell’Esercito sull’accaduto, potendo fortunatamente tirare un sospiro di sollievo dopo aver ricevuto le ampie e documentate rassicurazioni mediche circa il reale e non critico stato di salute dei loro amati cari.
Parallelamente alla fondamentale e prioritaria gestione sanitaria dell’emergenza sul campo lettone, si è mossa rapidamente anche la grande e inesorabile macchina investigativa della giustizia militare. Come è rigorosamente doveroso in questi gravissimi casi di incidenti tattici con fuoco vivo in ambito internazionale Nato, le autorità militari preposte hanno immediatamente e formalmente avviato tutte le approfondite e capillari verifiche del caso per accertare in maniera certosina e incontrovertibile le reali cause che hanno scatenato il disastro e ricostruire l’esatta, millimetrica dinamica dell’accaduto.
L’inchiesta interna, condotta parallelamente da ufficiali italiani e ispettori Nato, dovrà chiarire senza alcuna ombra di dubbio se il “fuoco amico” che ha colpito in pieno il mezzo dei Bersaglieri sia scaturito da una drammatica fatalità tecnica legata a un guasto ai sistemi di puntamento dell’arma non automatizzata, oppure se, al contrario, sia stato purtroppo il frutto letale di un tragico, fatale errore umano di valutazione, di mancata comunicazione via radio o di una violazione diretta delle rigorosissime norme di sicurezza operative all’interno del poligono di tiro balistico. La politica italiana, intanto, si è stretta compatta e silenziosa attorno alle Forze Armate in questo momento di ansia. Il Ministro della Difesa italiano, l’onorevole Guido Crosetto, viene costantemente e meticolosamente informato e tenuto aggiornato minuto per minuto in tempo reale dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luciano Portolano, e dall’esperto Comandante del Covi (il Comando Operativo di Vertice Interforze), il generale Giovanni Maria Iannucci, sia in merito alle in costante evoluzione condizioni cliniche dei quattro militari italiani ricoverati in corsia a Riga, sia, soprattutto, in merito ai delicati, rapidi e riservatissimi sviluppi degli accertamenti e delle inchieste in corso. In una sentita nota ufficiale diramata in serata agli organi di stampa dalle agenzie di Stato, il Ministro della Difesa Crosetto, unito in maniera indissolubile a tutti i massimi vertici militari e all’intero dicastero della Difesa, hanno voluto stringersi in un abbraccio virtuale esprimendo ufficialmente e calorosamente la propria massima vicinanza morale, spirituale e istituzionale ai coraggiosi commilitoni feriti in servizio estero e alle loro preoccupatissime famiglie in Italia, formulando loro, a nome di tutta la Nazione, il più sincero, caloroso e affettuoso augurio di una rapida e totale guarigione.

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Cosa hanno in testa le leadership europee ?

È chiaro a tutti ormai che mentre gli Usa con Trump si sono sfilati dal conflitto ucraino le leadership europee, guidate dal governo inglese che non fa parte nemmeno della UE, non fa niente per aprire un negoziato con la Russia per fare finire la guerra. Peraltro i russi conquistano sempre nuovi territori e il governo di Kiev è in preda a una crisi di consensi accompagnata da crescenti tensioni interne al cerchio magico di Zelensky.

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Leadership europee

Redazione-  È chiaro a tutti ormai che mentre gli Usa con Trump si sono sfilati dal conflitto ucraino le leadership europee, guidate dal governo inglese che non fa parte nemmeno della UE, non fa niente per aprire un negoziato con la Russia per fare finire la guerra. Peraltro i russi conquistano sempre nuovi territori e il governo di Kiev è in preda a una crisi di consensi accompagnata da crescenti tensioni interne al cerchio magico di Zelensky.
Pur sapendo che una guerra aperta con la Russia senza gli alleati americani non avrebbe nessuna possibilità di essere vinta assistiamo ogni giorno a una fobia anti-russia delle leadership europee. Di fronte al tracollo di Merz e al successo di Adf, di fronte all’inflazione galoppante e alla crisi industriale per i costi dell’energia, invece di intraprendere la strada diplomatica per chiudere il conflitto in Ucraina, invece accentuano le provocazioni e le minacce di guerra alla Russia. Assistendo ogni giorno a questa escalation di follia mi chiedo con insistenza: ma cosa hanno in testa queste leadership europee ?
Ci ho pensato e ho dato la seguente risposta.
Io non credo che la linea di scontro con la Russia a tutti i costi che stanno portando avanti le leadership europee sia dovuta alla loro insipienza o alla idea di mantenere così la loro sopravvivenza come leadership in Europa, sooravvivenza in difficoltà per tante ragioni.
Credo che si capisca da tutto che questa è proprio la linea che le porta al suicidio, bene che vada a perdere la loro leadership in Europa, non a mantenerla. Sanno anche loro che quello che è successo in Sassonia, col crollo del partito di Merz e il successo stratosferico di Adf, è solo l’antipasto di quello che succederà in tutta la Germania e nel resto d’Europa se continuano con la linea di guerra alla Russia.
Io do la seguente risposta.
Il Deep State americano (che è il gruppo occulto dei poteri forti americani che governano gli Usa al di là dei presidenti eletti) si è impadronito del tutto, col sistema di intelligence (infiltrazione, corruzione, ricatti, minaccie, assassini riusciti e tentati, ecc.), di una parte importante delle leadership europee, di quella tedesca, di quella francese, di quella inglese e di gran parte di quella italiana, per non parlare delle leadership della Polonia e dei paesi baltici e fa fare a queste tutto ciò che vuole. Ha fatto così da decenni con l’Ucraina. Estendete ciò che ha fatto con l’Ucraina ai paesi europei. Tanto dell’Europa, dei popoli europei e anche della sopravvivenza delle leadership europee non gli interessa nulla (vi ricordate il “Fuck Europe!” della Nuland?). I burattinai americani potrebbero giungere persino a far fare alle leadeship europee una guerra diretta alla Russia, che – come hanno detto Caracciolo e ultimamente anche Lavrov – durerebbe molto poco. Quindi bisogna stare molto attenti, la situazione è veramente pericolosa, perché chi dirige le leadership europee è a Washington, non a Bruxelles, e Washington pensa di starne fuori e di salvarsi da una guerra in Europa con la Russia, anzi pensa cosi di rafforzarsi nel dominio del mondo.
L’unica speranza che l’Europa non finisca in macerie è che i popoli europei, che sono contrari, alla guerra, si facciano sentire al più presto, se non nelle piazze almeno nelle urne alle prossime elezioni, come è avvenuto in Germania.

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Esteri

Gli Hazara dell’Afghanistan: il paradigma della guerra e la memoria del genocidio

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Hazara

Redazione- La storia contemporanea dell’Afghanistan può essere letta anche come la storia di una violenza che, nel corso di quasi tre secoli, non ha semplicemente cambiato forma, ma ha conservato una certa natura politica: quella della guerra come modo di governare, di conquistare e di mantenere il potere.

Non si tratta, dunque, soltanto della violenza intesa come atto isolato, come comportamento occasionale o come semplice concetto linguistico. Quando la violenza penetra nei rapporti fondamentali tra governanti e governati, tra gruppi etnici e religiosi, tra Stato e società, essa diventa qualcosa di più: diventa un paradigma.

È in questo senso che si può parlare di un paradigma della guerra.

Un paradigma nel quale il potere non nasce necessariamente dal consenso, dal diritto o dal contratto sociale, ma dalla capacità di conquistare, dominare e conservare il controllo. Le forme possono cambiare, le ideologie possono cambiare, i nomi dei governi possono cambiare; ma il rapporto fondamentale può rimanere intatto.

La questione centrale, allora, non è soltanto chi governa l’Afghanistan, ma attraverso quale logica viene esercitato il potere.

La guerra come forma politica

Nel corso della storia afghana, molte figure politiche sono emerse direttamente o indirettamente dal mondo della guerra. Ahmad Shah Durrani, Abd al-Rahman Khan, Habibullah Kalakani, i comandanti della jihad, i talebani: figure differenti, appartenenti a epoche e contesti diversi, ma accomunate, in modi differenti, dal rapporto stretto tra potere politico e forza militare.

Questo non significa che tutti questi regimi siano identici. Non lo sono.

Significa piuttosto che la guerra ha avuto, nella storia politica afghana, una capacità particolare di trasformare il combattente in governante.

Quando questo accade, il combattente non lascia necessariamente dietro di sé la logica della guerra entrando nel governo. Può portarla con sé.

E allora l’avversario politico diventa facilmente un nemico; la differenza diventa una minaccia; il territorio diventa una conquista; lo Stato diventa il luogo della vittoria di un gruppo sull’altro.

È proprio qui che la questione della guerra diventa una questione dello Stato.

Abd al-Rahman Khan e la memoria hazara

Le campagne di Abd al-Rahman Khan contro gli Hazara tra il 1891 e il 1893 occupano un posto centrale nella memoria storica hazara. Uccisioni di massa, deportazioni, perdita delle terre, schiavitù, separazione delle famiglie e distruzione delle strutture sociali sono tra gli elementi studiati nella storiografia relativa a quel periodo.

La memoria di quegli eventi non riguarda quindi soltanto la morte.

Riguarda anche la perdita della terra, della casa, della sicurezza e della possibilità di partecipare in condizioni di uguaglianza alla vita politica e sociale del Paese.

Per questo, nella memoria hazara, la violenza di quegli anni non è semplicemente un episodio del passato. È diventata una parte della comprensione di ciò che significa essere Hazara in Afghanistan.

Il problema della memoria nasce proprio qui: come può una società ricordare una catastrofe senza trasformarla né in oblio né in vendetta?

La risposta passa necessariamente attraverso la conoscenza.

Ricordare significa prima di tutto impedire che la vittima venga cancellata una seconda volta, questa volta dalla memoria.

Dal massacro al concetto di genocidio

Anche il linguaggio con cui questa tragedia viene descritta è cambiato nel tempo.

Nei testi più antichi prevalgono termini come massacro, repressione, uccisione, deportazione o persecuzione. Il concetto moderno di genocidio appartiene invece a un periodo successivo: il termine fu elaborato da Raphael Lemkin nel XX secolo e acquisì una definizione giuridica con la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948.

Per questo è importante distinguere tra il modo in cui una comunità ricorda una tragedia e il modo in cui quella tragedia viene qualificata dal diritto internazionale.

Nel corso dei decenni, diversi studiosi hanno utilizzato il termine genocide per descrivere le violenze contro gli Hazara dell’epoca di Abd al-Rahman Khan. Altri studiosi hanno invece concentrato l’attenzione sulla struttura dello Stato, sulla confisca delle terre, sulla schiavitù e sulle conseguenze sociali e politiche della repressione.

La discussione non riguarda quindi soltanto il nome da dare al passato. Riguarda le prove, le intenzioni, i meccanismi della violenza e i criteri attraverso i quali una società interpreta il proprio passato.

Ed è proprio per questo che il dibattito rimane importante.

Perché dare un nome a una tragedia non significa semplicemente chiudere il passato. Può significare aprire una domanda sul presente.

L’antilingua della violenza

È qui che la questione della violenza incontra quella della lingua.

Una società non vive soltanto attraverso le istituzioni. Vive anche attraverso la capacità di nominare ciò che le accade.

Quando una persona non può dire di essere stata discriminata, quando una comunità non può raccontare la propria storia, quando un massacro viene trasformato in una celebrazione della conquista, quando il dolore viene sostituito dal silenzio, qualcosa viene sottratto alla società oltre alla libertà politica: viene sottratta la lingua.

Si potrebbe chiamare questa condizione antilingua.

L’antilingua non è semplicemente una lingua falsa. È una situazione nella quale la società perde progressivamente la possibilità di nominare le proprie esperienze fondamentali.

La repressione diventa sicurezza.

La discriminazione diventa ordine.

Il silenzio diventa consenso.

La paura diventa stabilità.

La conquista diventa gloria.

E la vittima rischia di scomparire non soltanto dalla realtà, ma anche dal vocabolario con cui la realtà viene raccontata.

Quando questo accade, la violenza ha raggiunto una dimensione più profonda: non controlla soltanto i corpi, ma anche le possibilità di interpretare ciò che accade.

Una società privata della parola

Da questo punto di vista, la libertà di espressione non è un elemento secondario.

Una società privata della possibilità di parlare liberamente dei propri problemi diventa progressivamente incapace di interpretarli.

La negazione delle differenze etniche, religiose e linguistiche, la limitazione dell’istruzione, la restrizione dei media, l’esclusione delle donne dalla vita pubblica e la cancellazione delle memorie storiche possono essere lette, ciascuna nel proprio contesto, come forme diverse di limitazione dello spazio nel quale una società può parlare di sé.

E quando questo spazio si restringe, aumentano le contraddizioni.

Una persona può criticare interiormente un regime e contemporaneamente lodarlo pubblicamente.

Può rifiutarlo e, allo stesso tempo, obbedirgli.

Può vivere una certa sicurezza quotidiana e percepire una profonda insicurezza politica.

Il silenzio, quindi, non deve essere automaticamente interpretato come consenso.

Può essere paura.

Può essere stanchezza.

Può essere prudenza.

Può essere assenza di strumenti per agire.

Può essere, semplicemente, una forma di sopravvivenza.

Le rivolte individuali e il problema della differenza

Negli ultimi anni abbiamo assistito anche a forme di resistenza individuale e a episodi di insorgenza armata contro il regime.

Questi episodi possono essere interpretati in modi diversi. Possono rappresentare resistenza politica, autodifesa, reazione locale o combinazioni di questi elementi.

Ma una cosa appare importante: non ogni atto di ribellione costituisce necessariamente un’alternativa politica compiuta.

Una persona può combattere per proteggere la propria vita senza possedere, insieme a quella lotta, un progetto collettivo alternativo.

In questo senso, la differenza politica non nasce semplicemente quando qualcuno combatte contro il potere.

Nasce quando cambia il modo stesso di intendere il potere.

Se la risposta alla violenza rimane soltanto un’altra violenza, il paradigma può rimanere intatto, anche quando cambiano i suoi protagonisti.

È questa forse la questione più difficile: come uscire dal paradigma della guerra senza riprodurne la logica?

Il 25 settembre e la memoria hazara

Il 25 settembre è diventato, per molti Hazara, una giornata dedicata alla memoria delle vittime delle violenze della fine del XIX secolo.

La data, nella sua precisa relazione con gli eventi del 1890, può essere oggetto di discussione storica. Ma la sua importanza nella memoria collettiva non dipende esclusivamente dalla precisione di un singolo giorno.

La memoria collettiva non è un archivio.

È un modo attraverso il quale una comunità interpreta il proprio passato e il proprio presente.

Per questo il 25 settembre mette in relazione due tempi: quello delle vittime di oltre un secolo fa e quello delle violenze contemporanee contro gli Hazara.

Le due epoche non sono identiche.

Gli attori sono diversi.

Le condizioni politiche sono diverse.

Le forme della violenza sono diverse.

Ma il collegamento nella memoria nasce dalla percezione di una continuità della vulnerabilità.

Ed è proprio questa continuità percepita a rendere il ricordo ancora attuale.

Dal ricordo alla responsabilità

Ricordare le vittime non significa necessariamente costruire un’identità fondata esclusivamente sulla vittimizzazione.

Al contrario, il ricordo può diventare una forma di responsabilità.

Responsabilità significa documentare ciò che è accaduto.

Significa conservare le testimonianze.

Significa studiare gli archivi.

Significa ascoltare le vittime e i loro discendenti.

Significa discutere pubblicamente delle responsabilità.

E significa soprattutto costruire condizioni nelle quali la stessa logica non possa essere riprodotta contro un altro gruppo.

Perché la memoria della violenza perde parte del suo significato se serve soltanto a cambiare il nome del nemico.

La memoria diventa invece politicamente significativa quando conduce a un principio più generale:

nessun gruppo deve essere escluso dalla piena dignità e dai diritti perché appartiene a una determinata etnia, religione, lingua o comunità.

Oltre il paradigma della guerra

Forse il problema più profondo dell’Afghanistan non consiste soltanto nel fatto che vi siano stati molti governi, molte guerre e molti cambiamenti di regime.

Il problema consiste nel fatto che, attraverso questi cambiamenti, il rapporto fondamentale tra potere e società non è sempre riuscito a trasformarsi.

Il combattente ha continuato spesso a essere più importante del cittadino.

La conquista più importante del consenso.

La fedeltà più importante del diritto.

L’appartenenza più importante dell’uguaglianza.

E la forza più importante della parola.

Uscire dal paradigma della guerra significherebbe allora qualcosa di più del semplice cambiamento di governo.

Significherebbe trasformare il rapporto tra lo Stato e il cittadino.

Significherebbe fare dello Stato non il bottino del vincitore, ma uno spazio comune.

Significherebbe riconoscere che la sicurezza non può sostituire la libertà, che la costruzione di strade non sostituisce i diritti, che l’ordine non sostituisce la giustizia e che il silenzio non può essere assunto come consenso.

E soprattutto significherebbe restituire alla società la possibilità di parlare.

Perché forse la prima forma di uscita dalla violenza non è ancora la vittoria di qualcuno.

È la possibilità di dire ciò che è accaduto.

Di chiamare una vittima con il nome di vittima.

Un crimine con il nome di crimine.

Una discriminazione con il nome di discriminazione.

E una persona, prima di tutto, con il nome di cittadino.

Il 25 settembre, dunque, può essere letto non soltanto come il giorno in cui si ricordano i morti, ma come il giorno in cui una società si interroga sul rapporto tra memoria e presente.

Ricordare non restituisce la vita ai morti.

Ma può impedire che la loro morte venga resa invisibile.

E forse è proprio qui che la memoria smette di essere soltanto memoria del passato e diventa una responsabilità verso il futuro.

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