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Esteri

L’America di Trump tra sogni imperiali e lo stop della Corte Suprema

“È il presidente più consequenziale del XXI secolo”. Con queste parole Jeffrey Goldberg ha descritto Donald Trump durante il programma Washington Week della Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica statunitense. Goldberg non ha torto, ma forse Trump lo avrebbe corretto aggiungendo che la sua influenza oltrepassa i confini degli Usa.

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Corte Suprema degli Stati Uniti

Redazione-  “È il presidente più consequenziale del XXI secolo”. Con queste parole Jeffrey Goldberg ha descritto Donald Trump durante il programma Washington Week della Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica statunitense. Goldberg non ha torto, ma forse Trump lo avrebbe corretto aggiungendo che la sua influenza oltrepassa i confini degli Usa. In un’intervista a Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times, il presidente statunitense consegnò loro una pagina scritta da uno storico che lo vede come l’uomo più potente che sia mai esistito. Il documento include leader storici come Alessandro Magno, i Cesari, Napoleone, Hitler e Stalin, e afferma che Trump è più potente di tutti loro. L’aneddoto dei giornalisti è incluso nel loro libro “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”.

Lo storico citato da Trump è infatti Dave King, un caddie del giocatore di golf Dave King. Poco importa per Trump, la cui fame di adulazione non ha limiti, anche se il suo potere reale ne ha. Ciononostante, c’è una dose di verità sulla sua rilevanza da quando è entrato in politica, specialmente alla luce del duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti. E ci si domanda se la democrazia sopravviverà agli attacchi di Trump al sistema americano, che hanno indebolito i contrappesi al potere esecutivo. Le ultimissime decisioni della Corte Suprema, però, ci rendono ottimisti, anche se non tolgono alcuni dubbi.

Con un voto di 6-3, la Corte Suprema ha proprio in questi giorni riaffermato la validità del XIV emendamento sulla cittadinanza, mantenendo lo ius soli per tutti i nati negli Usa senza riguardo all’origine dei loro genitori. Come si ricorda, l’anno scorso Trump aveva annunciato un ordine esecutivo che imponeva limiti, sostenendo che la cittadinanza non si applicasse a coloro i quali avessero genitori senza documenti legali. Si temeva che la Corte Suprema, con una maggioranza che pende a destra perché sei dei nove giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani (tre dei quali proprio da Trump), potesse ribaltare l’emendamento, ridefinendo cosa vuol dire essere americano.

Trump, però, era già riuscito a scuotere la definizione di americano con la sua campagna contro gli immigrati. Senza distinguere tra immigrati non autorizzati e coloro in possesso di documenti legali, il 47esimo presidente è riuscito a cambiare la visione degli Usa come un Paese composto di gente proveniente da tutte le parti del globo. Gli stranieri non sono benvenuti, specialmente quelli provenienti da Paesi che Trump ha classificato come “del Terzo Mondo”, usando anche un linguaggio volgare per descriverli. In questo aspetto, il presidente statunitense è riuscito a riportare la visione degli immigrati alla discriminazione delle leggi degli anni Venti, che stabilivano preferenze per gli ingressi dal Nord Europa a scapito di quelli del Sud e dell’Asia. Questi provvedimenti discriminatori furono eliminati nel 1965 con la nuova legge sui diritti civili.

Trump ha ovviamente guardato indietro e la Corte Suprema lo ha sostenuto nel caso dei migranti haitiani e siriani con Temporary Protected Status, un visto temporaneo per ragioni umanitarie. Una recente decisione ha stabilito che l’amministrazione Trump può eliminare questi visti e deportare quasi un milione di persone in Paesi che non sono sicuri.

La deportazione di questi individui si aggiunge ovviamente a quella massiccia contro i migranti senza documenti legali, che possono essere detenuti se l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) li sospetta. Anche qui la Corte Suprema ha dato una grossa mano a Trump, permettendo agli agenti dell’Ice di fermare individui sospettati in base all’accento, all’etnia o al tipo di lavoro svolto. Queste detenzioni dovrebbero essere brevi, ma spesso si protraggono per lunghi periodi e, in alcuni casi, hanno incluso anche cittadini americani.

In sintesi, Trump ha cercato di limitare la cittadinanza a quelli che storicamente hanno detenuto il potere: i bianchi. Infatti, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha anche colpito i diritti dei gruppi minoritari, attaccando le politiche di inclusione. Lo abbiamo visto persino nella composizione della sua amministrazione che, a differenza del suo primo mandato, ha escluso in grande misura i membri delle minoranze. Inoltre, gli attacchi alle università da parte dell’amministrazione Trump hanno colpito i programmi di inclusione, visti dal presidente come favoritismi non meritati a scapito dei bianchi.

Gli strapoteri che Trump ha cercato di accaparrarsi, citando il “caddie storico”, esisterebbero in mancanza di resistenza, come si è visto in politica estera. La guerra con l’Iran che il presidente statunitense ha scatenato rimane in un limbo fatto di scaramucce quasi quotidiane. Non si è trattato di un esempio di strapotere di Trump, come lui ha declamato ad nauseam. Infatti, anche gli analisti conservatori hanno rilevato che l’Iran ne è uscito molto bene e il trattato firmato gli concede tanti benefici.

Ma tornando alla politica interna, il potere infinito del presidente statunitense è un’illusione, come ci confermano le recentissime decisioni dei magistrati. Trump, però, non ammette mai le sconfitte e, nel caso dello ius soli, ha già indicato che correrà ai ripari, usando il ramo legislativo per ottenere l’obiettivo negatogli dalla Corte Suprema. Un’idea improbabile dal punto di vista costituzionale, ma anche pratico, considerando la situazione politica e le maggioranze risicate del Partito Repubblicano nelle due Camere. Inoltre, con le elezioni di midterm quasi alle porte, altre nuvole si stanno avvicinando per Trump. Secondo tutti i sondaggi, i democratici si trovano in una buona situazione per conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e, potenzialmente, anche al Senato.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Esteri

Il flop degli eco-attivisti in Albania: sbarcano per “salvare” l’Isola di Sazan, ma scappano quando il Governo gli mostra la verità

L’incredibile flop degli eco-attivisti in Albania: arrivano per “salvare” un’isola e poi scappano per non vedere la realtà! 🇦🇱 🤦‍♂️ Avevano annunciato sui social una colossale spedizione internazionale (la “Global Sumud Flotilla”) per salvare l’isola di Sazan in Albania da una finta speculazione, paragonandola al dramma di Gaza. Ma quando sono sbarcati al porto di Valona, invece di un’armada c’era solo una dozzina di ragazzi visibilmente confusi! Ad attenderli c’era la Direttrice del Turismo albanese, Jola Hysaj, che con massima trasparenza si è offerta di scortarli sull’isola per fargli vedere la verità con i loro occhi. La risposta degli attivisti? SI SONO RIFIUTATI DI ANDARCI! Hanno girato i tacchi e sono scappati a Tirana dicendo di “volersi unire alla rivoluzione”. L’ennesima figuraccia di chi fa finto attivismo ambientale solo per racimolare like su Instagram. Leggi il retroscena completo di questa assurda vicenda nel nostro nuovo articolo! 👇 🏝️

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Jola Hysaj

Redazione – Viviamo nell’era in cui basta un post ben curato su Instagram per gridare allo scandalo internazionale, ma cosa succede quando il finto attivismo da tastiera si scontra con la dura e cruda realtà dei fatti? È esattamente quello che è andato in scena nelle scorse ore al porto di Valona, in Albania, palcoscenico di una figuraccia internazionale che sta facendo il giro del web e che smaschera l’ipocrisia di certe mobilitazioni nate esclusivamente per fare “like” sui social network. Protagonista dell’incredibile vicenda è la cosiddetta “Global Sumud Flotilla”, smascherata pubblicamente con un video al vetriolo da Jola Hysaj, Direttrice Generale dell’Agenzia Nazionale del Turismo dell’Albania.

La “Grande Epopea” annunciata sui social

Nelle settimane precedenti, il collettivo aveva martellato i social network (arrivando persino a scomodare l’agenzia stampa ANSA) annunciando una mastodontica e solenne spedizione internazionale. Il loro obiettivo dichiarato? Salvare la splendida Isola di Sazan (Saseno) da presunti disastri ambientali e speculazioni, arrivando al punto di pronunciare verdetti pesantissimi e paragonando follemente la situazione dell’isola turistica alfanese nientemeno che al dramma di Gaza. L’annuncio aveva creato il classico polverone mediatico, dipingendoli come i salvatori del pianeta in rotta verso i Balcani.

L’arrivo a Valona: una dozzina di “fuggitivi” confusi

Ma le bugie dei social, si sa, hanno le gambe corte. Ad attendere la fantomatica flotta al porto di Valona si è presentata personalmente la Direttrice del Turismo Jola Hysaj, pronta ad accoglierli con tutti i crismi istituzionali. «L’epopea digitale si è materializzata in una dozzina di persone visibilmente confuse», ha raccontato la Direttrice con pungente ironia nel suo reel. Niente navi rivoluzionarie, niente armada internazionale: solo un minuscolo gruppo di persone che «somigliavano più a un gruppo di scappati di casa che all’avanguardia della rivoluzione planetaria presentata sui social». Lontani dai filtri di Instagram, gli “eroi” apparivano improvvisamente a disagio di fronte al mondo reale.

Il bluff smascherato: il rifiuto di visitare l’isola

Nonostante l’evidente sproporzione tra le chiacchiere online e la realtà, le istituzioni albanesi hanno dimostrato una maturità democratica esemplare. L’Albania, “casa aperta e rispettosa verso tutti”, ha accolto il gruppo con totale disponibilità istituzionale. Il Governo albanese ha messo sul tavolo la massima trasparenza, offrendosi di accompagnare fisicamente gli attivisti sull’isola di Sazan, fornendo tutti i documenti informativi e mettendosi a disposizione per rispondere a qualsiasi domanda o dubbio ambientale.

È a questo punto che il castello di carte è clamorosamente crollato: gli attivisti si sono rifiutati di andare.

Finto attivismo o turismo rivoluzionario?

Messi davanti alla possibilità di guardare con i propri occhi l’isola che fino a ieri dichiaravano di voler disperatamente “salvare”, gli attivisti si sono tirati indietro. Non hanno voluto visitare Sazan e si sono persino rifiutati di assistere alla presentazione tecnica preparata per loro dalle istituzioni. Con un imbarazzante cambio di programma, hanno ritirato i documenti e liquidato la faccenda con una frase che sa di beffa: “Andiamo a unirci alla Rivoluzione a Tirana”.

La conclusione della Direttrice Jola Hysaj è tranciante e perfetta: ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole, “ma allora chiamiamo questa missione con il suo vero nome”. Non un’azione in difesa dell’ambiente, ma l’ennesima inutile passerella ideologica. Una lezione durissima per tutti i “leoni da tastiera” che usano i temi ambientali solo per riempirsi la bocca e gonfiare i propri profili social, scappando a gambe levate quando le istituzioni gli aprono le porte della verità.

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Come Aisha Wahab è diventata la prima afghana-americana eletta al Congresso degli Stati Uniti

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Aisha Wahab

Redazione- Aisha Wahab, politica di origine afghana di 39 anni, ha vinto le elezioni speciali nel 14° distretto congressuale della California, entrando così alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti e diventando la prima donna afghana-americana a essere eletta al Congresso.

Wahab ha sconfitto Melissa Hernandez, dirigente del sistema di trasporto pubblico della Bay Area di San Francisco. Dopo il giuramento, occuperà il seggio lasciato vacante dall’ex deputato democratico Eric Swalwell.

La vittoria rappresenta un nuovo capitolo nella carriera politica di Wahab. Prima di arrivare al Congresso, era già entrata nella storia della California come prima donna musulmana e prima afghana-americana eletta nella legislatura statale.

Nata a New York da genitori immigrati dall’Afghanistan, Wahab rappresenta una generazione di americani con radici migratorie che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più visibile nella vita politica degli Stati Uniti.

Perché questa vittoria è importante?

L’ingresso di Aisha Wahab al Congresso non è soltanto un successo personale. La sua elezione rappresenta un passaggio significativo per la comunità afghano-americana e, più in generale, per la presenza delle comunità immigrate nelle istituzioni politiche statunitensi.

Per una comunità segnata da decenni di guerra, instabilità e migrazione, vedere una donna di origine afghana entrare direttamente nell’istituzione che contribuisce a definire la politica degli Stati Uniti ha anche un forte valore simbolico.

La competizione elettorale ha inoltre mostrato quanto siano importanti le risorse finanziarie nella politica americana. Gruppi politici e super PAC hanno investito milioni di dollari nella campagna, riaccendendo il dibattito sul ruolo del denaro e delle organizzazioni politiche nelle elezioni.

Oltre il simbolo

L’importanza della vittoria di Wahab, tuttavia, non si limita alla sua origine. La sua carriera politica si è sviluppata attorno a temi che riguardano direttamente la vita quotidiana degli elettori, tra cui il costo della vita, la giustizia economica, i servizi pubblici e il sostegno alle fasce più vulnerabili della società.

La sua presenza alla Camera potrebbe inoltre dare maggiore visibilità alle questioni che riguardano gli immigrati e la comunità afghana negli Stati Uniti.

Naturalmente, questa elezione non significa ancora che la sua permanenza al Congresso sia garantita per un intero mandato. Wahab dovrà affrontare una nuova competizione elettorale per conquistare un mandato completo.

Ma una cosa è già cambiata: per la prima volta, una donna di origine afghana siede nel Congresso degli Stati Uniti.

La sua storia rappresenta quindi qualcosa di più di una semplice vittoria elettorale: è il percorso di una figlia di immigrati che è riuscita ad arrivare al cuore della politica americana e che ora porta con sé anche una parte della storia e dell’esperienza della comunità afghana negli Stati Uniti.

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Premio Chatham House 2026 alle donne afghane: una storia di sofferenza e resistenza

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Premio Chatham House 2026

Redazione- Il Premio Chatham House 2026 è stato assegnato alle donne afghane, donne che negli ultimi anni hanno continuato a lottare per preservare i loro diritti umani fondamentali, nonostante restrizioni, privazioni e repressione.

Questo premio non rappresenta soltanto il riconoscimento di un gruppo sociale; racconta anche una parte della sofferenza di milioni di donne e ragazze afghane, la cui vita è profondamente cambiata dopo il ritorno dei talebani al potere.

Ragazze private della scuola, donne che hanno perso l’accesso al lavoro e all’indipendenza economica e madri costrette ad assistere alla privazione del diritto all’istruzione e di un futuro per le proprie figlie: tutte loro fanno parte di questa storia.

Per molte donne afghane, le restrizioni non si limitano alla chiusura delle scuole o all’esclusione dal mondo del lavoro. Le limitazioni alla libertà di movimento, la riduzione della presenza nello spazio pubblico e il sempre più difficile accesso alle opportunità sociali ed economiche hanno ristretto drasticamente le loro possibilità di scelta.

Ma proprio nel cuore di questa sofferenza è nata anche la resistenza.

Nonostante la paura e le pressioni, le donne afghane hanno continuato a protestare, a chiedere il diritto all’istruzione e al lavoro e, in alcuni casi, a creare percorsi alternativi per permettere alle ragazze di continuare a studiare. Hanno cercato di dimostrare che non accettano di essere cancellate dalla società e che non vogliono che la loro voce scompaia dalla memoria dell’Afghanistan e del mondo.

Per questo, il Premio Chatham House 2026 può essere considerato non soltanto un riconoscimento del loro coraggio, ma anche un omaggio alla resistenza di donne che hanno pagato un prezzo altissimo per difendere i propri diritti.

Da anni queste donne vivono tra due realtà dolorose: da una parte, restrizioni che restringono ogni giorno una parte delle loro libertà; dall’altra, una speranza e una determinazione che impediscono loro di arrendersi.

Il Premio Chatham House 2026 riporta ora l’attenzione internazionale su questa situazione e sulle donne che, pur rimanendo spesso senza nome e senza volto nei media, rappresentano una parte fondamentale di una delle più importanti battaglie per i diritti umani nell’Afghanistan di oggi.

Il premio sarà consegnato entro la fine di quest’anno, durante una cerimonia speciale presso Chatham House, e sarà accompagnato anche da una pergamena firmata dal Re del Regno Unito.

Questo premio forse non può cancellare né compensare le sofferenze vissute dalle donne afghane, ma può trasmettere un messaggio chiaro:

il mondo non deve abituarsi alla privazione dei diritti delle donne afghane. La loro sofferenza non deve diventare normalità e la loro resistenza non deve essere dimenticata.

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