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Vita da social ! | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Non so a te, Alessandra, ma a me, che svolgo la professione medica, non piace affatto la continua esibizione della vita privata sui social: matrimoni, cresime, cene al ristorante, fotografie di ciò che si mangia o si beve. È un’esposizione continua che sembra imporre l’obbligo di apparire sempre felici, innamorati, realizzati, mai in difficoltà, mai tristi, mai sconfitti, mai traditi.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Non so a te, Alessandra, ma a me, che svolgo la professione medica, non piace affatto la continua esibizione della vita privata sui social: matrimoni, cresime, cene al ristorante, fotografie di ciò che si mangia o si beve. È un’esposizione continua che sembra imporre l’obbligo di apparire sempre felici, innamorati, realizzati, mai in difficoltà, mai tristi, mai sconfitti, mai traditi.
Ho notato che moltissime persone tradite si rifugiano nella tua rubrica dedicata alle questioni di cuore e ai tradimenti. Evidentemente il fenomeno è molto più diffuso di quanto si voglia ammettere.
Io, invece, vivendo praticamente in ospedale, mi chiedo che cosa dovrei farmene di like, commenti, osservazioni e perfino critiche. Dimmi sinceramente: sono io a esagerare nel pubblicare pochissimo, oppure anche un medico dovrebbe utilizzare i social per condividere gli eventi importanti della propria vita, rischiando poi di ritrovarsi sommerso da commenti e giudizi, persino sulle proprie scelte professionali?
Ho colleghi che raccontano una vita apparentemente perfetta, ma che conosco abbastanza da sapere che perfetta non è. A me non interessa costruire un’immagine dorata che poi diventa argomento di chiacchiere in ospedale. Credo che un po’ di privacy non guasti mai.
Lucia da Sarzana

Cara Lucia,
non faccio affatto business con le corna: chi ti ha raccontato una cosa del genere?
Se pubblico molti casi di tradimento è semplicemente perché il tradimento è una realtà molto diffusa. Il mio lavoro consiste nel raccontare ciò che accade davvero, non nel costruire favole. Mi interessa descrivere la società, il disagio che la attraversa e le dinamiche delle relazioni umane.
Personalmente non amo esibire la mia vita privata sui social e non condivido questa continua necessità di raccontarsi. I social, molto spesso, diventano una narrazione più che uno specchio della realtà.
Credo che un medico, così come qualunque altro professionista, possa utilizzare i social per parlare soprattutto del proprio lavoro, divulgare competenze e offrire contenuti utili. Diverso è trasformare la propria vita privata in uno spettacolo.
Anch’ io ho diversi canali social e molti contatti, ma non ho mai sentito il bisogno di pubblicare aspetti personali che non abbiano alcun legame con la mia attività. Penso che questo contribuisca anche a evitare che gli altri si costruiscano
un’ immagine distorta di noi.
Nel tempo mi ha incuriosito un professionista iscritto a un ordine professionale. Più che condividere contenuti legati alla sua professione, pubblicava continuamente opinioni su qualsiasi argomento, come se dovesse esprimersi su tutto atteggiandosi ad opinionista, celebrità, vip. Già allora mi interrogavo sulla credibilità di quella continua esposizione.
Ricordo che aveva persino scritto tra le informazioni personali: “Fidanzato ufficiale con…”. (Ovviamente taggando il nome della fidanzata) per oltre tredici anni raccontava pubblicamente il suo grande amore, descrivendo quella donna come l’unica della sua vita. Ogni tanto comparivano dichiarazioni romantiche e fotografie che, più che trasmettere spontaneità, davano l’impressione di una rappresentazione costruita tra due robot tesi. Amava mostrarsi felice, innamorato e talvolta anche accanto a qualche personaggio noto. Più che parlare del proprio lavoro, sembrava impegnato a raccontare sentimenti, giudizi ma mai la propria invidia verso gli altri.
A un certo punto decisi di eliminarlo dai miei contatti. Le persone invidiose non mi interessano e lui aveva persino capito che avevo scoperto la sua falsità.
Lo incontrai dal vivo ad un convegno e mi apparve in tutta la sua meschinità.
Qualche giorno fa, però, mi è ricapitato davanti su Instagram dove ha pubblicato le fotografie del suo recente matrimonio… con un’altra donna.
Un uomo di mezza età che decide di sposarsi? Va bene ma è il soggetto che non desta credibilità.
Ecco perché invito sempre a non confondere ciò che appare con ciò che è. I social raccontano spesso una versione selezionata della vita, non necessariamente quella autentica.
Per questo continuo a pensare che un professionista debba essere conosciuto soprattutto per la qualità del proprio lavoro, non per la persona con cui sta o per la continua ostentazione della propria felicità.
Ti ho raccontato di questo mio vecchio contatto per dirti che, sui social, non si scopre la vera natura delle persone e, chi lo usa per raccontare la propria vita privata (vera o distorta) non rende al meglio nel suo lavoro e non vive veramente bene come invece vuole far credere!

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Ridere senza chiedere il permesso? Finalmente….| filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Dottoressa, ogni cosa che faccio, la faccio bene, con impegno e senza contare troppo su tutto e, soprattutto, su tutti.
Mentre sono fidanzato con una ragazza che sembra prendere tutto troppo sul serio, ogni errore, per lei, è una tragedia nazionale: mancano solo i titoli di apertura del telegiornale e la banda musicale.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Dottoressa, ogni cosa che faccio, la faccio bene, con impegno e senza contare troppo su tutto e, soprattutto, su tutti.
Mentre sono fidanzato con una ragazza che sembra prendere tutto troppo sul serio, ogni errore, per lei, è una tragedia nazionale: mancano solo i titoli di apertura del telegiornale e la banda musicale.
Andando molto d’accordo io e lei, vivo questa diversa visione degli errori con grande sofferenza. Io, se faccio qualcosa che non avrei dovuto fare, rido di me stesso perché mi piace sdrammatizzare. La mia ragazza, invece, è capace di stare in silenzio per un giorno intero anche quando sbaglia lei. Un errore diventa praticamente un lutto con tanto di minuto di raccoglimento.
Ridiamo quanto basta, io e lei, ma ho il terrore di sbagliare io e, soprattutto, che sbagli lei: il malumore è sempre dietro l’angolo, pronto a presentarsi senza neppure aver ricevuto l’invito.
Non le chiedo se ho ragione io o se ha ragione lei. Le chiedo soltanto se farsi una grassa risata su qualche scemenza sia una buona pratica, visto che la mia ragazza dice che sono un folle giocherellone e basta.
Lei non riconosce alcun potere terapeutico alla risata. Mai. Infatti ride molto raramente e, quando le capita, sembra quasi che debba compilare prima una richiesta in triplice copia per ottenere l’autorizzazione.
Che mi dice al riguardo?
Dobbiamo essere tutti sempre in modalità “tragedia” per ogni cosa che va storta o diversamente dai nostri piani?
Grazie,
Stefano da Orvieto

“La nostra realtà è tragica solo per un quarto: il resto è comico. Si può ridere su quasi tutto!”
— A. Sordi

La citazione di Sordi, in questo caso, arriva come un estintore in una casa piena di benzina.
La risata non risolve tutto, naturalmente. Però aiuta moltissimo a non trasformare ogni piccolo incidente della vita in una commissione parlamentare d’inchiesta.
Lei fa un errore? Si può ridere.
Lei sbaglia qualcosa? Si può addirittura sopravvivere.
E, udite udite, nessuno dei presenti deve necessariamente convocare il Consiglio di Sicurezza dell’ ONU.
Lei dice di avere paura di sbagliare perché sa già che potrebbe arrivare il gelo. E questo, più della differenza tra una persona seria e una persona giocherellona, mi sembra il vero problema.
Perché una cosa è la sensibilità: “Questa battuta mi ha ferito”.
Un’ altra è vivere ogni contrattempo come se qualcuno avesse appena annunciato la fine della civiltà occidentale.
L’ ironia, quando non è cattiveria né scherno, è anche un modo per ridimensionare le nostre piccole catastrofi quotidiane. Ci permette di guardarci da fuori e dirci: “Va bene, abbiamo combinato una stupidaggine. Ma almeno non abbiamo fatto saltare il pianeta.”
E c’è di più.
Secondo me, è molto sano riuscire a ridere anche di se stessi. Anzi, spesso è una delle forme più belle di sicurezza personale: se riesco a prendermi bonariamente in giro, significa che non devo difendere la mia immagine ogni trenta secondi come una guardia del corpo.
Il problema nasce quando una persona pretende che anche gli altri debbano vivere le emozioni esattamente come lei.
Se io sono triste, devi essere triste.
Se io sono arrabbiato, devi essere arrabbiato.
Se io ho sbagliato, devi rispettare il mio dramma.
Se tu ridi, invece, sei un folle giocherellone.
Ecco, magari no.
Magari sei semplicemente uno che, davanti a una giornata storta, preferisce non aggiungerci sopra anche il funerale.
Mi preoccupa maggiormente, quindi, non il fatto che lei rida e la sua ragazza no, ma il fatto che lei senta di dover chiedere il permesso per ridere.
Una coppia non dovrebbe diventare un ufficio ministeriale per l’autorizzazione degli stati d’ animo.
Naturalmente, attenzione: l’ironia non deve essere usata come una ruspa per demolire quello che l’ altro sente. Se la sua ragazza è realmente ferita da qualcosa, ascoltarla è doveroso. E se una battuta colpisce un punto sensibile, ogni tanto si può anche dire: “Scusa, non volevo ferirti”.
Ma altra cosa è pretendere che lei rinunci al suo modo di affrontare la vita perché l’altra persona non lo condivide.
Lei ride per sdrammatizzare.
La sua ragazza, evidentemente, sdrammatizza facendo il contrario: aggrava.
Ognuno ha i suoi talenti.
Il suo, però, mi sembra decisamente più divertente.
E le dirò una cosa: non vedo di buon occhio chi mette continuamente freni al modo di essere del partner. Un conto è chiedere rispetto, un altro è cercare di regolamentare persino il volume della sua allegria.
Perché domani potrebbe arrivare anche il modulo:
“Gentile Stefano, la informiamo che la risata spontanea da lei emessa alle ore 17.43 non è stata preventivamente concordata. La invitiamo a non ripetere l’increscioso episodio.”
No, grazie.
La vita è già abbastanza seria da sola.
Ci sono errori che vanno riparati, problemi che vanno affrontati e momenti in cui bisogna certamente smettere di scherzare.
Ma ci sono anche
un’ infinità di stupidaggini sulle quali una bella risata è semplicemente la risposta più intelligente.
Quindi continui pure a ridere, Stefano.
Non di tutto.
Ma di molto sì.
E soprattutto, non si vergogni di essere un po’ giocherellone.
In un mondo nel quale molti adulti passano metà della giornata a spiegare perché hanno ragione e l’ altra metà a offendersi perché qualcuno non gliel’ ha riconosciuto, qualche “cretino” che ride può essere persino una risorsa sociale.
Con moderazione, naturalmente.
Ma anche la moderazione, se presa troppo sul serio, diventa una malattia.
E questa, per fortuna, possiamo curarla, con una risata.

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“La stazione di Carnate è diventata una discarica”: la denuncia shock del lettore-runner. “Basta gettare i rifiuti di casa nei cestini pubblici”

“La stazione è un disastro: non usate i cestini di strada per gettare la spazzatura di casa vostra!”. 🏃‍♂️ 🗑️ Arriva una durissima e amara segnalazione da un nostro lettore, Roberto, che praticando regolarmente “plogging” (corsa con raccolta di rifiuti) si è trovato davanti a uno spettacolo indecoroso alla stazione di Carnate (Monza e Brianza). Cestini gettacarte soffocati da sacchi neri domestici, cartoni e bottiglie sparsi ovunque sui marciapiedi! “I cestini pubblici servono per un fazzoletto o una carta, non per eludere la raccolta differenziata di casa creando discariche a cielo aperto!”, è l’appello indignato del runner. Voi cosa ne pensate? Capita anche nella vostra città? Leggete la testimonianza e l’appello integrale nel nostro articolo! 👇 📢

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Cesto dei rifiuti strapieno alla stazione di Carnate

Carnate – Ci sono cittadini che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Cittadini che, anziché limitarsi a protestare sui social network, decidono di rimboccarsi le maniche in prima persona per fare la differenza, dedicando il proprio tempo libero alla cura dell’ambiente e del bene comune. È il caso di Roberto Manzato, un nostro affezionato lettore che ha voluto condividere con la nostra redazione uno sfogo amaro, corredato da inequivocabili testimonianze fotografiche, sullo stato di grave degrado e incuria che affligge le stazioni ferroviarie del territorio, a partire da quella di Carnate (in provincia di Monza e Brianza).

La corsa contro il degrado: la testimonianza di chi fa “plogging”

Roberto pratica regolarmente il plogging, la lodevole e sempre più diffusa disciplina nata nel Nord Europa che unisce la corsa e l’attività motoria all’aria aperta alla raccolta dei rifiuti abbandonati lungo marciapiedi, parchi e sentieri. Un gesto di profondo civismo che, tuttavia, si scontra quotidianamente con un muro di maleducazione e incuria difficile da scalfire. Nel suo percorso di allenamento e pulizia, il lettore si è trovato di fronte a uno scenario desolante proprio nei pressi dello scalo ferroviario di Carnate, un nodo di interscambio fondamentale per migliaia di pendolari e studenti brianzoli.

Le immagini inviate alla redazione parlano con una chiarezza disarmante: cestini pubblici letteralmente traboccanti di immondizia, sacchi neri e buste della spesa stracolme accatastate sull’asfalto, scatoloni di cartone abbandonati lungo i marciapiedi e flaconi di plastica sparsi alla base degli alberi. Una vera e propria discarica a cielo aperto a due passi dai binari e dalle aree di passaggio pedonale.

La piaga dei rifiuti domestici: “I cestini pubblici non sono cassonetti”

Il cuore dell’appello lanciato da Roberto tocca una cattiva abitudine purtroppo diffusissima e profondamente incivile: l’utilizzo improprio dei piccoli cestini gettacarte stradali per smaltire l’immondizia di casa. «Vorrei segnalare il degrado che trovo nelle stazioni dove giro facendo plogging, in particolare la stazione di Carnate è diventata un disastro», scrive il nostro lettore nel suo accorato messaggio. «Il mio impegno è dare un obiettivo e un esempio concreto: se hai qualcosa in mano per strada usa i cestini, ma i cestini vanno usati esclusivamente per i piccoli rifiuti da passeggio, non per sbarazzarsi dei rifiuti domestici, altrimenti si trasformano in discariche a cielo aperto nel giro di poche ore».

Un’analisi tanto semplice quanto lucida. I contenitori urbani, dimensionati per accogliere scontrini, fazzoletti di carta o bottigliette vuote consumate durante gli spostamenti, collassano inevitabilmente se stipati con interi sacchi della spazzatura indifferenziata. Il risultato? L’immondizia deborda, viene dispersa dal vento o dagli animali randagi, generando cattivi odori, problemi igienico-sanitari e una sensazione generale di abbandono che dequalifica l’intera area urbana.

L’appello alla comunità: difendiamo insieme la bellezza del nostro territorio

Quello di Roberto non vuole essere solo un grido di denuncia fine a se stesso, ma una vera e propria chiamata alla responsabilità collettiva. «Vorrei lanciare un appello a tutti i cittadini: cerchiamo di rispettare il nostro territorio e non facciamolo diventare una discarica», conclude il lettore con parole che meritano di essere condivise e amplificate.

La pulizia e la vivibilità di un paese o di un quartiere non dipendono unicamente dalla frequenza dei passaggi degli operatori ecologici o dagli interventi delle amministrazioni comunali, pur doverosi e sempre sollecitati: passano innanzitutto attraverso la coscienza civica, il rispetto delle regole minime di convivenza e l’educazione di ciascuno di noi. La nostra redazione ringrazia Roberto per la preziosa segnalazione e per il suo straordinario esempio sul campo, con l’auspicio che il suo messaggio possa risvegliare il senso civico di chi continua a deturpare gli spazi di tutti.

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Uomini tutti traditori, a chi serve saperlo? | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

ei, cara dottoressa Hropich, offre le sue rubriche ai tanti che raccontano le loro scappatelle ed anche gli “amori ” di gruppo.Tranquilla, non sono uno che fa la morale agli altri, sono semplicemente curioso di sapere la finalità di ogni cosa.
Le scriviamo in tanti, lo so, le ci risponde sempre con professionalità e  cortesia, la gente però non perde il vizio di tradire, dunque?
Aggiungasi anche che siamo una patria di finti bigotti, finti moralisti, bugiardi e tutti infedeli.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Lei, cara dottoressa Hropich, offre le sue rubriche ai tanti che raccontano le loro scappatelle ed anche gli “amori ” di gruppo.Tranquilla, non sono uno che fa la morale agli altri, sono semplicemente curioso di sapere la finalità di ogni cosa.
Le scriviamo in tanti, lo so, le ci risponde sempre con professionalità e  cortesia, la gente però non perde il vizio di tradire, dunque?
Aggiungasi anche che siamo una patria di finti bigotti, finti moralisti, bugiardi e tutti infedeli.
Poi, quando una donna rifiuta il proprio marito con la scusa del mal di testa, tutto va bene. Se un uomo poi va a cercare altre donne, scatta il tradimento, la richiesta di addebito. Le dico questo perché mi è successo e la mia ex che mi rifiutava ogni giorno, poi mi mando’  un detective che mi seguiva fino a trovarmi con un’ altra.
A cosa serve far credere che di essere fedeli se poi nessuno lo è nei fatti?
Serve, secondo me, solo ad alzare la posta quando si tratta di separazione, tutte le donne, dopo poco, gettano la spugna e rifiutano il marito, perché poi, tanta meraviglia e dolore quando scoprono un tradimento?
Salvatore da Licata

Il fatto è che quasi nessuno fa delle riflessioni su ciò che accade: la superficialità è dilagante e tutti si basano su ciò che appare, mentre pochissimi cercano la sostanza. Poi ci meravigliamo se tutto va a rotoli: una società che non riflette e non pensa, farà sempre errori madornali.
In effetti, non serve alle donne illudersi di avere un marito fedele. Ma alla gente basta vivere di impressioni, di facciata.
Perché alcuni giurano, in pubblico, di sentire ancora le farfalle nello stomaco dopo vent’anni di matrimonio? Evidentemente le farfalle sono diventate parte integrante del contratto matrimoniale, insieme alle fotografie sui social e alla frase “siamo più innamorati di prima”.
Perché tantissime donne dicono di essere certe della fedeltà del proprio marito? E perché ancora, spostandosi oltreoceano, spesso gli aspiranti presidenti conducono la campagna elettorale accompagnandosi alle mogli rigorosamente mano nella mano, mentre magari alle loro spalle si accumulano amanti? Perché alla popolazione italiana e americana, piace la rappresentazione della coppia perfetta. La realtà interessa molto meno.
In Italia siamo attori straordinari: quasi tutti innamorati, fedeli, felici. In teoria, naturalmente.
Poi succede qualcosa di molto interessante: quando arriva la separazione, improvvisamente la fedeltà diventa sacra. La donna che magari per anni ha tenuto il marito a debita distanza, rifiutando ogni tentativo di avvicinamento (di lui), scopre improvvisamente di essere stata sposata con l’ uomo della sua vita. E se quello stesso uomo, dopo anni di porte chiuse e di “stasera ho mal di testa”, trova altrove ciò che a casa non trova più, ecco comparire la parola magica: tradimento.
A quel punto parte il processo morale.
Perché il problema, evidentemente, non è che il matrimonio sia finito da tempo. Il problema è che qualcuno ha avuto la sfrontatezza di rendere visibile ciò che tutti preferivano lasciare nell’ombra.
È questo il vero capolavoro dell’ipocrisia: possiamo ignorare la freddezza, l’indifferenza, i rifiuti, le vite parallele, i matrimoni tenuti in piedi per abitudine, per convenienza o per paura. Possiamo persino fingere per anni che vada tutto bene.
Ma guai a farsi scoprire con un’altra.
Lì improvvisamente il marito diventa un mostro, la moglie una vittima, il matrimonio un tempio profanato e la fedeltà un principio assoluto. Peccato che, fino a cinque minuti prima, quel magnifico tempio fosse spesso già chiuso al pubblico.
Riguardo alla sua domanda sull’utilità di leggere dei tanti tradimenti nella mia rubrica, posso dire che la verità rende sempre libere le persone.
È mio preciso compito quello di svegliare le coscienze: la realtà va raccontata, sempre. Anche quando disturba, anche quando rovina la fotografia della famiglia perfetta, quella in cui tutti sorridono, si tengono per mano e naturalmente nessuno ha mai desiderato nessun altro.
Io non racconto i tradimenti per invitare al tradimento. Li racconto perché trovo molto più pericolosa l’ipocrisia che li circonda.
Le donne che non sognano il principe senza macchia e senza peccato, ma sono consapevoli che il tradimento può esserci sempre, sono le più sveglie.
La propria vita va vissuta al meglio, facendo ciò che più ci fa stare bene, senza trasformare le corna in una questione di Stato ogni volta che vengono scoperte.
Perché, diciamolo: le corna fanno scandalo soprattutto quando diventano visibili. Finché restano ben nascoste, spesso, sono semplicemente parte
dell’ arredamento matrimoniale.
E allora smettiamola almeno con questa commedia collettiva: tutti fedeli, tutti innamorati, tutti scandalizzati dal tradimento.
La verità è che la società non detesta tanto le corna ma solo quando qualcuno le scopre.

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